
Ecco il suono della navicella Soyuz TMA-15 che rientrava sulla Terra sei mesi fa; stanotte, mentre qui dormivamo, è rientrata con successo un’altra volta dallo spazio: ecco il resoconto di come funziona l’atterraggio da Astroworld.
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L’avvicinamento del vertice di Copenhagen ci ricorda che la stessa specie animale, noi, che fa estinguere le altre per continuare ad espandersi, paradossalmente arriva a fabbricare animali solo per ucciderli in massa e nutrirsi. Il 25 febbraio uscirà in Italia per Guanda il nuovo libro di Jonathan Safran Foer, l’autore di Ogni cosa è illuminata. Stavolta si tratta di un saggio sulle ipocrisie che implica il nostro mangiare la carne degli animali, Eating animals, che in italiano si intitolerà Se niente importa. Ricordandoci qualcosa che potremmo augurare anche agli scrittori di narrativa nostrani, e cioè che vale la pena impegnarsi anche nella saggistica di opinione contribuendo al dibattito pubblico, andiamo a vedere una delle reazioni all’uscita del libro negli Stati Uniti in questi giorni; lo recensisce per Huffington Post l’attrice Nathalie Portman.
“Eating animals di Jonathan Safran Foer mi ha trasformato, da vegetariana ventennale che ero, in un’attivista vegana. Sono sempre stata molto timorosa di criticare i comportamenti degli altri perché detesto quando le persone lo fanno a me. Spesso vengo interrogata sul fatto di essere vegetariana, con domande tipo “cosa farai se dovessi scoprire che anche le carote provano dolore? Cosa mangerai?”. Ho anche spesso paura di sentirmi come se la sapessi più lunga degli altri, una posizione storicamente pericolosa (e infatti mi ricordano spesso che “anche Hitler era vegetariano, sai?”). Ma questo libro mi ha ricordato che alcune cose sono sbagliate e basta. Altri non saranno d’accordo con me quando dico che gli animali hanno una personalità, ma la documentatissima tortura che subiscono è inaccettabile, e il costo umano che ha, come lo descrive Foer nel suo libro, e che io non conoscevo, ha un richiamo che riguarda tutti. Il costro umano dell’allevare animali a catena – le condizioni di lavoro precarie dei lavoratori dei mattatoi, e, anche di più, gli effetti ambientali della produzione di massa di animali – fa tremare le vene dei polsi. Foer racconta in dettaglio dell’enorme quantità di escrementi di maiale che schizzano in aria al mattatoio e provocano pesanti disturbi respiratori ai lavoratori, lo sviluppo di nuovi tipi di batteri dovuto all’abuso di antibiotici sugli animali d’allevamento, e le origini dell’epidemia di influenza suina, che ha tenuto col fiato sospeso la nazione e viene proprio dagli allevamenti. Ho letto il capitolo sulla cacca degli animali ad alta voce a due amici – uno è dell’Iowa e soffre d’asma, e l’altra è un’abitante del Nord Carolina che non può mangiare il pesce del suo fiume perché è stato inquinato da scarichi tossici, come viene descritto nel libro. Non avevano mai veramente riflettuto sul collegamento fra le condizioni ambientali in cui vivono e il cibo che consumano. La storia dell’allevamento di massa degli animali li ha impressionati molto di più quando hanno capito che aveva rovinato anche il loro giardino di casa. Foer coraggiosamente descrive in dettaglio come mangiare animali inquini non solo il nostro giardino di casa, ma anche le nostre convinzioni. Ci ricorda che il nostro cibo è simbolico delle cose in cui crediamo, e che è mangiando che mostriamo le nostre convinzioni a noi stessi e agli altri – i cattolici fanno la comunione, in cui cibo e bevanda rappresentano corpo e sangue. Gli ebrei usano l’acqua salata nella Pasqua ebraica per ricordarsi delle lacrime amare degli schiavi. E il giorno del Ringraziamento, gli americani usano il succotash e la macellazione per raccontare il mito della nostra creazione – come i Pellegrini impararono dai nativi-americani a mietere la terra e farla loro. E quando usiamo il cibo per impartire delle convinzioni ai nostri figli, che è il punto dal quale parte Foer, che storie vogliamo narrare loro attraverso il cibo?
Mi ricordo che al college, un professore in classe ci chiese di pensare a che cosa i nostri nipoti avrebbero visto come un comportamento o un pensiero arretrato nella nostra generazione, nello stesso modo in cui noi siamo scioccati dalla misoginia, dal razzismo e dal sessismo che era comunque nel mondo dei nostri nonni. Ci chiese di usare questo principio per esaminare il comportamento che tenevamo nella nostra vita e nelle nostre società al cui cambaiemtno dovremmo partecipare. L’allevamento intensivo degli animali sarà una delle cose a cui guarderemo come a un cimelio di una età molto meno evoluta. Mi sembra che l’attacco etico di Foer contro il cibarsi di animali sia coraggioso perché non solo è impopolare, ma è anche stato etichettato come poco maschio, poco saggio e infantile. ma egli ci ricorda che essere uomini, ed essere umani, richiede molta più riflessione che non “questa cosa ha un buon sapore, ecco perché lo faccio”. Ci ricorda che la considerazione promossa dal “Dilemma dell’onnivoro” di Michael Pollan, che è più questione di educazione verso i tuoi compagni di tavola che di aderire ai propri ideali, sarebbe assurda se applicata a qualunque altra convinzione etica (per esempio, non credo nello stupro, ma se devo farlo per far piacere ai miei ospiti, allora sia). Ma il gesto più potente di Foer è quello di chi crea pace quando unisce i due lati del ragionamento sul cibarsi di animali in uno solo. Entrabe le parti sostengono “noi non siamo loro” – quelli che evitano di mangiare carne dicono, noi umani non dobbiamo fare le stesse cose che fanno loro, noi non siamo loro, noi siamo in grado di fare distinzioni fra quello che mangiamo e quello che non mangiamo (gli americani mangiano le mucche ma non i cani, gli indù mangiano il pollo ma non le mucche). Siamo in grado di tenere in considerazione il pensiero degli altri e il dolore degli altri. Noi non siamo loro. Mentre quelli che gli animali li mangiano usano la stessa cosa come giustificazione, noi non siamo loro. Non meritano lo stesso valore che diamo a noi stessi. Loro n0n sono noi. Foer ci dimostra che la pensiamo tutti nello stesso modo: noi non siamo loro. Ma, ci chiede, come definiremo quello che siamo noi?
