Archivi categoria: cyberattivismo

Alaska XL #26 | #heartbleed

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L’8 aprile abbiamo fatto la conoscenza di Heartbleed, la più grossa e pericolosa falla di Internet mai rilevata, e che esiste da un pezzo; nella fattispecie, una falla di OpenSSL, il sistema di criptaggio delle comunicazioni e transazioni online più usato nel mondo. Nei giorni successivi sono saltati fuori dettagli anche più preoccupanti, come il fatto che l’NSA possa aver scoperto la falla quasi subito e l’abbia sfruttata ai fini delle sue operazioni di sorveglianza. Ma prima, per capire cos’è Heartbleed (e perché la prima reazione allarmistica è stata “cambiate tutte le password!”), si può cominciare da Il Post, che l’ha spiegata il 9 aprile. Qualcuno ha anche provato a illustrarne il funzionamento attraverso vignette a fumetti, come xKcd.

♫ “Amsterdam” di Daughter

Ecco la prima parte di oggi:

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Dopo settimane di trattative per ottenere le adeguate rassicurazioni di non venire arrestati o deportati, Glenn Greenwald e Laura Poitras riuscivano a rientrare negli Stati Uniti per la prima volta da quando hanno portato al mondo le rivelazioni di Edward Snowden sull’NSA. Lo hanno fatto per ritirare, insieme a Ewen MacCaskill del Guardian, il prestigioso premio Polk per il lavoro svolto sull’NSA. Janine Gibson, rientrata a Londra per dirigere il Guardian online dopo essere stata il loro direttore al Guardian americano nella fase cruciale delle rivelazioni di Snowden, guardando il video della loro premiazione li ha descritti come “i tre moschettieri di Hong Kong”. Nelle stesse ore emergeva che di Heartbleed l’NSA sapeva tutto (Bloomberg qui), e che potrebbe aver usato la fragilità della falla (senza denunciarla né invitare a correggerla) per aiutarsi nelle proprie operazioni di sorveglianza. Qui Julian Sanchez per il Guardian, qui John Naughton sull’errore umano dei programmatori e la responsabilità delle grandi aziende, qui ProPublica su cosa significa Heartbleed per le redazioni giornalistiche, qui il commento di Rusty Foster per i blog del New Yorker con le dichiarazioni di Bruce Schneier.

♫ “Trust in me” di Etta James

Ecco la seconda parte di oggi:

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In Egitto non si può più manifestare, ma intanto l’accesso alla rete si allarga, e quello che nel 2011 era il primato rivoluzionario di Twitter viene scavalcato da nuove ondate di spinta promozionale di segni diversi, riattivate dalla candidatura alle presidenziali dell’ex maresciallo Sisi, dalla voce dei Fratelli Musulmani e dalla campagna elettorale in generale. La nostra Laura Cappon al Cairo ha chiesto a uno dei più influenti blogger e attivisti egiziani di raccontarci che cosa sta succedendo, The Big Pharaoh (potete ascoltare l’intervista integrale nel podcast qui sotto).

♫ “Toumast Tincha” dei Tinariwen

Ecco la terza parte di oggi:

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David Byrne – musicista, fotografo, regista, artista visivo, sperimentatore progressista e cronista della newyorchesità, comincia a essere un tantino spaventato da quello che sta succedendo alla rete. I suoi committenti per le arti visive, quelli di Creative Time, gli hanno chiesto di scrivere un pezzo per spiegare le sue preoccupazioni, che è poi stato ripreso dal Guardian.

♫ “One fine day” di David Byrne e Brian Eno

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #21 | la costituzione nascosta

66.	 Class room, Sultana Malak Palace, Heliopolis, Cairo. 2011

fotografia di Xenia Nikolskaya, Cairo.

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Oggi vi propongo tre lunghi testi integrali, realizzati nella versione italiana grazie al prezioso contributo ad Alaska di Alessandra Neve e Cristina Contini, e pubblicati anche nella raccolta di traduzioni che vedete nella colonna qui a destra. Si tratta di tre fonti e tre argomenti diversi, che però confluiscono in una serie di interrogativi e intrecci molto simili, e che credo si manifesteranno chiaramente alla lettura. Comincio dallo scritto più recente dell’attivista egiziano Alaa Abd El Fattah, che in queste ore ha superato il centesimo giorno di detenzione senza che sia nemmeno stata fissata una data per il suo processo. Partendo dalle proprie letture in cella, e dall’arrivo nel braccio dei detenuti politici del carcere di Tora di alcuni compagni torturati in un altro carcere, Alaa ha scritto un articolo in arabo per al-Wadi, intitolato “Autismo” e pubblicato il 4 marzo. Il concetto, potentissimo, di “costituzione nascosta”, è suo e l’ho preso in prestito per dare il titolo a questa puntata. La zia di Alaa, la scrittrice Ahdaf Soueif, come sempre lo ha tradotto in inglese pubblicandolo su Facebook. Io l’ho tradotto per voi in italiano.

♫ “Like a king” di Ben Harper

Ecco la prima parte di oggi:

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La tecnosociologa turca Zeynep Tupefkci, che insegna negli Stati Uniti, scrive spesso per la piattaforma gratuita Medium, che al suo interno ospita una testata precedente per testi di lungo formato, Matter, impaginata secondo gli stessi criteri. Per Matter, Zeynep ha pubblicato a fine febbraio, nel pieno dell’occupazione della Maidan di Kiev, un saggio/riflessione sulla sorveglianza digitale che sovrappone la sua posizione sulla raccolta di dati ai fini della campagna elettorale americana, la sua presenza all’occupazione di Gezi Park nella sua città natale, Istanbul, e l’influsso delle rivelazioni di Snowden sull’operato dell’NSA. A sottolineare il contrasto fra i vari piani del testo, Zeynep ha impaginato il suo scritto con le fotografie in bianco e nero scattate fra i lacrimogeni a Istanbul da Mstyslav Chernov. Ad aggiungere un ulteriore dimensione multimediale, in fondo al testo si trova anche il podcast audio con la lettura fatta da Jack Stewart. Nei credits alla fine del testo, Zeynep cita anche il lavoro di editing di Jim Giles and Bobbie Johnson, il fact-checking di Cameron Bird, e la correzione delle bozze di Tim Heffernan – facendo di questo singolo articolo una mini-produzione collettiva. Alessandra Neve ha realizzato la versione integrale del testo in italiano.

♫ “Gold Dust” di Tori Amos

Ecco la seconda parte di oggi:

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Qui la seconda metà della traduzione da Zeynep Tufeckci.

♫ “Elephant Gun” di Beirut

Ecco la terza parte di oggi:

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Nell’ambito dell’inchiesta del Parlamento Europeo sulla sorveglianza elettronica sui suoi cittadini, Edward Snowden ha risposto alle domande di alcuni parlamentari. Il Parlamento Europeo ha pubblicato l’integrale delle sue risposte scritte qui.  Cristina Contini lo ha tradotto in italiano per Alaska. 

