Posts Tagged ‘Wall Street Journal’

i giochi di Atene

venerdì, giugno 24th, 2011

(foto di Milos Bicanski/Getty Images)

Oggi è venerdì, e sulla nostra timeline di Twitter continuiamo a seguire le notizie dai paesi arabi che ci mandano i nostri tweep. In Bahrain ieri ancora un’altra condanna per un manifestante pacifico di Lulu, quella a 4 anni di carcere per il capocannoniere della Coppa Asiatica di calcio 2004, Alaa Hubail, di cui vi avevo raccontato la storia qui. Intanto sia la Cnn che SkyNews oggi trasmetteranno in diretta da Damasco, e per oggi è stata indetta via facebook la giornata di blogging per la Siria.

Oggi però dedichiamo qualche spunto di riflessione alla crisi greca, prima con l’opinione di Simon Nixon del Wall Street Journal raccolta da Il Post, che confuta alcuni luoghi comuni sul disastro economico del paese, e poi con il racconto di Daniel Howden dell’Independent, ex corrispondente dalla Grecia che è tornato a vedere come stanno le cose sette anni dopo la sua ultima visita.

♫ La canzone di oggi era “Is it done” di J Mascis

Ecco la puntata di oggi:

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dalla rete alla strada

venerdì, giugno 3rd, 2011

L’accampamento tecnologico nel cuore di piazza Tahrir, febbraio 2011.

E il fotografo David Degner ha fotografato il contenuto degli zainetti dei ragazzi che manifestavano nei 18 giorni della rivoluzione di piazza Tahrir.

Amira al Hussaini (@JustAmira), del Bahrain, instancabile capo della divisione Medio Oriente di Global Voices, è stata al Cairo in questi giorni per il Young Media Summit 2011 – un’occasione per bloggare in gruppi, ma soprattutto per vedere le strade di cui finora si era occupata solo in modo virtuale. Qui un suo racconto insolitamente personale.

Abbiamo parlato molto del “lato oscuro” dei social media e delle nuove tecnologie, che aiutano le rivolte ma anche la loro repressione. Il Wall Street Journal, meglio di tutti gli altri, esamina nel dettaglio le questioni legate all’utilizzo di Skype (appena acquistato da Microsoft) per spiare attività illegali e organizzazione delle rivolte.

Al D9 di due giorni fa in California, il presidente di Twitter, Dick Costolo, ha annunciato la partenza del nuovo servizio Twitter di photosharing – finora gli utenti usavano servizi esterni come Twitpic, Yfrog e Flickr, e il nuovo impegno di Twitter sulla condivisione di fotografie comporterà nuovi inserzionisti e nuove necessità di verifica dei contenuti – qui l’anticipazione che faceva martedì Charles Arthur del technology blog del Guardian.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, la #twitterevolution di Milano e l’avvio ai referendum.

♫ La canzone di oggi era “People have the power” di Patti Smith

Ecco la puntata di oggi:

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la cura

mercoledì, maggio 4th, 2011

Prima annunciato, poi votato: il parlamento del Bahrain ha deliberato l’estensione dello stato di emergenza per altri tre mesi, dopo la scadenza naturale del 15 giugno del primo periodo di tre mesi proclamato lo scorso 15 marzo, che aveva coinciso con l’ingresso nel paese delle truppe saudite. Questo significa che il Bahrain sarà sotto stato di emergenza almeno fino al 15 settembre. Qui il breve riassunto del Daily News del Golfo, con una spiegazione: prolungare lo stato di emergenza significa prolungare la possibilità di processare gli attivisti e i comuni civili accusati di “tradimento” e di applicare la legge marziale.

Il Centro per i Diritti Umani del Bahrain sottolinea da giorni che nella lunga lista di medici e infermieri arrestati per aver curato i civili durante gli scontri di Lulu, ci sono anche pregiati specialisti che nel sistema sanitario del Bahrain non hanno omologhi o possibili sostituti – intere specialità mediche sono attualmente scoperte. E’ di stamattina la notizia che alla lista degli arrestati si aggiunge anche la dottoressa Raja Kazim, presidente dell’Ordine dei Dentisti del Bahrain. Pochi minuti dopo, la conferma che sotto la legge marziale 50 dei medici attualmente sotto arresto verranno processati per tradimento. Come si può dedurre dalle condanne di qualche giorno fa, rischiano la pena di morte. Sia il Wall Street Journal che l’inglese The Independent raccontano la storia e intervistano alcuni medici sulla militarizzazione dell’ospedale di Salmaniya. Qui Joe Parkinson, il primo fra i reporter occidentali a scrivere di questa notizia, e qui Jeremy Lawrence, che si occupa di salute e medicina per l’Independent, in cui raccoglie anche l’opinione estremamente allarmata di Médicines Sans Frontières

Come abbiamo visto nei giorni scorsi, la repressione della famiglia reale sui manifestanti di Lulu investe tutti i settori della società, centinaia di persone hanno perso il lavoro da quando è entrato in vigore lo stato di emergenza, e i sindacati vengono schiacciati o disciolti, tanto da aver suscitato nei giorni scorsi una forte reazione di solidarietà da parte dell’unione dei sindacati americani, che cercando di fare pressione sul proprio governo perché faccia buon uso della sua posizione privilegiata in Bahrain per fare pressione sulla famiglia reale. Qui la lettera dei sindacati del Bahrain in occasione del 1° maggio, pubblicata dal blog del Socialist Workers Party.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe. Oggi al Cairo la firma del nuovo accordo fra Hamas e Fatah.

