Archivi categoria: convivenza civile

l’incantesimo della comunità

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(alla mensa; dall’archivio Flickr dello sciopero dei minatori del 1984/85)

Fiumi d’inchiostro versati per la Thatcher, fra i quali è abbastanza facile individuare i conti in sospeso che ha lasciato, la dicotomia fra privatizzazione e statalismo, l’odio creativo con cui a suo tempo incendiò musicisti, cineasti e scrittori, e anche la sensazione che l’epoca da lei inaugurata non sia in realtà ancora finita. Impossibile non notare anche i fiumi di articoli di suoi connazionali maschi (quello dello scrittore Ian McEwan è uscito anche in italiano per Repubblica) che da qualunque parte della barricata si trovassero allora, non riescono a fare a meno di misurarsi con la donna non-donna, la donna algida, la donna-maschio, la maestra severa, la donna sadica, la donna-guerriero, e via discorrendo con categorie che un Primo Ministro di Downing Street maschio non avrebbe mai potuto aspirare ad evocare. Ma se un grande capo di governo maschio porta spesso con sé la metafora del padre (del popolo, del paese, ecc), inevitabile per Thatcher anche la metafora della madre o non-madre. Fra tutti i commenti altolocati di questi giorni, ho scelto per voi quello – meno prevedibile e nativo della rete – del giovane attore Russell Brand. Più famoso per le sue presentazioni degli eventi di MTV, per il suo divorzio da Katy Perry e per i suoi eccessi, Brand potrebbe sembrare una fonte improbabile di saggezza politica, ma in realtà ce ne aveva già dato dimostrazione con una cosa splendida che aveva scritto per il Guardian sulle rivolte di strada dell’estate 2011. Sul blog dell’Huffington Post ha scritto una riflessione da giovane adulto inglese che è stato bambino sotto la Thatcher, individuando uno dei nodi dell’eredità oscura del Primo Ministro: che ciò che ruppe coi minatori non fu uno sciopero ma l’incantesimo di essere comunità, è che “se ti comporti come se non ci fosse nessuna società, alla fine davvero non ci sarà”.

La canzone di oggi era “Ain’t got no home” di Woody Guthrie nella versione di Billy Bragg

Ecco la puntata di oggi:

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il dilemma della struttura

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Ieri avete sentito accostati tre punti di vista attenti sulla complicata relazione fra il Movimento 5 Stelle e i media, e sul falso mito della “modernità” di questo movimento in fatto di strumenti e comunicazione sul web. Vi dicevo anche di come mutuare parole d’ordine dai movimenti internazionali degli ultimi due anni (es: acampadas, Occupy) non corrisponda di per sé a soluzioni simili a livello di consultazione, elaborazione e auto-organizzazione, tanto più di fronte all’enorme sorpresa di ritrovarsi dopo il voto al 25%, non più agitatori esterni e commentatori per contrapposizione ma scagliati invece con una grossa rappresentanza nelle istituzioni formali. Ieri sera Pietro Salvatori ha scoperto che di questo problema di funzionalità si è accorto anche qualcuno all’interno dei Cinque Stelle, e ha pubblicato il suo racconto sull’Huffington Post. Potete leggerlo qui e poi ascoltare cosa ci ha detto oggi in diretta.

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problemi di comunicazione

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La contrapposizione pura fra “noi e “voi” del linguaggio dei grillini rispetto ai giornalisti sta completamente intasando il tentativo della stampa di capire elettori ed eletti del Movimento 5 stelle. E dove i M5S mutuano parole d’ordine dai movimenti internazionali, nell’utilizzo che ne fanno essi sembrano soltanto ingredienti di una retorica di sapore futurista. Intanto, i giornalisti cadono nella trappola ritrovandosi ad inseguire l’uomo mascherato su spiagge toscane. Luca Sofri, direttore del Post, ha scritto in questi giorni sul suo blog sui punti deboli della categoria che Grillo riesce a colpire, mentre Pietro Salvatori, giornalista politico, parte da lì per scrivere sul suo blog di che cosa si interrompe nella “traduzione” fra grillini e stampa, e oggi Serena Danna scrive per Corriere.it di quanto sia poco moderno e interattivo – in realtà – l’utilizzo che il grillismo fa della rete.

La canzone di oggi era “King of anything” di Sarah Bareilles

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la strada o il parlamento?

