Alaska XL #13 | Il Gospel delle Pistole

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Ben ritrovati, buon anno nuovo, e ancora un ringraziamento ai quasi 900 nuovi abbonati a Radio Popolare. Vi ho lasciato con uno speciale sugli ultimi eventi che riguardavano l’NSA e le rivelazioni sulla sorveglianza elettronica, e le riprenderemo con un aggiornamento nella quarta parte della puntata di oggi. Intanto quasi tutti i più importanti attivisti della rivoluzione egiziana sono in carcere, manifestare è vietato, centinaia di detenuti politici dei Fratelli Musulmani e non sono in sciopero della fame, gli arresti non stanno risparmiando neanche i giornalisti, e fra due giorni si vota per la costituzione-farsa che dovrebbe aprire il percorso della roadmap che potrebbe culminare nella candidatura del maresciallo Sisi alle elezioni. Ma prima, il piccolo racconto su una realtà poco conosciuta – quella dei rapporti fra le case produttrici di armi da fuoco e le riviste di settore – da cui la puntata di oggi prende il titolo: la cacciata dalla rivista Guns & Ammo del noto commentatore ed esperto di armi Dick Metcalf.

♫ “Elephant Gun” di Beirut

Ecco la prima parte di oggi:

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Alaa Abd El Fattah è in carcere dal 28 novembre, e una data per il verdetto a suo carico non è ancora stata fissata. Ahmed Maher, Ahmed Douma e Mohamed Adel del movimento 6 aprile stanno scontando la loro condanna a tre anni di carcere. Il 30 dicembre sono stati arrestati all’hotel Marriott il giornalista egiziano-canadese Mohamed Fahmy, esperto di Sinai che lavora per CNN e Al Jazeera e che su Twitter conoscete come @Repent11, insieme al giornalista australiano Peter Greste e a un collega egiziano, tutti adesso detenuti nel carcere di Tora accanto ad Alaa e ai metri del 6 aprile. 450 membri in carcere dei Fratelli Musulmani hanno cominciato uno sciopero della fame, e Ahmed Maher e gli altri stanno usando lo stesso sistema per negoziare con le autorità carcerarie le condizioni della loro detenzione (visite, libri, ore d’aria, strumenti per la scrittura). E’ evidente il tentativo di tenere attivisti, blogger e reporter lontani dal referendum e dal terzo anniversario del #Jan25, la repressione contro le manifestazioni di queste settimane nelle università, l’intimidazione dei giovani eroi della rivoluzione attraverso la diffamazione con finte intercettazioni (quelle che in queste ore hanno spinto Wael Ghonim ad annunciare che lascerà di nuovo l’Egitto in esilio volontario). Tutto ciò che la rivoluzione aveva fatto salire in superficie sta tornando nella clandestinità. Oggi voglio dedicare questa parte centrale di Alaska a quello che in tanti hanno scritto per questi detenuti politici e simboli della rivoluzione, nella generale indifferenza internazionale.

Omar Robert Hamilton, regista di documentari, fra i creatori dei collettivi Mosireen e Kazeboon, è figlio della scrittrice Ahdaf Soueif e cugino di Alaa, e sta cercando di tenere viva la campagna per la sua liberazione. Il 2 gennaio ha scritto una riflessione straziante per Mada Masr sulla prigionia di Alaa e lo stato in cui versa la rivoluzione. Ve l’ho tradotta qui.

♫ “Slow Revolution” di Alexi Murdoch

Ecco la seconda parte di oggi:

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La nostra Laura Cappon è andata a trovarle Omar Robert Hamilton a casa sua, per conoscere le condizioni della carcerazione di Alaa e per parlare un po’ della situazione di questi giorni (trovate l’audio nel podcast qui sotto).

E se Alaa sta lottando in carcere per il diritto a scrivere lettere, molti altri ne stanno scrivendo per lui e per gli altri detenuti politici. Qui Shahira Hamin per Index On Censorship che scrive dell’arresto dei giornalisti di Al Jazeera. Qui Alia Manallam che scrive di Alaa. Qui Bilal Fadl che scrive un breve messaggio per Alaa. Qui Nancy Youssef che per McClatchy si è finta un’amica del reporter Mohamed Fahmy ed è riuscita a fargli visita in carcere. Qui Robert Mackey per The Lede sulla situazione complessiva dei detenuti d’opinione di queste settimane. Qui l’attore Holt McCallany che chiede la liberazione di Ahmed Maher. Qui la dichiarazione su Facebook di Ahmed Maher, Ahmed Douma e Mohamed Adel sulla loro trattativa con le autorità carcerarie attraverso lo sciopero della fame. Qui Wael Eskandar sulle false intercettazioni telefoniche e il tentativo di diffamazione degli attivisti del #Jan25, e qui un riassunto di Egyptian Chronicles sulla dichiarazione con cui Wael Ghonim annuncia su Facebook che lascerà l’Egitto. Qui l’editoriale con cui il Toronto Daily Star chiede al governo canadese di intervenire per la liberazione di Mohamed Fahmy. Qui la petizione di 40 giornalisti internazionali per chiedere alle autorità egiziane la liberazione dei colleghi incarcerati. Qui Lina Attalah, e qui Jillian C. York, che scrivono entrambe di Alaa. Qui il racconto dell’arresto di Alaa scritto su Facebook da sua moglie Manal il 9 gennaio e tradotto dall’arabo da Ahdaf Soueif.

