Posts Tagged ‘tahrir’

la doppia battaglia

venerdì, marzo 8th, 2013

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(il primo dei celebri graffiti contro la violenza sessuale a Mohammed Mahmoud)

Egitto: è previsto per domattina a Port Said il verdetto per la restante parte degli imputati per la strage del febbraio 2012 allo stadio di calcio. Visto cosa accadde dopo il primo verdetto (una rivolta con decine di morti, armi spuntate fra i civili nelle strade, commissariati bruciati, attacchi ai funerali delle vittime con spari arrivati dall’interno delle caserme) è il caso di tenere d’occhio la cittadina portuale, e lo faremo su Twitter anche grazie all’aiuto della nostra Laura Cappon che si trova sul posto.
Intanto le donne egiziane stanno dando vita a innumerevoli iniziative contro la violenza sessuale, usata anche in piazza come arma di dissuasione per scoraggiare le donne e le ragazze dalla partecipazione attiva, tanto che le attiviste lo chiamano “terrorismo sessuale” – fatto, ci raccontava Mona Eltahawi un anno fa parlandoci delle violenze subite da lei stessa al Ministero degli Interni, “per intimidire sia le donne che gli uomini”. Tahrir Bodyguards è il servizio di volontari che monitora la piazza e assiste fisicamente in caso di molestie; altri gruppi si occupano di raccogliere i dati sulle segnalazioni di molestie, di fornire diversi tipi di assistenza, e di organizzare corsi di autodifesa, mentre Opantish divulga documentazione e filmati sottotitolati in varie lingue per una campagna di sensibilizzazione. Le donne sono in prima linea dai giorni della rivoluzione, e Samira Ibrahim è la coraggiosa giovane che ha denunciato i famigerati “test di verginità” condotti dall’esercito sulle prigioniere; la maggior parte della stampa libera faticosamente germinata in questi due anni è rappresentata da donne; il collettivo video Mosireen è animato da molte ragazze, e così le squadre che producono i graffiti dell’area di Mohammed Mahmoud, puntigliosamente documentati dalla giovane curatrice d’arte Soraya Morayef, che su Twitter conoscete come @suzeeinthecity. Soraya ha scritto per Tahrir Squared un post che si intitola “Reading into rape” (leggere nello stupro), in cui si interroga sulla consapevolezza delle donne, le differenze di ceto e istruzione nelle varie zone dell’Egitto, con l’urgenza di definire per le sue connazionali uno standard di cosa non è accettabile, e non molto tempo per preoccuparsi – nella situazione endemica delle molestie in Egitto – di un contesto più ampio e internazionale in cui il tema delle molestie e delle violenze ricorre anche al di là dei relativismi culturali. Oggi vi traduco il suo post.

Ps per chi tiene molto a questo tema, Marina Catucci sta lavorando a un documentario che cerca di capire la violenza sessuale e domestica dal punto di vista del disagio maschile che la provoca, decifrando la mente degli “abuser”; il progetto si chiama Besame Mucho, potete leggerne qui, e presto potrete anche contribuire su Kickstarter a finanziarne le lavorazioni.

Ecco la puntata di oggi:

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venditore ambulante

venerdì, febbraio 22nd, 2013

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Vendeva patate dolci da un carretto, come tanti a Tahrir. Aveva 12 anni e si chiamava Omar Salah. L’ha ucciso pochi giorni fa un coscritto dell’esercito, vicino all’ambasciata americana, perché Omar non l’aveva servito all’istante. I venditori ambulanti hanno manifestato nei giorni scorsi nelle vie della rivoluzione, con i loro carretti, le loro patate, il loro pane. Amro Ali per Open Democracy cerca di riscattarne la memoria.

