Alaska XL #33 | Il futuro non è scritto

Molly Craballe tiger at Salam school Zeitouna

(graffiti di Molly Crabapple alla scuola Salam di Zeitouna, confine turco-siriano; dettaglio della tigre ispirata a un racconto di Zachariah Tamar)

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Benvenuti a quella che sarà non solo l’ultima puntata di Alaska per questa stagione, ma l’ultima almeno per i prossimi sei mesi. Infatti, come qualcuno di voi già sa, nel mio percorso personale a Radio Popolare, che dura con poche interruzioni da 25 anni, mi prenderò un periodo sabbatico. In ogni caso, come diceva Joe Strummer dal quale prendiamo in prestito il titolo di questa puntata, “il futuro non è scritto” – continuerete a trovare tutto l’archivio di Alaska qui sul blog insieme a eventuali aggiornamenti e traduzioni, e potremo sentirci sempre via Twitter. Oggi voglio dare uno sguardo ad alcuni aspetti sia inquietanti che incoraggianti di come rete e tecnologia si stanno modificando verso il futuro – sfide aperte, grandi risultati, e preoccupazioni.

J.M Berger di The Atlantic ha preso in mano la questione della propaganda attraverso Twitter dell’ISIS (il gruppo sunnita Islamic State of Syria and Iraq), con i dettagli della loro cronaca dell’ingresso a Mosul in Iraq. Questo utilizzo universale della piattaforma anche a fini di mera propaganda e in alcuni casi per gruppi politici violenti mette a dura prova le decisioni di Twitter, che fino a qualche mese fa era noto per essere la piattaforma pù rispettosa del principio della libertà di espressione – come racconta qui Mathew Ingram, che poi affronta la questione di cosa possa significare la fuga di dirigenti di Twitter di queste settimane – una confusione (visibile anche agli utenti) sull’identità stessa della piattaforma.

♫ “Nightswimming” dei REM

Ecco la prima parte di oggi:

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Gli hacker escono finalmente dal guscio? Dal 18 al 20 luglio al Pennsylvania Hotel di New York tornerà HOPE (acronimo di Hackers on Planet Earth), la conferenza degli hacker arrivata alla sua decima edizione, che quest’anno sarà dedicata ai “dissidenti” – con Daniel Ellsberg, Thomas Drake, Andrew Blake, Cristopher Soghoian, Gabriella Coleman, e la Electronic Frontier Foundation. Il tema della “dissidenza” informatica, riportato in luce da Snowden e Manning, sta anche “aprendo” da mesi il mondo piuttosto esclusivo degli hacker a una platea molto più vasta.

Alle radici della storia di Hope (di cui trovate tutto il programma qui), ci sono Emmanuel Goldstein (pseudonimo di orwelliana memoria che è il nome d’arte del pioniere dell’hacking Eric Gordon Corley), la rivista 2600, e il talk show radiofonico Off the hook, andato in onda regolarmente su WBAI dal 1988 al 2012 e condotto dallo stesso Emmanuel. La nostra Marina Catucci è andata a trovarlo e lo ha intervistato, insieme a Kyle e a Rob Vincent. Potete riascoltare l’intervista qui sotto nel podcast.

♫ “Gioia e rivoluzione” nella versione degli Afterhours

Ecco la seconda parte di oggi:

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E a proposito di dissidenti, sono proprio tutti uguali e nobili ed eroici? Sì, purché tu non ce li abbia in casa – lo sostiene su Vanity Fair, con molta preoccupazione, l’artista e attivista Molly Crabapple (che in questi giorni ha dipinto le pareti della scuola di Zeitouna, al confine tra Siria e Turchia, e frequentata da bimbi siriani fuggiti dalla guerra). Il suo scritto è anche un modo per ricordarci il caso americano di Cecily McMillan di Occupy Wall Street, condannata a tre mesi di carcere per essersi difesa dal maltrattamento di un poliziotto.

Intanto, nella saga infinita delle rivelazioni sulla sorveglianza dell’NSA, Der Spiegel ha stilato la guida definitiva (anche se in continuo aggiornamento) al coinvolgimento tedesco, con i chiarimenti tratti dai file di Snowden, l’approfondimento di alcuni aspetti chiave, e la cronologia di articoli in proposito dello stesso Spiegel. E qualche segnale positivo di contrasto c’è, dalla timida ma unitaria opposizione di Apple e Cisco al fianco di Microsoft nel rifiutare un mandato americano di consegna per alcune email straniere, al voto bipartisan dei deputati del Congresso che con 293 voti contro 123 hanno fatto passare l’emendamento Massie-Lofgren: qui l’effetto che dovrebbe avere sulla chiusura delle “backdoor” di cui l’NSA approfitta per le sue ricerche, e qui il parere della Electronic Frontier Foundation.

Grazie a tutti di cuore per l’attenzione che avete dimostrato per questa quinta stagione di Alaska e per i risultati straordinari del blog, e anche a tutte le persone che hanno collaborato al programma in questi mesi o che mi hanno sostenuto in questi anni in tanti modi belli e importanti – in ogni nota e parola di quello che ho fatto ci sono anche loro. Ci vediamo nel futuro.

♫ “Satellite of love” di Lou Reed

Ecco la terza parte di oggi:

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Alaska XL #32 | signora Egitto

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(la scrittrice Ahdaf Soueif a Tahrir, fotografia di Hossam el Hamalawy)

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Benvenuti alla penultima puntata di Alaska di questa stagione. Mentre vi parlo è in corso al Cairo la 12a udienza del processo ai giornalisti di Al Jazeera, mai scarcerati dal momento del loro arresto-lampo lo scorso dicembre. La madre di Alaa Abdel Fattah, Leila Soueif, è al 22° giorno di sciopero della fame in solidarietà con l’estenuante sciopero del giovane giornalista Abdallah el Shamy, in carcere dallo scorso agosto mentre ancora attende che gli venga notificata un’accusa formale.

Dopo la bizzarra operazione della commissione elettorale per cercare di aumentare l’affluenza deludente alle presidenziali di tre settimane fa, l’ex maresciallo Sisi è diventato presidente, e per ora si è fatto notare soltanto per una maratona e biciclettata di esempio agli egiziani (la maggior parte dei quali va a piedi perché non ha altra scelta, mentre chi usa la bicicletta lo fa sfidando il traffico metropolitano più caotico del mondo), e per aver portato fiori e telecamere in ospedale alla vittima di un gravissimo stupro avvenuto a Tahrir la sera dei festeggiamenti elettorali – lo stesso uomo che aveva supervisionato le operazioni dei medici militari che praticavano “test di verginità” sulle manifestanti nei sotterranei del Museo Egizio, e che ora sostiene la legge contro le molestie appena approvata dall’ex governo ad interim, fa arrestare i responsabili dello stupro, ottiene da YouTube la rimozione del video che lo ha documentato, mentre la sua polizia continua a praticare violenze in carcere su maschi e femmine, e ad arrestare, come avvenuto sabato, le attiviste che manifestano contro la violenza sessuale da qualunque parte provenga.