♫ La canzone di oggi era “La cura” di Franco Battiato

Ecco la puntata di oggi:

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strategia e paranoia

mercoledì, aprile 27th, 2011

Oggi tre storie di strategia e paranoia, due dai paesi arabi e una dal nostro.

Tamer el-Ghobashy ha incontrato negli Stati Uniti per il Wall Street Journal i giovani leader del movimento egiziano 6 aprile, tra i propulsori della rivolta di Tahrir, che stanno cercando di mettere le basi per un dibattito nazionale sulle riforme all’indomani della rivoluzione. Qui il suo post con le interviste. Intanto Nadia Idle e Alex Nunns hanno pubblicato un libro sui tweet da piazza Tahrir, Tweets from Tahrir.

In Bahrain, Mahmood analizza insieme ai lettori del suo blog una questione che si sta facendo molto seria, quella delle conversazioni al cellulare spiate dal regime e dalla polizia. Se all’inizio i suoi amici che chiedono di spegnere il telefono e rimuovere la batteria anche per la più banale delle conversazioni gli sembravano paranoici, si è accorto che ormai non è difficile sorvegliare qualcuno anche con app indipendenti e fatte un po’ in casa.

Qualche giorno fa, una reporter americana, Barbie Latza Nadeau, che scrive per Newsweek dall’Italia, ha raccontato di aver ricevuto a casa la strana visita di un poliziotto dopo aver attaccato le volgarità di Berlusconi sulle donne e aver scritto delle veline di Striscia la notizia, tanto da stare un po’ abbottonata sul tema al successivo Forum Internazionale sulle Donne a New York. Anche se da prendere con le pinze (perché quella che è stata notificata a Nadeau è una delle tante querele per diffamazione che ricevono i colleghi italiani), qui il suo post per il Daily Beast, così come se lo stanno leggendo i suoi lettori americani.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, in particolare in questi giorni Siria, Yemen e Bahrain.

♫ Le musiche di oggi erano “Riverside” di Agnes Obel e “Eden” dei Subsonica

Ecco la puntata di oggi:

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grovigli dell’informazione

mercoledì, giugno 16th, 2010

Anche quando non è in onda, il blog di Alaska vive su Twitter
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Come si temeva già da luglio dell’anno scorso, la bozza “litigata” del ddl sulle intercettazioni (adesso anche nel mirino dell’Osce per la sua minaccia alla libertà di stampa) rischia con il “comma 28″ di equiparare i blogger privati (che non sono registrati come testata “responsabile”) ai blog giornalistici, con tanto di obbligo di rettifica delle informazioni entro 48 ore pena multa fino a 12 mila euro. Qui cosa dice, fra i tanti, Bruno Saetta.

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Il Post riprende una riflessione del Wall Street Journal sull’illusione di twitter nell’organizzazione delle manifestazioni dela “rivoluzione verde” in Iran l’anno scorso contro la rielezione di Ahmadinejad. Proprio vero che fu il social network a far riunire le persone nelle strade?

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BP: nulla di decisivo dal discorso di Obama di stanotte, salvo quello che vi avevo anticipato nella puntata di ieri (e i Democratici dicono che non ha spinto abbastanza sulla lezione sull’energia pulita implicita nel disastro della BP, i Repubblicani dicono che ha spinto troppo). Nel frattempo: seguita in diretta via twitter su diversi blog, si è tenuta ieri l’udienza esplorativa del Congresso con i presidenti delle cinque grandi aziende petrolifere – BP, Shell, Exxon, Chevron e Conoco; un bel fulmine ha colpito la nave di trivellazione che sta cercando di contenere la perdita nel Golfo provocando un incendio, rientrato in serata, operazioni riprese; il nuovo studio scientifico commissionato dalla Casa Bianca e divulgato ieri sera dice che la perdita è fra i 35 mila e i 60mila barili di greggio al giorno; un operatore telefonico del centralino BP a Houston dice, restando anonimo, che il centralino è falso e le migliaia di segnalazioni quotidiane da parte di comuni cittadini non vengono riferite a nessuno (naturalmente la BP nega); Mac McClelland per Mojo è andato a visitare uno dei centri di pulizia e recupero dei pellicani bruni a Fort Jackson in Louisiana (con foto). Sempre Mac fa un’altra delle gite non autorizzate dei corrispondenti di Mother Jones su una spiaggia dove sono in corso le operazioni di pulizia: accompagnato dal suo ex professore di letteratura, scopre alcune cose inquietanti - un delfino morto, il petrolio raccattato con gli asciugamani, e soprattutto le squadre sotto contratto per la BP gli fanno presente che “non c’è bisogno di vedere queste cose in fotografia”. Jason Linkins per Huffington Post trascrive i dialoghi di un video fra il visitatore- giornalista Scott Walker e un rappresentante della BP su una delle spiagge contaminate.