La canzone di oggi era “For today I am a boy” di Anthony & the Johnsons

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#Morsillini

martedì, novembre 27th, 2012


(i gas lacrimogeni nella fermata della metro Sadat al Cairo, foto via Mina Fayek)

In Egitto sono giorni terribili, delicatissimi per l’unità della società civile, e malgestiti dal presidente, eletto solo sei mesi fa. Due adolescenti uccisi, uno a Tahrir dalle forze centrali di sicurezza (40 pallini alla testa), l’altro un giovane dei Fratelli Musulmani che ha perso la vita in uno scontro fra civili pro e anti-Morsi ad Alessandria. Una rissa al sindacato giornalisti riunito per decidere uno sciopero contro il nuovo decreto costituzionale di Morsi. La rivolta del vecchio apparato giudiziario egiziano che Morsi ha cercato di mettere sotto controllo con misure che le forze rivoluzionarie e le associazioni per i diritti umani condannano come dittatoriali. Sedi dei Fratelli Musulmani date alle fiamme in diverse città. Giorni di scontri a colpi di sassi, gas lacrimogeni e pallini di acciaio fra CSF e manifestanti a Tahrir. Un nuovo muro eretto dalla polizia a Qasr el Aini. Due giornate di manifestazione di protesta indette una per oggi (dopo il lavoro, dalle 17 ora egiziana) e una venerdì, mentre formalmente i Fratelli Musulmani revocano il loro corteo pro-Morsi previsto per oggi. Al Cairo oggi scuole e università chiuse. Le forze laiche egiziane che tentano, ancora una volta con poca efficacia politica, di formare un fronte unitario contro Morsi per dare una rappresentazione all’enorme massa di voti ottenuta lo scorso maggio. Su Twitter nasce un hashtag, #Morsillini – satira sull’incrocio fra Morsi e Mussolini. E l’appello a manifestare oggi torna a martellare attraverso i social network come all’inizio della rivoluzione. Solo che sono passati 22 mesi. E l’innocenza perduta è tutta nell’invito a manifestare di Mona Seif, uno degli appelli in video raccolti dal collettivo Mosireen per invitare i giovani a scendere in piazza oggi. Qui invece Human Rights Watch sulle misure contenute nel decreto costituzionale di Morsi.

La canzone di oggi era “Tahrir song” di Tarek Geddawi

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il ruggito

martedì, novembre 22nd, 2011

(il leone di pietra sul ponte Kasr el Nil al Cairo, ieri sera. Via al-Dostour)

