Posts Tagged ‘Williamsburg’

la guerra della bici

giovedì, dicembre 17th, 2009

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(cyclechicfromcopenaghen)

Mikael (che ha scattato questa foto), Velomama, Susanne e Lars tengono un blog di celebrazione della bicicletta dalla loro città, che è, guarda un po’, Copenaghen. E’ considerato dalla stampa internazionale uno dei 100 blog più belli del mondo, ha migliaia di lettori in decine di paesi, e nel suo blogroll segnala anche tutti i blog che lo imitano. La ricetta è semplice, brevi post e soprattutto fotografie della vita quotidiana a due ruote nella città. Fra i post dei giorni scorsi trovate anche diverse foto delle manifestazioni in coincidenza con la Conferenza sul Clima, quando 100 mila persone hanno invaso le strade di Copenaghen. Per i blog di Cyclechic, è stata la manifestazione più grande che si sia vista da molti anni nella loro città. Ecco invece cosa postano oggi:

“Let it snow, let it snow, let it snow. Ha cominciato a nevicare un paio di giorni fa e così ho scattato qualche foto tornando a casa. C’è una luce strana perché sullo sfondo c’era una manifestazione e le luci blu delle camionette della polizia e gli strani rossi e verdi dei semafori formavano un arcobaleno surreale nelle strade. Ma le sciarpe verdi si vedono bene lo stesso. Con la conferenza sul clima in corso in città sono stato costantemente intervistato, e tutti chiedono come diavolo faccia la gente qui a continuare a pedalare anche d’inverno. La temperatura è stata intorno allo zero per tutta la settimana, e con questo vento ci stiamo spostando verso -10°. Semplicemente continuiamo ad andare in bici. Abbiamo l’armadio pieno di vestiti invernali che possiamo usare per camminare o andare in bici, e andiamo avanti. La gente pedala da quando è stata inventata la bici, perché la stagione dovrebbe fare qualche differenza? Portatevi anche un amico, si sta sempre più caldi.”

*

La storia era già esplosa l’anno scorso, ma la disputa sulle nuove piste ciclabili a Brooklyn si è riaccesa: è una sorta di scontro fra due tipi di fondamentalismo,; potrà suonare superflua a chi come noi le piste ciclabili se le sogna, e va letta tenendo a mente che si parla di una città dove le regole della vita civica sono generalmente tenute care e rispettate, a dispetto delle vaste differenze culturali, linguistiche e religiose delle comunità che la abitano. Tunku Varadarajan la chiama “la deliziosa battaglia fra gli ebrei hassidici del quartiere e i suoi giovani bohemien”,  e soppesa le ragioni dei “poseur  in bicicletta” e quelle dei “vestitissimi hassidici”. “Il casus belli è la pista ciclabile sulla quale i figli dei fiori sfrecciano lungo Bedford Avenue, una lunga strada nel distretto di Williamsburg che sta alla vita hassidica locale come Wall Street sta (o stava una volta) ai banchieri. Le autorità municipali, raccogliendo le lamentele degli Hassidici, hanno recentemente rimosso la pista ciclabile — sabbiando la vernice che segnava la corsia per i ciclisti lungo la strada. Secondo il racconto del New York Post, gli hassidici sostenevano che la pista costituisse un rischio “per la sicurezza e per la religione” e la città, dopo aver esaminato la questione, ha accettato la richiesta che la pista ciclabile venisse rimossa. Ma la reazione alla perdita della pista da parte dei ciclisti-hippie-vigilantes è stata di farsi giustizia da sé: hanno ridipinto la riga  durante la notte, un gesto che ha portato all’arresto di due giovani.  E’ notevole che due principi vasti e illustri – Salviamno l’Ambiente e Salviamo il nostro Puro Diritto di Culto – possano riflettersi in una questione pedestre (ops) come la regolazione del traffico.  Si tratta forse di una parabola sulla regola della legge e – almeno per come la vedono gli hassidici – sul bisogno della vecchia e radicata comunità di Brooklyn di difendersi dai colonizzatori e dagli intrusi? Cominciamo dalla lamentela degli hassidici, il cui aspetto di “sicurezza” dovrebbe essere evidente: se da una parte è un obiettivo sano quello di ridurre l’utilizzo delle auto in città, la creazione di piste ciclabili dappertutto è diventata assurda e indiscriminata. L’aggiunta di una pista ciclabile non allarga magicamente le strade già troppo strette di Brooklyn o di Manhattan. E poi bisogna metterci anche i ciclisti, molti dei quali sono dei crociati ecologisti che nutrono un ingovernabile disprezzo per la plebaglia che non pedala. Chi a New York, che sia pedone o scenda da un’auto, da un taxi o da un autobus, non è mai stato messo in pericolo da un ciclista? E chi facendo jogging non si è mai sentito suonare aggressivamente da un ciclista che sottoscrive il credo che ogni essere deve fargli largo solo perché ha un campanello? Quale genitore a Central Park, con bambino al seguito, non è stato mandato fuori di testa dai ciclisti che gli sfrecciavano accanto? Quale pedone, attraversando il ponte di Brooklyn, non è stato insultato o sfiorato dai ciclisti convinti che non un grammo di vita che non sia in sella dovrebbe passare sulla loro sacrosanta pista ciclabile? E chi se non i ciclisti non crede che la bellicosità dei ciclisti stessi – e la loro fanatica ricerca di spazio vitale – gli sia fuggita di mano? E quindi chi biasimare gli hassidici che cercano di proteggere la vita e le membra Ortodosse dai fondamentalisti delle due ruote?

