
Districarsi fra i blog iraniani non è semplice, molti sono scritti in persiano e la maggior parte di quelli che vengono scritti in inglese sono severamente filtrati o messi in difficoltà con vari espedienti (il più comune è quello di chiuderli o sospenderli perché non rispetterebbero le regole interne delle piattaforme che usano); l’università di Harvard aveva realizzato l’anno scorso una mappa visuale dei blogger raggruppati per temi (poesia, religione, attivismo secolare, attivismo conservatore, ecc), suddividendoli anche fra blog scritti da dentro l’Iran e quelli, non pochi, scritti da iraniani espatriati (come gli studenti all’estero). Le liste disponibili elencano spesso blogger che non postano dal 2004, dal 2007 o dall’anno scorso. I post che sono stati tradotti dal persiano o dall’inglese in questi giorni anche sui quotidiani italiani sono tutti anonimi, e le fonti non vengono specificate.
Le forti proteste contro il regime nei centri urbani, che hanno accompagnato domenica la ricorrenza sacra sciita dell’Ashura (che ricorda il martirio dell’imam Hussein nel massacro di Kerbala del settimo secolo per mano dell’armata del califfo Yazid, quella che sancì la scissione fra sciiti e sunniti – ricorrenza che quest’anno è stata preceduta dalla morte dell’Ayatollah Montazeri), sono però documentate da testimonianze comuni, con foto e video impressionanti e qualche trascrizione delle telefonate in diretta alla BBC Persia. Negli scontri sarebbero morti almeno quindici dimostranti, e di almeno cinque di loro si conoscono le generalità, mentre il numero degli arresti di domenica sembra superare il mezzo migliaio, confermando le voci circolate fra i gli stessi dimostranti domenica.
Azarmehr, che ha visitato per l’ultima volta il suo paese durante la “rivoluzione culturale” e dichiara di voler dedicare la sua vita alla secolarizzazione dell’Iran (o alla sua ri-secolarizzazione, se vogliamo), posta alcune testimonianze sugli scontri e la violenza della polizia.
Anche i video postati da Homylafayette (alcuni dei quali che arrivano dall’agenzia di stampa Associated Press) sono sconvolgenti. Nella puntata qui sotto vi ho tradotto alcune parti del diario della giornata di domenica man mano che venivano postate. Ecco invece la traduzione della trascrizione della telefonata di un uomo alla sede della BBC Persia, giunta dai luoghi degli scontri a Teheran:
“Era circa l’una e trenta del pomeriggio, Eravamo all’angolo fra la via Roudaki e la via Azadi. C’era una grande folla, e la guardia speciale ci attaccava da ogni lato. Non mostravano alcuna pietà. Vecchi, giovani, uomini, donne… Picchiavano chiunque senza trattenersi. Alcuni di noi sono rimasti indietro e le forze di sicurezza hanno puntato su di loro e hanno cominciato a picchiarli selvaggiamente. Fra questi dimostranti c’era un mio amico che non siamo riusciti ad aiutare. E’ stato picchiato fino a diventare irriconoscibile e non potevamo portarlo da nessuna parte. Avevamo paura di portarlo all’ospedale. Abbiamo chiamato le cliniche private ma si sono rifiutate di soccorrerlo. Abbiamo dovuto portarlo a casa nostra. Negli ospedali normali arrestano chiunque sia stato ferito durante le manifestazioni. (Gli si rompe la voce). Pensiamo che il nostro amico possa restare cieco. Ci sono forze di sicurezza dappertutto. Il rumore delle motociclette ha assunto per noi un nuovo significato. Sono entrati in casa della gente e hanno arrestato i dimostranti che si erano rifugiati lì. La gente si è radicalizzata, sia negli slogan che nel modo in cui adesso affronta le forze di sicurezza. Non credo che la gente si arrenderà. “
Una Donna Iraniana si chiede: “Il collasso del comunismo è stato trasmesso in diretta dalla Russia. Quando si muoveva Lech Walesa sapevamo tutto minuto per minuto. Dove sono i reportage in televisivi in diretta dall’Iran?”
La Niac è l’associazione degli Iraniani- Americani, che riporta le fonti americane che riferiscono da Teheran.
Pochi giorni fa, il direttore del Programma di Prevenzione della Proliferazione Nucleare dell’Università del Texas, Alan J. Kuperman, ha scritto un articolo sul New York Times che ha fatto arrabbiare parecchi blogger fuori e dentro l’Iran, nel quale ha sostenuto che l’unico modo per fermare la proliferazione del nucleare iraniano sia quella di bombardare il paese. Tori Egherman e Kamran Ashtary, che bloggano dagli Stati Uniti, hanno spedito una lettera al direttore del giornale, ma siccome pensano che non verrà mai pubblicata, l’hanno anche postata sul blog.
“Caro direttore, Alan J Kuperman scrive che l’azione militare sia l’unica speranza per prevenire le ambizioni nucleari dell’Iran. Il suo commento secondo il quale Mahmoud Ahmadinejad avrebbe rinnegato la sua offerta di un accordo sul nucleare per via della pressione da parte dei suoi oppositori politici è un fraintendimento della complessa politica interna al regime. L’opposizione in Iran, così come molta della sua popolazione, non vuole che l’Occidente negozi con il governo di Ahmadinejad perché sono convinti che esso sia illegittimo e che un patto nucleare rafforzerebbe la sua posizione sia in patria che a livello internazionale. Il fatto che per anni il regime abbia mandato messaggi inconsistenti ai negoziatori sul nucleare è più sintomo di una profonda frattura nella sua struttura interna di potere che non il risultato delle critiche dell’opposizione. Noi siamo convinti che un colpo militare rafforzerebbe il suo regime, non lo indebolirebbe. Siamo anche convinti che esso abbia gettato esche all’Occidente per anni, sapendo perfettamente di aver perso il sostegno della propria popolazione. Il governo sta cercando una ripetizione dell’invazione irachena dell’Iran, che senza volerlo compattò la popolazione dietro il regime rivoluzionario. Se dovesse subentrare la potere un governo iraniano democratico, le prime cose che probabilmente farebbe sarebbero di 1) cercare la legittimazione della comunità internazionale, e 2) cercare modi per migliorare la sua economia in difficoltà. Un accordo sul nucleare offre entrambe le cose. Il programma nucleare è un enorme prosciugamento di risorse e la mancata osservanza delle risoluzioni dell’Onu sta impedendo all’Iran di rapportarsi col mondo. Stare calmi e permettere al popolo iraniano di esprimere le proprie opinioni è il miglior deterrente a un Iran armato di bomba nucleare. Bombardare l’Iran adesso, quando il suo popolo scende così numeroso per le strade per esprimere la sua sfiducia nell’attuale regime, sarebbe un regalo ad Ahmadinejad e alla sua genìa. “
Le musiche di oggi erano “Sort of revolution” di Fink e “The rider song” di Nick Cave e Warren Ellis
Ecco la puntata di oggi:
Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.
Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.