Da mille persone sabato mattina per proteggere un sit-in di 50 feriti della rivoluzione di gennaio, a centomila persone la notte scorsa. Settantadue ore ininterrotte di scontri con la polizia nella via Mohammed Mahmoud che porta al Ministero degli Interni. Contro i manifestanti gas lacrimogeni da guerra, proiettili di gomma, domenica proiettili veri. 40 morti confermati, più di 1700 feriti, la maggior parte dei quali agli occhi (qui una gallery straordinaria di The Atlantic) Mentre Amnesty International dirama un comunicato di denuncia sugli abusi delle forze di sicurezza egiziane, i manifestanti si difendono con pietre e molotov. In piazza, soprattutto quando c’è una grande massa di persone, tutto tranquillo, un’isola messa in sicurezza dai checkpoint interni, con tre ospedali da campo, una staffetta in moto che funge da ambulanza, un punto media che ha contribuito a diffondere i video impressionanti delle violenze dei primi giorni, e continui rifornimenti di cibo, medicinali e coperte per la notte dal resto della città che prosegue nel suo lavoro. Ma se sabato si difendeva il diritto di manifestazione, oggi, 40 morti più tardi, la richiesta della piazza è chiara, per quanto difficile: via l’esercito dal governo ad interim e dentro un governo di emergenza nazionale fatto solo di civili; le elezioni sono ostaggio del documento con cui l’esercito si mette già in una posizione sopracostituzionale fino al 2013, svuotando il senso dell’assemblea che si dovrebbe eleggere lunedì 28. Ieri le dimissioni del PM civile Essam Sharaf e di tutto il suo gabinetto ad interim. Oggi l’esercito che tiene in standby le dimissioni per cercare un nuovo PM; si parla di trattative con El Baradei (che dovrebbe così rinunciare alla sua candidatura alle elezioni), ma due giorni fa l’ex presidente dell’agenzia per l’Energia Atomica era stato il primo a chiedere un governo di emergenza nazionale, ed è difficile che possa semplicemente sostituire Sharaf come paravento civile della giunta militare. A Tahrir, su cui oggi dovrebbero confluire diversi cortei, si giura che la gente, come a gennaio, resterà in piazza finché le sue richieste non verranno soddisfatte. Le elezioni di lunedì (primo di tre turni previsti fino a gennaio), fin qui confermate,  sono a rischio, pochissime le reazioni internazionali, e intanto i Fratelli Musulmani, pur condannando fermamente l’attacco ai manifestanti, intendono proseguire la campagna elettorale senza partecipare alle manifestazioni di piazza. Ma a Tahrir, a dimostrazione che a condurre la rivoluzione è un’intera generazione, i giovani laici e socialisti stanno morendo accanto ai giovani salafiti e ai giovani Fratelli Musulmani, a nutrire coi loro corpi una rivoluzione temibile che non è affatto sopita. Tutto questo, naturalmente, in attesa dell’evolversi degli eventi, lo stiamo seguendo da tre giorni in tempo reale su Twitter, di cui Tahrir  - manifestanti e reporter fianco a fianco – detiene da tempo il segreto di una comunicazione intensa, precisa ed efficace sia verso l’interno che verso l’esterno, con un monitoraggio accurato delle azioni di strada, delle necessità della piazza, di quello che succede all’obitorio e negli ospedali, e con la distribuzione delle notizie politiche. Siccome la situazione è molto fluida, a maggior ragione per chi di voi ascolta la puntata in replica o in podcast, voglio proporvi alcuni post di riflessione generale.  Paola Caridi sul suo Invisible Arabs sulla rabbia che ha condotto alla ripresa di Tahrir, e Evan Hill, che è al Cairo per Al Jazeera ed è l’unico in queste ore ad analizzare le possibili discordanze tra Consiglio Supremo dell’Esercito e Ministero degli Interni nella gestione della piazza da parte delle forze di sicurezza.

♫ Le musiche di oggi erano “Tahrir song” di Tarek geddawi e “East Harlem” di Beirut

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prendere il toro per le corna

venerdì, ottobre 14th, 2011

(La regina dei tweep di piazza Tahrir, Gigi Ibrahim, e il toro di Wall Street).

Critical mass negli spazi pubblici più che manifestazioni politiche tradizionali, tutte le iniziative cittadine e nazionali che confluiscono domani nella giornata del 15 ottobre hanno un filo comune – fallimento delle regole di un sistema economico, eliminazione del futuro perché strangolati dal debito a favore di un elite finanziaria, riconquista degli spazi pubblici, spaccatura di rappresentanza fra classe politica e maggioranza dei lavoratori, dei disoccupati, degli studenti, spaccatura fra livello di istruzione e accesso tecnologico delle persone da una parte e la loro possibilità di far parte della società – e anche, si direbbe, un ritorno piuttosto cospicuo alla lettura di Marx, esattamente come in Egitto. In Italia c’è ancora disorientamento sia nella lettura di quello che accade (fin dalle prime acampadas spagnole accese da pza Tahrir) che nell’attuazione della versione italiana del #15O. Radio Popolare e Popolare Network seguiranno tutta la giornata con diretta da Roma e corrispondenze da tutto il mondo dal mattino alla notte, e sperimenteremo per la prima volta una diretta Twitter in streaming anche sulla homepage del sito di Radio Popolare – www.radiopopolare.it. Mentre andiamo in onda, la rivista Time dedica la copertina al 99% evocato dalla protesta di OccupyWallStreet e titola “il ritorno della maggioranza silenziosa”, mentre Zuccotti Park a New York, il sit-in di Denver e quello di Seattle sono a rischio sgombero nonostante il sostegno di molte personalità di spicco. Molti di questi sit-in diventano luoghi di confronto e di studio, su questioni sociali ed economiche, di cui si sente evidentemente una forte necessità. Perché possiate incrociare i fili comuni del #15O, vi propongo tre manifesti: quello di MilanoX e Reteeuromayday in rappresentanza dell’Italia, la convocazione spagnola raccolta da Dundun e Claudia Vago, che stanno facendo un lavoro di informazione sull’identità di queste piazze (qui lo Scoop.it di Claudia), e il manifesto dell’assemblea generale di #OccupyWallStreet a New York.