Il 21 maggio, l’ex presidente Hosni Mubarak e i suoi due figli hanno ricevuto condanne a 3 e 4 anni per corruzione. Il quotidiano online Mada Masr (che il 21 giugno compirà un anno di vita in un panorama informativo bombardato da chiusure e minacce) ha avuto accesso ai documenti dell’inchiesta e ricostruisce qui le attività illegali a cui fa riferimento la sentenza.

Per aver violato la legge anti-manifestazioni è invece in carcere e torna in tribunale oggi la celebre attivista alessandrina Mahienour, e l’11 giugno i 25 imputati per la manifestazione-lampo al consiglio della Shura, fra i quali il blogger Alaa Abdel Fattah, sono stati condannati a 15 anni di carcere, tre o quattro volte il numero di anni assegnati a magnati corrotti o poliziotti torturatori – un verdetto clamoroso che ha sollevato reazioni indignate a livello internazionale. Seguendo l’esempio di Mahienour, che ha scritto dal carcere che la sua priorità non è essere scarcerata o graziata ma che venga revocata la legge anti-proteste, gli attivisti egiziani hanno deciso di puntare su una campagna complessiva nel nome di tutti coloro che sono in carcere per aver violato quella legge, e hanno lanciato questo sito web che raccoglie tutti gli scritti, le lettere e gli aggiornamenti legali che li riguardano, e gli appuntamenti internazionali previsti in solidarietà con loro (guardate anche il bellissimo banner creato da Ganzeer).

Intanto, poche ore dopo l’inaugurazione ufficiale della presidenza Sisi al cospetto di molti capi di stato, il comico satirico Bassem Youssef ha annunciato che il nuovo ciclo del suo programma, saltato sull’egiziana CBC e ora ri-finanziato da un canale saudita in Egitto, non sarebbe partito. “In questo clima”, ha spiegato Youssef insieme a tutto il suo staff, “sarebbe possibile solo una versione tiepida e annacquata”, e ancora, “ho paura per la mia famiglia”. Qui Max Fisher per Vox racconta come la censura finale dello show El Bernameg (ultimo spazio di discussione e satira sulla scena pubblica egiziana) sia in parte responsabilità dello stesso Youssef, che a suo tempo aveva legittimato la ridicolizzazione dei Fratelli Musulmani e della presidenza Morsi e non aveva preso una posizione chiara contro il massacro di Rabaa, legittimando così indirettamente tutte le altre violazioni del diritto di espressione che si sarebbero poi ritorte contro di lui.

Negli stessi giorni, il giornale Al Watan ha divulgato una fuga di notizie su un documento del Ministero degli Interni che pianifica la sorveglianza elettronica dei social media egiziani per fermare la diffusione di “idee distruttive”.

Mentre ancora si stava votando, il database statistico della rivoluzione, Wiki Thawra, ha pubblicato i risultati della sua documentazione degli arresti e delle uccisioni avvenute negli undici mesi dal colpo di stato del 3 luglio 2013 a oggi: gli arresti ascrivibili a manifestazioni e reati d’opinione (documentati nome per nome) sono 40.163. Gli osservatori internazionali delle elezioni presidenziali, dopo un’apparente compiacenza iniziale, hanno certificato con una certa durezza il clima e il metodo in cui si è votato. Qui trovate la relazione del gruppo di osservatori dell’Unione Europea.

Qui trovate la durissima lettera del 30 maggio, firmata da Human Rights Watch, Amnesty International e altre ONG, al Consiglio per Diritti Umani dell’ONU sulla situazione dei diritti umani in Egitto.

♫ “The classic” di Joan as Policewoman

Ecco la prima parte di oggi:

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Proprio nei giorni delle elezioni, sono andata a trovare la scrittrice, giornalista e attivista Ahdaf Soueif. Mi ha accolto nella piccola casa di famiglia di cui racconta nel suo libro “Cairo, la mia città, la nostra rivoluzione” e abbiamo discusso di tutti gli aspetti del dramma egiziano, mentre sotto le sue finestre passavano automobili con l’inno pro-Sisi a tutto volume, nelle strade per il resto deserte come i seggi elettorali. Ahdaf Soueif, tornata al Cairo anni fa da Londra dopo la morte di suo marito, come la sorella (Leila Soueif), il figlio (Omar Robert Hamilton) e i nipoti (Alaa Abdel Fattah e Mona Seif) è impegnata in primo piano nella rivoluzione. Scrive per il Guardian e per Shorouk News, è considerata un ponte fra culture, appartiene alla generazione storica delle femministe egiziane, è molto legata al festival del cinema palestinese, e nei 18 giorni del 2011 fu tra i negoziatori di piazza Tahrir. Immaginatela china sulla sua scrivania, mentre contemporaneamente risponde alle lettere dei ragazzi torturati in carcere, sente al telefono la sorella in sciopero della fame, cerca di finire la traduzione in arabo del suo libro, si prepara col resto della famiglia a quella che sembra la condanna inevitabile del nipote, e si chiede, come mi ha detto, se il suo prossimo libro sull’Egitto non debba essere un libro di fiction e non un saggio, “perché solo la fiction può sperare di raccontare il momento surreale che stiamo vivendo”. Qui sotto nel podcast potete ascoltare il racconto che ci ha fatto (e qui trovate la trascrizione).

♫ “Trials, troubles and tribulations” di Valerie June

Ecco la seconda parte di oggi:

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E a proposito di come si arrivò, il 30 giugno dell’anno scorso, alle mega-manifestazioni di piazza per rovesciare Morsi (che oggi sarebbero vietate per legge) che prepararono la strada al colpo di stato, un pezzo pubblicato da Sheera Frankel e Maged Atef per BuzzFeed, con diverse interviste, indaga nei retroscena del movimento Tamarrod che lanciò la petizione contro Morsi e i cortei, e che si è poi disintegrato proprio per la sua compromissione con i militari. Per la prima volta, quelle che finora erano state voci e rumors hanno nomi e cognomi e testimonianze dirette. Richard Spencer, per il Telegraph, ricostruisce come Sisi, anche quando era sconosciuto, abbia sempre lavorato per mantenere al potere l’esercito, fin dai tempi di Mubarak.

♫ “Nobody knows the trouble I’ve seen” di Sam Cooke

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Alaska XL #31 | i nostri nuovi problemi

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Ben ritrovati! Vi ricordo che Radio Popolare è nel pieno della sua campagna di sostegno, abbonatevi se non l’avete ancora fatto e acquistate la nostra maglietta in radio, alle nostre iniziative e al Carroponte, dove fra pochi giorni cominciano le nostre dirette dei mondiali di calcio in Brasile.

Oggi ricapitoliamo un po’ di vicende digitali che avevamo lasciato in sospeso per lasciare spazio al blog in diretta delle elezioni egiziane – argomento che, dopo la vittoria e l’insediamento ieri alla presidenza dell’ex maresciallo Sisi riprenderemo nella prossima puntata, penultima della stagione, con diversi approfondimenti interessanti. Oggi dunque le novità sulla vicenda Snowden/NSA, la guerra online fra Amazon e il gruppo editoriale Hachette, e la curiosa sentenza europea che obbliga Google a garantire il “diritto all’oblio” in rete. Tutte e tre le questioni vedono parti contrapposte e suscitano vari tipi di tifoserie, ma il loro vero valore e interesse, ancora una volta, è quello di spingerci a riflettere sulla trasformazione impressa dalla rete alla nostra vita pubblica, con la necessità di trovare nuovi equilibri etici e legali.

