Archivi categoria: cyberattivismo

Alaska XL #6 | è per il vostro bene

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(gli occhiali della protesta di CodePink alle spalle del generale Alexander)

E’ stata una settimana importante per le vicende legate alle rivelazioni sulla sorveglianza dell’NSA. Nella terza parte trovate una ricognizione delle tappe più importanti, ma cominciamo da un contributo importante alla discussione. Il 21 ottobre è uscito un lungo pezzo del direttore del Guardian Alan Rusbridger per la New York Review of Books intitolato “le rivelazioni di Snowden e il pubblico”. Alessandra Neve ne ha fatto una traduzione integrale per noi.

♫ “Nostro anche se ci fa male” degli Afterhours

Ecco la prima parte di oggi:

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Seconda parte della lettura della traduzione di Alessandra Neve di “Le rivelazioni di Snowden e il pubblico” di Alan Rusbridger (New York Review of Books)

♫ “Postcards from Italy” di Beirut

Ecco la seconda parte di oggi:

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Il 22 ottobre, fra le molte richieste politiche di trasparenza e di riforma del raggio e dei metodi della sorveglianza NSA, è uscita anche una lettera di Human Rights Watch che potete leggere qui.

Il 28 ottobre Sarah Marshall ha raccontato il metodo con cui  ProPublica, il Guardian e il New York Times hanno impostato la collaborazione sullo studio dei file di Snowden.  Intanto il Guardian cominciava a lanciare il suo progetto interattivo sugli “NSA Files decoded” con un’anticipazione: su Facebook ci vogliono solo tre gradi di separazione da un sospetto per essere soggetti a un’investigazione dell’NSA senza mandato.  Lo stesso giorno, Cameron non faceva mistero delle sue intenzioni nei confronti dei giornali che si occupano dell’NSA.  Il blog del New Yorker postava un pezzo su Obama e la domanda “chi sorveglia i sorveglianti?”.  Ma il pezzo più interessante del 28 ottobre è probabilmente la conversazione scritta fra Greenwald e Keller sulle differenze fra giornalismo “old school” e attivismo-giornalismo investigativo, uno scambio di vedute commentato qui da Matthew Ingram. Qui Margaret Sullivan del NYT con un giro di opinioni sul rapporto fra rivelazioni di Snowden e libertà di stampa.  Qui Vice su come il Department of Homeland Security abbia sequestrato i materiali della giornalista Audrey Hudson senza nemmeno l’ombra di un mandato.

Intanto veniva lanciato il sito per raccogliere fondi per la difesa legale di Snowden, e Pierre Omidyar annunciava nuovi acquisti per la futura testata online che ha affidato a Greenwald. Qui la Columbia Journalism Review,  qui Jeremy Scahill (autore di Dirty Wars) che parla della nuova testata di Omidyar alla quale parteciperà anche lui, e qui l’annuncio dell’arrivo dei reporter investigativi Dan Froomkin e  Liliana Segura.

Il 29 ottobre è uscito questo editoriale del New York Times,  mentre si svolgeva l’audizione del generale Alexander e del direttore Clapper davanti alla commissione sull’intelligence del congresso americano. I dirigenti dell’NSA hanno anche rigettato le accuse di spionaggio nei confronti dei leader europei, dicendo che sono proprio i servizi europei a farsene carico. Qui potete rivedere l’integrale video dell’audizione (abbastanza inquietante, sia le domande che le risposte), sennò qui trovate un riassunto del Guardian.

il 30 ottobre spunta un altro frammento del puzzle, l’utilizzo dell’11 settembre per accattivarsi simpatie per la sorveglianza anti-terrorismo. Il 31 ottobre Greenwald nel suo blog per il Guardian prende commiato, mentre Google e Yahoo scoprono che non c’è nemmeno bisogno della loro già ligia collaborazione per far accedere l’NSA ai dati dei loro utenti, perché l’NSA se li prende direttamente dalle fibre ottiche, come conferma anche il Washington Post. Qui lo schemino degli impiegati dell’NSA che felicemente segnala dove si incrociano i metadati di Google. E il 1° novembre salta fuori che i paesi europei fanno a gara a chi è più bravo a contribuire alla sorveglianza dell’NSA, salvo l’Italia per l’incapacità dei suoi enti preposti a mettersi d’accordo fra di loro. Qui Atlantic Wire il 3 novembre  sulla raccolta di dati di geolocalizzazione senza bisogno di un mandato.