♫ “Heaven” dei Milk Carton Kids

Ecco la terza parte di oggi:

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E come va la vicenda NSA-Snowden? L’anno si è chiuso con alcune riflessioni interessanti (qui Jay Rosen, qui su ProPublica il prospetto di tutte le cause contro l’NSA dal 2006 ad oggi, qui la riflessione di Murtaza Hussain per Al Jazeera su come la vera rivelazione di Snowden sia stata la straordinaria irrilevanza della massiccia raccolta di metadati ai fini dell’anti-terrorismo), e con il clamoroso resoconto di Jacob Appelbaum sulla militarizzazione di internet alla conferenza degli hacker 30c3 in Germania (qui il video, qui la trascrizione). L’anno nuovo si è aperto con le centinaia di accademici di tutto il mondo firmatari di un appello contro la sorveglianza di massa, con un editoriale del Guardian a favore del perdono per Snowden il 1° gennaio, seguito il giorno dopo da un assai meno ovvio editoriale dello stesso tenore del New York Times, che in precedenza non era stato così deciso e anzi a tratti sfavorevole. Subito dopo, la public editor del NYT Margaret Sullivan ha raccontato da quante settimane al giornale si discuteva se pubblicare o no quell’editoriale. A rappresentare il punto di vista esattamente contrario alla clemenza a Snowden ci pensa Fred Kaplan per Slate. In chiusura, una bella intervista di Natasha Lennard con Glenn Greenwald per Salon su come “la sorveglianza genera conformismo”.

♫ “Throw your arms around me” di Eddie Vedder & Neil Finn

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #8 | alieni

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(il monumento alieno che l’esercito ha fatto erigere a Tahrir – inaugurato stamattina – per “commemorare i martiri”, parte del restyling della piazza e della riscrittura della storia in versione nazionalista – foto di @kikhote).

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Oggi parliamo del whistleblower Jeremy Hammond (condannato pochi giorni fa a 10 anni di carcere), di Google alle prese con l’NSA, di David Miranda, di orsi polari, di Arctic 30 e di sir Paul McCartney. Ma prima, l’onore dell’apertura di puntata a una ragazza che  come tanti in Gran Bretagna, per mantenersi fa due mestieri: la giornalista, e la cameriera. Nel secondo ruolo ha servito qualche giorno fa al tradizionale e sontuoso banchetto per il Lord Mayor, dove il primo ministro David Cameron ha sfoderato il suo appello all’austerità permanente. Seduto su un trono d’oro, dice Ruth Hardy, che tornata a casa ci ha scritto un bel pezzo per il Guardian.

♫ “Wait it out” di Imogen Heap

Ecco la prima parte di oggi:

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Ventotto anni, di Chicago. Si chiama Jeremy Hammond e ha confessato di aver hackerato per motivi politici i server di una grande azienda a cui ha sottratto un enorme database per consegnarlo a Wikileaks e Anonymous.  Tre giorni fa è stato condannato a dieci anni di prigione. Qui il racconto di Wired. Qui il messaggio di Alexa O’Brien, la reporter che ha creato tutte le cronache sul processo Manning.

NSA, dopo le rivelazioni sul prelievo di dati senza mandato, le grandi aziende tecnologiche americane cominciano a fare lobbying sul Congresso.  Qui Google che racconta l’evoluzione nel tempo delle richieste di consegna da parte delle agenzie di sicurezza federali, qui Mother Jones su come si stanno mettendo in moto contro l’NSA Google, Yahoo, Facebook e Twitter, e per quali proposte di legge stanno facendo lobbying al Congresso. Intanto, Al Jazeera America ha raccontato come la CIA raccolga su vasta scala i dati delle transazioni bancarie, e l’impresa editoriale che il miliardario Pierre Omidyar ha affidato a Greenwald ha fatto tre nuovi acquisti in una sola settimana, che vanno ad aggiungersi a Greenwald, Poitras, Scahill, Segura e altri: Murtaza Hussain, commentatore di politica internazionale che scrive da Toronto; Ryan Devereux (che nella mia TL su Twitter conoscete come @rdevro), uno dei reporter più attenti nelle cronache di Occupy Wall Street: e infine, davvero a sorpresa, Micah Flee (di cui vi parlavo qui) che lascia la Electronic Frontier Foundation, portando a Omidyar il suo bagaglio di esperienza su tecnologia, privacy, libertà di espressione e diritti civili. Qui la sua comunicazione.

