Posts Tagged ‘The Guardian’

l’esercito di Evan

lunedì, aprile 15th, 2013

Unknown

Oggi grazie alla nostra Laura Cappon al Cairo parliamo in diretta con Evan C. Hill, il reporter autore dello scoop del Guardian la settimana scorsa sulle rivelazioni tratte dal rapporto di 800 pagine sulle violenze commesse dalle forze di sicurezza egiziane durante la rivoluzione, stilato da una commissione d’inchiesta indipendente istituita da Morsi, che oggi sostiene di non averlo letto (dice lo stesso anche l’altro destinatario del rapporto, il Procuratore Generale dello Stato) e continua a non volerlo pubblicare. La ragione potrebbe stare proprio nelle scoperte della commissione, confermate dalla doppia verifica di Evan Hill con i testimoni diretti, che dimostrano ampie violazioni dei diritti umani e torture perpetrate sistematicamente non solo dalla polizia ma dall’esercito, il “poliziotto buono” della rivoluzione. Intanto secondo il quotidiano Al Watan Morsi avrebbe ordinato un’inchiesta per scoprire chi siano state le “fonti”. Evan Hill ci racconta in diretta come ha lavorato, la cronologia delle scoperte sul rapporto della commissione d’inchiesta, le reazioni (o non reazioni) sorprendenti da parte dell’esercito, del governo e dell’opinione pubblica, il timore che venga ordinata un’inchiesta che potrebbe coinvolgerlo, e il silenzio dei partiti di opposizione che ritengono probabilmente sconsigliabile criticare l’esercito in questo momento di impasse.

Ecco la puntata di oggi:

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soldato Bradley Manning

venerdì, marzo 1st, 2013

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Comincia oggi il vero processo militare per Bradley Manning, dopo le udienze preliminari, ma soprattutto dopo 17 mesi di carcere già scontati. Manning è sotto accusa per essere stato la “talpa” che ha fornito la chiave dei dispacci diplomatici divulgati da Wikileaks, ed è l’unico incarcerato del caso legale più ampio che riguarda la diffusione dei “cables” per iniziativa di Julian Assange, in seguito concordata anche con i grandi quotidiani internazionali, fra i quali il Guardian. Glenn Greenwald posta proprio per il Guardian sul processo, dalla parte di Manning.

La canzone di oggi era “Wrecking ball” di Bruce Springsteen

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la scommessa liquida

giovedì, novembre 22nd, 2012

In Italia e nel mondo, i giornali chiudono, e alla luce dei tagli del personale al Guardian, fa un po’ impressione ripensare alle parole temerarie di Alan Rusbridger al Festival di Internazionale a Ferrara, quando, forte del finanziamento di “backup” che riceve dalla fondazione che lo sostiene, il direttore del quotidiano più sperimentale del mondo dichiarava di perdere denaro “apposta” per avere spazio per tentare, sbagliare e proporre formati e contenuti che gli altri non hanno. Tagli anche al NYT, dove lo staff è in agitazione da settimane. E intanto, un po’ oscurati dalle notizie sulle elezioni, a ottobre sono usciti parecchi dati sulla comparazione di vendite della pubblicità su carta e di quella online, e sui danni/benefici dei paywall che costringono i lettori ad abbonarsi. Secondo Mathew Ingram, vale la metafora di David Carr del New York Times: i giornali sanno che devono passare dalla stanza della carta a quella del web, ma non possono farlo di colpo, e in questo momento si trovano nel lungo e buio corridoio che separa le due stanze, cercando la strada a tentoni. In più, la pubblicità dei giornali viene ancora venduta in pacchetti complementari fra cartaceo e online, e finché sarà così è impossibile calcolare se davvero la pubblicità online renda meno di quella su carta. In ordine cronologico, qui Mathew Ingram sul fatto che il digitale è l’unica opzione del futuro, qui Steve Buttry sul falso secondo il quale i giornali con paywall offrono maggiore qualità, qui l’amministratore delegato del Guardian sul futuro del giornale (e i suoi costi esorbitanti), qui Katherine Rushton sui tagli al Guardian e all’Observer, qui Ryan Chittum su come il paywall impedisce al New York Times di svoltare nel numero di lettori online, qui Alan D.Mutter sulla perdita di pubblicità dei giornali (-31,5% in 4 anni).

