Posts Tagged ‘Vertice di Copenaghen’

Copenaghen e Astrakhan

venerdì, dicembre 18th, 2009

astrakhan volga

Arrivati oggi a Copenaghen i grandi leader mondiali, dopo gli estenuanti, e finora inutili, negoziati dei delegati di stanotte, si attendeva il discorso di Obama mentre si lavorava per mettere almeno una pezza all’esito della Conferenza sul Clima; i racconti in diretta dicono di delegazioni raggruppate a capannelli, in cui molti scuotono la testa, poco convinti dai punti più importanti della bozza di testo, quelli che riguardano i tagli alle emissioni e il sistema per verificarli. Nel frattempo, fuori dal Bella Center è in corso una manifestazione delle Ong accreditate, che si sono viste rifiutare l’ingresso ai lavori delle ultime ore. Qui trovate la foto del gesto di frustrazione degli attivisti per la stagnazione dei lavori. Obama rimanda il discorso previsto al Bella Center, dove intervengono invece Wen Jabao e Lula, e improvvisa un incontro con 20 paesi in un albergo vicino, prima di rivolgersi poi brevemente ai delegati intorno alle 12.30 italiane. Il suo discorso sembra confermare il fallimento dei negoziati. Fra i molti diari da Copenaghen, ecco cosa dice Selvas Blog delle incertezze di questi ultimi due giorni.

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Ginevra, già blogger di viaggio per Tre Uomini in Barca e Radio Popolare, sta tenendo un blog dalla città russa dove studia attualmente, Inbassoadestra. Ci colleghiamo in diretta con lei ad Astrakhan per farci raccontare la vita quotidiana di lassù.

PS Chi può, prende l’aereo per andare a Copenaghen a dire che così non va. Fra questi, anche Thom Yorke dei Radiohead.

Le musiche di oggi erano “You, sailor” di Erin McKeown e “Mrs Cold” dei Kings of Convenience

Ecco la puntata di oggi:

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la guerra della bici

giovedì, dicembre 17th, 2009

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(cyclechicfromcopenaghen)

Mikael (che ha scattato questa foto), Velomama, Susanne e Lars tengono un blog di celebrazione della bicicletta dalla loro città, che è, guarda un po’, Copenaghen. E’ considerato dalla stampa internazionale uno dei 100 blog più belli del mondo, ha migliaia di lettori in decine di paesi, e nel suo blogroll segnala anche tutti i blog che lo imitano. La ricetta è semplice, brevi post e soprattutto fotografie della vita quotidiana a due ruote nella città. Fra i post dei giorni scorsi trovate anche diverse foto delle manifestazioni in coincidenza con la Conferenza sul Clima, quando 100 mila persone hanno invaso le strade di Copenaghen. Per i blog di Cyclechic, è stata la manifestazione più grande che si sia vista da molti anni nella loro città. Ecco invece cosa postano oggi:

“Let it snow, let it snow, let it snow. Ha cominciato a nevicare un paio di giorni fa e così ho scattato qualche foto tornando a casa. C’è una luce strana perché sullo sfondo c’era una manifestazione e le luci blu delle camionette della polizia e gli strani rossi e verdi dei semafori formavano un arcobaleno surreale nelle strade. Ma le sciarpe verdi si vedono bene lo stesso. Con la conferenza sul clima in corso in città sono stato costantemente intervistato, e tutti chiedono come diavolo faccia la gente qui a continuare a pedalare anche d’inverno. La temperatura è stata intorno allo zero per tutta la settimana, e con questo vento ci stiamo spostando verso -10°. Semplicemente continuiamo ad andare in bici. Abbiamo l’armadio pieno di vestiti invernali che possiamo usare per camminare o andare in bici, e andiamo avanti. La gente pedala da quando è stata inventata la bici, perché la stagione dovrebbe fare qualche differenza? Portatevi anche un amico, si sta sempre più caldi.”

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La storia era già esplosa l’anno scorso, ma la disputa sulle nuove piste ciclabili a Brooklyn si è riaccesa: è una sorta di scontro fra due tipi di fondamentalismo,; potrà suonare superflua a chi come noi le piste ciclabili se le sogna, e va letta tenendo a mente che si parla di una città dove le regole della vita civica sono generalmente tenute care e rispettate, a dispetto delle vaste differenze culturali, linguistiche e religiose delle comunità che la abitano. Tunku Varadarajan la chiama “la deliziosa battaglia fra gli ebrei hassidici del quartiere e i suoi giovani bohemien”,  e soppesa le ragioni dei “poseur  in bicicletta” e quelle dei “vestitissimi hassidici”. “Il casus belli è la pista ciclabile sulla quale i figli dei fiori sfrecciano lungo Bedford Avenue, una lunga strada nel distretto di Williamsburg che sta alla vita hassidica locale come Wall Street sta (o stava una volta) ai banchieri. Le autorità municipali, raccogliendo le lamentele degli Hassidici, hanno recentemente rimosso la pista ciclabile — sabbiando la vernice che segnava la corsia per i ciclisti lungo la strada. Secondo il racconto del New York Post, gli hassidici sostenevano che la pista costituisse un rischio “per la sicurezza e per la religione” e la città, dopo aver esaminato la questione, ha accettato la richiesta che la pista ciclabile venisse rimossa. Ma la reazione alla perdita della pista da parte dei ciclisti-hippie-vigilantes è stata di farsi giustizia da sé: hanno ridipinto la riga  durante la notte, un gesto che ha portato all’arresto di due giovani.  E’ notevole che due principi vasti e illustri – Salviamno l’Ambiente e Salviamo il nostro Puro Diritto di Culto – possano riflettersi in una questione pedestre (ops) come la regolazione del traffico.  Si tratta forse di una parabola sulla regola della legge e – almeno per come la vedono gli hassidici – sul bisogno della vecchia e radicata comunità di Brooklyn di difendersi dai colonizzatori e dagli intrusi? Cominciamo dalla lamentela degli hassidici, il cui aspetto di “sicurezza” dovrebbe essere evidente: se da una parte è un obiettivo sano quello di ridurre l’utilizzo delle auto in città, la creazione di piste ciclabili dappertutto è diventata assurda e indiscriminata. L’aggiunta di una pista ciclabile non allarga magicamente le strade già troppo strette di Brooklyn o di Manhattan. E poi bisogna metterci anche i ciclisti, molti dei quali sono dei crociati ecologisti che nutrono un ingovernabile disprezzo per la plebaglia che non pedala. Chi a New York, che sia pedone o scenda da un’auto, da un taxi o da un autobus, non è mai stato messo in pericolo da un ciclista? E chi facendo jogging non si è mai sentito suonare aggressivamente da un ciclista che sottoscrive il credo che ogni essere deve fargli largo solo perché ha un campanello? Quale genitore a Central Park, con bambino al seguito, non è stato mandato fuori di testa dai ciclisti che gli sfrecciavano accanto? Quale pedone, attraversando il ponte di Brooklyn, non è stato insultato o sfiorato dai ciclisti convinti che non un grammo di vita che non sia in sella dovrebbe passare sulla loro sacrosanta pista ciclabile? E chi se non i ciclisti non crede che la bellicosità dei ciclisti stessi – e la loro fanatica ricerca di spazio vitale – gli sia fuggita di mano? E quindi chi biasimare gli hassidici che cercano di proteggere la vita e le membra Ortodosse dai fondamentalisti delle due ruote?