♫ “You only live twice” di Mark Lanegan

Ecco la seconda parte di oggi:

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Vi ricordate David Miranda, il giovane compagno brasiliano di Gleen Greenwald? Come sapete, ha fatto causa alle autorità aeroportuali di Londra per averlo trattenuto per nove ore sotto interrogatorio senza un’accusa lo scorso agosto sotto la normativa anti-terrorismo, mentre trasportava materiali criptati di Snowden da Berlino (dove li aveva presi in consegna da Laura Poitras) al Brasile (dove vive con Greenwald). Specialmente dalla destra inglese gli sono piovuti addosso i peggiori epiteti, compresa l’accusa di essere un inconsapevole e passivo “mulo”, la stessa parola che si usa per indicare i corrieri che trasportano la droga. Ventotto anni, cresciuto nella favela Jacarezinho sulla ferrovia di Rio nord, una storia personale dolorosissima, Miranda è tutto fuorché un attore passivo o sprovveduto, o un comprimario senza carattere. Lo ha scoperto Natasha Vargas Cooper, che ha trascorso settimane nella casa brasiliana di Greenwald e Miranda per scrivere questo intenso profilo per Buzzfeed, Il Terzo Uomo.

♫ “Street boy” di Rodriguez

Ecco la terza parte di oggi:

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Da qualche anno, ogni novembre, un team di associazioni e ricercatori per la tutela dell’Artico eseguono un monitoraggio della migrazione degli orsi polari – considerati ad alto rischio di estinzione – che si incamminano verso il mare e aspettano che ghiacci per trasferirsi in quelli che saranno i loro territori di caccia. Più il mare tarda a ghiacciare a causa del riscaldamento globale e più l’estensione delle aree ghiacciate si riduce, più la quantità di caccia di ogni orso è messa in pericolo, con ricadute sul letargo  e la riproduzione.  Ogni anno, Polar Bears International e altre associazioni creano modi interattivi perché le persone partecipino al monitoraggio e siano più coinvolte nella causa della tutela dell’Artico – quest’anno con le citizen webcam, una serie di piccole telecamere collocate e operate da comuni cittadini per contribuire al monitoraggio dei ricercatori in una sorta di grande “bearwatching” collettivo. Salon racconta qui il lavoro di questa strana stagione, e qui il Washington Post – mentre Valerie Abbott, una delle ricercatrici che lavorano al progetto, ha descritto le sue giornate di lavoro. Il pericolo rappresentato per gli orsi e per tutto l’habitat artico dall’ampliamento delle piattaforme e dei condotti di estrazione energetica è esattamente la ragione per cui gli attivisti di Greenpeace chiamati “Arctic 30″ hanno condotto le operazioni di protesta per cui la Russia li tiene in carcere da settembre. Qui trovate un tumblr delle loro lettere dal carcere. Dopo il loro trasferimento a San Pietroburgo, Paul McCartney ha scritto una lettera pubblica al presidente russo Putin.

♫ “Dream of the bear” di Iain Morrison

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #7 | prosa e poesia

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il mattino del debutto del titolo TWTR a Wall Street

Benvenuti alla nuova puntata XL di Alaska, oggi ripercorriamo alcune delle novità digitali più importanti della settimana – materiali sull’evolversi della vicenda NSA, debutto in borsa del titolo di Twitter – ma ci concediamo anche un po’ di respiro poetico con la nuova idea dello scrittore Alain De Botton e l’omaggio di Patti Smith a Lou Reed. Prima di addentrarci negli argomenti della settimana, però, due segnalazioni che riguardano il lavoro di Al Jazeera, entrambe di fatto da esplorare online: Al Jazeera America ha ottenuto (e pubblicato sul suo sito) i diari di Abu Zubaydah, uno dei prigionieri di Guantanamo di più alto profilo, che aiutano a illuminare gli ultimi dieci anni della cosiddetta “Guerra al terrore”, oltre che raccogliere la sua testimonianza sulle decine di volte in cui sotto interrogatorio ha subito la tortura del “waterboarding”. Intanto, Al Jazeera English ha portato a termine la seconda parte della sua indagine documentaria sull’avvelenamento da polonio del leader palestinese Arafat, e qui potete vedere il documentario integrale.