♫ Le musiche di oggi erano “Quello che non c’è” di Afterhours e “Trouble” di Ray Lamontagne

Ecco la puntata di oggi:

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esorcismi

venerdì, dicembre 11th, 2009

Kertesz-Newspapers

(Andre Kertesz, 1944)

Dopo le notevoli discussioni sollevate dal discorso di accettazione del premio Nobel per la Pace ieri a Oslo di Barack Obama, che attengono in parte al merito del Nobel in sé, e in parte alla sua difesa dell’esistenza del concetto di “guerra giusta”, vorrei proporvi come spunto il post del commentatore politico inglese Michael Tomaski, che riflette sulla natura complessiva del suo discorso.

“L’intervento di 36 minuti di Barack Obama per il Nobel non passerà alla storia come uno dei suoi più grandi discorsi, ma mi ha colpito come il più suo più interessante da molto tempo, o forse da sempre. A seconda dei momenti storico, politico o teologico, Obama ha parlato di argomenti come la riconciliazione del desiderio di pace con la necessità a volte di ingaggiare una guerra, dell’importanza della non-violenza così come delle sue mancanze e dei suoi fallimenti, e altre Grandi Domande. L’ho trovato ammirevole nel non dare esattamente quello che volevano sentirsi dire né al suo pubblico europeo di sinistra né al suo pubblico americano. E’ stato un discorso molto complicato, particolarmente duro da seguire per alcuni. A me le sfumature piacciono, ma non si può dire che facciano impazzire le masse. “I miei successi sono deboli”, ha riconosciuto subito Obama, prima di offrire la seconda e più importante ammissione che tutti attendevano. Sì, ha detto, sono il capo di stato di una nazione che oggi è coinvolta in due guerre, una che si sta esaurendo (detto con ottimismo) e l’altra che non abbiamo scelto noi (una affermazione con cui molti di coloro che lo ascoltavano potevano non essere d’accordo). Avrebbe potuto continuare con una serie di banalità per autogiustificarsi dell’escalation programmata per l’Afghanistan. Non che George Bush avrebbe mai potuto ricevere il Nobel, ma lui avrebbe fatto proprio così, come gli abbiamo spesso sentito fare nell’arco di otto anni – giustificazioni di parte, sofistiche e intellettualmente deboli, smodatamente sulla difensiva verso le malvagie elite liberali (una retorica di cui i conservatori non si stancano mai). Naturalmente qui l’autogiustificazione era, in parte, la motivazione di Obama. Ma il suo discorso è andato molto più in profondità. Ha evitato, in gran parte, di fare balletti sulle questioni spinose o di andare in cerca di simpatie. “Io sono responsabile dei soldati”, ha detto in quella che è stata la frase forse più franca e urticante del suo discorso. “Alcuni di loro uccideranno. E alcuni di loro verranno uccisi”. E lungi dall’usare questa occasione per cercare di spostare l’opinione pubblica europea o internazionale a favore della guerra in Afghanistan, Obama ha parlato a lungo della necessità della guerra nella ricerca della pace. “Gli strumenti della guerra”, ha detto, “hanno un ruolo nel preservare la pace”. E’ da notare che, per quanto ho osservato io, il discorso è stato interrotto dagli applausi dei presenti soltanto una volta, quando Obama ha detto “l’America deve restare un portabandiera nel modo di condurre le guerre”. Si tratta naturalmente di una frase anti-tortura, e il pubblico ne avrebbe voluto di più. Ma allo stesso tempo, non è stato nemmeno un discorso pensato per alzare i sondaggi a favore di Obama in America. Egli può aver citato Richard Nixon e Ronald Reagan come costruttori di pace, ma nel discorso anche la destra avrà trovato parecchio da attaccare per la destra. E un attacco diretto a Bush era furbamente travestito da critica verso i jihadisti: “Quando si è veramente convinti di realizzare una volontà divina, allora non si sente il bisogno della misura”. Dunque, se il discorso non era inteso a compiacere un pubblico internazionale, e neanche per aiutare politicamente Obama a casa sua, a cosa serviva? Be’, qua c’è quello che mi piace di questo tizio. Forse il discorso era pensato per… essere sincero su come vede il mondo, e sincero col mondo e con i posteri sulle complessità che ci troviamo ad affrontare. Immaginatevi un po’. Ci sono tutta una serie di critiche da fare alle decisioni di Obama in materia di politica estera, e le sue mosse principali – riequilibrare il Medio Oriente, negoziare con l’Iran, e naturalmente raddoppiare le forze in Afghanistan – possono ancora fallire. Ma almeno abbiamo un leader che riflette, e che è intellettualmente onesto, e che non insulta la nostra intelligenza. Questo costituisce già un qualche tipo di vittoria.”

