Posts Tagged ‘summit’

the end of the world as we know it?

giovedì, novembre 26th, 2009

Le Malvestite dicono la loro, scostumate come sempre, nel merito di uno degli Ambrogini appena conferiti dal Comune di Milano a personalità di spicco. Particolarmente gustoso il loro ritratto di Marina Berlusconi.

*

Mentre va in scena il forum di Viterbo, e con i ritardi sulle misure da decidere al vertice sull’ambiente di Copenhagen affiorati dal recente incontro fra Obama e Hu Jintao in Cina, oggi arriva l’annuncio che il presidente americano ha deciso di essere presente al vertice di Copenaghen, che è di strada per andare a ritirare il Nobel per la pace a Oslo. Il quotidiano britannico Guardian fa un eccellente lavoro online per avvicinarsi al summit danese: ha una sezione dedicata del sito, un orologio con il countdown all’inizio degli incontri del 7 dicembre, un riassunto delle principali questioni in campo e una valutazione realistica di cosa potrebbe scaturirne (aggiornata al recente incontro fra Obama e Hu Jintao), le notizie aggiornate sul clima raggruppate per temi, le notizie brevi in tempo reale via Twitter, e un aggregatore dei contenuti in tema dei suoi blog. Il summit durerà due settimane, e dopo Kyoto avrebbe dovuto essere l’ultima spiaggia per raggiungere un accordo internazionale sul riscaldamento globale; gli scienziati sono convinti che dobbiamo tagliare le nostre emissioni di gas del 25/40 % rispetto quelle del 1990, e questo se lo facciamo subito, per arrivare a – 80/95% per il 2050. Naturalmente, non è chiaro come dovrebbero distribuirsi i costi immediati di questi cambiamenti, a cominciare da quello dello stop alla deforestazione; è chiaro che a emettere più anidride carbonica sono i paesi più industrializzati, ma è anche vero che fra quelli che inquinano di più ci sono le nuove economie rampanti, come India e Cina, che hanno però centinaia di milioni di abitanti che non hanno nemmeno l’energia elettrica. Nei recenti incontri di Barcellona il quadro di Copenaghen si è delineato come poco promettente, e il post sul blog di Paul Kinsworth ci incita a prendere in considerazione l’ipotesi che non esista un modo sostenibile per mantenere il sistema economico a cui siamo abituati:

“Per un po’ è sembrato che le cose potessero tornare alla normalità. La strada fuori da casa mia, che era diventata un torrente, è tornata di asfalto. Le acque che scorrevano nelle case vicine si stanno ritirando. Le strade sono ancora chiuse, e i ponti sono ancora inagibili, i campi sono ancora dei laghi, ma sembrava che il peggio fosse passato. Solo che adesso in Cumbria sta piovendo di nuovo, e tutti aspettano di vedere quando smetterà e cosa si lascerà dietro. Non ho idea se questo tempo estremo che infuria dietro la mia finestra abbia qualcosa a che fare con i cambiamenti climatici, ma so che descriverlo come tempo estremo non è molto convincente. L’ultima alluvione qui è di solo quattro anni fa. Alcuni persone si erano appena riprese quando sono arrivate le nuove pioggie. E mi chiedo quante altre persone dovranno essere tratte in soccorso dalle loro case con gli elicotteri dell’esercito e quante altre strade principali crolleranno nei torrenti sottostanti, e quante altre case da tè sotto tutela del National Trust verrano sommerse da metri d’acqua prima che noi si afferri che il futuro non si sta comportando come avrebbe dovuto. per un ambientalista come me c’è una reazione standard a questa situazione: ed è quella di dire che questi diluvi sono un’avvisaglia di quello che accadrà se non riduciamo subito le emissioni globali, di dire che la conferenza di Copenaghen del mese prossimo è un punto di svolta, e che abbiamo urgentemente bisogno di trovare un accordo per fermare i cambiamenti climatici. Ma scopro che non riesco più a dire queste cose. Non perché ho smesso di credere ai cambiamenti climatici, ma perché ho smesso di credere che possiamo farci qualcosa. Mentre i politici si preparano a volare a Copenaghen, non posso fare a meno di pensare al viaggio che Chamberlain fece a Monaco nel 1938. A quel tempo vedevano tutti cos’aveva in serbo il futuro: era lì nei discorsi di Hitler e nella feroce aggressione che emanava dalla Germania. Eppure Chamberlain sperò per il meglio. Tornò a casa con un accordo che non valeva niente e tutti lo applaudirono. Ci dimentichiamo quanto l’opinione pubblica fosse contenta di Monaco. Volevano tutti disperatamente credere che la pace fosse possibile, precisamente perché era così ovvio che non lo fosse. Forse quando Copenaghen fallirà, ci aiuterà ad accettare che le nostre visioni del futuro sono inquinate da una falsa speranza. Quello che si racconta di solito sui cambiamenti climatici decreta che dobbiamo raggiungere urgentemente degli accordi e produrre turbine e auto elettriche abbastanza in fretta per poter “stabilizzare il cima” e andare avanti come prima. E’ un racconto costruito sulla fede superata nelle nostre possibilità e nella nostra tecnologia, e si sta scontrando con la realtà ecologica. Abbiamo fatto arretrare le foreste, denudato gli oceani, esaurito le risorse del suolo, spinto altre specie all’estinzione, espanso la nostra popolazione al punto che riusciamo a malapena a nutrirla. e abbiamo cambiato la composizione chimica dell’atmosfera. Per questo non esiste una soluzione rapida, e forse non esiste una soluzione e basta. Il nostro sistema è progettato per questo. Un’economia basata sulla crescita costante non può essere il motore di un cambiamento che ci chiede con urgenza di crescere di meno. Le democrazie fondate sull’idea di dare ai cittadini consumatori quello che vogliono, non sono in grado di dir loro quello che non possono avere. E la psicologia di una cultura che reagisce con orrore a qualunque buca nella strada verso l’utopia non è nella posizione di intraprendere un percorso differente. Il che non significa che la Fine sia arrivata. un altro dei problemi del discorso sui cambiamenti climatici è che offre soltanto due tipi di futuro: Salvare il Mondo oppure Apocalypse Now. Probabilmente non avremo nessuno dei due. Più realisticamente, sperimenteremo quello che altre società umane hanno già sperimentato: un doloroso declino dopo un periodo di eccessiva espansione. Sentiamo parlare molto dell’anno 2050: è una data comoda sulla quale appuntare le nostre speranze di una “società sostenibile”, che ha assunto il significato di fare affari come prima ma senza l’anidride carbonica. Sembra molto più probabile che ora del 2050 andremo a scavare nelle nostre discariche a caccia di metalli e che lotteremo per mantenere l’energia elettrica, mentre sogniamo le barriere coralline che un tempo fiorivano nei nostri oceani che si stavano svuotando. Mi sembra che abbia avuto inizio una discesa. Fisica, dalla cima delle nostre riserve petrolifere e del nostro sperpero di risorse, ma anche psicologica, dalla cima delle nostre comode illusioni. Il mondo non sarà come una volta credevamo che sarebbe stato, e se il fallimento a Copenaghen avvicinerà questa realtà, allora sarà stato utile. Potrebbe aiutarci a capire che le fattorie eoliche e il consumismo verde non sono strumenti di un “futuro sostenibile”, ma gli ultimi ansiti di una bestia ferita. Adesso abbiamo meno possibilità di mandare avanti questo spettacolo di quante ne abbiamo in Cumbria di fermare la pioggia. In entrambi i casi, dovremo imparare a convivere con quello che arriva dal cielo.”