Dopo l’apparente proposta della Germania a Snowden perché testimoni nella loro inchiesta sull’operato dell’NSA, lo stesso Snowden ha indirizzato una lettera al parlamento tedesco attraverso il deputato dei Verdi Hans-Christian Ströbele, messaggio che in realtà è diretto alle autorità americane, qui il testo in inglese. Der Spiegel ha dedicato l’ultimo numero alla vicenda NSA con una copertina dedicata all’urgenza di offrire asilo a Edward Snowden.

E infine, sabato scorso il Guardian ha pubblicato i lungamente annunciati “NSA Files decoded”, un luogo interattivo (con una grafica straordinaria nel solco di Snowfall) che vuole spiegare la relazione fra le rivelazioni di Snowden sul funzionamento dell’NSA e le ricadute per gli utenti.

Il 24 ottobre Glenn Greenwald, invitato ai Frontline Club Awards di Londra, non potendo partecipare di persona per ragioni di sicurezza, ha inviato un videomessaggioAlessandra Neve ha preparato per noi la trascrizione del messaggio e la sua traduzione in italiano.

♫ “Heaven” dei Milk Carton Kids

Ecco la terza parte di oggi:

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Andiamo al Cairo, dove fra l’altro oggi è cominciato il processo al presidente deposto Morsi. Mercoledì scorso al Cairo il comico Bassem Youssef ha regolarmente registrato la seconda puntata del suo show satirico ElBernameg per la CBC, che la settimana scorsa si era dissociata dai contenuti della prima puntata. Come vi raccontavo la settimana scorsa, il primo episodio, benché attentissimo a criticare il regime militare solo indirettamente, aveva ridestato le speranze della “terza piazza” su una riapertura del discorso pubblico nella polarizzazione di questi mesi, ma anche provocato quattro denunce private a cui il Procuratore generale egiziano dovrà dare seguito, mentre il generale Sisi, interpellato, faceva mostra di grande magnanimità difendendo, almeno sulla carta, la libertà di espressione. A sorpresa, mentre il comico si trovava negli Emirati Arabi, alle 22 di venerdì sera, ora della messa in onda dell’episodio, un conduttore della CBC annunciava in tempo reale che lo show non sarebbe andato in onda, sospeso indefinitamente. Nonostante gli spaventosi segnali di intimidazione nei confronti di stampa e tv negli ultimi mesi, soltanto questo evento ha creato una vera e propria sollevazione d’opinione, grazie all’immensa popolarità di Bassem Youssef. Chi era presente alle registrazioni del programma afferma che Youssef non avesse sketch particolarmente mirati sull’esercito ma fosse invece durissimo con la rete televisiva, che non lo aveva sostenuto dopo la prima puntata. Questo fa pensare a un braccio di ferro tra il comico e la CBC, particolarmente timorosa e forse autocensurata senza neppure bisogno di un intervento dall’alto. La rete ha comunicato le ragioni della sospensione del programma (16 milioni di telespettatori, 3 milioni di visualizzazioni su YouTube per ogni episodio, e un’enorme raccolta pubblicitaria) in modo confuso e contraddittorio, citando “infrazioni del contratto” e “disparità di vedute” con il comico. Diversi conduttori della CBC hanno pubblicato un comunicato di solidarietà con Bassem Youssef, mentre il team del comico ha risposto sabato alla notizia della sospensione con un comunicato (per ora solo in arabo) molto equilibrato che smentisce tutte le adduzioni della rete sulle condizioni del contratto.

Intanto nello scenario dell’informazione egiziana, pesantemente intimidita e censurata mentre alcuni canali tv abbracciavano la propaganda di stato, svolge quietamente ma ostinatamente il suo lavoro Mada Masr, quotidiano online nato dalle ceneri dell’Egypt Independent e voce della “terza piazza”. La nostra Laura Cappon è andata a visitare la loro redazione, e si è fatta raccontare il lavoro del giornale e il clima politico dalla giornalista Lina Attalah.