(la mappa dell’accampamento di Zuccotti Park creata dal New York Times)

Jeff Madrick, dopo aver tenuto una conferenza per gli occupanti di Zuccotti Park insieme al premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, ha scritto un post sulla sua esperienza nella piazza per il blog della New York Review of Books.

♫ La canzone di oggi era “Working Class Hero” di John Lennon

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dalla rete alla strada

venerdì, giugno 3rd, 2011

L’accampamento tecnologico nel cuore di piazza Tahrir, febbraio 2011.

E il fotografo David Degner ha fotografato il contenuto degli zainetti dei ragazzi che manifestavano nei 18 giorni della rivoluzione di piazza Tahrir.

Amira al Hussaini (@JustAmira), del Bahrain, instancabile capo della divisione Medio Oriente di Global Voices, è stata al Cairo in questi giorni per il Young Media Summit 2011 – un’occasione per bloggare in gruppi, ma soprattutto per vedere le strade di cui finora si era occupata solo in modo virtuale. Qui un suo racconto insolitamente personale.

Abbiamo parlato molto del “lato oscuro” dei social media e delle nuove tecnologie, che aiutano le rivolte ma anche la loro repressione. Il Wall Street Journal, meglio di tutti gli altri, esamina nel dettaglio le questioni legate all’utilizzo di Skype (appena acquistato da Microsoft) per spiare attività illegali e organizzazione delle rivolte.

Al D9 di due giorni fa in California, il presidente di Twitter, Dick Costolo, ha annunciato la partenza del nuovo servizio Twitter di photosharing – finora gli utenti usavano servizi esterni come Twitpic, Yfrog e Flickr, e il nuovo impegno di Twitter sulla condivisione di fotografie comporterà nuovi inserzionisti e nuove necessità di verifica dei contenuti – qui l’anticipazione che faceva martedì Charles Arthur del technology blog del Guardian.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, la #twitterevolution di Milano e l’avvio ai referendum.

♫ La canzone di oggi era “People have the power” di Patti Smith

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“Tahrir is back baby”*

venerdì, maggio 27th, 2011

graffito della rivoluzione di El Teneen (The Dragon) – ha fatto il suo primo graffito il 26 gennaio di quest’anno. Prima era impossibile (foto di Mohamed El Hebeishy, via The Guardian)