*

Dopo aver vinto un mese fa una causa multimilionaria contro il re dello spam, Sanford Wallace, stavolta Facebook è dalla parte dell’accusato. E’ di ieri la notizia del Financial Times secondo cui contro il social network è stata lanciata una class action, una causa collettiva da parte di rappresentanti dei consumatori. Migliaia di utenti lamentano di essersi visti addebitare sulle loro carte di credito spese non autorizzate per l’utilizzo di alcuni giochi online utilizzabili tramite Facebook. Il tutto mentre si moltiplicano le iniziative contro nuove pratiche di marketing online sospette, su cui indaga anche il Senato americano, che spesso danno luogo ad annunci civetta che celano trappole: un click sbagliato, dice il Financial Times, e ti ritrovi a pagare regolarmente per qualcosa che nemmeno ti interessa. Oltre a Facebook, ad essere chiamata in causa nella class action è anche la società Zynga, che secondo il quotidiano èil maggiore player mondiale di giochi sociali via internet. Sono entrambe accusate di aver addebitato spese non autorizzate per milioni di dollari, tramite operazioni periodiche di cui gli utenti non erano a conoscenza. La causa è stata presentata la scorsa settimana da uno studio legale di Sacramento, la Kershaw Cutter and Ratinoff a nome degli utenti di Facebook. Una tra gli abbonati promotori, Rebecca Swift lamenta di essersi vista addebitare prima 80 dollari e poi altri 86 dollari per un servizio che aveva cercato di disdire e che avrebbe dovuto prevedere spese per soli 6 dollari, e comunque scadere automaticamente dopo 15 giorni dalla sottoscrizione. Sulla vicenda Facebook ha affermato di non poter esser chiamata in causa perché i sistemi oggetto della disputa era ospitati da un altro network, riporta ancora il quotidiano. Ma nel frattempo gli avvocati delle associazioni dei consumatori americane stanno mettendo nel mirino altre pratiche di marketing via internet che si traducono in addebiti non autorizzati e non conosciuti dagli utenti. Tra queste una tecnica chiamata “”post transaction marketing”", in cui inconsapevolmente gli utenti si abbonano a offerte che prevedono regolari pagamenti tramite carta di credito e su cui sta indagando anche una commissione senatoriale. Come trucco si utilizzano annunci civetta, in cui all’internauta viene richiesta la compilazione di un questionario, oppure lo si attira con promesse di sconti. Secondo il Financial Times, “sono milioni coloro che ogni anno cliccano sul bottone sbagliato, che risulta in addebiti periodici non richiesti”.

Le musiche di oggi erano “Sort of revolution” di Fink e “Come home to me” di Steve Earle

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.