
(Andre Kertesz, 1944)
Dopo le notevoli discussioni sollevate dal discorso di accettazione del premio Nobel per la Pace ieri a Oslo di Barack Obama, che attengono in parte al merito del Nobel in sé, e in parte alla sua difesa dell’esistenza del concetto di “guerra giusta”, vorrei proporvi come spunto il post del commentatore politico inglese Michael Tomaski, che riflette sulla natura complessiva del suo discorso.
“L’intervento di 36 minuti di Barack Obama per il Nobel non passerà alla storia come uno dei suoi più grandi discorsi, ma mi ha colpito come il più suo più interessante da molto tempo, o forse da sempre. A seconda dei momenti storico, politico o teologico, Obama ha parlato di argomenti come la riconciliazione del desiderio di pace con la necessità a volte di ingaggiare una guerra, dell’importanza della non-violenza così come delle sue mancanze e dei suoi fallimenti, e altre Grandi Domande. L’ho trovato ammirevole nel non dare esattamente quello che volevano sentirsi dire né al suo pubblico europeo di sinistra né al suo pubblico americano. E’ stato un discorso molto complicato, particolarmente duro da seguire per alcuni. A me le sfumature piacciono, ma non si può dire che facciano impazzire le masse. “I miei successi sono deboli”, ha riconosciuto subito Obama, prima di offrire la seconda e più importante ammissione che tutti attendevano. Sì, ha detto, sono il capo di stato di una nazione che oggi è coinvolta in due guerre, una che si sta esaurendo (detto con ottimismo) e l’altra che non abbiamo scelto noi (una affermazione con cui molti di coloro che lo ascoltavano potevano non essere d’accordo). Avrebbe potuto continuare con una serie di banalità per autogiustificarsi dell’escalation programmata per l’Afghanistan. Non che George Bush avrebbe mai potuto ricevere il Nobel, ma lui avrebbe fatto proprio così, come gli abbiamo spesso sentito fare nell’arco di otto anni – giustificazioni di parte, sofistiche e intellettualmente deboli, smodatamente sulla difensiva verso le malvagie elite liberali (una retorica di cui i conservatori non si stancano mai). Naturalmente qui l’autogiustificazione era, in parte, la motivazione di Obama. Ma il suo discorso è andato molto più in profondità. Ha evitato, in gran parte, di fare balletti sulle questioni spinose o di andare in cerca di simpatie. “Io sono responsabile dei soldati”, ha detto in quella che è stata la frase forse più franca e urticante del suo discorso. “Alcuni di loro uccideranno. E alcuni di loro verranno uccisi”. E lungi dall’usare questa occasione per cercare di spostare l’opinione pubblica europea o internazionale a favore della guerra in Afghanistan, Obama ha parlato a lungo della necessità della guerra nella ricerca della pace. “Gli strumenti della guerra”, ha detto, “hanno un ruolo nel preservare la pace”. E’ da notare che, per quanto ho osservato io, il discorso è stato interrotto dagli applausi dei presenti soltanto una volta, quando Obama ha detto “l’America deve restare un portabandiera nel modo di condurre le guerre”. Si tratta naturalmente di una frase anti-tortura, e il pubblico ne avrebbe voluto di più. Ma allo stesso tempo, non è stato nemmeno un discorso pensato per alzare i sondaggi a favore di Obama in America. Egli può aver citato Richard Nixon e Ronald Reagan come costruttori di pace, ma nel discorso anche la destra avrà trovato parecchio da attaccare per la destra. E un attacco diretto a Bush era furbamente travestito da critica verso i jihadisti: “Quando si è veramente convinti di realizzare una volontà divina, allora non si sente il bisogno della misura”. Dunque, se il discorso non era inteso a compiacere un pubblico internazionale, e neanche per aiutare politicamente Obama a casa sua, a cosa serviva? Be’, qua c’è quello che mi piace di questo tizio. Forse il discorso era pensato per… essere sincero su come vede il mondo, e sincero col mondo e con i posteri sulle complessità che ci troviamo ad affrontare. Immaginatevi un po’. Ci sono tutta una serie di critiche da fare alle decisioni di Obama in materia di politica estera, e le sue mosse principali – riequilibrare il Medio Oriente, negoziare con l’Iran, e naturalmente raddoppiare le forze in Afghanistan – possono ancora fallire. Ma almeno abbiamo un leader che riflette, e che è intellettualmente onesto, e che non insulta la nostra intelligenza. Questo costituisce già un qualche tipo di vittoria.”