*

Abbiamo tanto seguito la vicenda Murdoch contro Google, e la questione del futuro dei giornali se i contenuti continueranno ad essere disponibili gratis online attraverso i motori di ricerca. Nel frattempo la trattativa fra Murdoch e Microsoft per trovare un’alternativa conveniente si è fermata, e una delle testate di Murdoch più importanti al centro di questa controversia, il Wall Street Journal, ha ospitato nei giorni scorsi una contro-risposta del presidente di Google, Eric Schmidt. Non risponde a una delle questioni cruciali poste da Murdoch – quella della frammentazione che elimina il contesto culturale  e l’accostamento delle notizie fra di loro – ma ha il pregio di porre piuttosto chiaramente la visione di come potrebbero mettersi le cose in futuro.

“E’ l’anno 2015. Lo strumento compatto che ho in mano mi porta il mondo intero, una storia alla volta. Sfoglio i miei giornali e le mie riviste preferite, le immagini nitide come se fossero stampate, e non devo diventare matto ad aspettare che si carichino. Ancor meglio, questo strumento sa chi sono, cosa mi piace, e quello che ho già letto. Così mentre ricevo tutte le notizie e i commenti, vedo anche degli articoli commisurati ai miei gusti.  Passo da una storia sulla sanità del Wall Street Journal a un pezzo sull’Iraq dall’egiziano Al Gomhuria, tradotto automaticamente dall’arabo in inglese. Batto col dito sullo schermo, dicendo così al cervello dello strumento che si trova al di sotto che ha azzeccato il suggerimento. Alcuni di questi articoli fanno parte di un pacchetto abbonamenti mensile. Alcuni, quando l’anteprima gratuita mi cattura, costano pochi centesimi che vengono addebitati sul mio conto. Altri sono disponibili senza costi, che sono coperti dalla pubblicità. ma queste pubblicità non sono richiami statici a prodotti che non userei mai. Come le notizie che sto leggendo, sono studiati su misura per me. Gli inserzionisti sono disposti a spendere molto per questo tipo di specificazione del target. Questo scenario è lontano da dove ci troviamo oggi. La tecnologia attuale – in questo caso il prestigioso giornale che state leggendo – può essere relativamente vecchio, ma è un modello di semplicità e di velocità se paragonato all’esperienza delle notizie online di oggi. Posso voltare le pagine molto più rapidamente nell’edizione fisica del giornale di quanto possa fare sul web. E ogni volta che ritorno su un sito, vengo trattato come uno sconosciuto. Perciò, quando penso all’attuale crisi dell’industria della stampa, comincio da qui: una tecnologia tradizionale che lotta per adattarsi a un nuovo mondo distruttivo.  E’ una storia familiare: il declino della circolazione dei giornali è cominciato con l’arrivo della radio e della televisione. le prime vittime sono state le edizioni pomeridiane dei quotidiani. Poi l’avvento dei notiziari 24 ore su 24 ha trasformato i contenuti dei giornali del mattino in notizie vecchie. Ora Internet ha spezzettato il pacchetto delle notizie in articoli che si leggono uno per uno, raggiunti attarevrso un  blog o un motore di ricerca, e abbandonati se non c’è un buon motivo per continuare a leggere una volta finito l’articolo. E’ quello che fra addetti ai lavori siamo arrivati a chiamare l’”unità atomica di consumo”. Per quanto questo sia doloroso per i giornali e le riviste, la pressione sui loro ritorni pubblicitari da Internet sta causando un danno anche maggiore. una volta, la scelta che avevano di fronte gli inserzionisti che volevano fare pubblicità sui clienti di  San Francisco era fra una pagina sul Chronicle o una sull’ Examiner. Poi è arrivata Craigslist, che rende possibile vedere gratuitamente le inserzioni, seguita poi da eBay e dai siti specializzati. Adesso i motori di ricerca come Google collegano gli inserzionisti direttamente a quei clienti che cercano quello che loro vendono. Con guadagni oscillanti e risorse diminuite, i dirigenti frustrati dei giornali stanno cercando qualcuno a cui dare la colpa. Molta della loro rabbia è diretta a Google, che molti dirigenti pensano si prenda tutti i benefici di questo rapporto commerciale senza dare molto in cambio. I fatti, però suggeriscono altrimenti. Google è una grande fonte di promozione. Noi mandiamo online a chi pubblica notizie un miliardo di click al mese da Google News e più di tre miliardi di visite extra provenienti da tutti gli altri nostri servizi, come Web Search e iGoogle. Questo