ruggiti e ringhi
martedì, dicembre 15th, 2009Davanti allo scambio di opinioni più varie e al fiorire di post e commenti sui blog a proposito dell’aggressione subita da Silvio Berlusconi domenica a Milano, il ministro dell’Interno Maroni avrebbe già pronta la ricetta: oscurare i siti che “inneggiano alla violenza” (in questo link trovate le principali dichiarazioni in merito raccolte ieri dalle agenzie di stampa). Potrebbe trattarsi soltanto di spauracchi, ma intanto oggi Maroni conferma che se ne discuterà dopodomani in Consiglio dei Ministri, insieme a misure “anti-contestazione” che riguardano le manifestazioni, per consentire al governo di operare “in tranquillità”.
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Copenaghen, fra l’ottavo e il nono giorno dei lavori del summit: in attesa dell’arrivo dei capi di stato nella capitale danese il 18, gli stimoli più interessanti continuano ad arrivare dalle comunità che con l’ambiente intrattengono ancora un rapporto fondamentale: gli ambientalisti del Bangladesh sono determinati ad agire anche a dispetto delle opinioni dei loro leader politici; uno dei capi di stato più attesi è il presidente delle piccole Maldive, l’ex prigioniero politico Mohamed Nasheed; e gli scienziati che studiano i cambiamenti climatici lavorano di concerto con gli Inuit per capire meglio cosa stia accadendo intorno all’Artico – 160 mila persone che abitano fra Groenlandia, Russia, Canada e Stati Uniti e che gli effetti del cambiamento climatico li osservano nella loro esperienza di tutti i giorni. Servaas van den Bosch, che vive e lavora in Namibia, scrive di come i giornalisti dei paesi africani stanno vivendo i lavori di Copenaghen.
“I giornalisti prosperano sulle speculazioni, e questo è particolarmente vero per quei reporter provenienti dal sud dell’Africa che raccontano i negoziati di Copenaghen sul cambiamento climatico. Il cambiamento climatico colpirà gravemente questa regione, che non ha molte possibilità di adattamento. Eppure, a parte il Sudafrica, le loro emissioni di Co2 sono trascurabili. Dopotutto, per avere delle emissioni che assomiglino a qualcosa su cui si possa contrattare, bisogna prima di tutto essere sviluppati. Purtroppo questo significa anche che i paesi africani hanno pochissima possibilità di fare leva nei negoziati, e mentre il concetto di “responsabilità storica” dell’Occidente diventa sempre più fluido, la carta migliore dell’Africa è di restare unita. Però, per via dei bisogni molto diversi dei vari paesi africani, presentare una posizione unitaria è difficile. Così, come avvoltoi, noi giornalisti osserviamo il gregge africano per vedere chi si tira fuori per primo. Corriamo da una delegazione all’altra seguendo le voci di una frattura o di una fuoriuscita. Storie di mani alzate al cielo e piedi pestati con rabbia. La stampa africana ci mette un paio di giorni a capire che non sono i delegati a opporci un muro di gomma, è proprio che, come noi, la maggior parte delle delegazioni africane non ha idea di quanto siano profonde le divisioni nel gruppo. Nel frattempo io ho pochi dubbi che a casa in Namibia, le notizie sul cambiamento climatico stiano a metà fra l’ultima sconfitta della nazionale di calcio, i Brave Warriors, e la pubblicità della birra Windhoek. A differenza di molti giornalisti che si trovano qui, alcuni reporter africani non sono liberi di raccontare il summit. Per via del costo economico di restare per due settimane alla conferenza di Copenaghen, molti giornalisti sono aggregati a un entourage presidenziale. Uno di loro mi ha detto “quando il leader va, lo si segue”. E quando parla, lo si trasmette. La questione dei costi crea anche altre restrizioni: spesso noi non facciamo telefonate non previste dal budget per seguire una storia; facciamo invece chilometri e chilometri dentro i locali della conferenza in cerca della persona o dell’informazione che stiamo cercando. Al tavolo della colazione, diversi colleghi africani confessano di essersi ritratti dalle manifestazioni di protesta fuori dal Bella Centre. Avendo raccontato gli attacchi xenofobi di Johannesburg o le rivolte di Kampala, hanno visto giornalisti picchiati o colpiti da armi da fuoco. Nemmeno gli amichevoli poliziotti di Copenaghen possono rimuovere la paura che si è instillata in loro. Inoltre, fuori fa un freddo cane. Un’altra differenza che vedo fra noi e i nostri colleghi occidentali: quando a un giornalista viene cortesemente richiesto di cancellare una fotografia scattata in una delle aree vietate, i reporter africani lo considerano sinceramente fortunato. Un amico mi dice: “a casa da noi per una mossa come quella ci si caccerebbe seriamente nei guai”. L’avanguardia della squadra della tv di stato dello Zimbabwe è stata spinta alla disperazione dalla quantità di volte in cui si è sentita chiedere quando arriverà il loro “capo”. Stiamo tutti aspettando con ansia l’arrivo di Mugabe, forse tanto quanto lui si sta godendo la rara opportunità di mettere piede su un palcoscenico internazionale. Molti di noi pensano che “Bob” dovrebbe andare in pensione e che il suo regime sia criminale. Ma il suo instancabile rintuzzare l’arroganza del nord, che a sua volta pervade questi colloqui, è largamente condivisa fra i giornalisti, e molto citata. C’è molto da migliorare nella rappresentanza africana a questi negoziati. le delegazioni dei paesi sono piccole e quindi devono sempre scegliere dove far sentire la propria voce. Ed è una vergogna andare a un seminario in cui si discute della deforestazione del Congo e vedere soltanto scienziati bianchi occidentali. Eppure, speriamo tutti che verrà concluso un accordo giusto – giusto per l’Africa, intendo. Come giornalisti, da qualunque paese veniamo, preferiremmo che venisse concluso all’ultimo momento, con la quantità appropriata di tensione per ricavarne dei bei titoli. Ma nessuno vuole che i negoziati falliscano. E se non possiamo fermare il cambiamento climatico qui o l’anno prossimo in Messico, allora sistemeremo le cose nel 2011 a Johannesburg, sul nostro terreno”.
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Con oggi facciamo un bilancio delle vostre divertenti votazioni per il film più pauroso che avete mai visto; avete votato una quantità di film e raccontato le più belle storie possibili di quello che ricordate del momento in cui li avete visti. A dimostrazione della soggettività della paura, molti film sono stati citati soltanto una volta. Piuttosto votati invece La Cosa di Carpenter, La notte dei morti viventi di Romero, Suspiria di Dario Argento, l’Esorcista di Friedkin e Carrie – lo sguardo di Satana di Brian De Palma (che avrei preferito continuare a non ricordarmi e invece… brrr….); tallonano il vincitore due classici assoluti come Profondo Rosso di Dario Argento e Shining di Stanley Kubrick e il recente The Ring di Gore Verbinski. Ma stravince per voi La casa delle finestre che ridono di Pupi Avati, che io non ho mai visto e a questo punto non so se oserò mai… Grazie a tutti quelli che sono stati al gioco e hanno raccontato le loro scene di terrore.
le musiche di oggi erano “Bachelorette” di Bjork & Brodski Quartet e “Click Song” di Miriam Makeba
Ecco la puntata di oggi:
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