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Abbiamo tanto seguito la vicenda Murdoch contro Google, e la questione del futuro dei giornali se i contenuti continueranno ad essere disponibili gratis online attraverso i motori di ricerca. Nel frattempo la trattativa fra Murdoch e Microsoft per trovare un’alternativa conveniente si è fermata, e una delle testate di Murdoch più importanti al centro di questa controversia, il Wall Street Journal, ha ospitato nei giorni scorsi una contro-risposta del presidente di Google, Eric Schmidt. Non risponde a una delle questioni cruciali poste da Murdoch – quella della frammentazione che elimina il contesto culturale e l’accostamento delle notizie fra di loro – ma ha il pregio di porre piuttosto chiaramente la visione di come potrebbero mettersi le cose in futuro.
“E’ l’anno 2015. Lo strumento compatto che ho in mano mi porta il mondo intero, una storia alla volta. Sfoglio i miei giornali e le mie riviste preferite, le immagini nitide come se fossero stampate, e non devo diventare matto ad aspettare che si carichino. Ancor meglio, questo strumento sa chi sono, cosa mi piace, e quello che ho già letto. Così mentre ricevo tutte le notizie e i commenti, vedo anche degli articoli commisurati ai miei gusti. Passo da una storia sulla sanità del Wall Street Journal a un pezzo sull’Iraq dall’egiziano Al Gomhuria, tradotto automaticamente dall’arabo in inglese. Batto col dito sullo schermo, dicendo così al cervello dello strumento che si trova al di sotto che ha azzeccato il suggerimento. Alcuni di questi articoli fanno parte di un pacchetto abbonamenti mensile. Alcuni, quando l’anteprima gratuita mi cattura, costano pochi centesimi che vengono addebitati sul mio conto. Altri sono disponibili senza costi, che sono coperti dalla pubblicità. ma queste pubblicità non sono richiami statici a prodotti che non userei mai. Come le notizie che sto leggendo, sono studiati su misura per me. Gli inserzionisti sono disposti a spendere molto per questo tipo di specificazione del target. Questo scenario è lontano da dove ci troviamo oggi. La tecnologia attuale – in questo caso il prestigioso giornale che state leggendo – può essere relativamente vecchio, ma è un modello di semplicità e di velocità se paragonato all’esperienza delle notizie online di oggi. Posso voltare le pagine molto più rapidamente nell’edizione fisica del giornale di quanto possa fare sul web. E ogni volta che ritorno su un sito, vengo trattato come uno sconosciuto. Perciò, quando penso all’attuale crisi dell’industria della stampa, comincio da qui: una tecnologia tradizionale che lotta per adattarsi a un nuovo mondo distruttivo. E’ una storia familiare: il declino della circolazione dei giornali è cominciato con l’arrivo della radio e della televisione. le prime vittime sono state le edizioni pomeridiane dei quotidiani. Poi l’avvento dei notiziari 24 ore su 24 ha trasformato i contenuti dei giornali del mattino in notizie vecchie. Ora Internet ha spezzettato il pacchetto delle notizie in articoli che si leggono uno per uno, raggiunti attarevrso un blog o un motore di ricerca, e abbandonati se non c’è un buon motivo per continuare a leggere una volta finito l’articolo. E’ quello che fra addetti ai lavori siamo arrivati a chiamare l’”unità atomica di consumo”. Per quanto questo sia doloroso per i giornali e le riviste, la pressione sui loro ritorni pubblicitari da Internet sta causando un danno anche maggiore. una volta, la scelta che avevano di fronte gli inserzionisti che volevano fare pubblicità sui clienti di San Francisco era fra una pagina sul Chronicle o una sull’ Examiner. Poi è arrivata Craigslist, che rende possibile vedere gratuitamente le inserzioni, seguita poi da eBay e dai siti specializzati. Adesso i motori di ricerca come Google collegano gli inserzionisti direttamente a quei clienti che cercano quello che loro vendono. Con guadagni oscillanti e risorse diminuite, i dirigenti frustrati dei giornali stanno cercando qualcuno a cui dare la colpa. Molta della loro rabbia è diretta a Google, che molti dirigenti pensano si prenda tutti i benefici di questo rapporto commerciale senza dare molto in cambio. I fatti, però suggeriscono altrimenti. Google è una grande fonte di promozione. Noi mandiamo online a chi pubblica notizie un miliardo di click al mese da Google News e più di tre miliardi di visite extra provenienti da tutti gli altri nostri servizi, come Web Search e iGoogle. Questo significa 100,000 opportunità al minuto di guadagnarsi dei