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Edward Snowden ha concesso un’ora di intervista televisiva alla NBC, e ha partecipato qualche giorno fa in diretta video al Personal Democracy Forum (qui trovate l’integrale del suo intervento). Glenn Greenwald ha pubblicato il suo libro sulla vicenda NSA, “No place to hide”, e lo ha presentato di persona a New York e in alcuni paesi europei compresa l’Italia. La public editor del New York Times, Margaret Sullivan, ha bacchettato pubblicamente l’autore della recensione del libro di Greenwald che è uscita sabato sulla New York Times Book Review, e intanto un’altra infornata di file di Snowden ci informa su come l’NSA applica il riconoscimento facciale a fini di sorveglianza a vaste quantità di foto private. L’NSA contesta a Snowden di aver mai presentato reclami formali sulle politiche dell’agenzia quando ancora ci lavorava (lui sostiene di averlo fatto più volte) e per dimostrarlo ha pubblicato una email innocua di quel periodo. Sullo sfondo, prospera e scricchiola e di nuovo prospera il Guardian, il giornale che più ha abbracciato la battaglia di Snowden contro la sorveglianza fino a farne una vera e propria strategia di sbarco negli Stati Uniti – dal Pulitzer fino al ruolo giocato da Janine Gibson nella vicenda del cambio di direzione al New York Times.

Come sfondo del clima di questi giorni, vale la pena segnalarvi il duro attacco a Snowden e Greenwald di George Packer (lo stesso giornalista che per il New Yorker aveva composto la straordinaria storia di Amazon che vi avevo sintetizzato qualche settimana fa), pubblicata il 22 maggio su Prospect Magazine. Intanto veniva rilasciato l’hacker Sabu (Hector Xavier Monsegur, il principale delatore di Jeremy Hammond) per la sua “straordinaria collaborazione con l’FBI” nel rivelare il funzionamento di LulzSec (spesso considerata un’infiltrazione nel lavoro di Anonymous). E TrueCrypt, lo strumento di crittaggio utilizzato da Snowden, chiudeva per “mancanza di sicurezza”. Intanto è arrivato l’annuncio che uno dei due film in preparazione su Snowden verrà diretto da Oliver Stone.

Qui il Guardian sulla valanga (“ingestibile”) di richieste ricevute dall’NSA sotto il Freedom Information Act dalle prime rivelazioni di Snowden in poi. Qui il New York Times sulla raccolta di “facce” che l’NSA colleziona sul web per il riconoscimento facciale.

L’apparizione di Edward Snowden al Personal Democracy Forum giovedì scorso ha coinciso con il lancio di ResetTheNet (per il crittaggio totale) e della Courage Foundation (per finanziare la sua difesa legale). La sua intervista per la NBC non è più disponibile su YouTube (dove trovate comunque qualche estratto), ma qui trovate il frammento rimasto escluso dal montaggio (nel quale parla della “scomparsa” di fatto del Quarto Emendamento in favore di una “sorveglianza pre-criminale”), e qui il racconto di come è stata preparata. Qui la sintesi che ne ha fatto Rolling Stone (che a dicembre del 2013 aveva preparato un memorabile factchecking sulla figura di Snowden), individuando i 6 punti più importanti emersi dall’intervista. Poiché Snowden aveva rifiutato per un anno intero le proposte di interviste mainstream americane, Huffington Post analizza qui il suo cambio di strategia. Qui la vecchia lettera di lavoro di Snowden (o, come poi ha specificato lui dopo averla vista, la porzione di lettera) fatta circolare dall’NSA. Qui l’opinione di The New Republic sull’intervista NBC (conferma, secondo loro, dell’arroganza di Snowden). Michael Hayden, ex Cia ed ex direttore dell’NSA, ha pesantemente criticato la NBC per aver fornito “una piattaforma a Snowden”.

Dal Dipartimento di Stato americano è arrivata, per bocca di John Kerry in persona, l’ingiunzione a Snowden di tornare negli Stati Uniti per affrontare le conseguenze legali del suo gesto (“codardo”, e “sii uomo”…). Daniel Ellsberg, il whistleblower dei Pentagon Papers che Kerry cita come esempio alternativo (forse perché più vicino, ai tempi, alle sue posizioni critiche sulla guerra in Vietnam) si è fermamente sottratto a questo tentativo di accattivarselo per colpire Snowden, e ha pubblicato sul Guardian una disamina della differenza fra le conseguenze legali per un whistleblower di allora e quelle che si troverebbe ad affrontare Snowden negli Stati Uniti di oggi.

Il libro di Greenwald, che ho letto per voi in questi giorni, è un libro solido, con la ricostruzione del “giallo” di Snowden a Hong Kong nella prima e terza parte, e al centro una sintesi dei punti cardine della questione della sorveglianza elettronica globale – forse la meno appassionante dal punto di vista narrativo ma anche la più utile – e una tirata forse un po’ troppo didattica e personalistica sulla contrapposizione fra giornalismo compiacente e giornalismo avversariale. Qua e là alcuni dettagli fondamentali su chi ha quali file di Snowden, sul ruolo del Washington Post, su come ha funzionato la collaborazione con il Guardian comprese le differenze di vedute e il ruolo fondamentale della allora direttrice del Guardian US, Janine Gibson.

In Italia per presentare il libro, Greenwald ha parlato con diversi giornalisti, a mio parere i resoconti più interessanti sono questi: il racconto di Luca Sofri del loro incontro, e la lunga intervista realizzata da Linkiesta.

Qui la recensione del libro di Greenwald preparata per la New York Review of Books da Michael Kinsley, che oltre a contestare lo spirito da “teoria del complotto” del libro accusa Greenwald di assumere un tono da “zitella acida”, e qui la risposta dello stesso Greenwald, che ha fatto ormai della discussione sul giornalismo e della linea troppo poco avversariale dei media tradizionali uno dei filoni della vicenda NSA. La recensione, ancora prima di uscire sul cartaceo, era già stata criticata dai lettori dell’online e bacchettata con una certa durezza dalla public editor del New York Times, Margaret Sullivan, che ha poi ospitato le obiezioni di Kinsley. Il celeberrimo blogger e giornalista Andy Sullivan, pur essendo molto vicino a Greenwald, ha colto l’occasione per argomentare contro il principio che possa essere lui l’unico arbitro di cosa vada o non vada pubblicato dei file di Snowden nell’interesse pubblico. Per Adam Kirsch di The New Republic, bene ha fatto la New York Review of Books a difendere il diritto del recensore di esprimere opinioni personali su libro e autore.