Ieri è arrivata la notizia del trasferimento al carcere di San Pietroburgo dei 28 attivisti di Greenpeace, un regista e un fotografo (detti “Arctic 30“) detenuti a Murmansk prima con l’accusa di “pirateria” (che poteva costare loro fino a 15 anni di carcere) e ora, dopo il 23 ottobre, di “vandalismo” (fino a 7 anni). Sul sito di Greenpeace trovate le fotografie delle loro celle a Murmansk. I 30 erano stati arrestati a metà settembre dalla guardia costiera russa che aveva scortato in porto l’imbarcazione Arctic Sunrise con la quale Greenpeace svolge le sue azioni di protesta contro la piattaforma petrolifera offshore Prirazlomnaya del gigante russo dell’energia Gazprom. Una delle detenute, Alexandra Harris (britannica che abita in Australia) ha scritto una lettera alla sua famiglia in cui racconta la sua prigionia, vi propongo la traduzione nel podcast qui sotto.

In chiusura, due notizie brevi: il Festival del Giornalismo ha lanciato la sua campagna di crowdfunding, si svolgerà a Perugia dal 30 aprile 2014 e potete contribuire qui.

E dopo l’annuncio della FAA di qualche settimana fa, sui voli negli Stati Uniti è stato eliminato il divieto di utilizzare palmari e tablet anche nelle fasi di decollo e atterraggio.

♫ “The Curse” di Agnes Obel

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #5 | l’ultima grande balena americana

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(uno degli striscioni della manifestazione di sabato scorso a Washington contro lo spionaggio indiscriminato dell’NSA)

Le musiche di oggi sono tutte di Lou Reed.

Nella settimana appena trascorsa tante novità. Le donne saudite, per quanto ostacolate in tutti i modi, sono tornate al volante il 26 ottobre per una prima ripresa della loro campagna Women2drive. Qui potete vedere il video che l’artista satirico saudita Hisham Fageeh ha dedicato loro, una deliziosa parodia di No Woman No Cry di Bob Marley. Le rivelazioni dai files di Snowden stanno movimentando la scena diplomatica internazionale (il seguito sulla Germania, quelle nuove su Francia e Spagna, la coda italiana), e sabato a Washington, mentre circolava questo video, e mentre il sito ufficiale della NSA era “tango down”, si è svolta una piccola manifestazione di protesta alla quale è stato letto un messaggio di Edward Snowden che trovate qui. Qui un parere negativo di Slate sulla manifestazione. A due giorni di distanza uno dall’altro, Foreign Policy e il New York Times hanno pubblicato ciascuno un’opinione che risponde a coloro che sostengono che “sapevamo tutti benissimo di essere spiati”, e che “tutti spiano”. Oggi ve le traduco.

♫ “Last great American whale” di Lou Reed

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Tornare a ridere

In Egitto è tornato in onda per la prima volta dopo il colpo di stato del 3 luglio il grande comico satirico Bassem Youssef (il “Jon Stewart egiziano”) che conta mediamente più di sedici milioni di spettatori e raccoglie per CBC diciotto minuti filati di pubblicità soltanto in apertura del programma. Non solo è stata la prima volta che gli egiziani hanno ritrovato qualcosa per cui riuscire a ridere, ma tutti erano in attesa di vedere come se la sarebbe cavata Youssef con la satira nei confronti dell’esercito e dell’intoccabile generale Sisi. Youssef, che aveva abituato alla sua presa in giro corrosiva del governo dei Fratelli Musulmani, aveva rilasciato qualche dichiarazione di dubbio gusto nei giorni del massacro di Rabaa e si era preso alcuni mesi di pausa. Lo show dell’altra sera era costruito in crescendo, con una zampata finale: dopo una lunga presa in giro della mania popolare per il generale Sisi, Bassem Youssef è arrivato al generale stesso, e ha concluso con alcuni minuti serissimi in cui ha affermato che “non possiamo sostituire il fascismo religioso con il fascismo nazionalista, con la scusa della lotta al ‘terrorismo’”. La “spinta” dello show sembrava calibrata per riuscire a restare in onda almeno per un’altra puntata, testando le acque della censura. Per alcuni, l’irruenza e la precisione del suo messaggio hanno di fatto riaperto e legittimato con l’illuminazione dei paradossi attuali della società egiziana la strada per il dibattito politico e per il messaggio della “terza piazza” (né con i Fratelli Musulmani né con l’esercito) dopo tanti mesi di rigida polarizzazione del discorso. Meno di ventiquattro ore dopo il suo show, erano già partite due denunce nei suoi confronti, che poi sono diventate quattro – tutte private, ma che costringono il procuratore generale a prenderle in esame. Inoltre, a prendere le distanze da Youssef è stato anche il canale tv che trasmette il suo programma. Vi racconto tutto grazie a Mada Masr (Egitto), Zeinobia (Egitto, con il link alla puntata su YouTube), Buzzfeed (Usa) e il Telegraph (Inghilterra).