lettori leali e di generare profitto – e gratis. In termini di copyright, un’altra delle pietre dello scandalo, noi mostriamo solo un titolo e un paio di righe dell’articolo a cui si riferisce. Se i lettori vogliono continuare a leggere devono cliccare entrando nel sito del giornale, e fanno eccezione soltanto gli articoli che ospitiamo attraverso un accordo di licenza con alcune agenzie di stampa. E se lo desiderano, gli editori possono togliere i loro contenuti dal nostro indice di ricerca, o da Google News. Anche sostenere che stiamo facendo grossi profitti sulle spalle dei giornali equivoca la realtà. nel lavoro di ricerca, noi guadagnamo principalmente dalle pubblicità di prodotti. Qualcuno digita “fotocamera digitale” e gli escono delle pubblicità di fotocamere. Una ricerca di notizie tipica – per esmepio sull’Afghanistan – può dare origine ad alcune pubblicità. Il guadagno generato dalle inserzioni che compaiono accanto ai risultati delle ricerche è solo una minuscola porzione dei nostri guadagni dal motore di ricerca. E’ comprensibile che si cerchi qualcun altro a cui dare la colpa. ma , come ha detto Rupert Murdoch, è la compiacenza dei monopoli del passato, non la tecnologia, ad aver davvero minacciato l’industria dell’informazione. Riconosciamo, comunque, che una crisi della raccolta di notizie non è soltanto una crisi che riguarda l’industria dei giornali. Il flusso di informazioni accurate, di punti di vista diversificati e di analisi vere e proprie è cruciale al pieno funzionamento di una democrazia. Riconosciamo anche che che è stato difficile per i giornali guadagnare dai loro contenuti online. ma proprio come non c’è un’unica ragione per gli attuali problemi dell’industria, non esiste un’unica soluzione. Noi vogliamo lavorare con gli editori per aiutarli a costruire un pubblico più ampio, per coinvolgere di più i lettori, e per guadagnare di più. Raccogliere questa sfida significherà usare la tecnologia per sviluppare nuovi modi per raggiungere i lettori e trattenerli più a lungo, e anche nuovi modi per raccogliere denaro combinando accesso gratuito e accesso a pagamento. Credo anche che richiederà un cambiamento di tono nel dibattito, il riconoscimento che dobbiamo lavorare tutti insieme per realizzare la promessa del giornalismo nell’era digitale. Google vuol fare la sua parte e fa sul serio. Stiamo già testando, con più di trenta partner importanti dell’industria dell’informazione, un servizio che si chiama Google Fast Flip. la teoria – che nella pratica sembra funzionare – è che se rendiamo più facile leggere articoli, le persone ne leggeranno di più. I nostri partner editoriali riceveranno la maggior parte dei guadagni generati dalle pubblicità che accompagneranno gli articoli. Non c’è nemmeno una scelta obbligata, come invece sembrano sostenere alcuni giornali, fra l’accesso a pagamento per i contenuti online e l’accessibilità attraverso i motori di ricerca. Si possono avere entrambe le cose. Questo è un inizio ma insieme possiamo muoverci verso quel gadget di fantasia che ho descritto all’inizio. L’accelerazione nella sofisticazione e nella proprietà dei cellulari offre un enorme potenziale. Man mano che sempre più di questi cellulari si connettono a Internet, diventano e-readers, offrono articoli, contenuti finanziari e pubblicità. Questi telefoni sanno dove sei e possono offrire informazioni rilevanti dal punto di vista geografico. In futuro ci saranno più notizie, più commenti, più opportunità di discussione, non di meno. I giornali migliori hanno sempre offerto uno specchio alle comunità che li leggono. Adesso offrono ai loro lettori un luogo digitale dove riunirsi e parlare. E proprio come abbiamo visto diversi modelli di pagamento per la tv man mano che aumentava la scelta e venivano coinvolti nuovi fornitori di servizi, credo che assisteremo a un processo analogo con l’informazione. Potremo facilmente vedere un accesso gratuito per contenuti di massa finanziato dalla pubblicità accanto a un sistema di abbonamento e di pay-for-view per i contenuti che hanno un pubblico più di nicchia. Di certo non credo che Internet significhi la morte dell’informazione. Attraverso l’innovazione e la tecnologia, essa può perdurare con nuovi profitti e nuova vitalità. Il video non ha ucciso la stella della radio, ha creato un’intera nuova industria in più”.
Le musiche di oggi erano “I’ll take care of you” di Mark Lanegan e “Little lion man” di Mumford and sons
Ecco la puntata di oggi:
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