Infine, se vi ricordate che vi avevo sempre descritto la missione del Guardian come “la conquista dell’universo”, potrebbe interessarvi questo pezzo straordinario di Michael Wolff per GQ, che descrive il giornale britannico, pur con tutto il suo coraggio, come un “nido di vipere”, ricostruendo la funzione dei file di Snowden nel suo piano di sviluppo americano, e il ruolo di Janine Gibson, che nelle ore del Pulitzer stava trattando con Jill Abramson per andare al New York Times ad affiancare Baquet, cosa che è costata alla Abramson la cacciata, a Baquet ha guadagnato la direzione, e alla Gibson la soddisfazione di portarsi al Guardian Aron Pilhofer, uno dei massimi esperti di giornalismo digitale e uno degli assi nella manica del New York Times.

♫ “The death of Queen Jane” di Oscar Isaac (colonnna sonora di “A proposito di Davis”)

Ecco la prima parte di oggi:

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Dopo un paio d’anni di relativa pace negli accordi fra Amazon e i grandi gruppi editoriali, è di nuovo scontro, stavolta fra il gigante delle vendite online e un gruppo editoriale molto potente, Hachette. I due non sono riusciti a trovare un accordo sul prezzo degli ebook (la precedente sentenza dice che a stabilirlo è l’editore, ma Amazon avrebbe il diritto di praticare sconti fino al 30%, che si rifletterebbero sul guadagno dell’editore stesso), e così Amazon ha cominciato una guerra fredda a colpi di sospensione delle vendite dei libri Hachette, prenotazioni sparite di libri Hachette in uscita, consigli di acquisto di titoli alternativi a quelli Hachette, fino all’invito all’acquirente a rivolgersi ad altri venditori. Di questa “interruzione commerciale” Amazon ha dato annuncio ai propri clienti qui, ma è stata bersagliata di critiche da ogni parte, accusata di usare sistemi ricattatori in una trattativa in corso e di tradire quella che ha sempre dichiarato essere la sua missione, cioè fornire il servizio migliore ai propri clienti. In realtà, le cose non stanno esattamente così, visto che il gruppo Hachette non è un fragile editore indipendente e che le questioni del monopolio sia di vendite sia di acquisto si fa sempre più complesso nell’ecologia della rete. Secondo alcuni commentatori, il vero motivo per cui Amazon si è resa antipatica con questa rappresaglia verso Hachette è che i libri sono considerati una merce “affettiva”, diversa da ogni altra. Qui Laura Hazard Owen su GigaOm con una ricostruzione di quello che si è visto sul sito di Amazon da fine maggio. Qui il parere critico di Suzanne McGee nella sezione economica del Guardian, qui quello dello scrittore David Gaughran che invita alla prudenza nella tifoseria, qui Parker Higgins della Electronic Frontier Foundation sulla gestione dei diritti digitali di Amazon, e qui Bob Kohn commenta per il NYT su cosa dovrebbero fare gli editori per difendersi dalla prepotenza di Amazon.

♫ “Heart is a drum” di Beck

Ecco la seconda parte di oggi:

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A fine maggio, Google ha messo online un modulo per chi voglia richiedere la rimozione dai risultati di ricerca di link non più rilevanti sul proprio conto. E’ la conseguenza delle richieste contenute in una sentenza della Corte di Giustizia Europea su quello che viene chiamato “diritto all’oblio”. Google comincia con l’ottemperare a questo obbligo legale in Europa, ma allo stesso tempo, accompagnato in questo da una vasta discussione fra gli esperti, si attrezza per sollevare preoccupazioni e resistenze e mettere in moto nuovi ragionamenti. Il Post ricapitola qui l’accaduto, e qui pubblica il dettagliato parere contrario di Carlo Blengino. Qui Wired intervista il filosofo italiano Luciano Floridi, che Google ha inserito nel team che dovrà valutare le implicazioni del diritto all’oblio.

♫ “Snake Eyes” dei Milk Carton Kids

Ecco la terza parte di oggi:

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Alaska XL #26 | #heartbleed

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L’8 aprile abbiamo fatto la conoscenza di Heartbleed, la più grossa e pericolosa falla di Internet mai rilevata, e che esiste da un pezzo; nella fattispecie, una falla di OpenSSL, il sistema di criptaggio delle comunicazioni e transazioni online più usato nel mondo. Nei giorni successivi sono saltati fuori dettagli anche più preoccupanti, come il fatto che l’NSA possa aver scoperto la falla quasi subito e l’abbia sfruttata ai fini delle sue operazioni di sorveglianza. Ma prima, per capire cos’è Heartbleed (e perché la prima reazione allarmistica è stata “cambiate tutte le password!”), si può cominciare da Il Post, che l’ha spiegata il 9 aprile. Qualcuno ha anche provato a illustrarne il funzionamento attraverso vignette a fumetti, come xKcd.

♫ “Amsterdam” di Daughter

Ecco la prima parte di oggi:

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Dopo settimane di trattative per ottenere le adeguate rassicurazioni di non venire arrestati o deportati, Glenn Greenwald e Laura Poitras riuscivano a rientrare negli Stati Uniti per la prima volta da quando hanno portato al mondo le rivelazioni di Edward Snowden sull’NSA. Lo hanno fatto per ritirare, insieme a Ewen MacCaskill del Guardian, il prestigioso premio Polk per il lavoro svolto sull’NSA. Janine Gibson, rientrata a Londra per dirigere il Guardian online dopo essere stata il loro direttore al Guardian americano nella fase cruciale delle rivelazioni di Snowden, guardando il video della loro premiazione li ha descritti come “i tre moschettieri di Hong Kong”. Nelle stesse ore emergeva che di Heartbleed l’NSA sapeva tutto (Bloomberg qui), e che potrebbe aver usato la fragilità della falla (senza denunciarla né invitare a correggerla) per aiutarsi nelle proprie operazioni di sorveglianza. Qui Julian Sanchez per il Guardian, qui John Naughton sull’errore umano dei programmatori e la responsabilità delle grandi aziende, qui ProPublica su cosa significa Heartbleed per le redazioni giornalistiche, qui il commento di Rusty Foster per i blog del New Yorker con le dichiarazioni di Bruce Schneier.

♫ “Trust in me” di Etta James

Ecco la seconda parte di oggi:

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In Egitto non si può più manifestare, ma intanto l’accesso alla rete si allarga, e quello che nel 2011 era il primato rivoluzionario di Twitter viene scavalcato da nuove ondate di spinta promozionale di segni diversi, riattivate dalla candidatura alle presidenziali dell’ex maresciallo Sisi, dalla voce dei Fratelli Musulmani e dalla campagna elettorale in generale. La nostra Laura Cappon al Cairo ha chiesto a uno dei più influenti blogger e attivisti egiziani di raccontarci che cosa sta succedendo, The Big Pharaoh (potete ascoltare l’intervista integrale nel podcast qui sotto).

♫ “Toumast Tincha” dei Tinariwen

Ecco la terza parte di oggi:

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David Byrne – musicista, fotografo, regista, artista visivo, sperimentatore progressista e cronista della newyorchesità, comincia a essere un tantino spaventato da quello che sta succedendo alla rete. I suoi committenti per le arti visive, quelli di Creative Time, gli hanno chiesto di scrivere un pezzo per spiegare le sue preoccupazioni, che è poi stato ripreso dal Guardian.

♫ “One fine day” di David Byrne e Brian Eno

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #21 | la costituzione nascosta

66.	 Class room, Sultana Malak Palace, Heliopolis, Cairo. 2011

fotografia di Xenia Nikolskaya, Cairo.