La canzone di oggi era “Blank maps” di Cold Specks

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il nemico di Sua Maestà

mercoledì, giugno 27th, 2012

Nell’ambito delle celebrazioni per il giubileo di diamanti, la regina Elisabetta d’Inghilterra compie una visita in Irlanda del Nord. Fra le visite e gli incontri in quella che un tempo era la più insanguinata delle sue province, fra cui il sopralluogo simbolico sul luogo del massacro dell’Ira ad Enniskillen, Elisabetta incontrerà oggi a porte chiuse Martin McGuinness, che un tempo era uno dei più acerrimi nemici della corona d’Inghilterra e uno dei “most wanted” dai suoi servizi segreti. McGuinness, che oggi ha 62 anni e che dall’avvio del faticoso processo di pace ha sempre ricoperto incarichi istituzionali ed è stato anche vice primo ministro dell’Irlanda del Nord, è stato l’uomo-chiave del partito repubblicano Sinn Fein nel passaggio dalla lotta armata dell’Ira alla partecipazione democratica e al progressivo autogoverno a partire dal 1996, anche se aveva svolto un ruolo di negoziatore fin dagli scioperi della fame degli anni Ottanta. Ma McGuinness è stato anche il vice-comandante dell’Esercito Repubblicano Irlandese, e vi militava a 21 anni quando a Derry gli inglesi compirono il massacro passato alla storia come Sunday Bloody Sunday. Anche per ragioni anagrafiche, McGuinness e la regina sono due testimoni storici della relazione burrascosa, e dei rancori ancora irrisolti, seguiti alla separazione forzata delle sei province dal resto dell’isola nel 1921, al controllo politico e militare degli inglesi sul Nord, alla ribellione cattolico-repubblicana, ai Troubles, alle torture in carcere e al confronto fra Ira e Londra a colpi di attentati, intelligence e anti-terrorismo. McGuinness è stato in carcere per due periodi negli anni Settanta, e benché lo abbia sempre negato, diversi giornalisti esperti di Ira lo hanno collocato nel consiglio militare a sette che rappresentava il vertice dell’organizzazione paramilitare.  Per queste ragioni, la stretta di mano che avverrà oggi fra lui e la regina è considerata storica. Dalla rete arriva qualche indiscrezione sul fatto che l’incontro fra i due non sia affatto ben visto dai nazionalisti repubblicani del Nord, anche se il Sinn Fein lo considera un passo importante per il futuro del paese. Vi propongo soprattutto il post di Simon Jenkins per il Guardian, perché illustra bene le difficoltà del processo di riconciliazione e l’incertezza demografica che renderà gli unionisti fedeli alla Corona inglese sempre più residuali. Molto interessanti anche i commenti dei lettori in fondo al suo post.

♫ La canzone di oggi era “I am stretched on your grave” di Sinéad O’Connor (in questa vecchia, fantastica versione live)

Ecco la puntata di oggi:

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rimetti a noi i nostri debiti

martedì, settembre 27th, 2011

(uno dei magnifici manifesti creati dai culture-jammer canadesi di Adbusters per OccupyWallStreet)