Però, che dire del “rischio religioso” di cui parlano gli hassidici? facendo luce su questo aspetto della storia, il New York magazine riferisce che i vestitissimi Hassidici siano stati particolarmente turbati dalle “belle ragazze” che attraversano il loro quartiere in bici, spesso in “pantaloncini e gonnelline”. Un anziano del quartiere ha espresso l’angoscia della comunità: “Devo ammettere che si tratta di una questione grossa, quella delle donne che passano di qui abbigliate in quel modo”. (L’anziano ha qualche ragione: in una recente interista lo scrittore Paul Auster, il John Updike di Brooklyn, ha testimoniato del fascino delle donne in bicicletta “devo dire che trovo molto erotiche le ragazze in bicicletta. Perfino a New York pedalano un sacco di belle ragazze. E’ una delle belle cose che si possono vedere nella nostra città”). Come reagire a tutto questo? Sulla questione delle giovani in sella, mi sento più vicino a Auster che agli hassidici, i cui standard castigati possono essere un tantino eccessivi. E poi, possiamo forse lascia r decidere a una particolare comunità il codice di abbigliamento in uno spazio che – a prescindere dalla preponderanza hassidica – fa ancora parte dello spazio pubblico di New York? lasceremmo che un quartiere musulmano richiedesse alle donne di passaggio di coprirsi il capo? Può l’offesa del pudore controllare come ci si comporta negli spazi pubblici? Detto questo, i ciclisti sono intenti in una forma di bigottismo tutto loro. Indossano capi che sono quasi divise religiose (come le giacche fluorescenti), seguono austeri codici di disciplina (tanto moto e pochi grassi), pensano di conoscere l’unico modo di vivere (andare in bici) e richiedono un trattamento speciale alla loro Chiesa della Lycra (le piste ciclabili).Inoltre, si lasciano dietro uno spaventoso odore di sudore. (ma lo stesso si può dire, a volte, in un afoso giorno d’estate, di chi si veste come se fosse inverno a Vilnius. In senso più ampio, è davvero così sorprendente che il rispetto per una comunità religiosa sia una sfida per i giovani che sono stati cresciuti fuori da qualunque tradizione religiosa?

Pongo la questione al mio amico Lionel Tiger, professore di antropologia all’università del New Jersey. La sua saggia risposta è che si tratta di un caso di duello fra due tipi diversi di moralismo. I ciclisti, dice, sostengono di essere “al di là di qualunque critica morale anche quando vanno nel senso sbagliato sulle loro piste riservate, mentre i devoti di Williamsburg fanno tornare alla mente quella barzelletta sulla donna che chiama i detective dell’albergo perché ha visto un uomo nudo che balla nella stanza dalla parte opposta del cortile. ma quando i poliziotti non vedono niente lei dice “sì, ma se salite sul tavolo…”. Ma in questa storia c’è anche un lato buono. L’ultima volta che abbiamo sentito parlare di un assedio agli ebrei hassidici di Brooklyn è stato nel 1991, durante le rivolte di Crown Heights, quando bande di ragazzi neri diedero origine a una rivolta nella quale restò ucciso un hassidico. Oggi il problema più grosso che hanno gli hassidici è un branco di ragazzi viziati in posa da alternativi in bicicletta, non esattamente i cosacchi. Questa storia è più che altro il riflesso di una città che stata radicalmente ristrutturata e migliorata; come vi direbbe perfino un hassidico, quanto è vero Iddio.”

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Minimarketing ci racconta cosa ha imparato nei quattro giorni che ha passato in montagna lontano da connessioni e social network. Se non altro, ha fatto ordine fra l’essenziale e ciò che non lo è.

Le musiche di oggi erano “Let it snow” nella versione di Michael Bublé e “Bycicle Ride” dei Queen

Ecco la puntata di oggi:

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ghiaccio

mercoledì, dicembre 16th, 2009

arctic

Radio CKIQ trasmette soprattutto notiziari e musica leggera da Iqaluit, sul limitare della Tundra canadese, dove oggi ci sono -16 gradi, temperatura percepita -28 per via del vento. Gli Inuit – 160 mila persone che abitano fra Alaska, Canada, Russia e Groenlandia – come molte comunità indigene dell’America del Nord patiscono un distacco fortissimo fra il loro stile di vita e le spinte dell’industrializzazione, e hanno un tasso di alcolismo e di suicidi molto alto. Allo stesso tempo, negli ultimi anni hanno creato delle istituzioni che li rappresentano a livello transnazionale, e sono diventati più consapevoli e rivendicativi sulle questioni che riguardano l’equilibrio del loro ecosistema, fino al punto di fare causa agli Stati Uniti per i danni da CO2 inflitti all’ambiente artico. Gli scienziati che lavorano sul cambiamento climatico si stanno rivolgendo alla loro esperienza e alle conoscenze indigene: “L’Artico è nell’epicentro del cambiamento climatico. Le tradizioni Inuit e le loro pratiche di sussistenza sono già state aggredite“, afferma Il Consiglio Circumpolare Artico chiamando all’azione la conferenza di Copenaghen nella Cornice dei lavori Onu sul cambiamento climatico in corso in questi giorni. Non soltanto i leader politici mondiali non stanno facendo abbastanza per limitare il riscaldamento globale, ma perfino la parte migliore del grande mondo scientifico non riesce a predire con esattezza l’impatto del cambiamento climatico sull’Artico. Questa è una delle ragioni per cui i ricercatori si stanno rivolgendo agli stessi Inuit per leggere i segnali del riscaldamento globale. I ricercatori dell’ICC e i veterani dell’esplorazione polare come Will Steger, fra gli altri, hanno cominciato a intervistare i pescatori, cacciatori e contadini Inuit nel tentativo di incrociare la scienza istituzionale con una migliore comprensione della natura. Gli Inuit, che conoscono la meteorologia e i rilievi e vedono coi loro occhi le alterazioni portate dal riscaldamento globale, vengono anche inclusi negli esercizi di mappatura per stabilire precisamente gli effetti locali del cambiamento climatico. Il loro coinvolgimento è cruciale anche perché le alterazioni da clima incrementano le possibilità che venga modificato il loro stile di vita, una cosa impensabile fino a dieci anni fa. Kasper Brandt, un cacciatore Inuit della Groenlandia, ha detto ai ricercatori che un barometro usato da generazioni nella sua famiglia “non ha più fiducia nel tempo”. Gli Inuit non hanno più la stessa mobilità di una volta, a causa della modernizzazione del loro stile di vita, tanto che non so più abbastanza flessibili da adattarsi ai cambiamenti nei comportamenti del tempo meteorologico, ha spiegato Lene Holm, direttore per l’ambiente dell’ICC della Groenlandia a Copenaghen sabato scorso. Le temperature nell’estremo Nord stanno aumentando più in fretta che in qualunque altro luogo del mondo, provocando lo scioglimento dei ghiacci a un ritmo accelerato. D’altro canto, questo ha portato a un accorciamento della stagione della caccia, con un impatto negativo sui rifornimenti per la sussistenza. L’aria in primavera si è fatta più umida, rendendo più difficile tenere il passo con la pratica tradizionale del disseccamento del pesce. I cambiamenti nell’Artico non colpiranno solo gli Inuit. Segnali d’allarme arrivano anche dallo scioglimento del permafrost siberiano, che libera massicce quantità di gas serra nell’atmosfera, accelerando ulteriormente il riscaldamento globale di origine umana. E lo scioglimento della coltre di ghiacci in Groenlandia potrebbe far alzare i livelli dei mari di sette metri, ha spiegato sempre da Copenaghen il biologo marino Stephen Schneider dell’università di Stanford. Schneider, che è anche uno dei principali scienziati che studiano il cambiamento climatico, dice che la ricerca attuale è insufficiente per capire chiaramente la correlazione fra l’aumento globale delle temperature e l’innalzamento dei mari, e ha detto di dubitare che si possano impedire cambiamenti drastici. Usando una metafora, ha detto che raggiungere il punto di non ritorno di un innalzamento dei mari pari a sette metri sarebbe come trovarsi in cima a una collina dopo la quale l’autobus scenderebbe senza più controllo, come se a guidarlo non fosse “un autista professionista, ma una banda di adolescenti che bisticciano”.