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #18 | nell’attesa

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(una fotografia di David Pogue durante la tempesta di neve di questi giorni sulla East Coast)

Oggi puntata flessibile in attesa dell’annuncio ufficiale dell’incarico a Renzi. Voglio segnalarvi alcuni post estremamente interessanti della settimana appena trascorsi, sia da blog puri che da testate online.

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Cominciamo con Donatella della Ratta, manager dell’organizzazione internazionale Creative Commons per il mondo arabo, che come fa da tanti anni è stata all’ultima edizione ad Amman dell’Arab Bloggers Meeting e ha scritto una relazione molto istruttiva.

♫ “Stay awake” dei London Grammar

Ecco la prima parte di oggi:

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Dall’Egitto, insieme alla notizia della candidatura di Hamdeen Sabbahi e Sami Anan alle presidenziali, a quella della bomba a bordo di un autobus turistico ieri a Taba (una sorta di – prevedibilissimo – ritorno agli anni Novanta), e a quella dello sciopero di quasi 32mila lavoratori alle fabbriche tessili di Mahalla arrivato al suo ottavo giorno, arrivano alcune ricostruzioni importanti. Bel Trew e Osama Diab per Foreign Policy scrivono di come i tycoon dell’era di Mubarak, uno ad uno, si stanno ricomprando il ritorno in Egitto. Hossam Baghat indaga nella cronologia della liberazione dei jihadisti dalle carceri egiziane, Bassem Sabry fa qualche ipotesi sulle ragioni della candidatura di Hamdeen Sabbahi alle presidenziali. Intanto Irisheyesoncairo riflette sulla domanda che tanti si stanno facendo nel clima di oggi: “devo restare o devo andare?” (e si risponde “resto”).

♫ “Breathless” di Nick Cave nella versione di Cat Power

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Poche ore dopo la nascita di The Intercept, diretto da Glenn Greenwald, Jeremy Scahill e Laura Poitras, su Medium compariva già una ragionata reazione di Melissa Byrne al gap di genere fra i redattori della nuova testata – tutti numeri uno, ma 9 uomini a fronte di 3 donne. Andy Carvin, che adesso cura l’engagement di The Intercept, ha rilanciato il post sottolineando che la nuova redazione è consapevole del problema e sta lavorando per risolverlo.

E in materia di sorveglianza, ecco un po’ di cose da leggere: su Wired l’intervista di Fabio Chiusi ad Antonio Casilli sulla privacy; su Tech President quella di Carola Frediani ad Annie Machon sulla protezione dei whistleblower; su Medium la tecnosociologa Zeynep Tufekci scrive delle reazioni presunte esagerate dei difensori della privacy alle rivelazioni sulla sorveglianza dell’NSA.

♫ “Stay young” degli Okkervil River

Ecco la terza parte di oggi:

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Infine, in Italia… Davanti all’ennesimo pontificare disinformato sulla “regolamentazione” del web, che sta diventando pericoloso, Arianna Ciccone scrive per Valigia Blu, aiutandosi con altri pareri interessanti.

♫ “The winter song” di Sarah Bareilles

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #17 | libertà di parola

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(un esempio della campagna di solidarietà dei giornalisti per la liberazione dei colleghi di Al Jazeera detenuti in Egitto – la protesta organizzata davanti all’Ambasciata Egiziana di Nairobi, fotografia di Tristan McConnell)

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Tristan McConnell, autore della fotografia qui sopra, scrive da Nairobi che la carcerazione in Egitto del collega australiano di Al Jazeera Peter Greste (appena trasferito dopo più di un mese di detenzione insieme a Mohamed Fahmy in un carcere meno duro) è un problema non suo, ma di tutti.

Il commentatore politico H.A.Hellyer scrive “non sono un giornalista, ma il minimo che posso fare è rendere loro omaggio”. Poche ore dopo la messa in onda a scopi propagandistici su una tv privata del video dell’arresto al Marriott di Peter Greste e Mohamed Fahmy – condannata da Al Jazeera – la giornalista olandese Rena Netjes è dovuta fuggire dall’Egitto con l’aiuto della sua ambasciata: qui il racconto di The Lede, qui l’intervista con Rena del Daily News Egypt. L’attivista egiziana Sarah Carr viene ospitata sulle pagine del Guardian, dove racconta cosa significhi la repressione e persecuzione dei giornalisti. Il Committee to Protect Journalists ci ricorda che a questo punto non c’è più un solo giornalista di Al Jazeera a lavorare in Egitto, nonostante le bizzarre rassicurazioni del Ministro degli Esteri del governo ad interim, Fahmy, appena rientrato da una missione all’estero in cui diversi governi gli hanno fatto presenti le loro rimostranze per il trattamento riservato ai reporter. Lo stesso Peter Greste scrive una seconda lettera dal carcere.

Intanto Alaa Abd El Fattah è in carcere da due mesi e mezzo, e oggi si svolge l’udienza per l’appello di Maher, Douma e Adel, già condannati a 3 anni di carcere.

♫ “On my way” di Valerie June

Ecco la prima parte di oggi:

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Stamattina presto, a un orario quasi più favorevole al pubblico europeo che a quello americano (e al fuso orario di Rio de Janeiro dove si svolgono tutte le operazioni di base), è nato The Intercept, la nuova testata giornalistica della First Look Media di Pierre Omidyar e diretta da Glenn Greenwald, Jeremy Scahill e Laura Poitras. Negli ultimi giorni era arrivato l’”acquisto” di Andy Carvin come engagement editor (qui l’annuncio sul suo blog, qui il Washington Post, qui GigaOm), subito dopo quello di Marcy Wheeler che seguiva le vicende della sorveglianza per il Guardian. Il team – fra giornalismo investigativo, blogging, libertà di espressione, diritti civili e citizen journalism – lo trovate tutto radunato qui. Qui Glenn Greenwald sulle intenzioni della squadra, e qui la dichiarazione di intenti. Per incoraggiare le fonti a farsi avanti in un ambiente sicuro, The Intercept userà SecureDrop e una chiave PGP per contattare ogni reporter con e-mail sicure. Come ampiamente previsto, dalla collaborazione fra Greenwald e Scahill nasce una nuova investigazione nel ruolo dell’NSA nelle incursioni dei droni militari americani, che diventa il pezzo d’esordio della testata.

♫ “Sirens” dei Pearl Jam

Ecco la seconda parte di oggi:

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Diversi dei reporter arrivati a Sochi per i Giochi Olimpici invernali con la valigia sono stati dirottati dalla cronaca sul campo in Ucraina dove stavano seguendo la gelida e scura Euromaidan. Oggi alcune testimonianze da Kiev, ma prima ancora, una breve descrizione di come la Euromaidan è diventata virale. Tatiana Chornovil (tradotta da Olia Knight) scrive un appassionato post sul suo blog. Il fotografo russo Ilya Varmalov ha scritto un reportage attraverso le didascalie delle sue foto guardando la piazza dalla parte della polizia, il Post le ha pubblicate in italiano qui. Brian-Michel La Rue, canadese, racconta su Medium i suoi giorni di detenzione a Kiev.