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Oggi vi propongo tre lunghi testi integrali, realizzati nella versione italiana grazie al prezioso contributo ad Alaska di Alessandra Neve e Cristina Contini, e pubblicati anche nella raccolta di traduzioni che vedete nella colonna qui a destra. Si tratta di tre fonti e tre argomenti diversi, che però confluiscono in una serie di interrogativi e intrecci molto simili, e che credo si manifesteranno chiaramente alla lettura. Comincio dallo scritto più recente dell’attivista egiziano Alaa Abd El Fattah, che in queste ore ha superato il centesimo giorno di detenzione senza che sia nemmeno stata fissata una data per il suo processo. Partendo dalle proprie letture in cella, e dall’arrivo nel braccio dei detenuti politici del carcere di Tora di alcuni compagni torturati in un altro carcere, Alaa ha scritto un articolo in arabo per al-Wadi, intitolato “Autismo” e pubblicato il 4 marzo. Il concetto, potentissimo, di “costituzione nascosta”, è suo e l’ho preso in prestito per dare il titolo a questa puntata. La zia di Alaa, la scrittrice Ahdaf Soueif, come sempre lo ha tradotto in inglese pubblicandolo su Facebook. Io l’ho tradotto per voi in italiano.

♫ “Like a king” di Ben Harper

Ecco la prima parte di oggi:

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La tecnosociologa turca Zeynep Tupefkci, che insegna negli Stati Uniti, scrive spesso per la piattaforma gratuita Medium, che al suo interno ospita una testata precedente per testi di lungo formato, Matter, impaginata secondo gli stessi criteri. Per Matter, Zeynep ha pubblicato a fine febbraio, nel pieno dell’occupazione della Maidan di Kiev, un saggio/riflessione sulla sorveglianza digitale che sovrappone la sua posizione sulla raccolta di dati ai fini della campagna elettorale americana, la sua presenza all’occupazione di Gezi Park nella sua città natale, Istanbul, e l’influsso delle rivelazioni di Snowden sull’operato dell’NSA. A sottolineare il contrasto fra i vari piani del testo, Zeynep ha impaginato il suo scritto con le fotografie in bianco e nero scattate fra i lacrimogeni a Istanbul da Mstyslav Chernov. Ad aggiungere un ulteriore dimensione multimediale, in fondo al testo si trova anche il podcast audio con la lettura fatta da Jack Stewart. Nei credits alla fine del testo, Zeynep cita anche il lavoro di editing di Jim Giles and Bobbie Johnson, il fact-checking di Cameron Bird, e la correzione delle bozze di Tim Heffernan – facendo di questo singolo articolo una mini-produzione collettiva. Alessandra Neve ha realizzato la versione integrale del testo in italiano.

♫ “Gold Dust” di Tori Amos

Ecco la seconda parte di oggi:

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Qui la seconda metà della traduzione da Zeynep Tufeckci.

♫ “Elephant Gun” di Beirut

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Nell’ambito dell’inchiesta del Parlamento Europeo sulla sorveglianza elettronica sui suoi cittadini, Edward Snowden ha risposto alle domande di alcuni parlamentari. Il Parlamento Europeo ha pubblicato l’integrale delle sue risposte scritte qui.  Cristina Contini lo ha tradotto in italiano per Alaska. 

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #18 | nell’attesa

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(una fotografia di David Pogue durante la tempesta di neve di questi giorni sulla East Coast)

Oggi puntata flessibile in attesa dell’annuncio ufficiale dell’incarico a Renzi. Voglio segnalarvi alcuni post estremamente interessanti della settimana appena trascorsi, sia da blog puri che da testate online.

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Cominciamo con Donatella della Ratta, manager dell’organizzazione internazionale Creative Commons per il mondo arabo, che come fa da tanti anni è stata all’ultima edizione ad Amman dell’Arab Bloggers Meeting e ha scritto una relazione molto istruttiva.

♫ “Stay awake” dei London Grammar

Ecco la prima parte di oggi:

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Dall’Egitto, insieme alla notizia della candidatura di Hamdeen Sabbahi e Sami Anan alle presidenziali, a quella della bomba a bordo di un autobus turistico ieri a Taba (una sorta di – prevedibilissimo – ritorno agli anni Novanta), e a quella dello sciopero di quasi 32mila lavoratori alle fabbriche tessili di Mahalla arrivato al suo ottavo giorno, arrivano alcune ricostruzioni importanti. Bel Trew e Osama Diab per Foreign Policy scrivono di come i tycoon dell’era di Mubarak, uno ad uno, si stanno ricomprando il ritorno in Egitto. Hossam Baghat indaga nella cronologia della liberazione dei jihadisti dalle carceri egiziane, Bassem Sabry fa qualche ipotesi sulle ragioni della candidatura di Hamdeen Sabbahi alle presidenziali. Intanto Irisheyesoncairo riflette sulla domanda che tanti si stanno facendo nel clima di oggi: “devo restare o devo andare?” (e si risponde “resto”).

♫ “Breathless” di Nick Cave nella versione di Cat Power

Ecco la seconda parte di oggi:

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Poche ore dopo la nascita di The Intercept, diretto da Glenn Greenwald, Jeremy Scahill e Laura Poitras, su Medium compariva già una ragionata reazione di Melissa Byrne al gap di genere fra i redattori della nuova testata – tutti numeri uno, ma 9 uomini a fronte di 3 donne. Andy Carvin, che adesso cura l’engagement di The Intercept, ha rilanciato il post sottolineando che la nuova redazione è consapevole del problema e sta lavorando per risolverlo.

E in materia di sorveglianza, ecco un po’ di cose da leggere: su Wired l’intervista di Fabio Chiusi ad Antonio Casilli sulla privacy; su Tech President quella di Carola Frediani ad Annie Machon sulla protezione dei whistleblower; su Medium la tecnosociologa Zeynep Tufekci scrive delle reazioni presunte esagerate dei difensori della privacy alle rivelazioni sulla sorveglianza dell’NSA.

♫ “Stay young” degli Okkervil River

Ecco la terza parte di oggi:

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Infine, in Italia… Davanti all’ennesimo pontificare disinformato sulla “regolamentazione” del web, che sta diventando pericoloso, Arianna Ciccone scrive per Valigia Blu, aiutandosi con altri pareri interessanti.

♫ “The winter song” di Sarah Bareilles

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #17 | libertà di parola

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(un esempio della campagna di solidarietà dei giornalisti per la liberazione dei colleghi di Al Jazeera detenuti in Egitto – la protesta organizzata davanti all’Ambasciata Egiziana di Nairobi, fotografia di Tristan McConnell)

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Tristan McConnell, autore della fotografia qui sopra, scrive da Nairobi che la carcerazione in Egitto del collega australiano di Al Jazeera Peter Greste (appena trasferito dopo più di un mese di detenzione insieme a Mohamed Fahmy in un carcere meno duro) è un problema non suo, ma di tutti.