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(Alaa Abdel Fattah intervistato da Laura Cappon a Talaat Harb venerdì scorso – FOTO Cliff Cheney @ cliffcheney.com)

A metà aprile cominciano i turni di voto per le parlamentari egiziane – che riporteranno un parlamento eletto ad affiancare la presidenza eletta di Morsi – ma i partiti più importanti dell’opposizione stanno annunciando che boicotteranno le elezioni. Intanto Port Said, dopo le stragi seguite al verdetto sul massacro dello stadio avvenuto un anno fa, è in autogestione da due settimane. A Mansoura nelle manifestazioni è stato ucciso giovedì un uomo di 35 anni. Per protesta venerdì è stata indetta una manifestazione a Talaat Harb al Cairo. La nostra Laura Cappon ci è andata e ha incontrato per noi una delle menti più lucide della rivoluzione, Alaa Abdel Fattah, al quale ha chiesto cosa pensa dell’ipotesi di rinunciare a misurarsi alle urne, se si resterà nella piazza per sempre, e come vede il complesso rapporto dell’esercito col governo dei Fratelli Musulmani.

La canzone di oggi era “Mraya” di Abdel Ali Slimani

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a duello

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Dopo la strage alla scuola elementare di Newtown, la discussione sulla regolamentazione dell’accesso alle armi da fuoco negli Stati Uniti e sulla cultura che la permea si è fatta calda, al Congresso e nel dibattito via stampa. Ma l’aspetto più particolare, soprattutto se confrontato al dibattito politico a cui siamo abituati in Italia, è che a confrontarsi non sono solo i politici, gli editorialisti, e gli accademici nella cerchia universitaria, ma figure pubbliche del mondo della cultura. Il duello di cui vi parlo oggi non è diretto, ma è impossibile non registrare le prese di posizione simultanee del drammaturgo David Mamet e dello scrittore Stephen King, il primo con l’articolo di copertina di Newsweek, il secondo con “Guns”, un Kindle Single (un e-libriccino, diciamo) sul tema delle armi da fuoco. Entrambi portatori di una notevole intelligenza analitica e dotati della capacità di partecipare al dibattito pubblico (e del peso per influenzarlo), almeno su questo argomento non potrebbero essere più distanti. Mamet (storicamente vicino ai diritti dei lavoratori ma ormai classificato come un “liberal di destra”) apre il suo articolo citando Marx ma finisce per sostenere che l’unico titolato a difendersi è l’individuo (armato), mentre King (che in questi mesi aveva attaccato Mitt Romney e si era fatto portavoce di quei pochi rappresentanti dell”1% che vorrebbero pagare più tasse a favore della collettività) attacca la lobby delle armi e dice la sua sul condizionamento culturale che accompagna il Secondo Emendamento (il tutto, per inciso, mentre scrive come un demonio). Entrambi vengono sottoposti in queste ore in rete a scrutinio critico e fact-checking: Alex Seitz-Wald su Salon fa le pulci a David Mamet con un po’ di verifiche sui dati a cui si è appoggiato nell’articolo per Newsweek, mentre Maria Popova per Brainpickings entra nel merito dello scritto di Stephen King e discute con lui a distanza.

La canzone di oggi era “Come as you are” dei Nirvana

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trenta

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(foto AFP)

Cinque giorni fa l’annuncio che il re dell’Arabia Saudita ha eletto per decreto trenta donne nel consiglio consultivo della Shura, che fino a questo momento era composto solo da uomini. E’ uno dei piccoli passi che la famiglia reale saudita è costretta a fare pena la propria estinzione, con decine di migliaia di donne laureate nelle migliori università e di professioniste di alto livello non in grado di svolgere il loro lavoro né di condurre una vita indipendente senza i loro guardiani – piccoli passi da tempo previsti dagli osservatori della vita sociale saudita che misurano il polso delle forti richieste di riforme sociali rafforzatesi dopo l’inizio della primavera araba – e rese famose, per esempio, da campagne come Women2drive. Qui la notizia AFP da Riyadh, qui il primo dei post di Ahmed Omran – che conoscete su Twitter come @ahmed, ex stagista a NPR accanto a Andy Carvin e fra i più importanti curatori dei video in arrivo dalla Siria, giovane ma blogger di vecchia data, che dopo Saudi Jeans ha aperto un blog di commento della politica interna saudita che si chiama Riyadh Bureau. Qui anche il suo post sulle proteste dei religiosi contro la decisione del re, e qui il punto di vista di Badrai al-Bishr per Al Arabiya.