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Gli Inuit sono presenti al vertice di Copenaghen con una delegazione di giovani. Qui trovate una rassegna stampa aggiornata su Inuit, ambiente e Copenaghen. Ma vediamo quali sono per loro le questioni più importanti del vertice, nel racconto di Stephen Messenger:

“A causa delle influenze del cambiamento climatico soprattutto nelle regioni settentrionali, i comportamenti di pesac degli Inuit devono cambiare, sostiene Violet Ford dell’ICC (Consiglio Circumpolare Inuit). Per alleviare l’impatto di questi cambiamenti, la Ford chiede assistenza alla comunità globale per acquistare cose come i frigoriferi industriali per la comunità per immagazzinare il cibo durante la stagione morta che si allunga sempre di più. Tradizionalmente, gli Inuit hanno sempre cacciato per il loro nutrimento animali artici come foche, caribou, balene e orsi polari. Mentre vengono stese le bozze dell’accordo sull’ambiente e vengono decise le destinazioni dei fondi per aiutare a combattere i cambiamenti climatici, Violet Ford dice che gli Inuiti sono fra i primi ad averne diritto. mentre essi chiedono aiuto per mantenere lo stile di vita tradizionale che rende la loro cultura così ricca e importante, non tutti i loro interessi sono in linea con quella tradizione. Solo giovedì scorso, Jimmy Stotts dell’ ICC ha parlato a favore delle proprietà Inuit in petrolio, gas e miniere di uranio – chiedendo che questi progetti vengano esentati dalle risoluzioni che verranno adottate da Copenaghen,  sostenendo che “non sembra giusto che gli Inuit, che sono riusciti a portarsi a questo punto di sviluppo per migliorare le loro comunità, non abbiano accesso al denaro che si ricava da queste industrie”. Questi interessi apparentemente confliggenti hanno creato agli Inuit una sorta di dilemma morale: da una parte, richiedono aiuti globali per combattere i cambiamenti climatici che minacciano il loro stile di vita tradizionale, ma dall’altra hanno anche bisogno dei guadagni tratti da industrie che emettono gas serra per mantenere la loro indipendenza culturale. Sheila Watt-Cloutier, ex presidente dell’ICC, non accetta la riflessione finanziaria come base perché gli Inuit contribuiscano senza controllo ai livelli globali di CO2: “mentre chiediamo al mondo di cambiare le sue degradanti pratiche ecologiche, non dobbiamo accettare queste pratiche a casa, a prescindere da quanto sia disperato il nostro bisogno di lavoro o di sviluppo economico. Il guadagno economico non deve prendere il sopravvento sull’esistenza e il benessere di un intero popolo il cui modo di vivere è già severamente compromesso dal cambiament0 climatico.” Il dilemma che si presenta agli Inuit non ha risposte facili. Con tutti gli avvisi e le oscure predizioni sull’effetto del cambiamento climatico sul futuro delle società e delle culture, anche implementare misure per combatterlo può avere degli effetti catastrofici nel presente.”

Ancora qualcosa sulle divisioni di opinione fra gli Inuit, dalla tv canadese.

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I blog sono spesso per loro stessa natura diaristici e soggettivi; lo diventano anche di più in una comunità perduta fra i ghiacci, dove un blog può raccontare la vita di una poliziotta che si muove per centinaia di miglia con un gatto delle nevi, gli hobby della stagione fredda, le gare in slitta o o le festicciole di compleanno dei bambini piccoli di un paese minuscolo.Il Nunavut, terra artica e parlamento Inuit, ha anche i suoi bravi premi annuali per i migliori blog, che stanno per essere assegnati alla fine dell’anno. Ce lo ricorda il bel blog di Clare Kines da Arctic Bay, che pur preoccupato dei cambiamenti climatici, se la ride delle ingenuità dei media internazionali che parlano di orsi polari costretti al cannibalismo, e racconta un po’ le loro abitudini. Inoltre, propone alcune foto di come si presenta il cielo in questi giorni cortissimi. Tenere un blog a quelle latitudini assume un significato diverso… in una terra sterminata in cui le comunità sono unite dalle stesse tradizioni ma spesso separate da migliaia di miglia di ghiaccio.  In generale, i blog Inuit ci mostrano un mondo in cui in due settimane di pesca decine di pescatori riescono a uccidere un’unica balena e a dividersene tutte le parti riportandola a riva. Il loro modo di cacciare e pescare, antichissimo e a misura d’uomo, non ha parentele con la crudeltà, la scala e dagli sprechi del nostro sistema di vita, e molti blog riportano l’indignazione degli abitanti quando sentono il sistema tradizionale Inuit accusato di contribuire all’estinzione delle foche o degli orsi polari. Il 2010 sarà un intero anno dedicato alle iniziative per fare chiarezza su alcuni pregiudizi che riguardano la vita Inuit, ecco il sito.

le musiche di oggi erano “Six weeks” di Fink e “Timshel” di Mumford and sons

Ecco la puntata di oggi:

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ruggiti e ringhi

martedì, dicembre 15th, 2009

Lion Charge Etosha NAtional Park Africa Namibia

Davanti allo scambio di opinioni più varie e al fiorire di post e commenti sui blog a proposito dell’aggressione subita da Silvio Berlusconi domenica a Milano, il ministro dell’Interno Maroni avrebbe già pronta la ricetta: oscurare i siti che “inneggiano alla violenza” (in questo link trovate le principali dichiarazioni in merito raccolte ieri dalle agenzie di stampa). Potrebbe trattarsi soltanto di spauracchi, ma intanto oggi Maroni conferma che se ne discuterà dopodomani in Consiglio dei Ministri, insieme a misure “anti-contestazione” che riguardano le manifestazioni, per consentire al governo di operare “in tranquillità”.

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Copenaghen, fra l’ottavo e il nono giorno dei lavori del summit: in attesa dell’arrivo dei capi di stato nella capitale danese il 18, gli stimoli più interessanti continuano ad arrivare dalle comunità che con l’ambiente intrattengono ancora un rapporto fondamentale: gli ambientalisti del Bangladesh sono determinati ad agire anche a dispetto delle opinioni dei loro leader politici; uno dei capi di stato più attesi è il presidente delle piccole Maldive, l’ex prigioniero politico Mohamed Nasheed; e gli scienziati che studiano i cambiamenti climatici lavorano di concerto con gli Inuit per capire meglio cosa stia accadendo intorno all’Artico – 160 mila persone che abitano fra Groenlandia, Russia, Canada e Stati Uniti e che gli effetti del cambiamento climatico li osservano nella loro esperienza di tutti i giorni. Servaas van den Bosch, che vive e lavora in Namibia, scrive di come i giornalisti dei paesi africani stanno vivendo i lavori di Copenaghen.