Il commentatore politico H.A.Hellyer scrive “non sono un giornalista, ma il minimo che posso fare è rendere loro omaggio”. Poche ore dopo la messa in onda a scopi propagandistici su una tv privata del video dell’arresto al Marriott di Peter Greste e Mohamed Fahmy – condannata da Al Jazeera – la giornalista olandese Rena Netjes è dovuta fuggire dall’Egitto con l’aiuto della sua ambasciata: qui il racconto di The Lede, qui l’intervista con Rena del Daily News Egypt. L’attivista egiziana Sarah Carr viene ospitata sulle pagine del Guardian, dove racconta cosa significhi la repressione e persecuzione dei giornalisti. Il Committee to Protect Journalists ci ricorda che a questo punto non c’è più un solo giornalista di Al Jazeera a lavorare in Egitto, nonostante le bizzarre rassicurazioni del Ministro degli Esteri del governo ad interim, Fahmy, appena rientrato da una missione all’estero in cui diversi governi gli hanno fatto presenti le loro rimostranze per il trattamento riservato ai reporter. Lo stesso Peter Greste scrive una seconda lettera dal carcere.

Intanto Alaa Abd El Fattah è in carcere da due mesi e mezzo, e oggi si svolge l’udienza per l’appello di Maher, Douma e Adel, già condannati a 3 anni di carcere.

♫ “On my way” di Valerie June

Ecco la prima parte di oggi:

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Stamattina presto, a un orario quasi più favorevole al pubblico europeo che a quello americano (e al fuso orario di Rio de Janeiro dove si svolgono tutte le operazioni di base), è nato The Intercept, la nuova testata giornalistica della First Look Media di Pierre Omidyar e diretta da Glenn Greenwald, Jeremy Scahill e Laura Poitras. Negli ultimi giorni era arrivato l’”acquisto” di Andy Carvin come engagement editor (qui l’annuncio sul suo blog, qui il Washington Post, qui GigaOm), subito dopo quello di Marcy Wheeler che seguiva le vicende della sorveglianza per il Guardian. Il team – fra giornalismo investigativo, blogging, libertà di espressione, diritti civili e citizen journalism – lo trovate tutto radunato qui. Qui Glenn Greenwald sulle intenzioni della squadra, e qui la dichiarazione di intenti. Per incoraggiare le fonti a farsi avanti in un ambiente sicuro, The Intercept userà SecureDrop e una chiave PGP per contattare ogni reporter con e-mail sicure. Come ampiamente previsto, dalla collaborazione fra Greenwald e Scahill nasce una nuova investigazione nel ruolo dell’NSA nelle incursioni dei droni militari americani, che diventa il pezzo d’esordio della testata.

♫ “Sirens” dei Pearl Jam

Ecco la seconda parte di oggi:

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Diversi dei reporter arrivati a Sochi per i Giochi Olimpici invernali con la valigia sono stati dirottati dalla cronaca sul campo in Ucraina dove stavano seguendo la gelida e scura Euromaidan. Oggi alcune testimonianze da Kiev, ma prima ancora, una breve descrizione di come la Euromaidan è diventata virale. Tatiana Chornovil (tradotta da Olia Knight) scrive un appassionato post sul suo blog. Il fotografo russo Ilya Varmalov ha scritto un reportage attraverso le didascalie delle sue foto guardando la piazza dalla parte della polizia, il Post le ha pubblicate in italiano qui. Brian-Michel La Rue, canadese, racconta su Medium i suoi giorni di detenzione a Kiev.

♫ “All my days” di Alexi Murdoch

Ecco la terza parte di oggi:

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I nuovi emendamenti in Turchia alla legge su Internet sono molto preoccupanti – Mathew Ingram li riassume, e Thijs De Bekker ne fa un ottimo resoconto per The Atlantic Post. Intanto il giornalista Mahir Zeynalov è stato deportato dalla Turchia per aver usato un tono critico verso il governo in alcuni tweet.

♫ “Snake eyes” dei Milk Carton Kids

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #15 | mortali

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(la foto di Mostafa Sheshtawy ai Cabinet Clashes, Cairo, dicembre 2011, di cui ci parla nell’intervista di oggi)

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Attivisti e giornalisti ancora in carcere, decine di arresti al primo tentativo dei manifestanti di tornare a Tahrir, tre bombe esplose al Cairo alla vigilia del terzo anniversario del #Jan25, l’anniversario stesso tragicamente macchiato dal divieto di manifestare per tutti tranne i tifosi del generale Sisi a Tahrir, con più di 50 morti nei cortei attaccati dalla polizia e più di 1000 arresti. L’indomani, domenica, il presidente ad interim Mansour annuncia, come previsto, il sovvertimento della roadmap, anticipando le presidenziali sulle parlamentari. Fra propaganda militare, road map incerta, e repressione dei Fratelli Musulmani e dei giovani attivisti laici, l’Egitto si trova nel punto più doloroso e pericoloso di questi tre anni. All’Arab Bloggers Meeting, i blogger hanno tenuto delle poltrone vuote in onore dei loro colleghi in carcere o in clandestinità, fra i quali Alaa Abd El Fattah. In carcere ormai da 60 giorni, Alaa ha scritto il 24 dicembre alle sue sorelle, Mona e Sanaa, una lettera che solo in questi giorni è stata tradotta dall’arabo – largamente interpretata come lo scoramento di tutta la rivoluzione. Alessandra Neve l’ha tradotta per noi dalla versione inglese. Il giornalista australiano Peter Greste, arrestato dopo sole due settimane di servizio al Cairo e detenuto nel carcere di Tora senza accuse né processo insieme a Mohamed Fahmy, ha scritto finalmente una lettera, lucidissima, sulle circostanze del suo arresto e i suoi sentimenti sulla libertà di stampa in Egitto. Ahmed Maher del movimento 6 aprile, dopo le faticose trattative con le autorità carcerarie per il diritto a scrivere, fa pubblicare alcuni scritti su un nuovo blog. Intanto, in coda alla traduzione/divulgazione della lettera del fratello Alaa del 24 dicembre, Mona Seif aveva scritto, “ci siamo sempre sentiti liberi di esprimere anche i momenti in cui eravamo stanchi e scoraggiati, ma vedrete che presto arriverà dal carcere qualcosa di più forte”.

♫ “Jan 25″ di Omar Effendum

Ecco la prima parte di oggi:

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Giovedì, la vigilia dell’anniversario del #Jan25 incupita dalle bombe, è arrivato l’originale in arabo di uno scritto a quattro mani di Alaa e Ahmed Douma del movimento 6 aprile, detenuti in celle attigue. E’ un’analisi dei luoghi comuni sulla disperazione che viene intesa come tradimento, dell’umanità della vita in carcere, e un’impietosa disamina delle sconfitte dei rivoluzionari attraverso l’esplorazione delle quattro piazze in cui ha finito per polarizzarsi Tahrir:  la Tahrir rivoluzionaria, l’Abbaseya salafita del 2011-12, la Rabaa dei Fratelli Musulmani dell’estate scorsa, e la piazza del Mandato popolare ai militari di oggi. Come sempre, la scrittrice Ahdaf Soueif (dopo un notevole scambio di opinioni online sull’esatta trasposizione di alcuni termini in arabo) lo ha tradotto in inglese perché venisse pubblicato il 25 gennaio da Mada Masr. A quattro mani con Alessandra Neve lo abbiamo tradotto per voi in italiano dalla sua versione.