Il 10 novembre il nuovo titolo di borsa di Twitter ha debuttato, non senza le solite cerimonie di festeggiamento di Wall Street e una certa sorpresa per il guadagno del valore del titolo nella prima giornata rispetto alla quotazione iniziale. Il Washington Post raccoglie i pareri degli operatori su cosa questo potrebbe significare per il futuro (quotare Twitter pare una scommessa diversa e assai meno certa di quella di altre aziende “social”); Andrea Boda per Europa online fa un utile ragionamento del giorno dopo; e Vincenzo Marino ripercorre le tappe del successo di Twitter, che spiegano un po’ le grandi attese sul suo valore.

♫ “You make me want to wear dresses” di Lisa Germano

Ecco la prima parte di oggi:

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Molte novità sul fronte NSA:

1) dettagli interessanti sulla sorveglianza senza mandato né preavviso dell’NSA sul traffico dati di Google e Yahoo, che ha destato (un po’ tardive) le reazioni inferocite di Google. Qui il Washington Post, qui Fabio Chiusi sul suo blog sul Messaggero Veneto, qui la reazione di Eric Schmidt raccontata da Slate.

2) le prime udienze sul caso del fermo in aeroporto del compagno di Glenn Greenwald, David Miranda, sotto le leggi anti-terrorismo: qui il riassunto della Columbia Journalism Review, qui il lavoro di Carl Gardner sul suo Head of Legal;  qui e qui  le reazioni di ex e attuali funzionari dell’intelligence inglese che ritengono “pericolose” le rivelazioni di Snowden divulgate dal Guardian; qui il parere (opposto) del padre della rete Tim Berners Lee;

3) la prima audizione dei capi intelligence inglesi davanti alla commissione nazionale sull’intelligence (alcuni dei quali non si erano mai visti in pubblico prima).

4) una discussione interessante a Londra (#stopbuggingus) su sorveglianza e libertà di stampa con i dirigenti del Guardian, Google, Human Rights Watch e diversi parlamentari britannici (qui una sintesi), che sostengono che le agenzie di intelligence hanno “mentito al Parlamento”.

5) la forma che sta prendendo il dibattito legislativo al Congresso americano sul futuro dell’NSA: qui un parere di qualche settimana fa sui punti della proposta di legge Sensebrenner, ritenuta dal deputato Justin Amash l’unica possibilità sensata di modificare il raggio e il metodo dell’agenzia di sicurezza, mentre Dianne Feinstein continua a dimostrare di non capirci molto., e perfino dall’interno della Casa Bianca arriva qualche segnale di malumore.

6) la notizia che il direttore del Guardian Alan Rusbridger verrà sentito in Parlamento a dicembre sul coinvolgimento del suo giornale nelle rivelazioni di Snowden. Qui Huffington Post, qui il Guardian.

7) la notizia che Snowden si fece dare fra 20 e 25 password da colleghi dell’NSA per poter accedere alla parte di documenti in loro possesso, ottenendole con una certa facilità.

8) le prossime rivelazioni, secondo quello che ha detto Greenwald alla Cbc, riguarderanno la sorveglianza americana sul Canada.

♫ “Nothing but time” di Cat Power

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Lo scrittore e filosofo del tempo reale Alain De Botton è convinto della potenza didattica della filosofia e dell’arte in tempi difficili, e come sapete ha fondato a Londra un luogo di incontro e apprendimento, la School of life, che rovescia la questione del “self-help” in nuovo apprendimento. Luogo di ritrovo, caffè, scuola, negozio ed editore, la School of Life coinvolge come docenti persone che arrivano dal mondo della filosofia come da quello della tecnologia, e di fatto sostiene anche le imprese editoriali di ogni autore, a cominciare naturalmente da quelle del suo fondatore. De Botton non è nuovo ad iniziative particolari per il lancio di un suo nuovo libro, e stavolta – per Art as Therapy, che utilizza le opere d’arte come spunti di riflessione e di elevazione per la nostra vita di tutti i giorni – ha creato un sito da esplorare attraverso alcune domande comuni sull’amore, il lavoro, il successo e il fallimento, creando una serie di percorsi molto belli fra opere d’arte anche non molto conosciute, una sorta di vetrina per i contenuti del suo libro che diventa però anche un’esperienza online. Qui Sara Elkamel – giovane giornalista cairota che ha passato gli ultimi venerdì sera chiusa in casa dalle 19 per via del coprifuoco – sull’intervento di De Botton alla Cooper Union in un libero venerdì sera, qui Wired, e dalle “risposte” del sito vi traggo qualche esempio.

♫ “Kiss me” di Tom Waits

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Fra tutti i commenti alla morte di Lou Reed da chi gli era vicino (ricordiamo quelli straordinari di sua moglie Laurie Anderson e del suo compagno musicale John Cale), quello che più si attendeva e che tardava ad arrivare era quello di Patti Smith. Poetessa urbana come lui, cresciuta con la musica dei Velvet Underground, e suo malgrado sacerdotessa di tutti i lutti del rock, Patti Smith ha scritto una cosa piccola ma straordinariamente densa sul calibro del suo amico e collega, che è stata pubblicata dal New Yorker, e che oggi vi traduco.