“I giornalisti prosperano sulle speculazioni, e questo è particolarmente vero per quei reporter provenienti dal sud dell’Africa che raccontano i negoziati di Copenaghen sul cambiamento climatico. Il cambiamento climatico colpirà gravemente questa regione, che non ha molte possibilità di adattamento. Eppure, a parte il Sudafrica, le loro emissioni di Co2 sono trascurabili. Dopotutto, per avere delle emissioni che assomiglino a qualcosa su cui si possa contrattare, bisogna prima di tutto essere sviluppati. Purtroppo questo significa anche che i paesi africani hanno pochissima possibilità di fare leva nei negoziati, e mentre il concetto di “responsabilità storica” dell’Occidente diventa sempre più fluido, la carta migliore dell’Africa è di restare unita. Però, per via dei bisogni molto diversi dei vari paesi africani, presentare una posizione unitaria è difficile. Così, come avvoltoi, noi giornalisti osserviamo il gregge africano per vedere chi si tira fuori per primo. Corriamo da una delegazione all’altra seguendo le voci di una frattura o di una fuoriuscita. Storie di mani alzate al cielo e piedi pestati con rabbia. La stampa africana ci mette un paio di giorni a capire che non sono i delegati a opporci un muro di gomma, è proprio che, come noi, la maggior parte delle delegazioni africane non ha idea di quanto siano profonde le divisioni nel gruppo. Nel frattempo io ho pochi dubbi che a casa in Namibia, le notizie sul cambiamento climatico stiano a metà fra l’ultima sconfitta della nazionale di calcio, i Brave Warriors, e la pubblicità della birra Windhoek. A differenza di molti giornalisti che si trovano qui, alcuni reporter africani non sono liberi di raccontare il summit. Per via del costo economico di restare per due settimane alla conferenza di Copenaghen, molti giornalisti sono aggregati a un entourage presidenziale. Uno di loro mi ha detto “quando il leader va, lo si segue”. E quando parla, lo si trasmette. La questione dei costi crea anche altre restrizioni: spesso noi non facciamo telefonate non previste dal budget per seguire una storia; facciamo invece chilometri e chilometri dentro i locali della conferenza in cerca della persona o dell’informazione che stiamo cercando. Al tavolo della colazione, diversi colleghi africani confessano di essersi ritratti dalle manifestazioni di protesta fuori dal Bella Centre. Avendo raccontato gli attacchi xenofobi di Johannesburg o le rivolte di Kampala, hanno visto giornalisti picchiati o colpiti da armi da fuoco. Nemmeno gli amichevoli poliziotti di Copenaghen possono rimuovere la paura che si è instillata in loro. Inoltre, fuori fa un freddo cane. Un’altra differenza che vedo fra noi e i nostri colleghi occidentali: quando a un giornalista viene cortesemente richiesto di cancellare una fotografia scattata in una delle aree vietate, i reporter africani lo considerano sinceramente fortunato. Un amico mi dice: “a casa da noi per una mossa come quella ci si caccerebbe seriamente nei guai”. L’avanguardia della squadra della tv di stato dello Zimbabwe è stata spinta alla disperazione dalla quantità di volte in cui si è sentita chiedere quando arriverà il loro “capo”. Stiamo tutti aspettando con ansia l’arrivo di Mugabe, forse tanto quanto lui si sta godendo la rara opportunità di mettere piede su un palcoscenico internazionale. Molti di noi pensano che “Bob” dovrebbe andare in pensione e che il suo regime sia criminale. Ma il suo instancabile rintuzzare l’arroganza del nord, che a sua volta pervade questi colloqui, è largamente condivisa fra i giornalisti, e molto citata. C’è molto da migliorare nella rappresentanza africana a questi negoziati. le delegazioni dei paesi sono piccole e quindi devono sempre scegliere dove far sentire la propria voce. Ed è una vergogna andare a un seminario in cui si discute della deforestazione del Congo e vedere soltanto scienziati bianchi occidentali. Eppure, speriamo tutti che verrà concluso un accordo giusto – giusto per l’Africa, intendo. Come giornalisti, da qualunque paese veniamo, preferiremmo che venisse concluso all’ultimo momento, con la quantità appropriata di tensione per ricavarne dei bei titoli. Ma nessuno vuole che i negoziati falliscano. E se non possiamo fermare il cambiamento climatico qui o l’anno prossimo in Messico, allora sistemeremo le cose nel 2011 a Johannesburg, sul nostro terreno”.

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Con oggi facciamo un bilancio delle vostre divertenti votazioni per il film più pauroso che avete mai visto; avete votato una quantità di film e raccontato le più belle storie possibili di quello che ricordate del momento in cui li avete visti. A dimostrazione della soggettività della paura, molti film sono stati citati soltanto una volta. Piuttosto votati invece La Cosa di Carpenter, La notte dei morti viventi di Romero, Suspiria di Dario Argento, l’Esorcista di Friedkin e Carrie – lo sguardo di Satana di Brian De Palma (che avrei preferito continuare a non ricordarmi e invece… brrr….); tallonano il vincitore due classici assoluti come  Profondo Rosso di Dario Argento e Shining di Stanley Kubrick e il recente The Ring di Gore Verbinski. Ma stravince per voi La casa delle finestre che ridono di Pupi Avati, che io non ho mai visto e a questo punto non so se oserò mai… Grazie a tutti quelli che sono stati al gioco e hanno raccontato le loro scene di terrore.

le musiche di oggi erano “Bachelorette” di Bjork & Brodski Quartet e “Click Song” di Miriam Makeba

Ecco la puntata di oggi:

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a piena voce

mercoledì, dicembre 9th, 2009

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Fra le tracce lasciate dal No B Day, forse è il caso di ribadire l’entrata in vigore delle preoccupanti norme che riguardano i blog contenute nel pacchetto sicurezza approvato dal Senato qualche giorno fa, il DdL 733. Il riassuntone qua, e qualche altro dettaglio qua e qua. Per informazioni più precise e aggiornate, fate riferimento ai link proposti da Luisa nei commenti qui sotto.

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In occasione dell’apertura del summit di Copenhagen sui cambiamenti climatici, 54 giornali di 45 diversi Paesi, hanno deciso di pubblicare lo stesso editoriale per richiamare l’attenzione dei delegati sull’importanza delle questioni cui sono chiamati a decidere. Il testo è stato scritto da un gruppo di giornalisti di The Guardian e successivamente tradotto in 20 lingue per essere poi pubblicato su 16 giornali dell’Asia, 11 in Africa, 10 in America e 20 nel Vecchio Continente: tra i tanti nomi spiccano i noti Le Monde, El Pais, Liberation; anche l’Italia con La Repubblica ha dato il suo contributo. Le motivazioni dell’iniziativa sono tutte raccolte nelle prime righe dell’editoriale “parlare con una unica voce”. “Lo facciamo perché l’umanità si trova ad affrontare una grave emergenza. Se non ci uniamo per intraprendere delle azioni decisive, il cambiamento climatico devasterà il nostro pianeta e con esso la nostra prosperità e la nostra sicurezza”. “I giornali non hanno mai fatto una cosa del genere prima d’ora” afferma il coordinatore del progetto, Alan Rusbridger del Guardian, “ma del resto non hanno mai dovuto coprire un evento come questo prima”. I giornali singolarmente non avrebbero potuto influenzare in alcun modo il risultato della conferenza di Copenhagen – ha spiegato Rusbridger – in questo modo, invece, c’è più possibilità di ricordare ai negoziatori cosa c’è realmente in gioco. Ecco l’editoriale in italiano.

Le musiche di oggi erano ”Can’t help but smiling” di Devendra Banhart e  ”Luz do sol” di Caetano Veloso

Ecco la puntata di oggi:

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lettere d’amore

venerdì, dicembre 4th, 2009

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(Mysterious Letters)

Elizabeth Clark Wessel racconta sul blog dei libri del New Yorker una storia incantevole.