*da un tweet di oggi di @Alaa da Tahrir

Ieri mattina tre attivisti di #Jan25 (nonché nostri tweep) sono stati arrestati per aver appeso i volantini con la maschera gialla della manifestazione di oggi, lanciata come #May27, all’esterno dell’ambasciata svizzera del Cairo. Nel giro di pochi minuti, avvisati su Twitter via cellulare da uno dei tre, sono stati raggiunti da una dozzina di altri attivisti. @Sandmonkey ha avvisato i loro parenti e ha seguito la camionetta dell’esercito che li portava ad una stazione della polizia militare. Lì il movimento è riuscito a far arrivare subito due avvocati, e anche se i militari non volevano consentire ai parenti e ai legali di entrare nell’edificio, in serata il graffitista @ganzeer e gli altri due sono stati liberati. E’ sembrato più che altro un tentativo dell’esercito di ricordare ai manifestanti, alla vigilia del loro secondo Giorno della Rabbia, chi comanda in città. Sempre in serata, il Consiglio Supremo delle Forze Armate, al quale sono rivolte la maggior parte delle richieste della giornata di oggi (qui sotto il manifesto con le richieste tradotte in inglese) ha annunciato che non presidierà Tahrir – e non si comprende se sia una concessione o una minaccia di lasciare i manifestanti in mano alla polizia militare. Gran parte degli attivisti, ai quali oggi si uniscono anche @Razaniyat dalla Siria e @JustAmira di Global Voices, sono rimasti svegli stanotte per preparare gli striscioni e gli slogan di oggi, con l’intenzione di riportare in piazza lo spirito creativo e più dissacrante di Tahrir, nonostante le migliaia di attivisti ancora in carcere e i sommari processi militari celebrati dallo stesso organismo compromesso che dovrebbe garantire la transizione verso nuove elezioni. Alle 11 del mattino a Tahrir c’erano già 2mila persone, mentre giungevano notizie dal quartiere caldo di Imbaba e da Alessandria riguardo a due commissariati dati alle fiamme, e da un altro quartiere del Cairo notizie di una manifestazione a favore del generale Tantawi. Il movimento #25Jan sente minacciate le richieste di democrazia emerse dalla rivoluzione, non si fida più dell’esercito a cui ha consegnato la transizione, ed è ben consapevole che se la rivoluzione dovesse fallire in Egitto, sarebbe la fine anche per il modello per gli altri paesi arabi. Qui, da @Jonamorem, uno dei post della giornata di blogging illegale #noScaf sulle richieste di oggi (qui l’integrale in arabo di tutti i 269 post della giornata, organizzato da @Moftasa). Qui Wael Khalil (@wael) posta direttamente per l’edizione internazionale dei blog del Guardian sul perché di questa giornata.

il manifesto (versione inglese) dell’occupazione di oggi in piazza Tahrir:

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

♫ La canzone di oggi era “La canzone di Tahrir” di Tarek Geddawi

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instancabili

venerdì, maggio 20th, 2011

Un po’ di ispirazione per la rivoluzione. Gli attivisti egiziani di #Jan25, che hanno creato un modello dal basso che oggi viene seguito dal Wisconsin a Londra alla Spagna (e che comincia ad affascinare, per ora senza un manifesto comune, anche l’Italia), parlano oggi delle sfide molto più complesse che sta affrontando l’Egitto a tre mesi dalla caduta di Mubarak. Wael Ghonim, invitato al Google Zeitgeist (dai suoi ex datori di lavoro), viene intervistato da Jon Snow di Channel 4 (segnalatoci da Nomfup) e racconta, con il consueto senso dell’umorismo, il suo punto di vista sulla trasparenza e il ruolo della rete, il cambiamento negli equilibri di potere fra utenti e fornitori di servizi (oltre che fra utenti e dittatori) e con quale filosofia partirono i primi flashmob che portarono all’occupazione di  piazza Tahrir. Altri esponenti di spicco di #Jan25 – lo scrittore Alaa al Aswani, i giovani attivisti Hossan el Hamalawi, Alaa Abdul Nabi e Nour Nour  intervistati al Cairo dal Guardian, spiegano cos’è l’ombra del settarismo religioso e qual’è la sfida più grande del processo di democratizzazione del paese: la corruzione diffusa in tutti i settori e nel costume nazionale. “C’è un mini-Mubarak ad ogni livello di ogni istituzione”, dicono. Ricorda qualcosa? Qui il video.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