♫ “All my days” di Alexi Murdoch

Ecco la terza parte di oggi:

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I nuovi emendamenti in Turchia alla legge su Internet sono molto preoccupanti – Mathew Ingram li riassume, e Thijs De Bekker ne fa un ottimo resoconto per The Atlantic Post. Intanto il giornalista Mahir Zeynalov è stato deportato dalla Turchia per aver usato un tono critico verso il governo in alcuni tweet.

♫ “Snake eyes” dei Milk Carton Kids

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Alaska XL #15 | mortali

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(la foto di Mostafa Sheshtawy ai Cabinet Clashes, Cairo, dicembre 2011, di cui ci parla nell’intervista di oggi)

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Attivisti e giornalisti ancora in carcere, decine di arresti al primo tentativo dei manifestanti di tornare a Tahrir, tre bombe esplose al Cairo alla vigilia del terzo anniversario del #Jan25, l’anniversario stesso tragicamente macchiato dal divieto di manifestare per tutti tranne i tifosi del generale Sisi a Tahrir, con più di 50 morti nei cortei attaccati dalla polizia e più di 1000 arresti. L’indomani, domenica, il presidente ad interim Mansour annuncia, come previsto, il sovvertimento della roadmap, anticipando le presidenziali sulle parlamentari. Fra propaganda militare, road map incerta, e repressione dei Fratelli Musulmani e dei giovani attivisti laici, l’Egitto si trova nel punto più doloroso e pericoloso di questi tre anni. All’Arab Bloggers Meeting, i blogger hanno tenuto delle poltrone vuote in onore dei loro colleghi in carcere o in clandestinità, fra i quali Alaa Abd El Fattah. In carcere ormai da 60 giorni, Alaa ha scritto il 24 dicembre alle sue sorelle, Mona e Sanaa, una lettera che solo in questi giorni è stata tradotta dall’arabo – largamente interpretata come lo scoramento di tutta la rivoluzione. Alessandra Neve l’ha tradotta per noi dalla versione inglese. Il giornalista australiano Peter Greste, arrestato dopo sole due settimane di servizio al Cairo e detenuto nel carcere di Tora senza accuse né processo insieme a Mohamed Fahmy, ha scritto finalmente una lettera, lucidissima, sulle circostanze del suo arresto e i suoi sentimenti sulla libertà di stampa in Egitto. Ahmed Maher del movimento 6 aprile, dopo le faticose trattative con le autorità carcerarie per il diritto a scrivere, fa pubblicare alcuni scritti su un nuovo blog. Intanto, in coda alla traduzione/divulgazione della lettera del fratello Alaa del 24 dicembre, Mona Seif aveva scritto, “ci siamo sempre sentiti liberi di esprimere anche i momenti in cui eravamo stanchi e scoraggiati, ma vedrete che presto arriverà dal carcere qualcosa di più forte”.

♫ “Jan 25″ di Omar Effendum

Ecco la prima parte di oggi:

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Giovedì, la vigilia dell’anniversario del #Jan25 incupita dalle bombe, è arrivato l’originale in arabo di uno scritto a quattro mani di Alaa e Ahmed Douma del movimento 6 aprile, detenuti in celle attigue. E’ un’analisi dei luoghi comuni sulla disperazione che viene intesa come tradimento, dell’umanità della vita in carcere, e un’impietosa disamina delle sconfitte dei rivoluzionari attraverso l’esplorazione delle quattro piazze in cui ha finito per polarizzarsi Tahrir:  la Tahrir rivoluzionaria, l’Abbaseya salafita del 2011-12, la Rabaa dei Fratelli Musulmani dell’estate scorsa, e la piazza del Mandato popolare ai militari di oggi. Come sempre, la scrittrice Ahdaf Soueif (dopo un notevole scambio di opinioni online sull’esatta trasposizione di alcuni termini in arabo) lo ha tradotto in inglese perché venisse pubblicato il 25 gennaio da Mada Masr. A quattro mani con Alessandra Neve lo abbiamo tradotto per voi in italiano dalla sua versione.

♫ “Love is noise” dei Verve

Ecco la seconda parte di oggi:

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Mostafa Sheshtawy è uno dei tre fotografi più importanti e di talento emersi dalla documentazione della rivoluzione egiziana, pubblicati dalle grandi testate internazionali (qui su Flickr potete vedere il suo lavoro). Giovanissimo, nato e cresciuto in Qatar da genitori egiziani e poi rimasto in Egitto dopo gli studi per seguire la rivoluzione, Mostafa è venuto a trovarci a Radio Popolare in occasione del suo passaggio da Milano. Ho discusso con lui della sua esperienza, di fotografia e citizen journalism, dei suoi progetti per il futuro e della foschia tragica che avvolge l’Egitto. Qui sotto la prima metà dell’intervista.

♫ “Home” di Alexi Murdoch

Ecco la terza parte di oggi:

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Qui la seconda metà dell’intervista con il fotografo egiziano Mostafa Sheshtawy.

♫ “Whatevers on your mind” dei Gomez

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NB: Il 23 gennaio Edward Snowden ha tenuto una sessione di domande e risposte con gli utenti Twitter che trovate conservate qui. Alessandra Neve l’ha tradotta.

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Alaska XL #14 | porti delle nebbie

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(foto via Gothamist)

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Oggi dedichiamo grosso modo la prima parte della trasmissione a fare un punto delle vicende legate alle rivelazioni di Edward Snowden sulla sorveglianza elettronica dell’NSA – che continuano a tenere banco con il discorso di Obama di venerdì scorso, le misure di contenimento che ora dovranno essere discusse dal Congresso, il coinvolgimento degli altri paesi, la rigida posizione inglese, il destino dei whistleblower e di Snowden in particolare (qui l’opinione di Daniel Ellsberg, che 40 anni fa rivelò i Pentagon Papers), le questioni legate ai sistemi di cifraggio delle comunicazioni, il rapporto fra governo federale e aziende private alle cui infrastrutture le agenzie federali si appoggiano di fatto per la sorveglianza, e la discussione etica su nuovo giornalismo e sui diritti civili elettronici. Nella seconda parte daremo un’occhiata a due documentari di cui è stato appena annunciato l’ingresso fra le nomination all’Oscar, entrambi molto legati alla vita della rete e ai temi che discutiamo qui, e vi racconterò una storia emblematica di tecnologia in Sudafrica.