♫ “Walk on the wild side” di Lou Reed

Ecco la seconda parte di oggi:

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Di precise parole si vive

Questa terza porte la voglio dedicare a due scrittori: la canadese Alice Munro, che due settimane fa, a 82 anni, ha vinto il premio Nobel per la Letteratura nel giubilo della rete, e l’americano Dave Eggers, che ha pubblicato il suo nuovo romanzo, The Circle, ambientato in una sorta di metafora di Silicon Valley e del mondo del web. Moltissimi gli omaggi ad Alice Munro dai colleghi e dalle sezioni culturali dei media. Qui la stessa Munro, svegliata con la notizia dalla Cbc, e sorpresissima dal fatto di essere solo la tredicesima donna su 110 Nobel per la letteratura finora assegnati. Qui il Los Angeles Times sulla “riapertura” da parte del New Yorker di uno dei racconti di Munro pubblicati dalla rivista nel corso degli anni,  e ora ripubblicato anche sul cartaceo per l’occasione: The bear came over the mountain. Qui lo stesso New Yorker con una raccolta di commenti a caldo dopo il Nobel da Margaret Atwood (amica e connazionale di Munro), Julian Barnes, Sheila Heti, Jhumpa Lahiri, Joyce Carol Oates e altri. Qui il Globe & Mail su come “la canadese tranquilla” ha conquistato il mondo. Qui Susanna Basso, traduttrice italiana di Alice Munro, sulla rivista Tradurre.

Intanto tiepida, invece, la reazione all’ultimo romanzo di Dave Eggers, The Circle, un tantino reazionario secondo chi vive parecchio nella rete – forse a dimostrazione, più che altro, che Eggers è ancora fortissimo nella non-fiction (oltre che nei suoi bellissimi progetti filantropici) ma debole nella fiction. Qui l’opinione di Maria Bustillos per Medium (che intanto sabato scorso ha annunciato di essere uscito dalla sua versione beta, pronto a pubblicare materiali di tutti), e qui quella di Serena Danna sul suo blog per il Corriere.

♫ “Perfect day” di Lou Reed

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Cosa vuole Pierre

Infine, mentre sembra che perfino le testate digitali siano molto intimorite dall’annuncio della nascita della nuova impresa di Pierre Omidyar di eBay nel campo dell’informazione, dopo il primo annuncio (che riguardava più che altro la partenza di Glenn Greenwald dal Guardian) Omidyar ha raccontato qualche dettaglio in più. Qui l’Economist (benevolo) su come a Omidyar piace spendere i suoi soldi per beneficenza (ha creato un modello alternativo a quello dei magnati americani dell’ultimo secolo), qui Jim Romenesko che riprende l’intervista a Omidyar di NPR, di cui trovate audio e trascrizione qui.

♫ “Satellite of love” di Lou Reed

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Alaska XL #4 | il grande nido vibrante

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(uno degli annunci di lavoro in bacheca a Ona13)

Arrivo direttamente da tre giorni alla conferenza annuale dell’ONA (Online News Association) che riunisce giornalisti digitali di tutto il mondo, sviluppatori e start-up – per studiare, confrontarsi e discutere sullo sviluppo digitale e il futuro dei media, i nuovi strumenti tecnologici per i giornalisti e i blogger, la legislazione e il codice etico di internet per l’informazione. La partenza per Atlanta ha coinciso con due notizie: quella che Glenn Greenwald lascia il Guardian accettando un’offerta di costruire una nuova testata fattagli dal miliardario di Silicon Valley Pierre Omidyar (di cui potete leggere sotto), e dall’Italia quella della sospensione del Festival del Giornalismo di Perugia, a cui tanti dei reporter stranieri aderenti all’Ona hanno partecipato negli ultimi anni (questa mattina la conferenza stampa ufficiale a Perugia, in cui gli organizzatori Arianna Ciccone e Chris Potter hanno rifiutato pubblicamente l’offerta last minute di un finanziamento regionale, annunciando invece una combinazione di sponsor + campagna di crowdfunding su Kickstarter – qui potete rivedere l’integrale della conferenza stampa).