significa  100,000 opportunità al minuto di guadagnarsi dei lettori leali e di generare profitto – e gratis. In termini di copyright, un’altra delle pietre dello scandalo, noi mostriamo solo un titolo e un paio di righe dell’articolo a cui si riferisce. Se i lettori vogliono continuare a leggere devono cliccare entrando nel sito del giornale, e fanno eccezione soltanto gli articoli che ospitiamo attraverso un accordo di licenza con alcune agenzie di stampa. E se lo desiderano, gli editori possono togliere i loro contenuti dal nostro indice di ricerca, o da Google News. Anche sostenere che stiamo facendo grossi profitti sulle spalle dei giornali equivoca la realtà.  nel lavoro di ricerca, noi guadagnamo principalmente dalle pubblicità di prodotti. Qualcuno digita “fotocamera digitale” e gli escono delle pubblicità di fotocamere. Una ricerca di notizie tipica – per esmepio sull’Afghanistan – può dare origine ad alcune pubblicità. Il guadagno generato dalle inserzioni che compaiono accanto ai risultati delle ricerche è solo una minuscola porzione dei nostri guadagni dal motore di ricerca. E’ comprensibile che si cerchi qualcun altro a cui dare la colpa. ma , come ha detto Rupert Murdoch, è la compiacenza dei monopoli del passato, non la tecnologia, ad aver davvero minacciato l’industria dell’informazione. Riconosciamo, comunque, che una crisi della raccolta di notizie non è soltanto una crisi che riguarda l’industria dei giornali. Il flusso di informazioni accurate, di punti di vista diversificati e di analisi vere e proprie è cruciale al pieno funzionamento di una democrazia. Riconosciamo anche che che è stato difficile per i giornali guadagnare dai loro contenuti online. ma proprio come non c’è un’unica ragione per gli attuali problemi dell’industria, non esiste un’unica soluzione. Noi vogliamo lavorare con gli editori per aiutarli a costruire un pubblico più ampio, per coinvolgere di più i lettori, e per guadagnare di più. Raccogliere questa sfida significherà usare la tecnologia per sviluppare nuovi modi per raggiungere i lettori e trattenerli più a lungo, e anche nuovi modi per raccogliere denaro combinando accesso gratuito e accesso a pagamento. Credo anche che richiederà un cambiamento di tono nel dibattito, il riconoscimento che dobbiamo lavorare tutti insieme per realizzare la promessa del giornalismo nell’era digitale. Google vuol fare la sua parte e fa sul serio. Stiamo già testando, con più di trenta partner importanti dell’industria dell’informazione, un servizio che si chiama Google Fast Flip. la teoria – che nella pratica sembra funzionare – è che se rendiamo più facile leggere articoli, le persone ne leggeranno di più. I nostri partner editoriali riceveranno la maggior parte dei guadagni generati dalle pubblicità che accompagneranno gli articoli. Non c’è nemmeno una scelta obbligata, come invece sembrano sostenere alcuni giornali, fra l’accesso a pagamento per i contenuti online e l’accessibilità attraverso i motori di ricerca. Si possono avere entrambe le cose. Questo è un inizio ma insieme possiamo muoverci verso quel gadget di fantasia che ho descritto all’inizio. L’accelerazione nella sofisticazione e nella proprietà dei cellulari offre un enorme potenziale. Man mano che sempre più di questi cellulari si connettono a Internet, diventano e-readers, offrono articoli, contenuti finanziari e pubblicità. Questi telefoni sanno dove sei e possono offrire informazioni rilevanti dal punto di vista geografico. In futuro ci saranno più notizie, più commenti, più opportunità di discussione, non di meno. I giornali migliori hanno sempre offerto uno specchio alle comunità che li leggono. Adesso offrono ai loro lettori un luogo digitale dove riunirsi e parlare. E proprio come abbiamo visto diversi modelli di pagamento per la tv man mano che aumentava la scelta e venivano coinvolti nuovi fornitori di servizi, credo che assisteremo a un processo analogo con l’informazione. Potremo facilmente vedere un accesso gratuito per contenuti di massa finanziato dalla pubblicità accanto a un sistema di abbonamento e di pay-for-view per i contenuti che hanno un pubblico più di nicchia. Di certo non credo che Internet significhi la morte dell’informazione. Attraverso l’innovazione e la tecnologia, essa può perdurare con nuovi profitti e nuova vitalità. Il video non ha ucciso la stella della radio, ha creato un’intera nuova industria in più”.