Però, che dire del “rischio religioso” di cui parlano gli hassidici? facendo luce su questo aspetto della storia, il New York magazine riferisce che i vestitissimi Hassidici siano stati particolarmente turbati dalle “belle ragazze” che attraversano il loro quartiere in bici, spesso in “pantaloncini e gonnelline”. Un anziano del quartiere ha espresso l’angoscia della comunità: “Devo ammettere che si tratta di una questione grossa, quella delle donne che passano di qui abbigliate in quel modo”. (L’anziano ha qualche ragione: in una recente interista lo scrittore Paul Auster, il John Updike di Brooklyn, ha testimoniato del fascino delle donne in bicicletta “devo dire che trovo molto erotiche le ragazze in bicicletta. Perfino a New York pedalano un sacco di belle ragazze. E’ una delle belle cose che si possono vedere nella nostra città”). Come reagire a tutto questo? Sulla questione delle giovani in sella, mi sento più vicino a Auster che agli hassidici, i cui standard castigati possono essere un tantino eccessivi. E poi, possiamo forse lascia r decidere a una particolare comunità il codice di abbigliamento in uno spazio che – a prescindere dalla preponderanza hassidica – fa ancora parte dello spazio pubblico di New York? lasceremmo che un quartiere musulmano richiedesse alle donne di passaggio di coprirsi il capo? Può l’offesa del pudore controllare come ci si comporta negli spazi pubblici? Detto questo, i ciclisti sono intenti in una forma di bigottismo tutto loro. Indossano capi che sono quasi divise religiose (come le giacche fluorescenti), seguono austeri codici di disciplina (tanto moto e pochi grassi), pensano di conoscere l’unico modo di vivere (andare in bici) e richiedono un trattamento speciale alla loro Chiesa della Lycra (le piste ciclabili).Inoltre, si lasciano dietro uno spaventoso odore di sudore. (ma lo stesso si può dire, a volte, in un afoso giorno d’estate, di chi si veste come se fosse inverno a Vilnius. In senso più ampio, è davvero così sorprendente che il rispetto per una comunità religiosa sia una sfida per i giovani che sono stati cresciuti fuori da qualunque tradizione religiosa?