♫ “Love is noise” dei Verve

Ecco la seconda parte di oggi:

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Mostafa Sheshtawy è uno dei tre fotografi più importanti e di talento emersi dalla documentazione della rivoluzione egiziana, pubblicati dalle grandi testate internazionali (qui su Flickr potete vedere il suo lavoro). Giovanissimo, nato e cresciuto in Qatar da genitori egiziani e poi rimasto in Egitto dopo gli studi per seguire la rivoluzione, Mostafa è venuto a trovarci a Radio Popolare in occasione del suo passaggio da Milano. Ho discusso con lui della sua esperienza, di fotografia e citizen journalism, dei suoi progetti per il futuro e della foschia tragica che avvolge l’Egitto. Qui sotto la prima metà dell’intervista.

♫ “Home” di Alexi Murdoch

Ecco la terza parte di oggi:

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Qui la seconda metà dell’intervista con il fotografo egiziano Mostafa Sheshtawy.

♫ “Whatevers on your mind” dei Gomez

Ecco la quarta parte di oggi:

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NB: Il 23 gennaio Edward Snowden ha tenuto una sessione di domande e risposte con gli utenti Twitter che trovate conservate qui. Alessandra Neve l’ha tradotta.

Alaska XL #14 | porti delle nebbie

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(foto via Gothamist)

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Oggi dedichiamo grosso modo la prima parte della trasmissione a fare un punto delle vicende legate alle rivelazioni di Edward Snowden sulla sorveglianza elettronica dell’NSA – che continuano a tenere banco con il discorso di Obama di venerdì scorso, le misure di contenimento che ora dovranno essere discusse dal Congresso, il coinvolgimento degli altri paesi, la rigida posizione inglese, il destino dei whistleblower e di Snowden in particolare (qui l’opinione di Daniel Ellsberg, che 40 anni fa rivelò i Pentagon Papers), le questioni legate ai sistemi di cifraggio delle comunicazioni, il rapporto fra governo federale e aziende private alle cui infrastrutture le agenzie federali si appoggiano di fatto per la sorveglianza, e la discussione etica su nuovo giornalismo e sui diritti civili elettronici. Nella seconda parte daremo un’occhiata a due documentari di cui è stato appena annunciato l’ingresso fra le nomination all’Oscar, entrambi molto legati alla vita della rete e ai temi che discutiamo qui, e vi racconterò una storia emblematica di tecnologia in Sudafrica.

Dopo la divulgazione a dicembre dei risultati della commissione sull’NSA da lui stesso istituita, Obama ha parlato venerdì, con un discorso diventato indispensabile dopo le rivelazioni di Snowden emerse in questi sei mesi, e allo stesso tempo ancora più vago di quanto ci si potesse aspettare (qui trovate la trascrizione). Incerto e a disagio, Obama ha tentato di rassicurare il cittadino medio americano, ammettendo la necessità di limiti alla sorveglianza (così tipica degli assetti sociali a cui i suoi stessi modelli un tempo si ribellarono) ma ribadendone la necessità per l’anti-terrorismo, e sostanzialmente mentendo o restando evasivo sulle parti più importanti della vicenda. Le vaghe modifiche alla procedura che ha annunciato non risolvono il problema di fondo – che sia sbagliato e illegale raccogliere indiscriminatamente (e conservare) centinaia di milioni di metadati di comuni cittadini. Qui il punto di ProPublica, qui il punto di Freedom of the Press (di cui Snowden è entrato a far parte), qui quello di Glenn Greenwald. La sera prima del discorso di Obama, sono arrivate le nuove rivelazioni sull’impressionante programma Dishfire per la raccolta quotidiana di centinaia di milioni di sms, divulgate dal britannico Channel 4 insieme al Guardian.

♫ “Wise up ghost” di Elvis Costello & The Roots

Ecco la prima parte di oggi:

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Come sapete, in Italia non c’è una grande attività di stampa sulle rivelazioni sull’NSA e sulle questioni della sorveglianza elettronica, fatto salvo per il lavoro di Stefania Maurizi con Greenwald per l’Espresso e, come vi ho raccontato in varie occasioni, quello di Fabio Chiusi, che conoscete per il suo blog Il Nichilista e per il suo lavoro per il Messaggero Veneto e Repubblica. Chiusi ha pubblicato proprio venerdì scorso, in collaborazione con Valigia Blu, un ebook gratuito che riesce a riassumere punto per punto per i lettori italiani la vicenda per come si è dipanata fin qui. Mi è sembrata un’ottima occasione per averlo finalmente ospite ad Alaska, e ci colleghiamo in diretta con lui per fare il punto della situazione (potete riascoltare la conversazione nel podcast qui sotto).

♫ “Sirens” dei Pearl Jam

Ecco la seconda parte di oggi:

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Erano in pole position, ma la conferma è arrivata da poco: Dirty Wars di Jeremy Scahill e The Square di Jehane Noujaim sono candidati all’Oscar nella categoria Miglior Documentario. In modi diversi, sono due film importanti per la vita della rete e per la possibilità di raccontare la Storia con la S maiuscola in tempo reale. Jeremy Scahill, come sapete, è un celebre reporter che indaga sulle parti più segrete dell’apparato militare americano in Iraq, Afghanistan e Yemen, e che farà parte della redazione della nuova testata di Pierre Omidyar affidata a Greenwald – Dirty Wars traduce in una storia per immagini l’indagine che aveva pubblicato nel suo libro Dirty Wars. Jehane Noujaim, già regista di Control Room (documentario su Al Jazeera), egiziano-americana, ha girato The Square con il suo team tutto in presa diretta a Tahrir e ha vinto il premio del pubblico al Sundance Festival con una versione incompiuta del documentario, che ha rimontato in questi mesi, comprimendone ulteriormente la cronologia per arrivare fino al primo massacro dei Fratelli Musulmani, quello davanti alla sede della Guardia Repubblicana dopo il colpo di stato. Entrambi i film – diversi ma uniti da una forte scelta narrativa in soggettiva – sono stati proiettati nei festival più importanti e arriveranno nei vari paesi con modalità diverse. The Square, come vi avevo raccontato, è stato finanziato attraverso il crowdfunding con un progetto su Kickstarter e il contratto di distribuzione è stato stipulato con Netflix (che vincerebbe così il suo primo Oscar, nel caso) – in Egitto è ancora in attesa del visto della censura e gli egiziani hanno potuto vederlo soltanto in una breve finestra temporale ieri sera quando una versione in bassa qualità – ora rimossa – è comparsa su YouTube, e per l’Italia bisognerà aspettare un bel po’. Di Dirty Wars, per chi se lo fosse perso nella rara proiezione al Milano Film Festival, si può invece acquistare o noleggiare il download in sterline direttamente dal sito ufficiale. Qui Yasmine Rashidi dal Cairo su The Square per il New Yorker, qui l’intervista a Jeremy Scahill di Democracy Now!. Li ho visti entrambi e vi racconto un po’ le mie impressioni (potete recuperare l’audio qui sotto nel podcast).