“Da dove cominciate se decidete di scrivere a tutte le persone del mondo? Gli artisti Lenka Clayton e Michael Crowe hanno cominciato da Cushendall, in Irlanda. Nel mese di aprile di quest’anno, tutti i quattrocentosessantasette abitanti delle case del paese hanno ricevuto una lettera scritta a mano Clayton e Crowe. Le lettere erano composte su cartoline, carta di taccuino, cartellette, ritagli, targhette e Post-It. I messaggi variavano in lunghezza ma tenevano sempre un tono personale e spiritoso: “Cara Theresa, ho perso un calzino alla lavanderia la settimana scorsa. Era il mio preferito, fatto a maglia dalla mia nonna! L’ho trovato oggi! Sì! Buona fortuna a te, per tutto il giorno e tutto l’anno! Con affetto, Lenka e Michael”. Nonostante la bellezza visiva e il gusto delle lettere in quanto tali,  Clayton e Crowe dicono che il cuore del loro lavoro sta nella conversazione allargata messa in modo nella comunità dal mistero delle lettere inattese. Recentemente hanno preso di mira il quartiere di Polish Hill a Pittsburgh, innescando un tumulto di richieste di informazioni all’associazione civica di zona. Secondo la Associated Press, le reazioni sono state molto varie: Anna Misiaszek, che gestisce la Alfred’s Deli Plus con il marito, dice che la lettera arrivata al negozio le è sembrata sciocca; diceva: “la prossima volta che qualcuno cerca di rimbambirti col gioco delle tre carte (quando sei in vacanza in Turchia, o alla fermata dell’autobus) scegli il bicchierino a destra” Anna dice “l’ho preso come uno scherzo”.  Sulle prime ha stracciato la lettera e l’ha buttata nella pattumiera, ma in seguito l’ha recuperata quando ha saputo che si trattava di un progetto artistico. Clayton e Crowe rispondono di rendersi “ben conto che a non a tutti piaceranno le lettere, ma siamo anche felici all’idea che fra vicini si possa chiacchierare di quanto sono brutte, mettendo insieme una di quelle belle lamentele di una volta.” I due artisti hanno appena raggiunto l’obbiettivo di riuscire a finanziare il loro progetto per continuare, perciò le conversazioni di molte altre cittadine stanno per trasformarsi in opere d’arte”.

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Migliaia di attivisti provenienti da tutte le parti del mondo converranno a Copenaghen con un solo messaggio: che i leader del mondo dovranno raggiungere un accordo efficace per la riduzione delle emissioni globali e giusto per le popolazioni che sono più vulnerabili al cambiamento climatico. Centinaia di ONG mainstream, come Greenpeace e Friends of the Earth, rappresenteranno le “voci inascoltate” e tenteranno di influenzare i negoziatori al lavoro dentro la convention. Fuori, molti altri  faranno da portavoce di coloro che in questi incontri internazionali non vengono ascoltati. Commentatori della giustizia sociale come Naomi Klein sostengono che l’attivismo è molto cresciuto rispetto alla Battaglia di Seattle di 10 anni fa. Oggi perfino alcune figure della politica istituzionale riconoscono l’importanza della pressione popolare. Ed Miliband, segretario all’energia e al cambiamento climatico, ha detto l’anno scorso che la “mobilitazione popolare” era vitale per convincere i politici ad agire sul cambiamento climatico. Di recente, l’ex vicepresidente americano Al Gore ha detto che in politica c’è posto per la “disobbedienza civile”. Ecco un calendario delle azioni principali che si svolgeranno durante la conferenza.

Il 5 dicembre è l’ultima chiamata per gli attivisti di Londra prima che il vertice di Copenaghen abbia inizio. Organizzato dalla  Stop Climate Chaos Coalition, che comprende Greenpeace, Friends of the Earth, ActionAid e una serie di altri gruppi, ha l’obbiettivo di richiamare decine di migliaia di persone a sfilare per le strade di Londra per “manifestare il loro sostegno a un futuro climatico sicuro per tutti”. La manifestazione avrà inizio a mezzogiorno in Grosvenor Square e farà il giro intorno al Parlamento, seguita da una festa che comincerà alle 4.40 presso la London School of Economics. L’11 dicembre Climate for Life ha organizzato il Summit per Salvare l’Himalaya, che porterà a Copenaghen 22 sherpa nepalesi e scalatori in coincidenza con la Giornata Internazionale della Montagna.  Il 12 dicembre i Friends of the Earth vogliono “inondare”di gente le strade di Copenaghen per chiedere un accordo che sia giusto nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Cambiamento nel Sistema non nel Clima è lo slogan dell’ampia colazione di sindacalisti, attivisti per l’ambiente, e per i diritti umani riuniti da  Climate Justice Action, Climate Justice Now! e il Klimakollektivet danese. Prenderà il via dall’ingresso del parlamento danese all’una del pomeriggio, per concludersi al Bella Centre. Alcuni palchi mobili seguiranno il corteo per intrattenere il pubblico per le due ore di camminata. Sempre il 12 dicembre, la Giornata Globale di iniziative organizzata dalla Global Climate Campaign vedrà eventi simultanei in 104 paesi, con una manifestazione che attraverserà il cuore di Copenaghen.  Il 13 dicembre Climate Justice Action, una coalizione che comprende Climate Camp, cercherà di chiudere il porto della città per tutto il giorno per evidenziare il peso del commercio e dei viaggi nel riscaldamento globale causato dall’uomo, e per chiedere che negli accordi di Copenaghen vengano contemplate anche le emissioni dei trasporti. La Via Campesina lancia un’iniziativa contro l’industria della carne, e potrebbe scegliere di concentrarsi su un allevamento di maiali in Danimarca, paese che è il più grande sportatore mondiale di bacon. Il 14 dicembre, gli attivisti di No Borders Action! No Climate Refugees! evidenzieranno come le conseguenze delle siccità e dei disastri naturali causati dal cambiamento climatico provochino la dispersione e la migrazione delle comunità.  Il 15 dicembre è la Giornata dell’Agricoltura promossa fra gli altri da A SEED Europa, La Via Campesina e Reclaim the Fields, che chiederanno allevamenti sostenibili e diritti sulla terra. Il premio della Sirena verrà conferito al gruppo di pressione che fa di più per “sabotare i gesti che portano al cambiamento climatico”. Il 16 dicembre si terrà Reclaim Power! Pushing for Climate Justice: negoziati e iniziative si intensificheranno man mano che nella capitale danese arrivano ministri e capi di stato per studiare un accordo da firmare subito o l’anno prossimo. I Bike Bloc promettono di “mettervi il divertimento fra le gambe” con una critical mass in bici al Bella Center che si concluderà con l’Assemblea dei Popoli per la Giustizia Climatica. Chi partecipa potrà contribuire fin dal 5 dicembre alla fabbrica della Candy a Copenaghen alla progettazione di un “dispositivo di trasporto di massa e  macchina di resistenza a pedali”. Ecco il video dei Bike Bloc:

Trent Reznor lo aveva detto: i Nine Inch Nails non esistono più. Conferma evidente e malinconica arriva dalla vendita su eBay degli strumenti usati in vent’anni di carriera live. Altre notizie qui.

Le musiche di oggi, in un modo o nell’altro, erano tutte di Johnny Cash: la prima canzone era la sua “Sea of heartbreak” cantata da sua figlia Rosanne insieme a Bruce Springsteen, e la seconda era la sua versione di “Hurt” dei Nine Inch Nails.