♫ “Beginning of a great adventure” di Lou Reed

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #5 | l’ultima grande balena americana

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(uno degli striscioni della manifestazione di sabato scorso a Washington contro lo spionaggio indiscriminato dell’NSA)

Le musiche di oggi sono tutte di Lou Reed.

Nella settimana appena trascorsa tante novità. Le donne saudite, per quanto ostacolate in tutti i modi, sono tornate al volante il 26 ottobre per una prima ripresa della loro campagna Women2drive. Qui potete vedere il video che l’artista satirico saudita Hisham Fageeh ha dedicato loro, una deliziosa parodia di No Woman No Cry di Bob Marley. Le rivelazioni dai files di Snowden stanno movimentando la scena diplomatica internazionale (il seguito sulla Germania, quelle nuove su Francia e Spagna, la coda italiana), e sabato a Washington, mentre circolava questo video, e mentre il sito ufficiale della NSA era “tango down”, si è svolta una piccola manifestazione di protesta alla quale è stato letto un messaggio di Edward Snowden che trovate qui. Qui un parere negativo di Slate sulla manifestazione. A due giorni di distanza uno dall’altro, Foreign Policy e il New York Times hanno pubblicato ciascuno un’opinione che risponde a coloro che sostengono che “sapevamo tutti benissimo di essere spiati”, e che “tutti spiano”. Oggi ve le traduco.

♫ “Last great American whale” di Lou Reed

Ecco la prima parte di oggi:

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Tornare a ridere

In Egitto è tornato in onda per la prima volta dopo il colpo di stato del 3 luglio il grande comico satirico Bassem Youssef (il “Jon Stewart egiziano”) che conta mediamente più di sedici milioni di spettatori e raccoglie per CBC diciotto minuti filati di pubblicità soltanto in apertura del programma. Non solo è stata la prima volta che gli egiziani hanno ritrovato qualcosa per cui riuscire a ridere, ma tutti erano in attesa di vedere come se la sarebbe cavata Youssef con la satira nei confronti dell’esercito e dell’intoccabile generale Sisi. Youssef, che aveva abituato alla sua presa in giro corrosiva del governo dei Fratelli Musulmani, aveva rilasciato qualche dichiarazione di dubbio gusto nei giorni del massacro di Rabaa e si era preso alcuni mesi di pausa. Lo show dell’altra sera era costruito in crescendo, con una zampata finale: dopo una lunga presa in giro della mania popolare per il generale Sisi, Bassem Youssef è arrivato al generale stesso, e ha concluso con alcuni minuti serissimi in cui ha affermato che “non possiamo sostituire il fascismo religioso con il fascismo nazionalista, con la scusa della lotta al ‘terrorismo'”. La “spinta” dello show sembrava calibrata per riuscire a restare in onda almeno per un’altra puntata, testando le acque della censura. Per alcuni, l’irruenza e la precisione del suo messaggio hanno di fatto riaperto e legittimato con l’illuminazione dei paradossi attuali della società egiziana la strada per il dibattito politico e per il messaggio della “terza piazza” (né con i Fratelli Musulmani né con l’esercito) dopo tanti mesi di rigida polarizzazione del discorso. Meno di ventiquattro ore dopo il suo show, erano già partite due denunce nei suoi confronti, che poi sono diventate quattro – tutte private, ma che costringono il procuratore generale a prenderle in esame. Inoltre, a prendere le distanze da Youssef è stato anche il canale tv che trasmette il suo programma. Vi racconto tutto grazie a Mada Masr (Egitto), Zeinobia (Egitto, con il link alla puntata su YouTube), Buzzfeed (Usa) e il Telegraph (Inghilterra).

♫ “Walk on the wild side” di Lou Reed

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Di precise parole si vive

Questa terza porte la voglio dedicare a due scrittori: la canadese Alice Munro, che due settimane fa, a 82 anni, ha vinto il premio Nobel per la Letteratura nel giubilo della rete, e l’americano Dave Eggers, che ha pubblicato il suo nuovo romanzo, The Circle, ambientato in una sorta di metafora di Silicon Valley e del mondo del web. Moltissimi gli omaggi ad Alice Munro dai colleghi e dalle sezioni culturali dei media. Qui la stessa Munro, svegliata con la notizia dalla Cbc, e sorpresissima dal fatto di essere solo la tredicesima donna su 110 Nobel per la letteratura finora assegnati. Qui il Los Angeles Times sulla “riapertura” da parte del New Yorker di uno dei racconti di Munro pubblicati dalla rivista nel corso degli anni,  e ora ripubblicato anche sul cartaceo per l’occasione: The bear came over the mountain. Qui lo stesso New Yorker con una raccolta di commenti a caldo dopo il Nobel da Margaret Atwood (amica e connazionale di Munro), Julian Barnes, Sheila Heti, Jhumpa Lahiri, Joyce Carol Oates e altri. Qui il Globe & Mail su come “la canadese tranquilla” ha conquistato il mondo. Qui Susanna Basso, traduttrice italiana di Alice Munro, sulla rivista Tradurre.