♫ La canzone di oggi era “These boots are made for walking” di Nancy Sinatra

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la locomotiva

giovedì, maggio 5th, 2011

L’Egitto si muove, e sta già riprendendo a giocare il suo tradizionale ruolo di mediazione nella politica palestinese, come dimostra l’accordo firmato ieri al Cairo tra Hamas e Fatah, e intanto ragiona sulle prossime elezioni presidenziali e parlamentari e sulla nuova Costituzione. Oggi gli egiziani si sono svegliati (qui il NYT, che ha postato nottetempo sul clima popolare intorno alla carcerazione e ai processi degli ex ministri del governo Mubarak) con una condanna lampo a 12 anni di reclusione,  alla restituzione di 2.35 milioni di dollari di fondi sottratti allo stato e a  pagare una multa salatissima per Habib al-Adly, l’ex ministro degli Interni ora nelle mani dell’esercito egiziano, che oggi rispondeva dell’accusa di riciclaggio di danaro sporco, e che a metà maggio dovrà presentarsi anche alla seconda udienza per un’altra accusa, quella di aver ordinato alla polizia segreta di sparare sui manifestanti di piazza Tahrir. Intanto si passa alla fase 2 della rivoluzione, ampiamente annunciata anche nelle settimane precedenti alla caduta di Mubarak: la costituzione e il riconoscimento legale di nuovi sindacati indipendenti di categoria; il loro ruolo è anche legato alla richiesta di migliori infrastrutture per l’intero paese, una questione che il movimento giovanile associa spesso alla possibilità di democratizzazione profonda delle aree più remote. Oggi nasce al Cairo il sindacato dei ferrovieri, e già si annuncia la fondazione a catena di altri sindacati di categoria – medici, operai, insegnanti. Nel dicembre 2008, Hossam el-Hamalawy postava per The Socialist Review sulla lotta per la fondazione di sindacati indipendenti, alla testa della quale in quel momento c’erano gli esattori delle tasse immobiliari che ottennero una prima grande vittoria contro il governo. Oggi Jano Charbel per AlMasryalyoum.com scrive della lunga lotta dei lavoratori egiziani contro l’apparato statale per dare il via ai nuovi sindacati che nascono oggi.

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♫ La canzone di oggi era “Steve’s hammer” di Steve Earle (Pete Seeger)

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ostaggi

giovedì, aprile 14th, 2011

La stagnazione in Libia dopo un mese di bombardamenti in aiuto degli insorti ha un riflesso surreale nella vita quotidiana dei reporter stranieri accreditati dal governo Gheddafi, sorvegliati e tenuti negli hotel a cinque stelle di Tripoli. Oggi a raccontare dal paradosso di questa dorata cattività (“giornalisti che non possono parlare con nessuno e a cui nessuno può parlare”, come diceva l’altro giorno a Jonathan Rugman un negoziante di Tripoli) è Harriet Sherwood del Guardian dall’hotel Rixos.

All’ US World Islamic Forum in corso a Washington, John Kerry, sempre assai ben informato, ha sottolineato che il destino dell’intera regione araba dipende dal compimento democratico, ancora incerto, della rivoluzione egiziana, perché l’Egitto potrà essere la guida di tutti gli altri processi democratici. Dopo i morti di pza Tahrir venerdì scorso, il movimento #Jan25 adesso è soddisfatto dall’incarcerazione e dalla messa sotto processo di Mubarak, dei suoi figli e di alcuni uomini importanti del vecchio regime (fra i quali il responsabile diretto del Mercoledì di Sangue di Tahrir). Questa era una delle sue principali richieste, e che venga soddisfatta viene interpretato come un forte segnale di disponibilità da parte di quello stesso esercito che non esita a usare le maniere forti sugli attivisti. Intanto, in questa fase interlocutoria, il movimento ha revocato la manifestazione di protesta già indetta per domani. Il rapporto fra l’esercito, a cui è affidata la transizione verso le nuove elezioni, e il movimento che ha cacciato Mubarak, è fluido e complesso. Prima che arrivasse la notizia del processo alla famiglia Mubarak, Anjali Kamat (@anjucomet sul nostro Twitter) ha raccontato a Democracy Now! alcuni elementi di questo rapporto, che possono aiutarci anche a leggere le notizie dei prossimi giorni.

♫ La canzone di oggi era “Options” dei Gomez

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