Ecco la puntata di oggi:

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riduzioni

mercoledì, dicembre 2nd, 2009

Annie Leonard del progetto Story of Stuff, con l’aiuto degli omini animati, ci spiega con questo nuovo filmato come funziona la proposta di Cap & Trade che verrà discussa a Copenaghen, chi sarà in realtà a gestirla, e perché ai paesi poveri del mondo non piace per niente. Presto andremo a visitare anche il suo blog.

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good morning milan è uno dei post del blog diversamenteoccupato. Che è un nostro ascoltatore ma potrebbe essere chiunque, e ci spinge a riflettere sul fatto che vivere sospesi in uno stato di non-lavoro, o di semi-lavoro, o di lavoro contingentato, vuol dire anche non sentirsi coinvolti, non poter contribuire, non partecipare.

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Perché le promesse dell’amministrazione Obama in vista del vertice di Copenaghen non convincono? Eccola lettura che ne dà  Giustizia Climatica.

Le musiche di oggi erano “Can’t help but smiling” di Devendra Banhart e “Breathe” dei Pearl Jam

Ecco la puntata di oggi:

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la nostra vita vista dallo spazio

martedì, dicembre 1st, 2009

eatinganimalsbookcover

Ecco il suono della navicella Soyuz TMA-15 che rientrava sulla Terra sei mesi fa; stanotte, mentre qui dormivamo, è rientrata con successo un’altra volta dallo spazio: ecco il resoconto di come funziona l’atterraggio da Astroworld.

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L’avvicinamento del vertice di Copenhagen ci ricorda che la stessa specie animale, noi, che fa estinguere le altre per continuare ad espandersi, paradossalmente arriva a fabbricare animali solo per ucciderli in massa e nutrirsi. Il 25 febbraio uscirà in Italia per Guanda il nuovo libro di Jonathan Safran Foer, l’autore di Ogni cosa è illuminata. Stavolta si tratta di un saggio sulle ipocrisie che implica il nostro mangiare la carne degli animali, Eating animals, che in italiano si intitolerà Se niente importa. Ricordandoci qualcosa che potremmo augurare anche agli scrittori di narrativa nostrani, e cioè che vale la pena impegnarsi anche nella saggistica di opinione contribuendo al dibattito pubblico, andiamo a vedere una delle reazioni all’uscita del libro negli Stati Uniti in questi giorni; lo recensisce per Huffington Post l’attrice Nathalie Portman.

“Eating animals di Jonathan Safran Foer mi ha trasformato, da vegetariana ventennale che ero, in un’attivista vegana. Sono sempre stata molto timorosa di criticare i comportamenti degli altri perché detesto quando le persone lo fanno a me. Spesso vengo interrogata sul fatto di essere vegetariana, con domande tipo “cosa farai se dovessi scoprire che anche le carote provano dolore? Cosa mangerai?”. Ho anche spesso paura di sentirmi come se la sapessi più lunga degli altri, una posizione storicamente pericolosa (e infatti mi ricordano spesso che “anche Hitler era vegetariano, sai?”). Ma questo libro mi ha ricordato che alcune cose sono sbagliate e basta. Altri non saranno d’accordo con me quando dico che gli animali hanno una personalità, ma la documentatissima tortura che subiscono è inaccettabile, e il costo umano che ha, come lo descrive Foer nel suo libro, e che io non conoscevo, ha un richiamo che riguarda tutti. Il costro umano dell’allevare animali a catena – le condizioni di lavoro precarie dei lavoratori dei mattatoi, e, anche di più, gli effetti ambientali della produzione di massa di animali – fa tremare le vene dei polsi. Foer racconta in dettaglio dell’enorme quantità di escrementi di maiale che schizzano in aria al mattatoio e provocano pesanti disturbi respiratori ai lavoratori, lo sviluppo di nuovi tipi di batteri dovuto all’abuso di antibiotici sugli animali d’allevamento, e le origini dell’epidemia di influenza suina, che ha tenuto col fiato sospeso la nazione e viene proprio dagli allevamenti. Ho letto il capitolo sulla cacca degli animali ad alta voce a due amici – uno è dell’Iowa e soffre d’asma, e l’altra è un’abitante del Nord Carolina che non può mangiare il pesce del suo fiume perché è stato inquinato da scarichi tossici, come viene descritto nel libro. Non avevano mai veramente riflettuto sul collegamento fra le condizioni ambientali in cui vivono e il cibo che consumano. La storia dell’allevamento di massa degli animali li ha impressionati molto di più quando hanno capito che aveva rovinato anche il loro giardino di casa. Foer coraggiosamente descrive in dettaglio come mangiare animali inquini non solo il nostro giardino di casa, ma anche le nostre convinzioni. Ci ricorda che il nostro cibo è simbolico delle cose in cui crediamo, e che è mangiando che mostriamo le  nostre convinzioni a noi stessi e agli altri – i cattolici fanno la comunione, in cui cibo e bevanda rappresentano corpo e sangue. Gli ebrei usano l’acqua salata nella Pasqua ebraica per ricordarsi delle lacrime amare degli schiavi. E il giorno del Ringraziamento, gli americani usano il succotash e la macellazione per raccontare il mito della nostra creazione – come i Pellegrini impararono dai nativi-americani a mietere la terra e farla loro. E quando usiamo il cibo per impartire delle convinzioni ai nostri figli, che è il punto dal quale parte Foer, che storie vogliamo narrare loro attraverso il cibo?

Mi ricordo che al college, un professore in classe ci chiese di pensare a che cosa i nostri nipoti avrebbero visto come un comportamento o un pensiero arretrato nella nostra generazione, nello stesso modo in cui noi siamo scioccati dalla misoginia, dal razzismo e dal sessismo che era comunque nel mondo dei nostri nonni. Ci chiese di usare questo principio per esaminare il comportamento che tenevamo nella nostra vita e nelle nostre società al cui cambaiemtno dovremmo partecipare. L’allevamento intensivo degli animali sarà una delle cose a cui guarderemo come a un cimelio di una età molto meno evoluta. Mi sembra che l’attacco etico di Foer contro il cibarsi di animali sia coraggioso perché non solo è impopolare, ma è anche stato etichettato come poco maschio, poco saggio e infantile. ma egli ci ricorda che essere uomini, ed essere umani, richiede molta più riflessione che non “questa cosa ha un buon sapore, ecco perché lo faccio”. Ci ricorda che la considerazione promossa dal “Dilemma dell’onnivoro” di Michael Pollan, che è più questione di educazione verso i tuoi compagni di tavola che di aderire ai propri ideali, sarebbe assurda se applicata a qualunque altra convinzione etica (per esempio, non credo nello stupro, ma se devo farlo per far piacere ai miei ospiti, allora sia). Ma il gesto più potente di Foer è quello di chi crea pace quando unisce i due lati del ragionamento sul cibarsi di animali in uno solo. Entrabe le parti sostengono “noi non siamo loro” – quelli che evitano di mangiare carne dicono, noi umani non dobbiamo fare le stesse cose che fanno loro, noi non siamo loro, noi siamo in grado di fare distinzioni fra quello che mangiamo e quello che non mangiamo (gli americani mangiano le mucche ma non i cani, gli indù mangiano il pollo ma non le mucche). Siamo in grado di tenere in considerazione il pensiero degli altri e il dolore degli altri. Noi non siamo loro. Mentre quelli che gli animali li mangiano usano la stessa cosa come giustificazione, noi non siamo loro. Non meritano lo stesso valore che diamo a noi stessi. Loro n0n sono noi. Foer ci dimostra che la pensiamo tutti nello stesso modo: noi non siamo loro. Ma, ci chiede, come definiremo quello che siamo noi?