Intanto tiepida, invece, la reazione all’ultimo romanzo di Dave Eggers, The Circle, un tantino reazionario secondo chi vive parecchio nella rete – forse a dimostrazione, più che altro, che Eggers è ancora fortissimo nella non-fiction (oltre che nei suoi bellissimi progetti filantropici) ma debole nella fiction. Qui l’opinione di Maria Bustillos per Medium (che intanto sabato scorso ha annunciato di essere uscito dalla sua versione beta, pronto a pubblicare materiali di tutti), e qui quella di Serena Danna sul suo blog per il Corriere.

♫ “Perfect day” di Lou Reed

Ecco la terza parte di oggi:

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Cosa vuole Pierre

Infine, mentre sembra che perfino le testate digitali siano molto intimorite dall’annuncio della nascita della nuova impresa di Pierre Omidyar di eBay nel campo dell’informazione, dopo il primo annuncio (che riguardava più che altro la partenza di Glenn Greenwald dal Guardian) Omidyar ha raccontato qualche dettaglio in più. Qui l’Economist (benevolo) su come a Omidyar piace spendere i suoi soldi per beneficenza (ha creato un modello alternativo a quello dei magnati americani dell’ultimo secolo), qui Jim Romenesko che riprende l’intervista a Omidyar di NPR, di cui trovate audio e trascrizione qui.

♫ “Satellite of love” di Lou Reed

Ecco la quarta parte di oggi:

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intelligenza connettiva

Derrick de Kerkchove, l’antropologo che da erede di Marshall McLuhan ha diretto per venticinque anni il programma canadese per la cultura e la tecnologia a lui intitolato, nonché teorico dell'”intelligenza connettiva”, suddivide le epoche del linguaggio in tre fasi: quella creata dal corpo umano, quella creata dall’alfabetizzazione, e quella creata dall’elettricità, e definisce come “mente aumentata” (o incrementata) la trasformazione operata sulle possibilità del linguaggio e della mente umana dalle nuove tecnologie. De Kerckhove continua a riflettere sulle trasformazioni epocali che l’utilizzo del web sta portando alla storia umana, e viene spesso in Italia, dove ha anche insegnato. Qualche giorno fa ha chiacchierato con la nostra Aurora d’Aprile (come sempre nel suo tipico italiano-esperanto) delle sue preoccupazioni sugli utenti del web, inconsapevoli secondo lui dell’enorme portata del nuovo Rinascimento che stanno vivendo. Oggi vi propongo la loro conversazione, che esploriamo meglio con alcuni materiali che spiegano il contributo di de Kerckhove e dell’idea di intelligenza connettiva al dibattito su come il web ci sta cambiando.

♫ La canzone di oggi era “The circle married the line” di Feist

Ecco la puntata di oggi:

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sarà il mondo a cambiare noi

Claudia Vago (@tigella) ha scritto un post importante su quello che è successo a Roma – unica di 951 città del mondo – il 15 ottobre. Strumenti di riflessione e strategia ci arrivano da mille direzioni, se vogliamo ascoltare. Qui il nuovo spunto di Adbusters. L’occupazione di Zuccotti Park a New York ha compiuto un mese, ecco cosa hanno ottenuto.

♫ Le musiche di oggi erano “Io non mi sento italiano” (G. Gaber) di Daniele Silvestri e “Rise” di Eddie Vedder

Ecco la puntata di oggi:

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a chi va il premio domani?

Dovrebbe essere annunciato domani il premio Nobel per la Letteratura 2010 – almeno così sperano gli editori che si trovano riuniti alla Fiera di Francoforte, anche se l’anno scorso l’annuncio è arrivato l’8 e tecnicamente potrebbe farsi attendere fino al 14. In rete si inseguono le previsioni e il toto-nome: a chi toccherà quest’anno? Una traccia la danno le probabilità di vincita calcolate dalle grandi agenzie di scommesse come Ladbrokes e PaddyPower, che continuano a cambiare soprattutto dalla fine di settembre. Sui blog, in parte, supposizioni e calcolo delle probabilità diventano anche strumenti per pubblicizzare questo o quell’autore (penso alla funzione del gruppo di facebook per il Nobel a Roberto Saviano), ma riflettono anche auspici letterari e politici, quando non tentano addirittura di leggere nella mente (il più delle volte illeggibile) della giuria del Nobel. Invece di cadere dalle nuvole come ogni anno, magari davanti a un candidato fortissimo nella sua lingua di nascita ma semisconosciuto da noi, cogliamo l’occasione per sentire cosa si dice in rete sulla rosa dei possibili candidati al premio, e per approfondire il ritratto di uno degli autori più segnalati dai blogger, il kenyano Ngugi Wa Thiong.