Pongo la questione al mio amico Lionel Tiger, professore di antropologia all’università del New Jersey. La sua saggia risposta è che si tratta di un caso di duello fra due tipi diversi di moralismo. I ciclisti, dice, sostengono di essere “al di là di qualunque critica morale anche quando vanno nel senso sbagliato sulle loro piste riservate, mentre i devoti di Williamsburg fanno tornare alla mente quella barzelletta sulla donna che chiama i detective dell’albergo perché ha visto un uomo nudo che balla nella stanza dalla parte opposta del cortile. ma quando i poliziotti non vedono niente lei dice “sì, ma se salite sul tavolo…”. Ma in questa storia c’è anche un lato buono. L’ultima volta che abbiamo sentito parlare di un assedio agli ebrei hassidici di Brooklyn è stato nel 1991, durante le rivolte di Crown Heights, quando bande di ragazzi neri diedero origine a una rivolta nella quale restò ucciso un hassidico. Oggi il problema più grosso che hanno gli hassidici è un branco di ragazzi viziati in posa da alternativi in bicicletta, non esattamente i cosacchi. Questa storia è più che altro il riflesso di una città che stata radicalmente ristrutturata e migliorata; come vi direbbe perfino un hassidico, quanto è vero Iddio.”

*

Minimarketing ci racconta cosa ha imparato nei quattro giorni che ha passato in montagna lontano da connessioni e social network. Se non altro, ha fatto ordine fra l’essenziale e ciò che non lo è.

Le musiche di oggi erano “Let it snow” nella versione di Michael Bublé e “Bycicle Ride” dei Queen

Ecco la puntata di oggi:

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martedì, novembre 10th, 2009

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Apriamo oggi con gli auguri di buon decimo compleanno a una libreria – sì, perché la magnifica Spoonbill & Sugartown, nel cuore di Williansburg a Brooklyn, compie gli anni oggi e festeggia in un modo particolare. Da qualche settimana, fra i tascabili usati, i tappeti persiani, i volumi di illustrazione, grafica e fotografia, il gatto nero e il gatto tigrato, le scatole di legno, i quaderni e gli artists book in copia unica, i giovani librai chiedono a ogni cliente di farsi fotografare con il proprio acquisto e di compilare un modulo nel quale descrive com’è avvenuto il suo incontro con la libreria, e cosa ci trova di speciale. In vetrina campeggiano le faccione dei primi clienti fotografati, che esibiscono orgogliosamente l’ultimo libro scovato da Spoonbill. In seguito, le fotografie e le schede compilate andranno a formare a loro volta un libro. Nel frattempo, tutti i clienti sono invitati oggi a partire dalle 10 del mattino ora locale – ancora il 10! – a vedersi un concerto, ma soprattutto a “prendersi 10 momenti di riflessione, silenziosa o meno, su un libro che hanno letto negli ultimi 10 anni”. Un bel gioco che possiamo fare anche noi a distanza, per celebrare la gratitudine per i libri e per una libreria che ci fa scoprire cose di cui non sospettavamo neanche l’esistenza. Anche se non ci sfugge la dolorosa carenza dalle nostre parti di librerie di quartiere calde e affettuose, alle quali sentirsi legati, che rifuggano dalla vetrina preconfezionata con le ultime novità e si facciano paladine della scoperta. E qualcosa ne sanno i librai, sommersi dagli scatoloni di volumi, dai conti da pagare e dagli affitti stellari. Già che ci siamo, voglio proporvi di dare  un’occhiata anche alla libreria virtuale di Mark Sarvas, lo scrittore che oltre che a scrivere riesce anche a tener il miglior blog letterario del mondo secondo il Guardian, spaziando fra recensioni di libri, resoconti di quello che sta scrivendo, eventi letterari, e altri blog a tema. Fra gli ultimi post il richiamo a un articolo di Alexandra Alder sul Wall Street Journal nel quale alcuni autori di nome raccontano le loro fissazioni quando stanno scrivendo un romanzo; oppure un’anticipazione critica del nuovo romanzo di Philip Roth appena uscito negli Stati Uniti, oppure il lancio di una serie di racconti su commissione che verranno venduti su e-bay.

