narrare coinvolti
mercoledì, febbraio 16th, 2011Davanti alla sorpresa degli osservatori per il livello di sofisticazione di come la rivoluzione egiziana ha comunicato col mondo, imitata da altre sollevazioni nell’area, Jen Marlowe, regista e drammaturgo, ha postato su MoJo un racconto personale che ci illumina sulla consapevolezza della regione e di quello che si costruisce in carceri oppressive che diventano università; è la storia del suo amico palestinese Sami al Jundi (ve lo traduco qui sotto nel podcast). Più volte durante la nostra diretta sull’Egitto via Twitter vi ho menzionato la sensazione che – anche per via della forte individualità della comunicazione del microblog – i reporter internazionali impegnati sul campo stessero gradualmente abbandonando il tono imparziale che permetteva loro di limitarsi a raccogliere informazioni e a riferirle al loro pubblico. Alcuni esempi sono stati addirittura schizofrenici, come quello di Ayman Mouyeldhin, anchorman impassibile dal tetto sopra Tahrir per le telecamere di AlJazeera in inglese durante le dirette, e scatenato microblogger rivoluzionario egiziano su Twitter quando non era in onda (o in carcere, visto che come molti altri è stato arrestato e poi rilasciato nei giorni della rivolta). Noi stessi, bloggando insieme ai blogger, ci siamo trovati inequivocabilmente a fare una scelta di campo. La ragione, certamente, sta nella natura stessa della partecipazione a un evento attraverso i microblog: Twitter e facebook non sono serviti solo a raccontare la rivolta, e senza mediazioni, avvicinando i reporter ai loro lettori e facendo dei lettori addirittura una fonte, quando non scambiando i ruoli, ma anche a organizzare la rivolta, nutrirla e prolungarla. Ma la ragione della mescolanza di giornalisti e manifestanti sta anche nella sistematica persecuzione dei miliziani in borghese di Mubarak nei confronti dei media, dei giornalisti, delle tv, dei fotografi. Dichiarata una guerra senza quartiere ai media e a Internet, Mubarak ha provocato un rafforzamento della rivoluzione, in cui anche i reporter hanno assunto un ruolo attivo. E lo spostamento di prospettiva è avvenuto, non a caso, quando sono cominciati i pestaggi sistematici, gli accoltellamenti, gli arresti, gli interrogatori, le intimidazioni, i sequestri negli alberghi, le minacce e gli atti di vandalismo nei confronti dei giornalisti stranieri, che li hanno accomunati al trattamento subito dai colleghi egiziani e ridotti a esseri umani spaventati e sanguinanti esattamente come i ragazzi della rivoluzione. A quel punto, anche il più impassibile dei reporter si è trasformato in un accanito oppositore del regime e in un blogger attivo per la rivoluzione. In ordine cronologico, il primo a prenderle è stato l’altero anchorman della Cnn Anderson Cooper: dieci sassate in testa, sangue dappertutto, studio mobile distrutto, due giorni fermo per poi tornare a raccontare dal Cairo. Sarà per questo che oggi James Rainey del Los Angeles Times lo schernisce per aver abbandonato sull’Egitto ogni riserbo, tradendo così la missione del giornalista distaccato e imparziale, e solleva qualche questione interessante (ve lo traduco qui sotto nel podcast)
♫ La canzone di oggi era “The magic” di Joan as Policewoman
Ecco la puntata di oggi:
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