Posts Tagged ‘Wikileaks’

soldato Bradley Manning

venerdì, marzo 1st, 2013

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Comincia oggi il vero processo militare per Bradley Manning, dopo le udienze preliminari, ma soprattutto dopo 17 mesi di carcere già scontati. Manning è sotto accusa per essere stato la “talpa” che ha fornito la chiave dei dispacci diplomatici divulgati da Wikileaks, ed è l’unico incarcerato del caso legale più ampio che riguarda la diffusione dei “cables” per iniziativa di Julian Assange, in seguito concordata anche con i grandi quotidiani internazionali, fra i quali il Guardian. Glenn Greenwald posta proprio per il Guardian sul processo, dalla parte di Manning.

La canzone di oggi era “Wrecking ball” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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i mercanti e il tempio

venerdì, ottobre 28th, 2011

(il sit-in di St Paul, foto di Yepoka Yeebo/Business Insider)

Oggi ci sediamo sui gradini della cattedrale di St Paul, uno dei luoghi dell’occupazione internazionale a Londra. Due giorni fa qualcuno dall’Occupy londinese mi ha retwittato questo messaggio – mittente Giles Fraser: “E’ con grande rammarico e tristezza che ho consegnato le mie dimissioni alla cattedrale di St Paul”. Giles Fraser è – o meglio, era – il pastore protestante cancelliere della cattedrale, cioè il religioso che si occupa delle questioni legali che riguardano la cattedrale. 46 anni, di cui nove passati in un’altra diocesi, Fraser ha rassegnato le dimissioni perché ritiene “moralmente inconciliabile” la sua posizione con il piano di sgomberare i manifestanti dal piazzale di St Paul, piano sostenuto invece, oltre che dalla polizia, anche dall’arcivescovo Rowan Williams. Dopo che la notizia è circolata in rete, l’edizione online del Guardian ha raccontato la storia di Fraser e il direttore del giornale, Alan Rusbridger, è andato a intervistarlo. Fraser gli racconta quello che ha capito della protesta sui gradini di St Paul e del movimento Occupy.

Sugli stessi gradini, un paio di settimane fa, parlava alla folla con un megafono Julian Assange, controverso padrino di Wikileaks, ancora imputato in un processo per stupro, e a corto di fondi sia per le sue cause personali che per l’attività di diffusione dei cables confidenziali delle ambasciate americane. Anche se il grosso dei cables è ormai stato divulgato (ci vorrà poi del tempo perché i grandi quotidiani internazionali possano man mano elaborare e contestualizzare le informazioni grezze), Wikileaks ha tenuto una conferenza stampa qualche giorno fa per denunciare il blocco finanziario che le impedisce di accedere alle donazioni che riceve da tutto il mondo, invitando i sostenitori a battersi perché venga rimosso o aggirato. E’ interessante soprattutto perché mette in luce come la tacita iniziativa di un gruppo di compagnie finanziarie possa di fatto immobilizzare una fondazione ancora perfettamente legale.

♫ La canzone di oggi era “Lenders in the temple” di Conor Oberst

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Anchorage #11

domenica, settembre 25th, 2011

(gli eletti del Pirate Party a Berlino, foto di Hannibal Hanschke)

Il Pirate Party – il partito per la libertà di Internet, si è guadagnato l’8.9 per cento dei voti alla sua prima prova elettorale a Berlino, riuscendo a far eleggere tutti e 13 i suoi candidati. Scopriamo chi sono, da dove vengono e cosa vogliono.
In queste settimane altre ombre si sono addensate sul comportamento del comitato fondatore di Wikileaks, particolarmente dopo la pubblicazione affrettata e non redatta di una nuova infornata di dispacci diplomatici che lascia visibili i nomi di alcuni degli attivisti di punta della rivoluzione siriana. Forse per capire come sia successo basta ascoltare la testimonianza del giornalista James Ball, che se n’è andato da Wikileaks in grande disaccordo con le decisioni di Assange e dei suoi.

♫ Le canzoni di oggi erano “A voice in the dark” di Elvis Costello e “East Harlem” dei Beirut

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da Guantanamo in Libia

martedì, aprile 26th, 2011

(nella foto, manifestazione a Washington per chiedere la chiusura di Guantanamo, i manifestanti sfilano con i nomi dei detenuti, quasi tutti di origine araba)

Misurata arriva all’ottava settimana sotto assedio, la quinta sotto i bombardamenti coordinati dal comando Nato sulla Libia. Fra i pochissimi reporter che stanno raccontando i combattimenti di strada in strada, due giornalisti dello Spiegel online, Jonathan Stock e Marcel Mettelslefen, che postavano questo racconto pochi giorni fa, descrivendo la città, la situazione negli ospedali, e un maestro elementare diventato cecchino.