Le musiche di oggi erano “I’ll take care of you” di Mark Lanegan e “Little lion man” di Mumford and sons

Ecco la puntata di oggi:

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sprechi e guadagni

mercoledì, novembre 25th, 2009

Settimana-europea-per-la-riduzione-dei-rifiuti_imagelarge

Visto che oggi parliamo fra le altre cose del legame fra contenuti e indotto pubblicitario, ci sta a pennello questo post di Minimarketing.

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Vi ricordate quando abbiamo parlato estesamente dell’intenzione del tycoon Rupert Murdoch di ritirare i contenuti dei propri giornali dalla disponibilità gratuita tramite Google? Sembra proprio che facesse sul serio: attraverso un accordo con Microsoft, e con il suo motore di ricerca Bing, l’imperatore dei tabloid, del Wall Street Journal e del New York Times si avvia a rimuovere i propri contenuti dalla reperibilità pubblica senza profitto. Se l’accordo va in porto, essi verranno indicizzati attraverso Bing, che in cambio pagherà a Murdoch una percentuale del maggior guadagno ottenuto grazie alla pubblicità che i nuovi contenuti attireranno. Vediamo cosa racconta John Gapper, ripreso da Roy Greenslade sul suo blog del Guardian:

“La trattativa di Rupert Murdoch con Microsoft  a proposito del rimuovere gli articoli dei suoi giornali da Google per darne i diritti di indicizzazione a Bing della Microsoft, potrebbe essere un momento topico dell’economia che riguarda la rete. Il signor Murdoch sembra disposto a sacrificare molto traffico verso i siti dei suoi giornali come il Wall Street Journal e il Times in cambio di un pagamento da parte di Microsoft. In effetti, facendo questo scambierebbe il flusso di raccolta pubblicitaria derivata dai suoi contenuti, che porta visitatori, per un pagamento da parte di Microsoft. Questo suggerisce due cose: o, come sostengono molti evangelisti digitali, sta invecchiando e non capisce niente della rete, oppure si è gaurdato bene i numeri e ha deciso che il traffico di Google non vale molto. personalmente credo che la seconda ipotesi più probabile. Ryan Chittum della Columbia Journalism Review ha fatto qualche calcolo l’altro giorno e ha suggerito che il Wall Street Journal guadagni meno di 12 milioni di di dollari all’anno in pubblicità diretta alle persone che arrivano al suo sito attraverso Google, anche se quelle persone rappresentano il 23 per cento del totale di tutto il traffico del Journal. Il New York Times di solito riceve due volte il traffico del Wall Street Journal. Per semplicità diciamo che il Journal riceverà la metà del Times in guadagni online e derivati quest’anno, circa 51 milioni. Se tutti i visitatori fossero uguali. (e non lo sono), questo implicherebbe che Google porta soltanto 11.7 milioni di dollari all’anno in pubblicità,  $978.000 al mese. Probabilmente questa stima è anche troppo alta, perché equipara la pubblicità che si rivolge agli utenti che arrivano al Journal da Google a quella che si rivolge agli abbonati del giornale online.  I pubblicitari non valutano il traffico casuale che arriva dai motori di ricerca alla stregua di quello degli abbonati, e fann0 bene. I primi sono lettori, mentre i secondi sono clienti che mostrano lealtà verso un prodotto. Perciò è più corretto vedere il traffico verso i nuovi siti attraverso i link e i motori di ricerca come un accorgimento di marketing per attirare abbonati più che come flusso di guadagno. La politica del Journal di dare via qualche articolo e farne pagare altri è a metà fra le due strade. Murdoch sembra aver deciso che non perderà molto abbandonando il traffico di Google e che perfino un piccolo pagamento da parte di Microsoft lo compenserebbe. Sta tentando di far pagare ai distributori i suoi contenuti nello stesso modo in cui igli operatori via cavo americani pagano i network via cavo per avere i loro programmi. Potrebbe aver preso l’idea dal fatto che tre anni fa Google era disposta a pagare alla sua  News Corp $900 milioni di dollari in cambio del diritto a fornire  la ricerca e a vendere pubblicità su MySpace fino al 2010, un affare che non è andato in porto perché il traffico di MySpace si è rivelato insufficiente. Presumibilmente, qualunque pagamento da parte di Microsoft per avere diritto a indicizzare le notizie sarebbe molto inferiore a quella cifra, anche se comprendesse i diritti a prendersi i proventi pubblicitari degli utenti arrivati cliccando sui siti del gruppo di Murdoch. In ogni caso, il principio non mi sembra azzardato. anche se dobbiamo ancora vedere se Murdoch riuscirà a chiudere l’affare. Se il ritorno pubblicitario dal traffico dei motori di ricerca è così basso, perché non scambiarlo con qualcos’altro?”

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Siamo proprio in mezzo alla Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti; potete partecipare come volete, a livello personale cercando di produrre meno spazzatura nel corso di questa settimana, o aggregandovi alle iniziative dei comuni, o facendo un piccolo progetto cappeggiato proprio da voi. E’ anche, in generale, una settimana contro lo spreco. Se siete interessati in generale a impegnarvi di più su questo fronte, la Comunità Europea vi invierà regolarmente un bollettino, e io vi propongo il quiz ufficiale per capire quanto ne sappiamo di spreco e rifiuti. Non si vince niente ma è un buon promemoria! Fra le lingue della UE ahinoi non c’è l’italiano, ma trovate qualcosa qui.

ps a meno che non abbiate il software per catturare le immagini, NON, dico NON, stampate le soluzioni del quiz: paradossalmente, metà della pagina viene stampata tutta nera, con poca gioia del vostro toner, a proposito di evitare gli sprechi….