Il miliardario delle news Rupert Murdoch minaccia di ritirare il contenuto dei suoi giornali dalle ricerche di Google. Douglas Rushkoff, esperto di nuovi media, sostiene che un vero conservatore potrebbe salvare il giornalismo dalla libera rete..

Per quanto possa suonare improbabile, Rupert Murdoch potrebbe essere la nostra ultima speranza di una soluzione pacifica nella guerra di Internet al giornalismo professionale. Un uomo che molti incolpano di addomesticare, globalizzare e svalutare le notizie sta pensando di prendere posizione contro una forza più grande di lui: i link. In una intervista concessa nel fine settimana a Sky News Australia, Murdoch ha sfidato la Regola Cardinale di Internet avanzando l’ipotesi che l’informazione debba costare qualcosa: “non dovrebbero trovarla sempre gratis, e penso che fin adesso abbiamo dormito. fare un giornale ci costa un sacco di soldi”. Alludendo al fatto di essere pronto a togliere la spina alla reperibilità universale delle notizie, sta invitando altri editori nella sua stessa posizione a prendere in considerazione di fare la stessa mossa.

Murdoch sta parlando di qualcosa di più che semplicemente far pagare l’accesso alla versione online dei suoi giornali, cosa che il Wall Street Journal e qualche altro fanno già con successo da anni. Inveendo contro i “cleptomani di contenuti” come Google, Microsoft e Ask.com – che in effetti è come se si sindacassero alle sue pubblicazioni senza pagare – Murdoch ha perfino suggerito di voler erigere dei muri di protezione che impediscano agli articoli dei suoi giornali di risultare nelle ricerche su Google. Proprio così: invece di sfruttare il sistema per ottenere dei ranking più alti nei risultati delle ricerche, Murdoch sta pensando di ritirare del tutto i suoi contenuti dalle ricerche di Google – un’operazione semplicissima che Google sostiene sia a disposizione di qualunque sito lo desideri.

Naturalmente a Google sono sbalestrati dal fatto che qualcuno voglia farlo. In una dichiarazione rilasciata in risposta alla sfida di Murdoch, affermano che il pensiero di Google è ovviamente questo: “gli editori mettono i loro contenuti sul web perché vogliono che vengano trovati”. Ma come sta imparando la News Corp di Murdoch e molte altre imprese editoriali, a volte Google rende fin troppo facile agli utenti del web trovare i loro contenuti. Nel loro sforzo per allinearsi a Internet e collaborare all’idea che ci vuole un’informazione gratuita, molti giornali hanno trasformato i loro elementi di profitto in un peso. A cosa serve un pubblico globale se nessuno paga? Senza ritorno, virtualmente i giornali se ne vanno gambe all’aria. Così, mentre i giornalisti del New York Times attendono di sapere chi di loro sarà fra i prossimi 100 a restare senza stipendio fra due mesi, l’Associazione degli Scrittori tiene seminari su come guadagnarsi da vivere come autore professionista, e i forum di Mediabistro sono pieni di post di giornalisti che stanno pensando di andare a fare un altro lavoro, è arrivato il momento che qualcuno prenda in considerazione un’alternativa alla fusione fra il giornalismo professionista e la blogosfera sempre disponibile e sempre gratuita.