NYT, Le Monde, Washington Post e Guardian – fattisi pastori dei WikiLeaks nel tentativo di dare ai dispacci nudi e crudi una qualche parvenza di contesto e di senso – affrontano adesso i circa 700 che riguardano il carcere di Guantanamo, limbo legale senza precedenti internazionali, nodo di imbarazzo sui diritti umani per gli Stati Uniti e la spina nel fianco più contestata a Obama dalla sinistra liberal americana rispetto alle promesse elettorali fatte due anni fa. Da noi in Italia si occupa di farne sintesi il Post. Uno degli uomini catturati dopo l’11 settembre in Pakistan, un libico “sospettato di appartenere ad al-Qaeda” e in seguito riconsegnato alle carceri di Gheddafi, è oggi uno dei leader del Comitato di Liberazione degli insorti in Libia.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, in particolare in questi giorni Siria, Yemen e Bahrain, e oggi l’avvio in Egitto del controverso processo all’ex ministro degli Interni, responsabile dell’ordine di sparare sui manifestanti che ha causato la morte di quasi 700 persone a piazza Tahrir.

♫ La canzone di oggi era “Bodysnatchers” dei Radiohead

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prima pagina

mercoledì, gennaio 26th, 2011

(Obama e il giovane speechwriter Jon Favreau lavorano al discorso sullo Stato dell’Unione, 24 gennaio, foto di Pete Souza)

Oggi, nella giornata dei commenti al discorso sullo Stato dell’Unione che Barack Obama ha pronunciato stanotte, vi racconto quello che si trova in rete su due bei documentari americani. Uno è il ritratto/diario che la PBS ha dedicato al fotografo ufficiale della Casa Bianca Pete Souza – The President’s Photographer – 50 years in the Oval Office – e l’altro (via Nomfup) è Page One, il risultato di un anno di riprese nella redazione del New York Times che è appena stato presentato al Sundance Festival.

Per due anni ho seguito con grande curiosità il lavoro del fotografo Pete Souza, ex reporter del Chicago Tribune che dopo aver seguito Obama per tutta la campagna elettorale è stato chiamato a far parte della squadra presidenziale come fotografo ufficiale. Affiancato da un team di altri fotografi, Pete Souza pubblica sul sito della Casa Bianca una “foto del giorno” ogni giorno, e i suoi scatti si distinguono sempre per il tipo di luce e la capacità di catturare momenti minuscoli di grande pregnanza iconografica, che naturalmente contribuiscono alla narrazione del personaggio Obama. Essendo il suo compito quello di documentare ogni momento della presidenza per gli archivi storici, e facendo parte integrante della comunicazione di Obama verso l’esterno, Souza non è certo quello che si dice un fotografo indipendente. Ma non solo ho scoperto che in rete i blogger appassionati di fotografia lo seguono con grande interesse, ma che la PBS gli ha da poco dedicato un bel documentario, che nonostante sia commercializzato in dvd, finché è possibile potete vedere integralmente qui (dura poco meno di un’ora). Un milione di foto dopo l’inizio della sua avventura (nessuna della quali cancellabile dagli archivi) Souza racconta la sua giornata media secondo gli impegni del presidente, e i momenti più forti dei suoi reportage quando lo ha seguito fuori dalla Casa Bianca, ai comizi, all’arrivo delle bare dei soldati dall’Iraq, nelle visite ufficiali. Il punto di vista è molto peculiare, la camera a mano segue Souza nei corridoi e nei giardini della Casa Bianca, sotto i soffitti bassi, inseguito dal cane Bo, nell’incongrua domesticità del palazzo del potere più importante del mondo. Nel mondo di Souza, l’incontro di Obama con un altro capo di stato significa attendere ore sui divanetti del corridoio e lavorare di concerto con un altro fotografo ufficiale. La memoria digitale di una delle sue Canon può lasciarlo a piedi sul più bello. L’intero staff del presidente – Favreau, Axelrod, Rahm Emmanuel, lo prende in giro a bordo delle macchine blindate, ma tutto lo staff accorre una volta al mese nel corridoio dove vengono periodicamente esposte e alternate le sue fotografie più belle. Souza è sempre di corsa, con le sue macchine a tracolla, e deve arrangiarsi in ogni situazione che trova. Dalle foto ricordo di tutti quelli che stringono la mano al presidente fino ai momenti convulsi delle telefonate di Obama per vincere la battaglia legislativa sulla riforma sanitaria, le telecamere lo seguono dal suo ufficetto che una volta era la bottega del barbiere della Casa Bianca, fino a tutti gli angoli dell’Air Force One, e lo stesso Obama racconta il costante scrutinio della macchina fotografica e come Souza sia riuscito a rendersi quasi invisibile e il rapporto che hanno stabilito. The President’s Photographer ha come sottotitolo “50 years in the Oval Office” perché attraverso Souza vuole anche ricostruire l’esperienza dei fotografi ufficiali della Casa Bianca, alcuni dei quali ancora in vita, che qui  raccontano le loro avventure e disavventure in alcuni momenti storici, e di sicuro rende noto un dietro le quinte difficilmente accessibile altrimenti.