Alcuni dati di partenza sono che 1) l’attuale presidente della giuria del Nobel per la Letteratura ha ammesso che negli ultimi dieci anni il premio è stato troppo eurocentrico, 2) c’è un fortissimo interesse per la letteratura dei paesi africani, sia residenti che oriundi, 3) si fanno spesso i nomi del ceceno Kant Ibragimov e dello scrittore cinese Liu Xiaobo attualmente in carcere, 4) il Nobel non viene conferito a un nordamericano da molti anni, e restano in lizza alcuni candidati di sempre, come Philip Roth e Alice Munro, insieme alle meno probabili Joyce Carol Oates e Margaret Atwood, a El Doctorow,  e all’outsider Bob Dylan, mentre sale ogni giorno nelle quotazioni il nome di Cormac MCcarthy. Ricorrono, come ogni anno, i nomi di Murakami, Adonis, Elias Khouri, John Berger, Thomas Pynchon, Umberto Eco, Edward Albee per il teatro, e prende sempre più quota l’ipotesi di Amos Oz. Gli italiani non sono esclusi, con i nomi di Antonio Tabucchi e di Claudio Magris, e ricorre la sottolineatura che non vinca un poeta dal 96, quando venne premiata Wyslawa Szymborska. Oggi c’è chi auspica una vittoria in questo senso per la peruviana Carmen Ollé, o l’americana Rita Dove, o il coreano Ko Un, o, assai più quotati, la poetessa algerina Assja Djebar (anche se di lingua francese come il recente premio nobel LeClezio) o lo svedese Tomas Transtromer.

In rete, naturalmente, il dibattito più appassionante nel toto-Nobel per la Letteratura è quello fra i lettori, appassionati, onnivori e informatissimi sugli autori di tutto il mondo, che soppesano nei forum meriti e controindicazioni di ogni candidato. Tenendo presente che il contributo degli scommettitori  è molto relativo, visto che gli ultimi due vincitori erano dati 50/1, diamo un’occhiata, visto che l’anno scorso ci hanno azzeccato con Herta Muller, a quel che si racconta su Literary Saloon negli ultimi due giorni.

Ecco le previsioni di A Commonplace. E quelle del sito svedese Swedish Wire.

Isak, soprannome della blogger scrittrice Anneleigh Clark, fan di Karen Blixen e attentissima a quel che si muove in narrativa e poesia, esprime il suo auspicio che vinca James Ngugi – Ngugi wa Thiong, Kenya, autore di Chicco di grano e di Spostare il centro del mondo – La lotta per le libertà culturali - e gli dedica un profilo che vi propongo.

♫ Le canzoni di oggi erano “The sellout” di Macy Gray e “Stella d’argento” di Brunori Sas

Ecco la puntata di oggi:

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Stanley Péan

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Oggi ospite in diretta Stanley Péan, scrittore, jazzista, personalità radiofonica e blogger. Stanley Péan è haitiano e vive in Canada, dove è presidente dell’associazione degli scrittori del Quebec. Il giorno del terremoto era proprio in viaggio verso Port-au-Prince per un festival letterario. Il suo ultimo noir & rouge, pubblicato in Italia da Tropea, è Zombi Blues, intriso come sempre della cultura e della storia politica di Haiti. Abbiamo chiacchierato di diaspora haitiana in Canada e del ruolo dello scrittore figlio di immigrati che si trova davanti alla ricerca della propria identità; del rapporto fra la storia del voodoo e la storia del jazz; del suo programma alla radio; del sogno mai realizzato di suo padre di tornare a vivere ad Haiti dopo essere fuggito dalla dittatura di Papa Doc Duvalier; di come la storia di Haiti non abbia fatto che replicare il modello del dominio schiavista; di come la distruzione terribile causata dalla negligenza politica che ha amplificato gli effetti del terremoto possa essere un’opportunità storica per Haiti di cominciare davvero la propria storia come paese indipendente. Potete riascoltare l’integrale dell’intervista nel podcast qui sotto.

Potete incontrare Stanley Péan a Milano giovedì 20 maggio alle 19 sulla terrazza dello Spazio Prospekt di via Vigevano 33; in quell’occasione verrà anche proiettato il video “Spirits in the dust” di Samuele Pellecchia. L’ingresso alla serata è libero, e se comprate una copia di Zombie Blues metà del ricavato andrà alla Fondazione Francesca Rava NPH Italia Onlus per i bambini di Haiti.