A dominare la discussione di Ona13 è stata la questione della sorveglianza, articolata in vari modi. Dal keynote speech di Janine Gibson (direttrice Guardian America) insieme alla Electronic Frontier Foundation sulla divulgazione dei documenti di Snowden dell’NSA, alle discussioni sul criptaggio dei documenti, fino all’esperimento del Tow Center for Journalism diretto da Emily Bell che ha proposto un panel in una sala monitorata da sensori disseminati sul pavimento, e alla prima del film The Fifth Estate, che vorrebbe raccontare la dicotomia fra il modello virtuoso di trasparenza di Wikileaks e il deteriorarsi della figura di Julian Assange. Il keynote speech più affollato è stato quello del mago dei numeri Nate Silver, Andy Carvin ha svolto un laboratorio su come usare i social media per contrastare l’accelerazione del flusso delle breaking news; molti hackers e specialisti di software, sistemi di criptaggio e archiviazione sicura fino a un milione di documenti hanno raccontato le ultimissime novità. Amy Webb ha presentato come ogni anno le sue dieci previsioni per le tendenze digitali dell’anno prossimo, e centinaia di studenti di giornalismo hanno avuto accesso diretto ai loro possibili mentori e alle offerte di lavoro così come alle borse di studio della Knight Foundation e della Gannett Foundation. Più dell’anno scorso, l’associazione è sembrata interrogarsi su come implementare un codice etico che tenga conto delle differenze culturali e giuridiche dei vari paesi partecipanti e la maggiore varietà possibile di media, scavalcando il predominio americano della conferenza. Infine, alla tradizionale cena conclusiva della conferenza sono state assegnate le varie categorie di premi: poco spazio quest’anno per le start-up e per le radio indipendenti, molti riconoscimenti per i reportage multimediali sull’attentato alla Maratona di Boston, sull’uragano Sandy, sulle elezioni Usa 2012, un grosso premio al pionierismo multimediale di Snowfall del New York Times che dal dicembre 2012 ha già avuto molti emulatori, e naturalmente, due premi importanti agli autori degli scoop sull’NSA per il Guardian basati sui documenti di Edward Snowden.

♫ “Nightswimming” dei R.E.M.

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Janine Gibson sull’NSA: “nessun giornale ce la farà da solo”

Proprio poche ore dopo l’annuncio che Greenwald lascia il Guardian per mettere in piedi una nuova impresa editoriale finanziata dal fondatore di eBay Pierre Omidyar (che non aveva fatto mistero in queste settimane della sua preoccupazione per i programmi di spionaggio dell’NSA), uno dei momenti più intensi della conferenza di Ona quest’anno è stato l’incontro, moderato da Emily Bell, con Janine Gibson (direttrice GuardianUS), Micah Flee (Electronic Frontier Foundation), e Nabiha Syed, avvocato specializzato in legislazione sui media e consulente del Guardian su Snowden. Janine Gibson, visibilmente provata da quelli che ha descritto come “quattro mesi che sembrano quattro anni”, ha raccontato alcuni retroscena molto densi del procedimento che ha portato il Guardian a raccogliere i documenti NSA di Edward Snowden. Qui trovate il video integrale. Qui lo Storify che ho preparato con i tweet durante la conferenza. Qui lo Storify di Andrea Iannuzzi. Qui un racconto esaustivo di Raffaella Menichini dalla conferenza.

Poche ore fa, invece, come anticipato da Greenwald, sono arrivate le rivelazioni su nuovi documenti che riguardano le intercettazioni dell’NSA su cittadini francesi, divulgate da Le Monde.

♫ “Jumpin’ Jack Flash” nella versione dei Gomez

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Pranzo al sacco con Nate Silver

Il keynote speech più atteso da giornalisti digitali, blogger e programmatori a Ona13 era sicuramente quello del mago dei numeri Nate Silver, esempio vivente della geniale sovrapposizione fra discipline che sta rivitalizzando il giornalismo. Presentato da Jim Roberts, che aveva lavorato con lui al New York Times, Nate Silver ha tenuto un discorso per convincere i giornalisti a dotarsi di competenze migliori sull’interpretazione di dati, numeri e statistiche; ha svelato come funzionerà il suo blog Five Thirty Eight (attualmente dedicato a proposte di lavoro per far parte del team…) a partire da febbraio con MSNBC; ha spiegato perché l’anno scorso aveva sfidato un anchorman televisivo a colpi di scommesse; ha consigliato caldamente la lettura di “Thinking fast and slow” di Daniel Kahneman; si è portato 9 slide sotto forma di meme coi gattini, ha fatto sorridere tutti e ha risposto a una gran quantità di domande dalla platea. Qui trovate l’audio integrale, e meglio ancora, il video integrale.