Ben ritrovati a tutti!
Sono moltissimi gli spunti e le riflessioni che hanno continuato ad arrivarci dalla blogosfera e dai social media durante la pausa estiva, così in questa prima settimana cercherò di fare un punto di alcune novità che potrebbero restare importanti durante la nuova stagione, nella quale credo che assisteremo a ulteriori riflessioni sul rapporto fra citizen journalism e giornalismo tradizionale, fra attivismo e social media e al surriscaldarsi di alcune situazioni di protesta. Nei prossimi giorni riprenderemo anche il filo delle rivolte arabe, mentre oggi (a maggior ragione perché non ha praticamente copertura sui media tradizionali, men che meno in Italia) voglio cominciare la nuova stagione raccontandovi di #OccupyWallStreet, la catena di sit-in permanenti partita il 17 settembre, che sta entrando nella sua seconda settimana in diverse città americane – 41 (potete vedere la lista qui) – in testa naturalmente l’occupazione di Zuccotti Park (o Liberty Plaza) a New York (col progetto di un’occupazione per l’appuntamento internazionale del 15 ottobre, che toccherà anche l’Italia) e la danza intorno al Toro della Borsa Americana, a due passi da dove avvenne la scena degli impiegati Lehmann Brothers che lasciavano per sempre il loro posto di lavoro con gli scatoloni. La campagna di immagine dei sit-in è stata studiata con grande cura da Adbusters, che è fra i motori della prima chiamata al sit-in, già dallo scorso luglio. La richiesta dei sit-in americani, senza leader, è principalmente di testimonianza – riassumibile a grandi linee in un “noi non paghiamo il debito”, e “siamo il 99% e non staremo più zitti”. La comunicazione via Twitter, nonostante l’ispirazione ricalchi quella dei sit-in delle rivolte arabe e degli indignados spagnoli, è ancora molto grezza e confusa: troppi hashtag diversi (all’inseguimento di un hashtag generale che possa scavalcare nei trending topics la presunta censura di Twitter, e anche perché ogni città ha il suo hashtag), molti slogan, poche foto e poca cronaca; ma il dominio occupywallstreet.org ha 50mila contatti al giorno, 250mila nella prima settimana;  esiste uno streaming video del sit-in di New York, (gestito da un “gruppo media” di tre persone che ammette di non essere ancora abbastanza organizzato), ed è possibile ricostruire la quotidianità dei sit-in dalle richieste di tende per dormire, pizze, medicinali di base e altre necessità. Nelle foto si puà individuare il furgone di Wikileaks. Stanotte il regista Michael Moore, a cui era stato chiesto di partecipare, è comparso al sit-in di New York. Chi si trova a New York può fare una chiamata skype di solidarietà al sit-in contattando Globalrevolution1. Assemblee si tengono su vari temi durante la giornata. Le azioni della polizia vengono fotografate e filmate. Prima del sit-in, OccupyWallStreet ha stabilito un comportamento rigorosamente non violento e ha studiato la normativa sull’occupazione del suolo pubblico, decidendo di limitare l’occupazione ai marciapiedi, anche se l’occupazione notturna non sarebbe consentita e il fatto che quando i numeri crescono, i manifestanti finiscono inevitabilmente per intralciare il traffico. Tre giorni fa, questo ha provocato l’intervento del New York Police Department con spray al pepe e una retata con 80 arrestati, rilasciati nelle ore successive, che ha attirato l’attenzione altrimenti molto debole dei media tradizionali (l’ironia è che il sit-in è anche in solidarietà con gli agenti di polizia che si sono appena visti tagliare i fondi-pensione). Oggi provo a darvi qualche suggestione su #OccupyWallStreet: l’unico quotidiano di grande profilo che si è occupato da subito del sit-in è il Guardian, sia con articoli che con il suo blog; qui un pezzo di David Graeber, qui un un ritratto dei manifestanti,  che come vedrete traccia un identikit molto simile a quello degli attivisti del 2011 in tutto il mondo, a prescindere dalla situazione politica da cui partono: giovani, istruiti,  senza lavoro; qui invece il racconto di Ayesha Kazmi su come alla protesta si sia unito anche Anonymous e come venga usato Twitter in questi giorni. Qualcosa di più dai blog d’opinione del Washington Post, in particolare da James Downie. L’altro grande quotidiano che ha scritto di OccupyWallStreet è il NYTimes, subito sbugiardato da Allison Kilkenny su The Nation, che si fa qualche domanda molto opportuna sul vuoto di rappresentanza. Il NYTimes si rende allora più decoroso con una piccola inchiesta di Joseph Goldstein su cosa si discute negli ambienti della polizia metropolitana a proposito di sit-in, mentre al sit-in di Chicago, la notte scorsa, i manifestanti hanno avviato un’opera metodica di fraternizzazione con la polizia offrendo caffè e donut.