Le musiche di oggi erano “Winter winds” di Mumford and sons e “Sea of heartbreak” di Rosanne Cash feat Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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carta

martedì, novembre 10th, 2009

26-IMG_3253

Apriamo oggi con gli auguri di buon decimo compleanno a una libreria – sì, perché la magnifica Spoonbill & Sugartown, nel cuore di Williansburg a Brooklyn, compie gli anni oggi e festeggia in un modo particolare. Da qualche settimana, fra i tascabili usati, i tappeti persiani, i volumi di illustrazione, grafica e fotografia, il gatto nero e il gatto tigrato, le scatole di legno, i quaderni e gli artists book in copia unica, i giovani librai chiedono a ogni cliente di farsi fotografare con il proprio acquisto e di compilare un modulo nel quale descrive com’è avvenuto il suo incontro con la libreria, e cosa ci trova di speciale. In vetrina campeggiano le faccione dei primi clienti fotografati, che esibiscono orgogliosamente l’ultimo libro scovato da Spoonbill. In seguito, le fotografie e le schede compilate andranno a formare a loro volta un libro. Nel frattempo, tutti i clienti sono invitati oggi a partire dalle 10 del mattino ora locale – ancora il 10! – a vedersi un concerto, ma soprattutto a “prendersi 10 momenti di riflessione, silenziosa o meno, su un libro che hanno letto negli ultimi 10 anni”. Un bel gioco che possiamo fare anche noi a distanza, per celebrare la gratitudine per i libri e per una libreria che ci fa scoprire cose di cui non sospettavamo neanche l’esistenza. Anche se non ci sfugge la dolorosa carenza dalle nostre parti di librerie di quartiere calde e affettuose, alle quali sentirsi legati, che rifuggano dalla vetrina preconfezionata con le ultime novità e si facciano paladine della scoperta. E qualcosa ne sanno i librai, sommersi dagli scatoloni di volumi, dai conti da pagare e dagli affitti stellari. Già che ci siamo, voglio proporvi di dare  un’occhiata anche alla libreria virtuale di Mark Sarvas, lo scrittore che oltre che a scrivere riesce anche a tener il miglior blog letterario del mondo secondo il Guardian, spaziando fra recensioni di libri, resoconti di quello che sta scrivendo, eventi letterari, e altri blog a tema. Fra gli ultimi post il richiamo a un articolo di Alexandra Alder sul Wall Street Journal nel quale alcuni autori di nome raccontano le loro fissazioni quando stanno scrivendo un romanzo; oppure un’anticipazione critica del nuovo romanzo di Philip Roth appena uscito negli Stati Uniti, oppure il lancio di una serie di racconti su commissione che verranno venduti su e-bay.

Il miliardario delle news Rupert Murdoch minaccia di ritirare il contenuto dei suoi giornali dalle ricerche di Google. Douglas Rushkoff, esperto di nuovi media, sostiene che un vero conservatore potrebbe salvare il giornalismo dalla libera rete..

Per quanto possa suonare improbabile, Rupert Murdoch potrebbe essere la nostra ultima speranza di una soluzione pacifica nella guerra di Internet al giornalismo professionale. Un uomo che molti incolpano di addomesticare, globalizzare e svalutare le notizie sta pensando di prendere posizione contro una forza più grande di lui: i link. In una intervista concessa nel fine settimana a Sky News Australia, Murdoch ha sfidato la Regola Cardinale di Internet avanzando l’ipotesi che l’informazione debba costare qualcosa: “non dovrebbero trovarla sempre gratis, e penso che fin adesso abbiamo dormito. fare un giornale ci costa un sacco di soldi”. Alludendo al fatto di essere pronto a togliere la spina alla reperibilità universale delle notizie, sta invitando altri editori nella sua stessa posizione a prendere in considerazione di fare la stessa mossa.

Murdoch sta parlando di qualcosa di più che semplicemente far pagare l’accesso alla versione online dei suoi giornali, cosa che il Wall Street Journal e qualche altro fanno già con successo da anni. Inveendo contro i “cleptomani di contenuti” come Google, Microsoft e Ask.com – che in effetti è come se si sindacassero alle sue pubblicazioni senza pagare – Murdoch ha perfino suggerito di voler erigere dei muri di protezione che impediscano agli articoli dei suoi giornali di risultare nelle ricerche su Google. Proprio così: invece di sfruttare il sistema per ottenere dei ranking più alti nei risultati delle ricerche, Murdoch sta pensando di ritirare del tutto i suoi contenuti dalle ricerche di Google – un’operazione semplicissima che Google sostiene sia a disposizione di qualunque sito lo desideri.