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Tom Hodgkinson, l’autore di “Come essere pigri” e lento motore della pigra rivista The Idler, ci propone su The Ecologist una pausa sabbatica dalla tecnologia, perché Shakespeare non aveva il Blackberry.

“Posare un momento i nostri gadget supertecnologici e i nostri passatempo elettronici potrebbero aiutarci ad avere un impatto meno pesante… Ho detto spesso che più che una campagna per “rendere storia antica la povertà”, sarebbe molto più sensato fare una campagna per “rendere storia antica il benessere”. Alla fin fine, sono i benestanti a fare tutti i danni. Meno denaro guadagni, meno risorse utilizzi. Il Saddhu vagabondo con la sua ciotola per l’elemosina è profondamente ecologico, mentre tutti i Bono e tutti i Geldof, per non parlare degli oligarchi proprietari di yacht, consumano enormi quantità di petrolio. I ragazzi di città girano con le macchinone e sniffano cocaina, due attività non particolarmente salvifica per il pianeta, e provate a immaginare l’impronta ecologica di Tony Blair. Non sto raccomandando una politica planetaria di redistribuzione, in cui rubiamo i soldi ai ricchi e li diamo ai poveri, anche se questa idea ha certamente le sue attrattive. Dobbiamo anche ricordare, insieme al poeta Samuel Johnson che lo scrisse nel 1738. Però ha perfettamente senso sostenere che il pianeta potrebbe guarire se noi vivessimo in modo più modesto. Cercare di rendere tutti ricchi, e in un certo senso occidentalizzare il mondo distribuendo ovunque i beni di consumo, avrà l’effetto di aumentare la d0manda di petrolio, quando tutti sanno che la cosa sensata da fare è ridurla. Fred Pearce del new Scientist ha espresso così la sua idea sulle emissioni di anidride carbonica: il mezzo miliardo di persone più ricco del mondo, circa il sette per cento della popolazione globale – è responsabile del cinquanta per cento delle emissioni totali. Nel frattempo, la metà più povera della popolazione è responsabile solo del sette per cento delle emissioni. Spesso, un americano o un europeo è responsabile di maggiorii emissioni di un intero villaggio africano.

E’ abbastanza ovvio che gli stili di vita occidentali che poggiano sul consumo di enormi quantità di elettricità usano molte più risorse di quante non ne impieghi uno stile di vita più semplice. Un po’ più di povertà sarebbe una buona cosa. E’ un fatto che la recessione, da sola, ha già rallentato le emissioni di anidride carbonica. L’Agenzia Internazionale per l’Energia dice in una recente relazione che alla fine del 2009 si registrerà che le emissioni sono diminuite del 3 per cento solo a causa della recessione.

Uno dei nostri problemi è la dipendenza dai computer. E’ curioso che siano diventati lo strumento indispensabile anche per lo scettico di tecnologia. Oggi Thoreau potrebbe voltare le spalle a molti elementi del capitalismo, ma non potrebbe farlo senza il suo laptop o senza la sua connessione con Google. Un attivista verde serio dovrebbe rinunciare all’utilizzo del suo cellulare o del computer perché entrambi sono fatti di plastica e sono destinati a finire nella spazzatura.  Ce la siamo cavata abbastanza bene per millenni senza computer e senza cellulari. Shakespeare non aveva il Blackberry; Aristotele si arrangiava anche senza i-Phone. Il Cristianesimo si è diffuso nel mondo senza bisogno dei blog. Cristo predicava sul monte senza bisogno di un impianto di amplificazione o di una presentazione Powerpoint. Tutta la nostra tecnologia è completamente non necessaria per avere una vita felice. E’ per tutto questo, credo, che faremmo bene a tornare a una sorta di osservanza sabbatica. Dovremmo avere una giornata in cui  spegnamo i computer e le macchine e li lasciamo riposare. Quanto a noi, dovremmo mangiare, e passeggiare, e bere. Dovremmo starcene a casa. Se vivessimo poveramente un solo giorno alla settimana, potremmo ridurre istantaneamente l’inquinamento di un settimo. Riscopriremmo i piaceri semplici, come giocare a carte, a scacchi, a backgammon, a dama, a parlare, a ballare e ad ascoltare musica. Ci dovremmo creare da noi i nostri divertimenti invece di separarci dai nostri quattrini duramente guadagnando per avere un divertimento creato da qualcun altro. Possiamo vivere come contadini, creativi, soddisfatti, a contatto con la terra? E’ ancora un modo perfettamente sensato di fare le cose. “

Le musiche di oggi erano “Polly” dei Nirvana live a Reading e  ”Please baby please” di David Bazan

Ecco la puntata di oggi:

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the end of the world as we know it?

giovedì, novembre 26th, 2009

Le Malvestite dicono la loro, scostumate come sempre, nel merito di uno degli Ambrogini appena conferiti dal Comune di Milano a personalità di spicco. Particolarmente gustoso il loro ritratto di Marina Berlusconi.

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Mentre va in scena il forum di Viterbo, e con i ritardi sulle misure da decidere al vertice sull’ambiente di Copenhagen affiorati dal recente incontro fra Obama e Hu Jintao in Cina, oggi arriva l’annuncio che il presidente americano ha deciso di essere presente al vertice di Copenaghen, che è di strada per andare a ritirare il Nobel per la pace a Oslo. Il quotidiano britannico Guardian fa un eccellente lavoro online per avvicinarsi al summit danese: ha una sezione dedicata del sito, un orologio con il countdown all’inizio degli incontri del 7 dicembre, un riassunto delle principali questioni in campo e una valutazione realistica di cosa potrebbe scaturirne (aggiornata al recente incontro fra Obama e Hu Jintao), le notizie aggiornate sul clima raggruppate per temi, le notizie brevi in tempo reale via Twitter, e un aggregatore dei contenuti in tema dei suoi blog. Il summit durerà due settimane, e dopo Kyoto avrebbe dovuto essere l’ultima spiaggia per raggiungere un accordo internazionale sul riscaldamento globale; gli scienziati sono convinti che dobbiamo tagliare le nostre emissioni di gas del 25/40 % rispetto quelle del 1990, e questo se lo facciamo subito, per arrivare a – 80/95% per il 2050. Naturalmente, non è chiaro come dovrebbero distribuirsi i costi immediati di questi cambiamenti, a cominciare da quello dello stop alla deforestazione; è chiaro che a emettere più anidride carbonica sono i paesi più industrializzati, ma è anche vero che fra quelli che inquinano di più ci sono le nuove economie rampanti, come India e Cina, che hanno però centinaia di milioni di abitanti che non hanno nemmeno l’energia elettrica. Nei recenti incontri di Barcellona il quadro di Copenaghen si è delineato come poco promettente, e il post sul blog di Paul Kinsworth ci incita a prendere in considerazione l’ipotesi che non esista un modo sostenibile per mantenere il sistema economico a cui siamo abituati:

“Per un po’ è sembrato che le cose potessero tornare alla normalità. La strada fuori da casa mia, che era diventata un torrente, è tornata di asfalto. Le acque che scorrevano nelle case vicine si stanno ritirando. Le strade sono ancora chiuse, e i ponti sono ancora inagibili, i campi sono ancora dei laghi, ma sembrava che il peggio fosse passato. Solo che adesso in Cumbria sta piovendo di nuovo, e tutti aspettano di vedere quando smetterà e cosa si lascerà dietro. Non ho idea se questo tempo estremo che infuria dietro la mia finestra abbia qualcosa a che fare con i cambiamenti climatici, ma so che descriverlo come tempo estremo non è molto convincente. L’ultima alluvione qui è di solo quattro anni fa. Alcuni persone si erano appena riprese quando sono arrivate le nuove pioggie. E mi chiedo quante altre persone dovranno essere tratte in soccorso dalle loro case con gli elicotteri dell’esercito e quante altre strade principali crolleranno nei torrenti sottostanti, e quante altre case da tè sotto tutela del National Trust verrano sommerse da metri d’acqua prima che noi si afferri che il futuro non si sta comportando come avrebbe dovuto. per un ambientalista come me c’è una reazione standard a questa situazione: ed è quella di dire che questi diluvi sono un’avvisaglia di quello che accadrà se non riduciamo subito le emissioni globali, di dire che la conferenza di Copenaghen del mese prossimo è un punto di svolta, e che abbiamo urgentemente bisogno di trovare un accordo per fermare i cambiamenti climatici. Ma scopro che non riesco più a dire queste cose. Non perché ho smesso di credere ai cambiamenti climatici, ma perché ho smesso di credere che possiamo farci qualcosa. Mentre i politici si preparano a volare a Copenaghen, non posso fare a meno di pensare al viaggio che Chamberlain fece a Monaco nel 1938. A quel tempo vedevano tutti cos’aveva in serbo il futuro: era lì nei discorsi di Hitler e nella feroce aggressione che emanava dalla Germania. Eppure Chamberlain sperò per il meglio. Tornò a casa con un accordo che non valeva niente e tutti lo applaudirono. Ci dimentichiamo quanto l’opinione pubblica fosse contenta di Monaco. Volevano tutti disperatamente credere che la pace fosse possibile, precisamente perché era così ovvio che non lo fosse. Forse quando Copenaghen fallirà, ci aiuterà ad accettare che le nostre visioni del futuro sono inquinate da una falsa speranza. Quello che si racconta di solito sui cambiamenti climatici decreta che dobbiamo raggiungere urgentemente degli accordi e produrre turbine e auto elettriche abbastanza in fretta per poter “stabilizzare il cima” e andare avanti come prima. E’ un racconto costruito sulla fede superata nelle nostre possibilità e nella nostra tecnologia, e si sta scontrando con la realtà ecologica. Abbiamo fatto arretrare le foreste, denudato gli oceani, esaurito le risorse del suolo, spinto altre specie all’estinzione, espanso la nostra popolazione al punto che riusciamo a malapena a nutrirla. e abbiamo cambiato la composizione chimica dell’atmosfera. Per questo non esiste una soluzione rapida, e forse non esiste una soluzione e basta. Il nostro sistema è progettato per questo. Un’economia basata sulla crescita costante non può essere il motore di un cambiamento che ci chiede con urgenza di crescere di meno. Le democrazie fondate sull’idea di dare ai cittadini consumatori quello che vogliono, non sono in grado di dir loro quello che non possono avere. E la psicologia di una cultura che reagisce con orrore a qualunque buca nella strada verso l’utopia non è nella posizione di intraprendere un percorso differente. Il che non significa che la Fine sia arrivata. un altro dei problemi del discorso sui cambiamenti climatici è che offre soltanto due tipi di futuro: Salvare il Mondo oppure Apocalypse Now. Probabilmente non avremo nessuno dei due. Più realisticamente, sperimenteremo quello che altre società umane hanno già sperimentato: un doloroso declino dopo un periodo di eccessiva espansione. Sentiamo parlare molto dell’anno 2050: è una data comoda sulla quale appuntare le nostre speranze di una “società sostenibile”, che ha assunto il significato di fare affari come prima ma senza l’anidride carbonica. Sembra molto più probabile che ora del 2050 andremo a scavare nelle nostre discariche a caccia di metalli e che lotteremo per mantenere l’energia elettrica, mentre sogniamo le barriere coralline che un tempo fiorivano nei nostri oceani che si stavano svuotando. Mi sembra che abbia avuto inizio una discesa. Fisica, dalla cima delle nostre riserve petrolifere e del nostro sperpero di risorse, ma anche psicologica, dalla cima delle nostre comode illusioni. Il mondo non sarà come una volta credevamo che sarebbe stato, e se il fallimento a Copenaghen avvicinerà questa realtà, allora sarà stato utile. Potrebbe aiutarci a capire che le fattorie eoliche e il consumismo verde non sono strumenti di un “futuro sostenibile”, ma gli ultimi ansiti di una bestia ferita. Adesso abbiamo meno possibilità di mandare avanti questo spettacolo di quante ne abbiamo in Cumbria di fermare la pioggia. In entrambi i casi, dovremo imparare a convivere con quello che arriva dal cielo.”

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Dopo aver vinto un mese fa una causa multimilionaria contro il re dello spam, Sanford Wallace, stavolta Facebook è dalla parte dell’accusato. E’ di ieri la notizia del Financial Times secondo cui contro il social network è stata lanciata una class action, una causa collettiva da parte di rappresentanti dei consumatori. Migliaia di utenti lamentano di essersi visti addebitare sulle loro carte di credito spese non autorizzate per l’utilizzo di alcuni giochi online utilizzabili tramite Facebook. Il tutto mentre si moltiplicano le iniziative contro nuove pratiche di marketing online sospette, su cui indaga anche il Senato americano, che spesso danno luogo ad annunci civetta che celano trappole: un click sbagliato, dice il Financial Times, e ti ritrovi a pagare regolarmente per qualcosa che nemmeno ti interessa. Oltre a Facebook, ad essere chiamata in causa nella class action è anche la società Zynga, che secondo il quotidiano èil maggiore player mondiale di giochi sociali via internet. Sono entrambe accusate di aver addebitato spese non autorizzate per milioni di dollari, tramite operazioni periodiche di cui gli utenti non erano a conoscenza. La causa è stata presentata la scorsa settimana da uno studio legale di Sacramento, la Kershaw Cutter and Ratinoff a nome degli utenti di Facebook. Una tra gli abbonati promotori, Rebecca Swift lamenta di essersi vista addebitare prima 80 dollari e poi altri 86 dollari per un servizio che aveva cercato di disdire e che avrebbe dovuto prevedere spese per soli 6 dollari, e comunque scadere automaticamente dopo 15 giorni dalla sottoscrizione. Sulla vicenda Facebook ha affermato di non poter esser chiamata in causa perché i sistemi oggetto della disputa era ospitati da un altro network, riporta ancora il quotidiano. Ma nel frattempo gli avvocati delle associazioni dei consumatori americane stanno mettendo nel mirino altre pratiche di marketing via internet che si traducono in addebiti non autorizzati e non conosciuti dagli utenti. Tra queste una tecnica chiamata “”post transaction marketing”", in cui inconsapevolmente gli utenti si abbonano a offerte che prevedono regolari pagamenti tramite carta di credito e su cui sta indagando anche una commissione senatoriale. Come trucco si utilizzano annunci civetta, in cui all’internauta viene richiesta la compilazione di un questionario, oppure lo si attira con promesse di sconti. Secondo il Financial Times, “sono milioni coloro che ogni anno cliccano sul bottone sbagliato, che risulta in addebiti periodici non richiesti”.

Le musiche di oggi erano “Sort of revolution” di Fink e “Come home to me” di Steve Earle

Ecco la puntata di oggi:

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