♫ Le musiche di oggi erano “Constant now” dei dEUS e “East Harlem” dei Beirut

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royal tarmac

giovedì, giugno 30th, 2011

Su Twitter oggi continuiamo a seguire, fra le altre cose, gli sviluppi della battaglia del Cairo, a Tahrir c’è sit-in permanente dopo gli scontri con la polizia di martedì notte che hanno lasciato più di 1000 feriti, e il grosso dei tweep si è trasferito stamattina ad Alessandria d’Egitto per attendere il verdetto contro i due poliziotti accusati di aver ucciso Khaled Said, l’evento che ha innescato la rivoluzione. Dopo un primo momento di rabbia e di confusione alla notizia che il verdetto veniva rimandato a settembre (cosa che avrebbe potuto ulteriormente surriscaldare le piazze), si è chiarito che il rinvio è dovuto a nuove prove autoptiche presentate dall’avvocato della famiglia di Khaled, che aggraverebbero di molto la posizione dei due agenti; le accuse potrebbero diventare due, omicidio di primo grado e tortura, il che in Egitto significa ergastolo o pena di morte.

Vi ricordo che la timeline di Twitter sarà aggiornata per tutta l’estate, e che anche se Alaska va in vacanza, da domenica 10 luglio alle 12 vi aspetto per l’appuntamento con Anchorage, settimanale di cultura e rete di cui troverete i podcast sempre su questa pagina.

In questa penultima recuperiamo un po’ della leggerezza a cui eravamo abituati prima delle rivolte arabe, e un argomento che riguarda anche i vostri viaggi estivi, soprattutto negli Stati Uniti. Come sapete, ieri una delle piste dell’aeroporto JFK, snodo cruciale del traffico aereo internazionale, è rimasta bloccata per un’ora e mezza da un’invasione di tartarughe di terra in amore (fra 80 e 150 a seconda delle fonti), provocando alcuni ritardi nei decolli. A scegliere di permettere lo sgombero delle tartarughe è stata JetBlue, che gestisce quella pista, e sembra che l’intero personale impegnato nei paraggi fosse molto divertito dall’imprevisto. Ma la cosa più interessante per la rete è che quelli di Mashable.com, vista la simpatia destata dalle tartarughe in pista, hanno deciso di aprire un account su Twitter a loro nome, @JFKTurtles, dove fingono che a twittare siano le tartarughe stesse, parlando d’amore e di accoppiamento, di lentezza e dell’effetto della celebrità. L’account si è conquistato più di 5mila follower nelle prime tre ore della sua esistenza, ed è piuttosto divertente da seguire.

Restando in argomento aeroporti, da mesi la rete americana trabocca di notizie e commenti sulle nuove procedure di controllo e perquisizione nei trasporti stabilite dalla Transport Security Administration, fra cui quella che prevede l’utilizzo dei nuovi body scanner. Vi propongo alcuni racconti dal Guardian e soprattutto dal blog Mother Jones, che segue da vicino gli sviluppi. In ordine cronologico, una riflessione sugli effetti dei body scanner sulla salute per James Ridgway. Kevin Drum argomenta sulla sensatezza delle norme della TSA. Richard Adams corrispondente da Washington per il Guardian argomenta a favore, rivelando qualche meccanismo psicologico non molto lodevole dello slogan “non toccate la mia roba”. Ben Buchwalter sulle procedure di riconoscimento facciale attualmente in studio alla TSA. Josh Harkinson sul tentativo dello stato del Texas di restringere i controlli TSA sui suoi voli interni. Julia Whitty di nuovo sui possibili, ma ancora non chiariti, effetti dei body scanner sulla salute, e sul mistero che li circonda. E infine Jen Phillips pochi giorni fa sull’estensione delle stesse procedure di controllo e perquisizione della TSA anche ai trasporti via terra, stazioni ferroviarie, stazioni degli autobus, traghetti e imbarco automobili.