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Tom Hodgkinson, l’autore di “Come essere pigri” e lento motore della pigra rivista The Idler, ci propone su The Ecologist una pausa sabbatica dalla tecnologia, perché Shakespeare non aveva il Blackberry.
“Posare un momento i nostri gadget supertecnologici e i nostri passatempo elettronici potrebbero aiutarci ad avere un impatto meno pesante… Ho detto spesso che più che una campagna per “rendere storia antica la povertà”, sarebbe molto più sensato fare una campagna per “rendere storia antica il benessere”. Alla fin fine, sono i benestanti a fare tutti i danni. Meno denaro guadagni, meno risorse utilizzi. Il Saddhu vagabondo con la sua ciotola per l’elemosina è profondamente ecologico, mentre tutti i Bono e tutti i Geldof, per non parlare degli oligarchi proprietari di yacht, consumano enormi quantità di petrolio. I ragazzi di città girano con le macchinone e sniffano cocaina, due attività non particolarmente salvifica per il pianeta, e provate a immaginare l’impronta ecologica di Tony Blair. Non sto raccomandando una politica planetaria di redistribuzione, in cui rubiamo i soldi ai ricchi e li diamo ai poveri, anche se questa idea ha certamente le sue attrattive. Dobbiamo anche ricordare, insieme al poeta Samuel Johnson che lo scrisse nel 1738. Però ha perfettamente senso sostenere che il pianeta potrebbe guarire se noi vivessimo in modo più modesto. Cercare di rendere tutti ricchi, e in un certo senso occidentalizzare il mondo distribuendo ovunque i beni di consumo, avrà l’effetto di aumentare la d0manda di petrolio, quando tutti sanno che la cosa sensata da fare è ridurla. Fred Pearce del new Scientist ha espresso così la sua idea sulle emissioni di anidride carbonica: il mezzo miliardo di persone più ricco del mondo, circa il sette per cento della popolazione globale – è responsabile del cinquanta per cento delle emissioni totali. Nel frattempo, la metà più povera della popolazione è responsabile solo del sette per cento delle emissioni. Spesso, un americano o un europeo è responsabile di maggiorii emissioni di un intero villaggio africano.
E’ abbastanza ovvio che gli stili di vita occidentali che poggiano sul consumo di enormi quantità di elettricità usano molte più risorse di quante non ne impieghi uno stile di vita più semplice. Un po’ più di povertà sarebbe una buona cosa. E’ un fatto che la recessione, da sola, ha già rallentato le emissioni di anidride carbonica. L’Agenzia Internazionale per l’Energia dice in una recente relazione che alla fine del 2009 si registrerà che le emissioni sono diminuite del 3 per cento solo a causa della recessione.
Uno dei nostri problemi è la dipendenza dai computer. E’ curioso che siano diventati lo strumento indispensabile anche per lo scettico di tecnologia. Oggi Thoreau potrebbe voltare le spalle a molti elementi del capitalismo, ma non potrebbe farlo senza il suo laptop o senza la sua connessione con Google. Un attivista verde serio dovrebbe rinunciare all’utilizzo del suo cellulare o del computer perché entrambi sono fatti di plastica e sono destinati a finire nella spazzatura. Ce la siamo cavata abbastanza bene per millenni senza computer e senza cellulari. Shakespeare non aveva il Blackberry; Aristotele si arrangiava anche senza i-Phone. Il Cristianesimo si è diffuso nel mondo senza bisogno dei blog. Cristo predicava sul monte senza bisogno di un impianto di amplificazione o di una presentazione Powerpoint. Tutta la nostra tecnologia è completamente non necessaria per avere una vita felice. E’ per tutto questo, credo, che faremmo bene a tornare a una sorta di osservanza sabbatica. Dovremmo avere una giornata in cui spegnamo i computer e le macchine e li lasciamo riposare. Quanto a noi, dovremmo mangiare, e passeggiare, e bere. Dovremmo starcene a casa. Se vivessimo poveramente un solo giorno alla settimana, potremmo ridurre istantaneamente l’inquinamento di un settimo. Riscopriremmo i piaceri semplici, come giocare a carte, a scacchi, a backgammon, a dama, a parlare, a ballare e ad ascoltare musica. Ci dovremmo creare da noi i nostri divertimenti invece di separarci dai nostri quattrini duramente guadagnando per avere un divertimento creato da qualcun altro. Possiamo vivere come contadini, creativi, soddisfatti, a contatto con la terra? E’ ancora un modo perfettamente sensato di fare le cose. “
Le musiche di oggi erano “Polly” dei Nirvana live a Reading e ”Please baby please” di David Bazan
Ecco la puntata di oggi:
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