♫ “Hunter of Invisible Game” di Bruce Springsteen

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Un’azienda tecnologica sudafricana di enorme successo ma dalle radici che affondano nel passato cupo del paese. E’ la Naspers, e la racconta John McDulin per Quartz.

♫ “We live again” di Beck

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #13 | Il Gospel delle Pistole

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Ben ritrovati, buon anno nuovo, e ancora un ringraziamento ai quasi 900 nuovi abbonati a Radio Popolare. Vi ho lasciato con uno speciale sugli ultimi eventi che riguardavano l’NSA e le rivelazioni sulla sorveglianza elettronica, e le riprenderemo con un aggiornamento nella quarta parte della puntata di oggi. Intanto quasi tutti i più importanti attivisti della rivoluzione egiziana sono in carcere, manifestare è vietato, centinaia di detenuti politici dei Fratelli Musulmani e non sono in sciopero della fame, gli arresti non stanno risparmiando neanche i giornalisti, e fra due giorni si vota per la costituzione-farsa che dovrebbe aprire il percorso della roadmap che potrebbe culminare nella candidatura del maresciallo Sisi alle elezioni. Ma prima, il piccolo racconto su una realtà poco conosciuta – quella dei rapporti fra le case produttrici di armi da fuoco e le riviste di settore – da cui la puntata di oggi prende il titolo: la cacciata dalla rivista Guns & Ammo del noto commentatore ed esperto di armi Dick Metcalf.

♫ “Elephant Gun” di Beirut

Ecco la prima parte di oggi:

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Alaa Abd El Fattah è in carcere dal 28 novembre, e una data per il verdetto a suo carico non è ancora stata fissata. Ahmed Maher, Ahmed Douma e Mohamed Adel del movimento 6 aprile stanno scontando la loro condanna a tre anni di carcere. Il 30 dicembre sono stati arrestati all’hotel Marriott il giornalista egiziano-canadese Mohamed Fahmy, esperto di Sinai che lavora per CNN e Al Jazeera e che su Twitter conoscete come @Repent11, insieme al giornalista australiano Peter Greste e a un collega egiziano, tutti adesso detenuti nel carcere di Tora accanto ad Alaa e ai metri del 6 aprile. 450 membri in carcere dei Fratelli Musulmani hanno cominciato uno sciopero della fame, e Ahmed Maher e gli altri stanno usando lo stesso sistema per negoziare con le autorità carcerarie le condizioni della loro detenzione (visite, libri, ore d’aria, strumenti per la scrittura). E’ evidente il tentativo di tenere attivisti, blogger e reporter lontani dal referendum e dal terzo anniversario del #Jan25, la repressione contro le manifestazioni di queste settimane nelle università, l’intimidazione dei giovani eroi della rivoluzione attraverso la diffamazione con finte intercettazioni (quelle che in queste ore hanno spinto Wael Ghonim ad annunciare che lascerà di nuovo l’Egitto in esilio volontario). Tutto ciò che la rivoluzione aveva fatto salire in superficie sta tornando nella clandestinità. Oggi voglio dedicare questa parte centrale di Alaska a quello che in tanti hanno scritto per questi detenuti politici e simboli della rivoluzione, nella generale indifferenza internazionale.

Omar Robert Hamilton, regista di documentari, fra i creatori dei collettivi Mosireen e Kazeboon, è figlio della scrittrice Ahdaf Soueif e cugino di Alaa, e sta cercando di tenere viva la campagna per la sua liberazione. Il 2 gennaio ha scritto una riflessione straziante per Mada Masr sulla prigionia di Alaa e lo stato in cui versa la rivoluzione. Ve l’ho tradotta qui.

♫ “Slow Revolution” di Alexi Murdoch

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La nostra Laura Cappon è andata a trovarle Omar Robert Hamilton a casa sua, per conoscere le condizioni della carcerazione di Alaa e per parlare un po’ della situazione di questi giorni (trovate l’audio nel podcast qui sotto).

E se Alaa sta lottando in carcere per il diritto a scrivere lettere, molti altri ne stanno scrivendo per lui e per gli altri detenuti politici. Qui Shahira Hamin per Index On Censorship che scrive dell’arresto dei giornalisti di Al Jazeera. Qui Alia Manallam che scrive di Alaa. Qui Bilal Fadl che scrive un breve messaggio per Alaa. Qui Nancy Youssef che per McClatchy si è finta un’amica del reporter Mohamed Fahmy ed è riuscita a fargli visita in carcere. Qui Robert Mackey per The Lede sulla situazione complessiva dei detenuti d’opinione di queste settimane. Qui l’attore Holt McCallany che chiede la liberazione di Ahmed Maher. Qui la dichiarazione su Facebook di Ahmed Maher, Ahmed Douma e Mohamed Adel sulla loro trattativa con le autorità carcerarie attraverso lo sciopero della fame. Qui Wael Eskandar sulle false intercettazioni telefoniche e il tentativo di diffamazione degli attivisti del #Jan25, e qui un riassunto di Egyptian Chronicles sulla dichiarazione con cui Wael Ghonim annuncia su Facebook che lascerà l’Egitto. Qui l’editoriale con cui il Toronto Daily Star chiede al governo canadese di intervenire per la liberazione di Mohamed Fahmy. Qui la petizione di 40 giornalisti internazionali per chiedere alle autorità egiziane la liberazione dei colleghi incarcerati. Qui Lina Attalah, e qui Jillian C. York, che scrivono entrambe di Alaa. Qui il racconto dell’arresto di Alaa scritto su Facebook da sua moglie Manal il 9 gennaio e tradotto dall’arabo da Ahdaf Soueif.

♫ “Heaven” dei Milk Carton Kids

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E come va la vicenda NSA-Snowden? L’anno si è chiuso con alcune riflessioni interessanti (qui Jay Rosen, qui su ProPublica il prospetto di tutte le cause contro l’NSA dal 2006 ad oggi, qui la riflessione di Murtaza Hussain per Al Jazeera su come la vera rivelazione di Snowden sia stata la straordinaria irrilevanza della massiccia raccolta di metadati ai fini dell’anti-terrorismo), e con il clamoroso resoconto di Jacob Appelbaum sulla militarizzazione di internet alla conferenza degli hacker 30c3 in Germania (qui il video, qui la trascrizione). L’anno nuovo si è aperto con le centinaia di accademici di tutto il mondo firmatari di un appello contro la sorveglianza di massa, con un editoriale del Guardian a favore del perdono per Snowden il 1° gennaio, seguito il giorno dopo da un assai meno ovvio editoriale dello stesso tenore del New York Times, che in precedenza non era stato così deciso e anzi a tratti sfavorevole. Subito dopo, la public editor del NYT Margaret Sullivan ha raccontato da quante settimane al giornale si discuteva se pubblicare o no quell’editoriale. A rappresentare il punto di vista esattamente contrario alla clemenza a Snowden ci pensa Fred Kaplan per Slate. In chiusura, una bella intervista di Natasha Lennard con Glenn Greenwald per Salon su come “la sorveglianza genera conformismo”.

♫ “Throw your arms around me” di Eddie Vedder & Neil Finn

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