♫ La canzone di oggi era “Love is the Seventh Wave” di Sting

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coming out

martedì, giugno 14th, 2011

(Tom MacMaster, l’americano che si è finto una ragazza siriana lesbica in rete per cinque anni)

E così sabato abbiamo saputo, grazie all’investigazione di @avinunu che ha completato quella di Andy Carvin e di Liz Henry, che “Amina la blogger lesbica siriana” non solo non esiste, ma è la creazione, forse morbosa, di un uomo americano bianco di 50 anni, Tom MacMaster, che è sempre stato in Scozia e che adesso sul blog di Amina cade dalle nuvole per l’enorme scompiglio causato dai suoi scritti e dalla falsa notizia dell’arresto – cose che avrebbe inventato “nell’interesse” dei blogger siriani perseguitati. Sua moglie ha chiesto di non disturbarli durante le loro attuali vacanze in Turchia, e si scopre che è un uomo bianco americano anche la finta Paula Brooks a cui si appoggiava “Amina” per la piattaforma del suo blog. La rete è piena di imbarazzo, sconcerto, preoccupazioni per il danno che un unico terribile falso può causare ai veri attivisti del web, siriani e non solo (che hanno assolutamente bisogno della protezione dell’anonimato), anche se, come ha twittato qualcuno, la portata del danno provocato da un falso è stata subito bilanciata dallo splendido lavoro investigativo di Avinunu, Andy Carvin, Liz Henru, @elizrael e @jilliancyork, come se la rete e Twitter avessero già sviluppato i propri anticorpi. Il magnifico (e sconcertato) Andy Carvin sta completando la sua sequenza di quello che è successo con lo strumento di Storify, mentre Esther Addley del Guardian fa il suo post conclusivo per sigillare la vicenda per conto del Guardian, e qui trovate due reazioni diverse a confronto sulla truffa di Amina.

Robert Gates si dichiara cautamente ottimista su una soluzione possibile in Yemen; intanto Saleh sta tornando dall’Arabia Saudita, e Shata al-Harazi per Almasryalyoum posta su cosa pensa l’opposizione dei rischi impliciti nel suo ritorno.

Cosa succede al calcio tunisino ed egiziano dopo la rivoluzione? Matthew Kenyon della Bbc ha ricostruito un po’ di cose interessanti.

♫ La canzone di oggi era “Heaven or hell” di Steve Earle

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chi sei veramente?

venerdì, giugno 10th, 2011

La questione della vera identità della blogger siriana Amina, che finora nessuno ha mai incontrato di persona e di cui nessuno ha mai sentito la voce, e del suo sequestro da parte delle forze di sicurezza siriane annunciato soltanto dal suo blog (su cui continua a non comparire traccia dei commenti sul suo mistero che invece inondano la rete), non riguarda solo la stessa Amina. Si sprecano le teorie sul perché una persona di lingua inglese e seconda lingua araba, con una chiarissima conoscenza della Siria, possa aver falsificato la propria identità online mescolando finzione e realtà su questioni spinose come la preferenza sessuale in un paese molto repressivo: da chi crede che la persona che scrive col nome di Amina miri solo a farsi pubblicità per un libro, alla teoria che vuole che i servizi segreti siriani abbiano costruito la sua identità per delegittimare quelle di protezione degli altri attivisti siriani. Ma già dal 2007? Con una tale abilità narrativa? In previsione di una rivolta e di un dissenso che nessuno avrebbe potuto prevedere? Andy Carvin, principale investigatore sull’identità di Amina, dice pacatamente la sua al programma radiofonico Here & Now, e ci ricorda che chiunque sia Amina, e che il suo sequestro sia vero o falso, migliaia di persone stanno subendo davvero il destino da lei descritto nelle carceri siriane. Peter Beaumont ci segnala il riassunto di ciò che è avvenuto fin qui tracciato da Esther Addley. @SpondaNord ci segnala un commento siriano-americano in coda al post di Liz Henry di cui vi davo conto due giorni fa. E infine zeynep posta sulla questione delle false identità necessarie agli attivisti arabi per tentare di sfuggire agli apparati di sicurezza, e rfilette su come le infinite possibilità di celare la propria identità sulla rete di qualche anno fa siano oggi completamente rovesciate.