Dopo la divulgazione a dicembre dei risultati della commissione sull’NSA da lui stesso istituita, Obama ha parlato venerdì, con un discorso diventato indispensabile dopo le rivelazioni di Snowden emerse in questi sei mesi, e allo stesso tempo ancora più vago di quanto ci si potesse aspettare (qui trovate la trascrizione). Incerto e a disagio, Obama ha tentato di rassicurare il cittadino medio americano, ammettendo la necessità di limiti alla sorveglianza (così tipica degli assetti sociali a cui i suoi stessi modelli un tempo si ribellarono) ma ribadendone la necessità per l’anti-terrorismo, e sostanzialmente mentendo o restando evasivo sulle parti più importanti della vicenda. Le vaghe modifiche alla procedura che ha annunciato non risolvono il problema di fondo – che sia sbagliato e illegale raccogliere indiscriminatamente (e conservare) centinaia di milioni di metadati di comuni cittadini. Qui il punto di ProPublica, qui il punto di Freedom of the Press (di cui Snowden è entrato a far parte), qui quello di Glenn Greenwald. La sera prima del discorso di Obama, sono arrivate le nuove rivelazioni sull’impressionante programma Dishfire per la raccolta quotidiana di centinaia di milioni di sms, divulgate dal britannico Channel 4 insieme al Guardian.

♫ “Wise up ghost” di Elvis Costello & The Roots

Ecco la prima parte di oggi:

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Come sapete, in Italia non c’è una grande attività di stampa sulle rivelazioni sull’NSA e sulle questioni della sorveglianza elettronica, fatto salvo per il lavoro di Stefania Maurizi con Greenwald per l’Espresso e, come vi ho raccontato in varie occasioni, quello di Fabio Chiusi, che conoscete per il suo blog Il Nichilista e per il suo lavoro per il Messaggero Veneto e Repubblica. Chiusi ha pubblicato proprio venerdì scorso, in collaborazione con Valigia Blu, un ebook gratuito che riesce a riassumere punto per punto per i lettori italiani la vicenda per come si è dipanata fin qui. Mi è sembrata un’ottima occasione per averlo finalmente ospite ad Alaska, e ci colleghiamo in diretta con lui per fare il punto della situazione (potete riascoltare la conversazione nel podcast qui sotto).

♫ “Sirens” dei Pearl Jam

Ecco la seconda parte di oggi:

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Erano in pole position, ma la conferma è arrivata da poco: Dirty Wars di Jeremy Scahill e The Square di Jehane Noujaim sono candidati all’Oscar nella categoria Miglior Documentario. In modi diversi, sono due film importanti per la vita della rete e per la possibilità di raccontare la Storia con la S maiuscola in tempo reale. Jeremy Scahill, come sapete, è un celebre reporter che indaga sulle parti più segrete dell’apparato militare americano in Iraq, Afghanistan e Yemen, e che farà parte della redazione della nuova testata di Pierre Omidyar affidata a Greenwald – Dirty Wars traduce in una storia per immagini l’indagine che aveva pubblicato nel suo libro Dirty Wars. Jehane Noujaim, già regista di Control Room (documentario su Al Jazeera), egiziano-americana, ha girato The Square con il suo team tutto in presa diretta a Tahrir e ha vinto il premio del pubblico al Sundance Festival con una versione incompiuta del documentario, che ha rimontato in questi mesi, comprimendone ulteriormente la cronologia per arrivare fino al primo massacro dei Fratelli Musulmani, quello davanti alla sede della Guardia Repubblicana dopo il colpo di stato. Entrambi i film – diversi ma uniti da una forte scelta narrativa in soggettiva – sono stati proiettati nei festival più importanti e arriveranno nei vari paesi con modalità diverse. The Square, come vi avevo raccontato, è stato finanziato attraverso il crowdfunding con un progetto su Kickstarter e il contratto di distribuzione è stato stipulato con Netflix (che vincerebbe così il suo primo Oscar, nel caso) – in Egitto è ancora in attesa del visto della censura e gli egiziani hanno potuto vederlo soltanto in una breve finestra temporale ieri sera quando una versione in bassa qualità – ora rimossa – è comparsa su YouTube, e per l’Italia bisognerà aspettare un bel po’. Di Dirty Wars, per chi se lo fosse perso nella rara proiezione al Milano Film Festival, si può invece acquistare o noleggiare il download in sterline direttamente dal sito ufficiale. Qui Yasmine Rashidi dal Cairo su The Square per il New Yorker, qui l’intervista a Jeremy Scahill di Democracy Now!. Li ho visti entrambi e vi racconto un po’ le mie impressioni (potete recuperare l’audio qui sotto nel podcast).

♫ “Hunter of Invisible Game” di Bruce Springsteen

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Un’azienda tecnologica sudafricana di enorme successo ma dalle radici che affondano nel passato cupo del paese. E’ la Naspers, e la racconta John McDulin per Quartz.

♫ “We live again” di Beck

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Alaska XL #13 | Il Gospel delle Pistole

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Ben ritrovati, buon anno nuovo, e ancora un ringraziamento ai quasi 900 nuovi abbonati a Radio Popolare. Vi ho lasciato con uno speciale sugli ultimi eventi che riguardavano l’NSA e le rivelazioni sulla sorveglianza elettronica, e le riprenderemo con un aggiornamento nella quarta parte della puntata di oggi. Intanto quasi tutti i più importanti attivisti della rivoluzione egiziana sono in carcere, manifestare è vietato, centinaia di detenuti politici dei Fratelli Musulmani e non sono in sciopero della fame, gli arresti non stanno risparmiando neanche i giornalisti, e fra due giorni si vota per la costituzione-farsa che dovrebbe aprire il percorso della roadmap che potrebbe culminare nella candidatura del maresciallo Sisi alle elezioni. Ma prima, il piccolo racconto su una realtà poco conosciuta – quella dei rapporti fra le case produttrici di armi da fuoco e le riviste di settore – da cui la puntata di oggi prende il titolo: la cacciata dalla rivista Guns & Ammo del noto commentatore ed esperto di armi Dick Metcalf.

♫ “Elephant Gun” di Beirut

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Alaa Abd El Fattah è in carcere dal 28 novembre, e una data per il verdetto a suo carico non è ancora stata fissata. Ahmed Maher, Ahmed Douma e Mohamed Adel del movimento 6 aprile stanno scontando la loro condanna a tre anni di carcere. Il 30 dicembre sono stati arrestati all’hotel Marriott il giornalista egiziano-canadese Mohamed Fahmy, esperto di Sinai che lavora per CNN e Al Jazeera e che su Twitter conoscete come @Repent11, insieme al giornalista australiano Peter Greste e a un collega egiziano, tutti adesso detenuti nel carcere di Tora accanto ad Alaa e ai metri del 6 aprile. 450 membri in carcere dei Fratelli Musulmani hanno cominciato uno sciopero della fame, e Ahmed Maher e gli altri stanno usando lo stesso sistema per negoziare con le autorità carcerarie le condizioni della loro detenzione (visite, libri, ore d’aria, strumenti per la scrittura). E’ evidente il tentativo di tenere attivisti, blogger e reporter lontani dal referendum e dal terzo anniversario del #Jan25, la repressione contro le manifestazioni di queste settimane nelle università, l’intimidazione dei giovani eroi della rivoluzione attraverso la diffamazione con finte intercettazioni (quelle che in queste ore hanno spinto Wael Ghonim ad annunciare che lascerà di nuovo l’Egitto in esilio volontario). Tutto ciò che la rivoluzione aveva fatto salire in superficie sta tornando nella clandestinità. Oggi voglio dedicare questa parte centrale di Alaska a quello che in tanti hanno scritto per questi detenuti politici e simboli della rivoluzione, nella generale indifferenza internazionale.