*

Intanto Andrew Rossi porta al Sundance Festival il suo documentario sull’anno di riprese che ha fatto nella redazione del New York Times, che si intitola Page One. Nomfup ci mette a disposizione il minivideo di un’intervista col regista che potete vedere nel suo bel post qui, insieme alla locandina del film. Come racconta Rossi, è la documentazione del lavoro che si fa nella redazione di un grande giornale (in questo caso il più grande del mondo) in un anno critico per il destino della carta stampata e per la sopravvivenza stessa del Times che sta cercando di adattarsi a molti cambiamenti (per dirne una, in alcune immagini tratte dal film potete vedere da dentro l’inconfondibile griglia della facciata del “palazzo di carta” creato da Renzo Piano sull’Ottava Avenue fra la 40esima e la 41esima apposta per il New York Times, che poco dopo il giornale ha dovuto mettere in affitto per mancanza di fondi), ma è anche, per Rossi, una testimonianza di riflessione su come una buona informazione ci aiuti ad essere persone che compiono scelte politiche consapevoli. Qui invece un clip da un momento del documentario che racconta l’arrivo e il trattamento di una parte della montagna di dispacci Wikileaks in redazione.

♫ Le musiche di oggi erano “The Magic” di Joan as Policewoman e “New York is killing me” di Gil Scott-Heron

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il vuoto morale

venerdì, dicembre 10th, 2010

Finalmente in rete cominciano a comparire riflessioni e interrogativi sulle conseguenze imprevedibili e le grandi trasformazioni che la Fuga-di-notizie-gigante di WikiLeaks comporterà per la cultura globale e per la nostra vita politica. Oggi ci dedichiamo a una di queste, nella tradizione provocatoria degli scrittori che postano per il blog della New York Review of Books. Christian Caryl, giornalista non certo incline a bersi le balle della diplomazia, prima di tutto quella dei suoi Stati Uniti, né a censurare la trasparenza della rete, è però molto perplesso dalle mosse di Assange. Più domande che risposte, come forse è giusto che sia, nel suo post che trovate qui (e che vi traduco nel podcast qui sotto).

♫ Le musiche di oggi erano “Half light” degli Arcade Fire e “Mrs Cold” dei Kings of convenience

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mattonelle da leggere

martedì, novembre 30th, 2010

In rete, diciamocelo, non si parla d’altro che di Wikileaks, la fugona di notizie attentamente e a lungo orchestrata insieme ai grandi quotidiani internazionali per diffondere centinaia di migliaia di dispacci interni da e per le ambasciate americane. Mentre il grosso delle rivelazioni (le prime sono delicate ma non dirompenti) deve ancora arrivare, molti lettori e netizens discutono di che peso e significato e regolazione etica possa avere la pirateria pura di Wikileaks rispetto invece alle inchieste giornalistiche. Siccome a Radio Popolare stiamo trattando l’argomento in lungo e in largo, mi limito a segnalarvi soltanto un link interessante: ieri pomeriggio Alan Rusbridger, il direttore del Guardian (uno dei quotidiani che da agosto erano in possesso dei file e aspettavano la deadline di Wikileaks per pubblicarli) ha tenuto un “domanda e risposta” in tempo reale sul sito del giornale con lettori di tutto il mondo. E’ utile a farsi un’idea delle perplessità e delle preoccupazioni di lettori di aree molto diverse del mondo, e – anche se Rusbridger è stato piuttosto abbottonato – della posizione di un grande quotidiano a diffusione planetaria che si trova a maneggiare questi materiali.

L’esistenza di iPad da una parte richiede e dall’altra stimola la creazione di nuovi formati di contenuti per la tavoletta, alcuni dei quali esclusivi, cioè che saranno disponibili solo su iPad. Mentre è ancora presto per sapere se e come funzioneranno queste nuove testate, e come potrebbero cambiare il giornalismo in rete e la fruizione di contenuti online, una settimana fa Il Post faceva sintesi, per cominciare, di tutto quello che si sa fin adesso del Daily, quotidiano esclusivo per i Pad a cui si sta lavorando in collaborazione con Rupert Murdoch.

Intanto se l’ex presidente di Newsweek, Mark Edminston, si appresta a lanciare il gruppo Nomad Editions che fornirà piccole pubblicazioni per tavolette e smartphone, proprio oggi il magnate Richard Branson, l’uomo col pizzetto e la mongolfiera che ha inventato il brand Virgin (dalla casa discografica alla Cola alla radio) dovrebbe annunciare qualche dettaglio della sua nuova impresa: la fondazione di un magazine esclusivo per i lettori di iPad, che si chiamerà Project e di cui potete vedere un’anteprima video qui,  e potete vedere il blog ufficiale qui.

♫ Le canzoni di oggi erano “Magic day” di Lou Rhodes e “Something beautiful” di Sinéad O’Connor

Ecco la puntata di oggi:

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