Naturalmente a Google sono sbalestrati dal fatto che qualcuno voglia farlo. In una dichiarazione rilasciata in risposta alla sfida di Murdoch, affermano che il pensiero di Google è ovviamente questo: “gli editori mettono i loro contenuti sul web perché vogliono che vengano trovati”. Ma come sta imparando la News Corp di Murdoch e molte altre imprese editoriali, a volte Google rende fin troppo facile agli utenti del web trovare i loro contenuti. Nel loro sforzo per allinearsi a Internet e collaborare all’idea che ci vuole un’informazione gratuita, molti giornali hanno trasformato i loro elementi di profitto in un peso. A cosa serve un pubblico globale se nessuno paga? Senza ritorno, virtualmente i giornali se ne vanno gambe all’aria. Così, mentre i giornalisti del New York Times attendono di sapere chi di loro sarà fra i prossimi 100 a restare senza stipendio fra due mesi, l’Associazione degli Scrittori tiene seminari su come guadagnarsi da vivere come autore professionista, e i forum di Mediabistro sono pieni di post di giornalisti che stanno pensando di andare a fare un altro lavoro, è arrivato il momento che qualcuno prenda in considerazione un’alternativa alla fusione fra il giornalismo professionista e la blogosfera sempre disponibile e sempre gratuita.

Certamente, l’ascesa del gratuito è stata una manna del cielo per tante persone: milioni in tutto il mondo, o almeno fra quelli che hanno una connessione internet, godono di un accesso gratuito in qualunque momento a tutta l’informazione di cui hanno bisogno. Ma proprio come l’accesso libero alla musica porta al fatto che nessuno può più vivere di musica, il giornalismo gratuito non può mantenersi, soprattutto quando è un motore di ricerca a fornire tutta la pubblicità. ma quello che ha capito Murdoch è che una rivolta contro la gratuità dei contenuti vorrà dire più che erigere un login per abbonati fra il Google di link e l’articolo. Il login non fa altro che spingere l’utente a trovare una fonte alternativa di informazione. No, quello di cui si è reso conto Murdoch è che un giornale non ha un valore soltanto per i suoi singoli contenuti, articoli o notiziole che possono essere scelti da una lista generica. Un giornale fornisce un contesto. racconta una storia attraverso la sua selezione di articoli per quella determinata giornata, il loro accostamento e anche la loro continuità nel tempo. Aprendosi alla vivisezione immediata tramite ricerca, gli editori invitano alla disconnessione dei loro articoli dal loro contesto e dalla loro sorgente. E più incoraggiano questo sfruttamento dei loro contenuti, più incoraggiano i i lettori a vedere il lavoro dei loro giornalisti come meri dati, isolati da una prospettiva più ampia. Qualcosa che sta al giornalismo come le suonerie dei cellulari stanno alla musica. Quando Murdoch comprò il wall Street Journal, uno dei pochi grandi giornali ad avere un accesso a pagamento, aveva detto che avrebbe presto rimosso il pedaggio per promuovere un maggior numero di lettori e un maggior numero di pagine viste per le pubblicità. Adesso, solo due anni dopo, si sta accorgendo che il Wall Street Journal aveva ragione, che alla fine dei conti, mantenendosi intatto, ha protetto la propria integrità come pubblicazione. E non è che Google sia sul mercato soltanto per il bene pubblico. Google fa i suoi bei soldi tenendo aperti i contenuti di tutti nelle sue pagine di ricerca, ma soprattutto i loro contenuti pubblicitari. Un mondo di contenuti open è un mondo aperto a Google.

Certo, è difficile battersi contro l’apertura dell’universo di Google senza risultare buii, musoni e conservatori come, diciamo, Rupert Murdoch. E io da giornalista professionista che comunque sostiene un internet che sia della gente, sono felice di competere con migliaia di blogger amatoriali che raccontano e commentano le stesse storie che racconto io. Ma il vantaggio di cui godono i giornalisti professionisti è solo quello: di essere professionisti, pagati per avere il tempo e le risorse di cui hanno bisogno per dedicarsi al loro compito. Se non riusciamo a fare di meglio, va bene, ma se continua così non riusciremo nemmeno a dimostrarlo. E’ ovvio che per ora i commenti di Murdoch sono solo una sparata per sondare il terreno. Ha iniziato un discorso che però pochi di noi sono in grado di supportare con un impero mediatico multimiliardario. Suggerendo l’idea di togliere la spina alle notizie universalmente accessibili, sta invitando altri editori a pensare di fare lo stesso, e io spero che lo facciano.

E voi, cosa ne pensate? Commentate qui sotto.

Vi ricordate quando abbiamo parlato della chiusura della grande rivista gastronomica Gourmet? Il nostro ascoltatore Sapo ha trovato una cosa molto interessante che vi consiglio di andare a vedere, un sito fatto interamente con le fotografie dei corridoi vuoti di Gourmet scattate da un redattore che ci lavorava, Kevin DeMaria, che aiutandosi con i secchi dell’immondizia per appoggiare la sua macchina fotografica per le lunghe esposizioni, ha ritratto gli scatoloni impilati, i disegni e le foto staccati dai pannelli, i neon spogli, gli scaffali vuoti, i resti del cibo mangiato ai tavoli delle riunioni e i redattori malinconici alle scrivanie che dovranno presto abbandonare. Gourmet sarà anche stata il simbolo di una certa editoria patinata, ma vedere i segni di un luogo di lavoro che muore fa sempre impressione.

Le musiche di oggi erano “Come home to me” di Steve Earle e “Timshel” di Mumford and sons

Ecco la puntata di oggi:

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