♫ La canzone di oggi era “Riverside” di Agnes Obel

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nuvole all’orizzonte

martedì, giugno 7th, 2011

Vi ricordate la storia di Amina – blogger , attivista lesbica e componente di una famiglia siriana molto in vista, salvata dal padre da un primo tentativo di arresto? Era stata lei stessa a raccontare sul suo blog la storia di quella notte pericolosa, e avevamo riportato qui il suo racconto.  Ma stavolta gli uomini mascherati della sicurezza di Assad sono riusciti nel loro intento. Oggi la rete e i social media sono pieni di appelli sulla sparizione di Amina, avvenuta ieri notte – qui il post da Damasco di Nidaa Hassan per il Guardian.

Twitter è zeppo di commenti in tutte le lingue sulla presentazione ieri di Steve Jobs sulla nuova iCloud Apple, che si avventura verso la comunicazione fra download di iTunes e scaricamenti illegali o da qualunque fonte e la sincronizzazione di tutti i propri contenuti a prescindere dal supporto fisico. Commenti di approvazione, di titubanza, di preoccupazione per la consegna dei propri contenuti a una memoria virtuale.  Bloomberg Business Week sostiene che Steve Jobs userà iCloud per smantellare la stessa industria che ha contribuito a creare.

E cominciato ieri a New York il Personal Democracy Forum (#PDF11 su Twitter), che discute di tecnologia, responsabilità degli individui e delle aziende rispetto alla rete, e inevitabilmente di attivismo web. Presenti fra i relatori molti dei tweep che seguiamo sulla timeline di Alaska. Il forum si può seguire in streaming video (dopo 5′ bisogna fornire il proprio indirizzo e-mail) ma qui e qui trovate il riassunto dei punti esplorati nella prima fase dei lavori.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, la #twitterevolution di Milano e l’avvio ai referendum.

♫ La canzone di oggi era “Lotus Flower” dei Radiohead

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dalla rete alla strada

venerdì, giugno 3rd, 2011

L’accampamento tecnologico nel cuore di piazza Tahrir, febbraio 2011.

E il fotografo David Degner ha fotografato il contenuto degli zainetti dei ragazzi che manifestavano nei 18 giorni della rivoluzione di piazza Tahrir.

Amira al Hussaini (@JustAmira), del Bahrain, instancabile capo della divisione Medio Oriente di Global Voices, è stata al Cairo in questi giorni per il Young Media Summit 2011 – un’occasione per bloggare in gruppi, ma soprattutto per vedere le strade di cui finora si era occupata solo in modo virtuale. Qui un suo racconto insolitamente personale.

Abbiamo parlato molto del “lato oscuro” dei social media e delle nuove tecnologie, che aiutano le rivolte ma anche la loro repressione. Il Wall Street Journal, meglio di tutti gli altri, esamina nel dettaglio le questioni legate all’utilizzo di Skype (appena acquistato da Microsoft) per spiare attività illegali e organizzazione delle rivolte.

Al D9 di due giorni fa in California, il presidente di Twitter, Dick Costolo, ha annunciato la partenza del nuovo servizio Twitter di photosharing – finora gli utenti usavano servizi esterni come Twitpic, Yfrog e Flickr, e il nuovo impegno di Twitter sulla condivisione di fotografie comporterà nuovi inserzionisti e nuove necessità di verifica dei contenuti – qui l’anticipazione che faceva martedì Charles Arthur del technology blog del Guardian.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, la #twitterevolution di Milano e l’avvio ai referendum.

♫ La canzone di oggi era “People have the power” di Patti Smith

Ecco la puntata di oggi:

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