Certamente, l’ascesa del gratuito è stata una manna del cielo per tante persone: milioni in tutto il mondo, o almeno fra quelli che hanno una connessione internet, godono di un accesso gratuito in qualunque momento a tutta l’informazione di cui hanno bisogno. Ma proprio come l’accesso libero alla musica porta al fatto che nessuno può più vivere di musica, il giornalismo gratuito non può mantenersi, soprattutto quando è un motore di ricerca a fornire tutta la pubblicità. ma quello che ha capito Murdoch è che una rivolta contro la gratuità dei contenuti vorrà dire più che erigere un login per abbonati fra il Google di link e l’articolo. Il login non fa altro che spingere l’utente a trovare una fonte alternativa di informazione. No, quello di cui si è reso conto Murdoch è che un giornale non ha un valore soltanto per i suoi singoli contenuti, articoli o notiziole che possono essere scelti da una lista generica. Un giornale fornisce un contesto. racconta una storia attraverso la sua selezione di articoli per quella determinata giornata, il loro accostamento e anche la loro continuità nel tempo. Aprendosi alla vivisezione immediata tramite ricerca, gli editori invitano alla disconnessione dei loro articoli dal loro contesto e dalla loro sorgente. E più incoraggiano questo sfruttamento dei loro contenuti, più incoraggiano i i lettori a vedere il lavoro dei loro giornalisti come meri dati, isolati da una prospettiva più ampia. Qualcosa che sta al giornalismo come le suonerie dei cellulari stanno alla musica. Quando Murdoch comprò il wall Street Journal, uno dei pochi grandi giornali ad avere un accesso a pagamento, aveva detto che avrebbe presto rimosso il pedaggio per promuovere un maggior numero di lettori e un maggior numero di pagine viste per le pubblicità. Adesso, solo due anni dopo, si sta accorgendo che il Wall Street Journal aveva ragione, che alla fine dei conti, mantenendosi intatto, ha protetto la propria integrità come pubblicazione. E non è che Google sia sul mercato soltanto per il bene pubblico. Google fa i suoi bei soldi tenendo aperti i contenuti di tutti nelle sue pagine di ricerca, ma soprattutto i loro contenuti pubblicitari. Un mondo di contenuti open è un mondo aperto a Google.

Certo, è difficile battersi contro l’apertura dell’universo di Google senza risultare buii, musoni e conservatori come, diciamo, Rupert Murdoch. E io da giornalista professionista che comunque sostiene un internet che sia della gente, sono felice di competere con migliaia di blogger amatoriali che raccontano e commentano le stesse storie che racconto io. Ma il vantaggio di cui godono i giornalisti professionisti è solo quello: di essere professionisti, pagati per avere il tempo e le risorse di cui hanno bisogno per dedicarsi al loro compito. Se non riusciamo a fare di meglio, va bene, ma se continua così non riusciremo nemmeno a dimostrarlo. E’ ovvio che per ora i commenti di Murdoch sono solo una sparata per sondare il terreno. Ha iniziato un discorso che però pochi di noi sono in grado di supportare con un impero mediatico multimiliardario. Suggerendo l’idea di togliere la spina alle notizie universalmente accessibili, sta invitando altri editori a pensare di fare lo stesso, e io spero che lo facciano.

E voi, cosa ne pensate? Commentate qui sotto.

Vi ricordate quando abbiamo parlato della chiusura della grande rivista gastronomica Gourmet? Il nostro ascoltatore Sapo ha trovato una cosa molto interessante che vi consiglio di andare a vedere, un sito fatto interamente con le fotografie dei corridoi vuoti di Gourmet scattate da un redattore che ci lavorava, Kevin DeMaria, che aiutandosi con i secchi dell’immondizia per appoggiare la sua macchina fotografica per le lunghe esposizioni, ha ritratto gli scatoloni impilati, i disegni e le foto staccati dai pannelli, i neon spogli, gli scaffali vuoti, i resti del cibo mangiato ai tavoli delle riunioni e i redattori malinconici alle scrivanie che dovranno presto abbandonare. Gourmet sarà anche stata il simbolo di una certa editoria patinata, ma vedere i segni di un luogo di lavoro che muore fa sempre impressione.

Le musiche di oggi erano “Come home to me” di Steve Earle e “Timshel” di Mumford and sons

Ecco la puntata di oggi:

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