Omar Robert Hamilton, regista di documentari, fra i creatori dei collettivi Mosireen e Kazeboon, è figlio della scrittrice Ahdaf Soueif e cugino di Alaa, e sta cercando di tenere viva la campagna per la sua liberazione. Il 2 gennaio ha scritto una riflessione straziante per Mada Masr sulla prigionia di Alaa e lo stato in cui versa la rivoluzione. Ve l’ho tradotta qui.

♫ “Slow Revolution” di Alexi Murdoch

Ecco la seconda parte di oggi:

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3

La nostra Laura Cappon è andata a trovarle Omar Robert Hamilton a casa sua, per conoscere le condizioni della carcerazione di Alaa e per parlare un po’ della situazione di questi giorni (trovate l’audio nel podcast qui sotto).

E se Alaa sta lottando in carcere per il diritto a scrivere lettere, molti altri ne stanno scrivendo per lui e per gli altri detenuti politici. Qui Shahira Hamin per Index On Censorship che scrive dell’arresto dei giornalisti di Al Jazeera. Qui Alia Manallam che scrive di Alaa. Qui Bilal Fadl che scrive un breve messaggio per Alaa. Qui Nancy Youssef che per McClatchy si è finta un’amica del reporter Mohamed Fahmy ed è riuscita a fargli visita in carcere. Qui Robert Mackey per The Lede sulla situazione complessiva dei detenuti d’opinione di queste settimane. Qui l’attore Holt McCallany che chiede la liberazione di Ahmed Maher. Qui la dichiarazione su Facebook di Ahmed Maher, Ahmed Douma e Mohamed Adel sulla loro trattativa con le autorità carcerarie attraverso lo sciopero della fame. Qui Wael Eskandar sulle false intercettazioni telefoniche e il tentativo di diffamazione degli attivisti del #Jan25, e qui un riassunto di Egyptian Chronicles sulla dichiarazione con cui Wael Ghonim annuncia su Facebook che lascerà l’Egitto. Qui l’editoriale con cui il Toronto Daily Star chiede al governo canadese di intervenire per la liberazione di Mohamed Fahmy. Qui la petizione di 40 giornalisti internazionali per chiedere alle autorità egiziane la liberazione dei colleghi incarcerati. Qui Lina Attalah, e qui Jillian C. York, che scrivono entrambe di Alaa. Qui il racconto dell’arresto di Alaa scritto su Facebook da sua moglie Manal il 9 gennaio e tradotto dall’arabo da Ahdaf Soueif.

♫ “Heaven” dei Milk Carton Kids

Ecco la terza parte di oggi:

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4

E come va la vicenda NSA-Snowden? L’anno si è chiuso con alcune riflessioni interessanti (qui Jay Rosen, qui su ProPublica il prospetto di tutte le cause contro l’NSA dal 2006 ad oggi, qui la riflessione di Murtaza Hussain per Al Jazeera su come la vera rivelazione di Snowden sia stata la straordinaria irrilevanza della massiccia raccolta di metadati ai fini dell’anti-terrorismo), e con il clamoroso resoconto di Jacob Appelbaum sulla militarizzazione di internet alla conferenza degli hacker 30c3 in Germania (qui il video, qui la trascrizione). L’anno nuovo si è aperto con le centinaia di accademici di tutto il mondo firmatari di un appello contro la sorveglianza di massa, con un editoriale del Guardian a favore del perdono per Snowden il 1° gennaio, seguito il giorno dopo da un assai meno ovvio editoriale dello stesso tenore del New York Times, che in precedenza non era stato così deciso e anzi a tratti sfavorevole. Subito dopo, la public editor del NYT Margaret Sullivan ha raccontato da quante settimane al giornale si discuteva se pubblicare o no quell’editoriale. A rappresentare il punto di vista esattamente contrario alla clemenza a Snowden ci pensa Fred Kaplan per Slate. In chiusura, una bella intervista di Natasha Lennard con Glenn Greenwald per Salon su come “la sorveglianza genera conformismo”.

♫ “Throw your arms around me” di Eddie Vedder & Neil Finn

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #12 | the Great NSA Xmas Show

E’ stata una settimana impressionante per le storie che riguardano la sorveglianza dell’NSA, tanto che ho deciso di dedicare loro l’intera puntata di Buon Natale e Buon Anno da parte di Alaska. Qui sopra potete vedere il video natalizio che l’American Civil Liberties Union ha creato per fare proseliti contro la National Security Agency. Ma andiamo con ordine.

aggiornamento del 29 dicembre: questa puntata potrete riascoltarla alle 12.40 di lunedì 30 dicembre. Anche se non li troverete nei podcast, in fondo al post trovate gli aggiornamenti (non pochi) della settimana fra il 23 e il 30 dicembre.

Il 13 dicembre esce anche in traduzione italiana, sull’Espresso online, la lettera firmata da varie persone che possono a buon titolo dirsi fonti e whistleblowers. Anche Juan Cole scrive una lettera, a Obama, per dirgli che nessun dissenso è possibile se tutti sono sorvegliati. Spunta qualche anticipazione sui risultati della commissione di studio dell’NSA formata da Obama ad agosto: i risultati potrebbero non essere scontati. Si discute di chi sarà il personaggio dell’anno secondo i lettori di Time, e fra i concorrenti c’è sicuramente il whistleblower Edward Snowden – il blog del Time dedicato al POY (Person of the Year) pubblica un piccolo racconto della cerimonia di consegna di un premio a Snowden in Russia. Dopo qualche allusione nella trasmissione televisiva americana 60 Minutes, sembra che dentro l’NSA siano divisi fra chi pensa che sia giusto garantire a Snowden l’amnistia, e chi lo vorrebbe ancora in carcere o impiccato. Intanto un membro civile dell’NSA, Inglis, decide di anticipare il momento di andare in pensione – lo racconta Foreign Policy. Ora del 16 dicembre, si sta discutendo di un’altra lettera, quella che Snowden ha inviato a un giornale brasiliano, che fa scrivere ad alcuni che fra le righe vi si potrebbe cogliere una reiterata richiesta di asilo al Brasile (il paese dove vive Glenn Greenwald) in cambio di informazioni. Greenwald smentisce che Snowden intendesse rinnovare la sua richiesta di asilo. Intanto Obama tiene un incontro con alcuni dei vertici delle grandi aziende tecnologiche americane, che stanno facendo lobbying al Congresso per riformare l’NSA.