La canzone di oggi era “Helpless” di k.d.lang

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il proiettile di Gabby

gaby giffords e obama

Esattamente due anni fa, la puntata di Alaska era dedicata all’attentato contro la deputata progressista dell’Arizona Gabrielle Giffords, 42 anni, colpita alla testa da uno dei proiettili del 22enne Jared Loughner che aveva attaccato un comizio a Tucson l’8 gennaio 2011, uccidendo 6 persone fra cui il giudice John Roll, e ferendone diverse altre. Gabrielle Giffords si sta lentamente riprendendo e dopo le dimissioni dal Congresso l’anno scorso, ha ricominciato a fare attività politica. Nel secondo anniversario di Tucson ha deciso di mobilitarsi con un’iniziativa di risposta all’ennesima strage, quella della scuola elementare di Newtown dello scorso dicembre. Quella della Giffords, così come quella del sindaco di New York Bloomberg, è una delle varianti delle prese di posizione di queste settimane su come aggirare il tabù della discussione sulle armi da fuoco – si va dalla richiesta di mettere al bando solo le armi da guerra a quella di restringere l’accesso nei negozi attraverso controlli reali sulla storia della persona che acquista l’arma – in pochissimi riescono a mettere in discussione la mentalità di frontiera, il “diritto di ogni americano a difendersi” e ad armarsi per farlo. L’iniziativa di Gabby Giffords, creata insieme al marito Mark Kelly (astronauta dello Shuttle), si chiama “Americans for Responsible Solutions”; intende creare un gruppo di pressione sui rappresentanti al Congresso per contrastare il dominio culturale della lobby delle armi, e ha un manifesto che trovate qui.

La canzone di oggi era “La Frontera” di Lhasa De Sela

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cartoline dal 2012

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(Tahrir il 27 novembre, via #ganobi)

Questa è l’ultima puntata di Alaska per il 2012, e ieri ho preparato per voi una cronologia di tweet-cartoline su Storify, con alcuni dei miei tweet e momenti e fotografie preferiti dell’anno – molto parziali, molto soggettivi, ma spero vi ricordino alcuni dei momenti che abbiamo passato insieme qui e su Twitter. Ripercorriamo l’anno rapidamente insieme, e potete trovarlo qui. Ci risentiamo dal 7 gennaio!

La canzone di oggi era “Shackled and drawn” di Bruce Springsteen

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silenzio stampa

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Dopo la strage nella scuola elementare di Newtown, i grandi media si sono scusati per gli errori, Michael Wolff ha attaccato sul Guardian il lavoro di Andy Carvin in quella giornata, Andy Carvin gli ha risposto punto per punto usando lo strumento dello Storify. Ma pochissimi hanno anche solo avanzato il dubbio che quel giorno – mentre gli unici ad avere qualche elemento concreto erano le forze dell’ordine, mentre i media si agitavano istericamente e si mettevano al teorico inseguimento del killer e a caccia di genitori distrutti dal dolore – la risposta più saggia della stampa, vecchia e nuova, quella tradizionale come quella social, fosse il silenzio, la calma, la prudenza. Fra i pochi, quasi solo donne. Una di queste è la tecno-sociologa Zeynep Tufekci su The Atlantic, che teorizza anche che la fisionomia della strage di massa sia una ricerca di attenzione e rappresentazione pubblica, di cui i media si fanno complici. Ogni volta che quel desiderio di rappresentazione viene soddisfatto, nasce potenzialmente un altro killer – il copycat, l’emulo, l’imitatore. Zeynep ha scritto più diffusamente anche sul suo blog, qui e qui.

La canzone di oggi era “Enjoy the silence” di Tori Amos

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armi letali

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(armi utilizzate nelle stragi di massa negli Stati Uniti, quante ottenute legalmente e quante illegalmente, da MotherJones)

Venti bimbi fra i sei e i sette anni, e sei adulti, in una scuola elementare di provincia, uccisi da un ventenne, con le armi appartenenti alla vasta collezione della madre, uccisa a sua volta. E’ la strage di Newtown, in Connecticut, la settima di questo tipo negli Stati Uniti nel solo 2012. Nella fretta di arrivare primi, i media americani hanno commesso molti errori, e quelli italiani a ruota. I primi hanno chiesto scusa, i secondi no. La rete si è improvvisata vigilante a posteriori, cercando di smascherare il presunto killer (con il nome sbagliato) su Facebook e Twitter – perseguitando un omonimo con migliaia di minacce. Qui Obama che parla subito dopo la strage, qui il testo del suo discorso a Newtown ieri in cui dice “dobbiamo cambiare”, qui la traduzione de Il Post. Qui Christopher Hitchens nel 2007 dopo la strage alla Virginia Tech. Per qualcuno Newtown è la linea rossa oltre la quale bisogna vincere il taboo costituzionale che dà diritto ad ogni americano di possedere armi da fuoco, e per discutere di tutela e assistenza nella salute mentale. Pochissimi tracciano un legame fra la politica americana di regolare i conti a colpi di armi da fuoco nel mondo a quella di farlo dentro casa.

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