La musica di oggi era “Stuff” di Miles Davis

Ecco la puntata di oggi:

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il dono del medico e dello scrittore

Aiuti ad Haiti: Lisa Paravisini rende conto della lamentela di Norman Girvan, ricercatore all’Università di Trinidad & Tobago, Emily J. Kirk dell’università di Cambridge, e John M.Kirk della Dalhousie University, che sollevano il problema di come i consistenti aiuti sanitari ad Haiti forniti da Cuba dopo il terremoto vengano oscurati dalla lettura degli aiuti proposta dai media nordamericani. Ecco la storia completa, che vi traduco nel podcast qui sotto.

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Ieri parlavamo di grandi scrittori e delle loro opinioni nel dibattito pubblico (anche se manipolate a casa nostra): la grande scrittrice canadase Margaret Atwood, fervida ambientalista e blogger, posta il suo discorso di accettazione del Pen Award che ha pronunciato tre giorni fa alla festa del premio al Museo di Storia Naturale di New York, nella sala della balena azzurra – un appuntamento annuale di raccolta fondi a sostegno del lavoro del Pen con gli scrittori imprigionati o censurati in tutto il mondo  (la traduzione del discorso di Atwood qui sotto nel podcast). E’ un inno alla voce umana, al potere dei libri e alla libertà di parola.

Le musiche di oggi erano “My Blakean year” di Patti Smith (che ha cantato alla festa del Pen award per gli scrittori censurati) e “Walking in the sun” di Fink

Ecco la puntata di oggi:

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parlano le scrittrici

pettirosso-23

Grazie a tutti quelli che mi hanno scritto per dirmi che l’avvistamento del pettirosso è tipicamente invernale! Ero stata mal consigliata da un collega di cui non farò il nome, non riesco a rispondere a tutti ma vi ringrazio perché ho imparato molto! Il mio desiderio di primavera non potrebbe essere più deluso, visto anche il tempo di oggi… Comunque il pettirosso era bellissimo! (potete anche vedere la canzoncina inglese sul pettirosso postata da un ascoltatore nei commenti al post di ieri)

Ma veniamo alla puntata di oggi,  dedicata alle osservazioni sul nostro mondo di questi giorni che traggo dai blog di tre scrittrici di tre nazionalità diverse: Margaret Atwood, Jeanette Winterson e AM Homes.

Margaret Atwood (vi ho parlato di lei qui e qui) scrive di ritorno dal Forum Economico Mondiale che si è svolto a Davos a fine gennaio. Ambientalista instancabile, è rientrata in Canada dalla Svizzera, e sempre col suo caratteristico senso dell’umorismo racconta quello che ha trovato laggiù, con lo sguardo della turista. Racconta delle persone che ha incontrato, del ruolo delle donne a Davos, e della strana posizione del Canada, lodato per il suo cammino verso un’economia verde ma debole nelle trattative di Copenaghen e completamente assente dal dibattito a Davos.  (la traduzione del suo post nel podcast qui sotto)

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La scrittrice inglese Jeanette Winterson, autrice di Non ci sono solo le arance e Gli dei di pietra,  scrive ogni mese un post sul suo sito che fa il punto sulla sua situazione nella scrittura, nelle uscite in libreria che la riguardano e in quelle dei suoi amici, nelle sue relazioni personali e nelle sue letture, soprattutto di poesia. La sua pagina di febbraio si apre con le sue impressioni sull’udienza di Tony Blair davanti alla Commissione sulla guerra in Iraq di qualche giorno fa – ne avevamo parlato ad Alaska qui. (La traduzione del suo post nel podcast qui sotto)

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AM Homes, autrice di La figlia dell’altra, In un paese di madri, La fine di Alice e Questo libro ti salverà la vita,  posta sul New Yorker la sua reazione alla morte di JD Salinger , forse un padre migliore per lei dei genitori, veri e adottivi, di cui racconta nei suoi libri.  Possiamo perfino ipotizzare che proprio in omaggio a JD Salinger anche lei abbia scelto di firmarsi con le iniziali del suo nome di battesimo. Nel post racconta dell’imprinting ricevuto dalla lettura di Salinger da bambina negli anni Settanta, della sua ossessione di scrivere lettere a personaggi famosi nella pre-adolescenza, e della commedia che scrisse a diciannove anni con Holden Caulfield e Salinger come protagonisti, e che lo scrittore fece bloccare attraverso la sua agente (la traduzione qui sotto nel podcast)

Le musiche di oggi erano “Winter winds” di Mumford & Sons e “In the end” di Charlotte Gainsbourg

Ecco la puntata di oggi:

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