♫ “The NSA is comin’ to town”

Ecco la prima parte di oggi:

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Lo stesso giorno, il giudice federale Richard Leon pubblica il primo parere a fronte di una delle molte cause intentate contro l’NSA per incostituzionalità (qui l’originale della sentenza, annotato da Spencer Ackerman per il Guardian).  E’ il primo verdetto contrario all’NSA dopo molti verdetti favorevoli negli anni a porte chiuse. E il giudice dà ragione al querelante: il sistema di sorveglianza dell’NSA è incostituzionale. Qui il resoconto del Washington Post, qui quello del Guardian,  qui Fabio Chiusi,  qui il senatore Wyden, qui NPR, qui la CNN,  qui il Washington Post, qui il Guardian, qui The New Republic. Il New Yorker pubblica un parere sulla possibilità di amnistia per Snowden. Il verdetto del giudice Leon sarà soltanto il primo di molti, ricorda l’AP, e la causa più vistosa contro l’NSA è quella intentata dall’American Civil Liberties Union (quella che il generale Alexander sosteneva al Congresso avesse libero accesso al monitoraggio dell’NSA). Qui la reazione dell’American Civil Liberties Union al verdetto del giudice Leon: “Edward Snowden è un patriota”.

Il 18 dicembre sembra una giornata tranquilla, fatta eccezione per l’apparizione di Glenn Greenwald in videoconferenza al Parlamento Europeo, dove risponde alle domande dei membri della Commissione sulle Libertà Civili (qui trovate una breve sintesi dello streaming integrale), rispiegando daccapo il metodo usato per lavorare sui file di Snowden, perché lui stesso non può viaggiare in Europa o rientrare negli Stati Uniti, come usciranno ancora delle storie sulla sorveglianza paese per paese, e come l’NSA e in Europa il GCHQ britannico siano di gran lunga le agenzie di sorveglianza più pericolose e potenti.  Nel primo pomeriggio americano viene annunciato che alle 4 verrà pubblicata (in anticipo rispetto alle previsioni, probabilmente a causa del verdetto del giudice Leon) la prima parte della relazione della piccola commissione di studio sull’ANSA istituita da Obama. Qualche giornale sembra avere già ricevuto una copia della relazione, sebbene sotto embargo fino alle 4, ma non il Guardian. Qui l’anticipazione del Washington Post, qui quella del New York Times. Dalle anticipazioni sembra di capire che il rapporto non sia affatto tenero con l’NSA. Il rapporto viene diramato alle 4 in punto: sono più di 300 pagine, con 46 raccomandazioni di riforma, più o meno condivisibili. Qui il testo integrale dal sito della Casa Bianca. Qui il parere a caldo di Politico. Intanto il Guardian americano ha pronto un liveblog che fornisce anche il contesto e le storie laterali di questi giorni che stanno intorno all’uscita anticipata della relazione. Fra le loro notizie a caldo, la reazione (negativa) di tre grandi compagnie telefoniche americane a una delle raccomandazioni, che a conservare i metadati degli utenti a tempo illimitato siano le compagnie stesse. Di fatto, la relazione conferma che tutte le rivelazioni nate dai file di Snowden sono vere, e anche se non lo nomina mai direttamente, sembra dargli ragione. Qui la trascrizione della discussione su Democracy Now!. Su alcuni punti particolarmente controversi, i difensori dei diritti civili sono molto critici: qui il parere della Electronic Frontier Foundation. Qui la New York Review of Books. Per Marcia Wheeler del Guardian, alcune questioni legali non sono chiare, e l’esistenza della commissione mira a lavare la coscienza dell’amministrazione Obama.  Reazioni anche dai Repubblicani, a cominciare dal padre del Patriot Act Sensenbrenner, fin dall’inizio contrarissimo ai sistemi dell’NSA. Intanto, in Inghilterra, Cameron è l’unico a non fare una piega – la relazione della commissione della Casa Bianca sull’NSA secondo lui non cambia nulla.

♫ “White Christmas” di Frank Sinatra

Ecco la seconda parte di oggi:

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Intanto, Pierre Omidyar ha pronto qualche annuncio sul nome e la struttura – molto interessante – della nuova impresa di informazione che ha affidato a Glenn Greenwald, tra profit e non-profit. Qui il comunicato dal blog temporaneo del gruppo, qui qualche dettaglio in più da Jay Rosen (già consulente del Guardian e ora anche consulente della nuova First Look Media), qui un’analisi di GigaOm. Qui un’accurata spiegazione di The Atlantic.

E qui vale la pena di recuperare uno scritto di Glenn Greenwald che era uscito all’inizio del mese, in risposta ad alcune polemiche innescate da Pando Daily, che lo accusava di aver “venduto” a Omidyar i file di Snowden. Al di là della polemica, le sue 15 pagine sono un ottimo promemoria delle questioni cruciali che riguardano il metodo di divulgazione dei file di Snowden, un nuovo modello di giornalismo con la stessa etica di quello tradizionale, e la risposta più articolata ai tifosi, invece, della divulgazione libera dei file (vedi polemica con Wikileaks delle settimane precedenti).  E mai come oggi è utile leggere la guru del giornalismo digitale, Emily Bell (già direttrice del Guardian online), che ricorda l’importanza di una rete sana di testate che collaborino fra di loro e proseguano le storie cominciate da altri.

♫ “Have yourself a merry little Christmas” di Cat Power

Ecco la terza parte di oggi:

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Le rivelazioni dai file di Snowden intanto non si fermano: qui il New York Times, e qui il Guardian, su come Dragnet spii agenzie di aiuti internazionali e vertici delle aziende.  E le Nazioni Unite votano per la tutela della privacy contro la sorveglianza indiscriminata.  Lo scrittore Dave Eggers scrive un appello ai suoi colleghi perché prendano posizione contro l’NSA.

Ma non siete curiosi di sapere da chi sia composto il piccolo gruppo di “saggi” che ha prodotto le 300 pagine di relazione sull’NSA? Ce lo racconta il Daily Beast, mentre la NBC intervista uno dei membri, che racconta la sua incredulità quando ha capito l’ampiezza e il metodo della sorveglianza nel suo paese.

♫ “Winter Wonderland” di Elvis Presley

Ecco la quarta parte di oggi:

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Aggiornamento del 27 dicembre: la Reuters rivela che l’agenzia di sicurezza RSA avrebbe letteralmente venduto all’NSA per 10 milioni di dollari una backdoor per aggirare il suo sistema cifrato di protezione dei dati. L’agenzia nega, anche se non smentisce di aver ricevuto il denaro. Per il giorno di Natale, dopo il tradizionale discorso della regina, Channel 4 ha la consuetudine di trasmettere un discorso di Natale “alternativo”. Quest’anno l’ha chiesto a Edward Snowden, e il video è stato girato a Mosca da Laura Poitras. Qui il video (che YouTube ha bloccato), qui la trascrizione. Intanto Alessandra Neve ha tradotto per noi il post di Glenn Greenwald su giornalismo, denaro e metodo di divulgazione dei file.

Aggiornamento del 29 dicembre: il 28 dicembre una nuova sentenza federale rovescia l’orientamento del giudice Leon, e respinge la causa presentata dall’ACLU – le pratiche dell’NSA vengono dichiarate legali. Qui trovate il testo integrale della sentenza, postato dal Guardian. Qui trovate la reazione ufficiale dell’ACLU, che ricorrerà in appello. Qui Fabio Chiusi ha analizzato il testo della sentenza con l’ausilio di alcuni giuristi. Intanto Glenn Greenwald teneva il suo keynote speech alla conferenza degli hacker 30c3 in Germania: due sale piene per un totale di quasi 6000 spettatori, a cui Greenwald ha parlato in diretta video da Rio, visibilmente commosso, scegliendo di ri-raccontare la storia del lavoro suo e di Laura Poitras secondo la chiave dell’ottimismo. Qui trovate il video integrale. Sulla sua scelta di esaltare in modo trasparente un lavoro giornalistico “di parte” e “avversario del potere”, die Zeit rilancia la discussione. Steffen Konrath ha raccolto qualche reazione (via Arianna Ciccone/Journalism Fest).

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Alaska XL #11 | #46664

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(la copertina di Politico dedicata a Nelson Mandela)

1

Il detenuto politico che ci ha liberato tutti.
La morte di Nelson Mandela, per quanto ci si fosse preparati da mesi, ha provocato in rete un cordoglio universale, composto, corale. Domani la cerimonia in suo onore allo stadio di Johannesburg. La sua visionarietà, la resistenza alla prigionia, le sue capacità politiche e la longevità del suo esempio ispirano ancora attivisti di mille luoghi del mondo, anche quelli che al momento della sua liberazione non erano nemmeno nati. Nella reazione corale della rete, perfino il livellante, cosmetico rispetto di coloro che un tempo furono suoi nemici non ha offuscato un sentimento evidente: l’aspirazione a percorsi di vita esemplari, a un coraggio che si dimostra difficile da praticare nelle rivoluzioni di ogni giorno in assenza di una visione di prospettiva. Oggi lo raccontiamo attraverso gli scritti migliori e meno ecumenici che sono apparsi in rete. Intanto qui la mappa dell’intensità dei tweet su Mandela nel mondo, arrivata a 3 milioni e mezzo di messaggi meno di due ore dopo la notizia della sua morte la sera del 5 dicembre – via The Stream di Al Jazeera English. Sarebbe poi arrivata a più di otto milioni di tweet. Qui dal Washington Post un estratto del discorso che Mandela pronunciò prima del suo processo, qui una strepitosa raccolta interattiva dei discorsi di Mandela realizzata dal New York Times, qui il discorso con cui accettò il Nobel per la Pace. Qui il saluto di Mohamed Ali a Mandela pochi giorni prima della sua morte. Qui il saluto dell’arcivescovo Desmond Tutu. Qui il tributo esperto a Mandela di Bill Keller.

♫ “Like a king” di Ben Harper

Ecco la prima parte di oggi:

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2

In questa parte due bellissime riflessioni, molto più incisive e dissonanti rispetto all’universale trattamento da santo riservato a Mandela in questi giorni: qui Peter Beinart sull’impossibilità di ridurre Mandela a una figura mainstream ripulita. Ancora più incisivo il commentatore Musa Okwonga: “non potrete mai togliere da Nelson Mandela la sua parte di Malcolm X”.

♫ “Working class hero” di John Lennon

Ecco la seconda parte di oggi:

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3

Lunedì scorso – anche se la morte di Mandela la fa sembrare adesso una notizia molto più lontana nel tempo – il direttore del Guardian Alan Rusbridger è comparso a testimoniare come richiesto davanti alla commissione sorveglianza della House of Commons britannica. Alla vigilia dell’audizione, Rusbdriger ha ricevuto molti attestati di solidarietà: qui la lettera di sollecito alla libertà di espressione indirizzata al parlamento britannico da 13 fra testate e associazioni americane; qui la lettera di sostegno inviata ad Alan Rusbridger alla vigilia dell’udienza da Carl Bernstein, 50% del duo di reporter intorno al cui lavoro si snodarono le rivelazioni del Watergate che portarono alle dimissioni di Nixon – lettera che Alessandra Neve ha tradotto per noi. I deputati presenti erano Ian Austin (Labour), Nicola Blackwood (Tory), James Clappison (Tory), Michael Ellis (Tory, che si è fatto notare parecchio ed è stato zittito dal presidente della commissione), Paul Flynn (Labour), Lorraine Fullbrook (Tory), Julian Huppert (Lib-Dem), Yasmin Qureshi (Labour), Mark Reckless (Tory) e David Winnick (Labour). L’audizione è stata un terzo grado, non privo di qualche momento di vera tensione, che Rusbridger ha gestito con un misto di pazienza e fastidio, cercando da un lato di rispondere alle domande e dall’altro di fornire al pubblico che stava seguendo l’audizione in streaming video alcune informazioni di interesse pubblico. Fallito il suo ripetuto tentativo di spiegare ai parlamentari cosa sia Tor, e di conseguenza la contraddizione del tentativo (mancato) dell’NSA di craccare il sistema, Rusbdridger ha comunque sottolineato i punti più critici dell’intimidazione da parte del governo inglese nei confronti del Guardian, la differenza con il sistema di garanzie americano, e alcuni dettagli sul trasferimento e la conservazione criptata dei file di Snowden. La commissione, dal canto suo, lo ha pungolato su almeno due punti di particolare interesse perché sono quelli per cui il Guardian potrebbe essere perseguito legalmente – a cominciare dal trasferimento dei documenti non redacted al New York Times, quindi fuori dalla giurisdizione inglese. Le preoccupazioni per la sicurezza del GCHQ sono state più volte avanzate a Rusbridger, che ne ha sottolineato gli aspetti più che altro imbarazzanti. Qui Paul Owen ha tenuto il liveblog del Guardian sull’audizione, qui trovate l’audio integrale dell’audizione, e con l’aiuto di Alessandra Neve vi propongo una selezione delle battute salienti tratte dalla trascrizione della seduta.

♫ “Here comes the sun” nella versione di Nina Simone

Ecco la terza parte di oggi:

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Intanto l’NSA sbarca anche sulle nostre coste, come già anticipato da Fabio Chiusi, con un pezzo di Stefania Maurizi insieme a Glenn Greenwald per l’Espresso. (qui la versione italiana). L’ultima novità, di oggi 9 dicembre, è che Amnesty International ha avviato un procedimento legale contro il governo britannico: “abbiamo ragione di sospettare che le agenzie di sicurezza abbiano monitorato le nostre telefonate e la nostra posta elettronica”, ha spiegato stamattina il consulente legale di Amnesty per i rifugiati, Paul Dillane – qui il racconto sul Guardian.

Solo per il blog: Sullo sfondo della vicenda NSA continuano a muoversi altri elementi importanti, dai processi ai whisletblowers (il prossimo è Barrett Brown, anch’egli come Jeremy Hammond arrestato grazie alle indicazioni di Hector Xavier Monsegur), alla discussione sul “nuovo giornalismo”, alle critiche ai reporter coinvolti nella vicenda Snowden. Uno di questi elementi è la diatriba fra Wikileaks e PayPal perché quest’ultima aveva sospeso la possibilità di finanziare Wikileaks attraverso i suoi servizi, possibilità che ora è ripresa regolarmente. Il padrone di PayPal è eBay, e il padrone di eBay è sempre lui, Pierre Omidyar, appena assurto al ruolo di paladino della libertà di stampa e della difesa dei whistleblowers con la creazione di una nuova testata affidata a Glenn Greenwald. Qui Omidyar sull’Huffington Post, mentre Alexa O’Brien, l’instancabile cronista del processo Manning, si è fatta finanziare un biglietto aereo dai suoi lettori ed è andata a seguire la prima udienza del cosiddetto processo #PP14 agli attivisti di Anonymous accusati di aver craccato PayPal, qui il suo resoconto per Daily Beast.

Intanto il divieto di manifestazione condannato da tutte le associazioni per i diritti umani – e l’esistenza stessa dei detenuti politici egiziani, a cominciare da Alaa Abdel Fattah e Ahmed Maher – stanno lì a ricordarci che la strada di Mandela dovrà essere percorsa troppe volte. Il regista Omar Robert Hamilton scrive per Mada Masr delle due direzioni fra cui bisogna scegliere.

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #10 | la trappola

Mosaaberizing Talaat Harb 26 nov 13

(una delle prime manifestazioni di questi giorni contro la legge anti-proteste, a Talaat Harb,  foto di Mosa’ab el Shamy)

1

NSA: la resa dei conti per il quotidiano britannico Guardian si avvicina; domani il direttore Alan Rusbridger dovrà testimoniare in Parlamento, e il giornale stesso si trova di fronte a alla prospettiva di conseguenze giudiziarie della sua scelta di pubblicare i materiali riservati di Snowden. Rusbridger scrive oggi sull’online del Guardian.  Il Washington Post racconta le pieghe della legge britannica che non sono favorevoli al giornale di Rusbridger.  Qui Fabio Chiusi sullo scambio di tweet fra Glenn Greenwald e Wikileaks sull’opportunità o meno di lasciare in chiaro nomi propri e dettagli nei leaks.

♫ “Joga” di Bjork

Ecco la prima parte di oggi:

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2

Una settimana di fuoco in Egitto. Disperse le prime manifestazioni indette contro la nuova legge anti-protesta, almeno 61 arrestati a una piccola manifestazione davanti alla sede della Shura contro i processi militari ai civili (qui una gallery del Daily News Egypt) ancora inseriti nella bozza della nuova Costituzione che si è finito di votare ieri; undici giovani donne del movimento contro i processi militari ai civili – fra le quali Nazly Hussein, Salma Said e Mona Seif – sono state picchiate e molestate dalla polizia, che le ha poi scaricate nel deserto 40 km fuori dal Cairo (qui lo Storify di Asteris Matsouras). Del totale degli arrestati, 24 sono ancora in detenzione, e a loro si sono aggiunte due delle figure più importanti della rivoluzione del 25 gennaio: Alaa Abdel Fattah, che alla notizia di un pretestuoso mandato di arresto nei suoi confronti ha annunciato pubblicamente di volersi costituire sabato; nonostante questo, le squadre speciali della polizia hanno fatto una violenta irruzione a casa sua giovedì sera, sfondando la porta, picchiando lui e sua moglie, sequestrando i loro computer e cellulari, e arrestando Alaa, che dopo una notte bendato e ammanettato in una caserma nel deserto, è comparso la mattina dopo al Direttorato del Cairo dove gli è stata rinnovata la detenzione per minimo altri quattro giorni. Intanto, alla notizia di un mandato di arresto nei suoi confronti, anche Ahmed Maher del movimento 6 aprile si è consegnato spontaneamente in Procura. Qui la notizia per The Lede del NYT. Qui potete vedere il video che il collettivo Mosireen ha montato per documentare da varie fonti gli arresti davanti alla Shura; il video si conclude con il saluto al blindato che portava via Alaa dal direttorato, e gli slogan scanditi da Ahmed Maher al suo arrivo spontaneo in Procura.  Qui la dichiarazione (tradotta dall’arabo dalla scrittrice Ahdaf Soueif) con cui Alaa annunciava di aver comunicato le proprie intenzioni alla Procura via lettera e telegramma, che ho tradotto in italiano per voi. Qui il documento in varie lingue in continuo aggiornamento con le notizie sull’accaduto, le manifestazioni, le novità su Alaa e Ahmed Maher, l’archivio sulle precedenti detenzioni di Alaa, e le notizie sull’uccisione del giovane studente Mohamed Rada da parte della polizia a una manifestazione all’interno dell’Università del Cairo. Qui il resoconto degli articoli più tormentati nel voto della Costituente, che ha poi fatto passare la bozza escludendo gli articoli che prevedevano come roadmap referendum costituzionale, poi parlamentari, poi presidenziali (il tentativo è quello di forzare prima le presidenziali). Alle 14.09 del 1 dicembre ora egiziana è arrivata la notizia che Ahmed Maher, riascoltato in Procura, è stato rilasciato su cauzione (ha rifiutato il rilascio finché non saranno liberi tutti gli altri), mentre ad Alaa Abdel Fattah sono stati dati altri 15 giorni di detenzione in attesa di giudizio.

♫ “High hopes” degli Havalinas nella versione di Bruce Springsteen

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3

Qualche ora prima che la legge anti-manifestazioni entrasse in vigore, il comico satirico egiziano Bassem Youssef è stato invitato dal Committee to Protect Journalists a ritirare il premio conferitogli contro la censura (qui trovate il suo discorso di accettazione, al quale era presente anche Jon Stewart dei Daily Show). In questa occasione, Youssef ha rilasciato un’intervista per il New York Times a Liam Stack, a lungo corrispondente prima dalla Libia e poi dall’Egitto. L’intervista è stata registrata in formato video nella redazione del New York Times e la trascrizione è stata pubblicata dal blog del NYT The Lede. Alessandra Neve ha tradotto per noi l’integrale dell’intervista, in cui Bassem Youssef chiarisce sulle trattative su dove verrà trasmesso il suo show adesso che il contratto con la CBC è stato troncato dopo la messa in onda della prima puntata, e commenta la polarizzatissima situazione egiziana.

♫ “Sirens” dei Pearl Jam

Ecco la terza parte di oggi:

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4

In chiusura qualche commento dalla rete sulle prospettive di Amazon annunciate da Jeff Bezos ieri, in un’intervista televisiva a 60 Minutes con Charlie Rose che era molto attesa proprio perché si sapeva che Bezos aveva in mente qualche progetto futuribile da rivelare. La sorpresa (oggi presa molto in giro sui social media) è quella di consegne quasi immediate dei pacchi Amazon via drone, entro il 2015. Droni buoni? E come sarà gestito il traffico? Ma Bezos diceva sul serio. Qui Huffington Post, qui Mashable, qui The Verge,

♫ “Send your youth” di Cold Specks

Ecco la quarta parte di oggi:

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