♫ “Snake eyes” dei Milk Carton Kids

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Fratelli social

I fratelli Carvin hanno dominato a Ona13 la discussione sul UGC (user generated content), Eric Carvin dell’Associated Press con un incontro sul UGCGold, cioè i preziosi contenuti che si raccolgono sui social media (qui trovate la registrazione audio integrale), e Andy Carvin di NPR con un laboratorio di discussione per lanciare un movimento di Slow News – su come usare i social media per rallentare e rendere più trasparente il processo di verifica nelle breaking news anziché assecondarne l’accelerazione. Qui trovate il suo Storify che riassume l’incontro.

♫ “Dinosaur Act” dei Low

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Alaska XL #3 | provocanti

amanda palmer future

Grazie perché state visitando questo blog in tantissimi, oggi una ricognizione fra materiali molto diversi fra loro (aggiornamenti sull’NSA compresi), cominciando da un post di quest’estate che avevo trovato straordinario e che forse qualcuno di voi non conosce ancora.

The killer inside me

Riguarda il femminicidio, e lo ha scritto un uomo, Christian Raimo, mettendosi in discussione in modo molto coraggioso e dimostrando che per affondare nella complessità della questione abbiamo bisogno, sì, di scrittori – forse ancor più che di cronaca e di discussione politica. Lo ha pubblicato sull’online di Europa il 24 agosto, e contiene anche alcuni link utili per dare contesto alle sue argomentazioni.

♫ “Wise up ghost” di Elvis Costello & The Roots

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Sinéad, Miley, e Amanda

Una querelle straordinaria a colpi di lettere fra donne di spettacolo di tre generazioni ha risollevato una serie di questioni sull’immagine del corpo delle donne. Tutto comincia con la musicista irlandese Sinéad O’Connor, 47 anni, che prima sul suo blog e subito ripresa dal Guardian, scrive una lettera alla giovanissima Miley Cyrus, 21 anni, teen idol americana (l’ex Hanna Montana), dopo che questa aveva dichiarato di ispirarsi al look radicale con testa rasata della Sinéad giovane per il suo nuovo look e l’immagine molto più aggressiva. In buona sostanza, con un tono molto fermo ma affettuoso e materno, Sinéad si dissocia e anzi mette in guardia Miley dallo sfruttamento del suo corpo a cui sarebbe costretta dal suo staff (a gestire i lucrosi affari di Miley sono i suoi genitori), staff che non avrebbe a cuore il suo bene, e dai pericoli dello show business. Parla per esperienza, naturalmente, e scrive molte cose sagge, ma sembra concludere che a) la giovane Miley sia interamente manipolata da avidi adulti anziché lucida regista del proprio marketing, e b) che l’unico modo perché il corpo di una donna non venga strumentalizzato sia di non esporlo. Dal canto suo, la giovane Miley sbaglia tutto e le risponde in modo denigratorio, retwittando alcuni vecchi tweet che Sinéad aveva postato due anni fa quando era in pieno esaurimento nervoso. Sinéad le risponde sprezzante: “prendertela con me è quasi più stupido che comportarti come una prostituta e chiamarlo femminismo”, e ancora: “Non ti fa onore rispondere in quel modo a qualcuno che ha espresso preoccupazione per te. Ed è ancora peggio che tu sia un tale strumento anti-femmine in un’industria musicale anti-femmine. Spero che ti sveglierai e ti renderai conto che per le donne sei un pericolo”. Ma al di sopra dello scambio fra le due si leva la voce speciale di Amanda Palmer, 37 anni, performer molto fisica, super femminista, americana, a metà fra la generazione di Sinéad e quella di Miley, che alle battute sessiste e pruriginose del Daily Mail inglese aveva recentemente risposto scrivendo una nuova canzone e spogliandosi sul palco riuscendo a mettere in ridicolo l’insensata attrazione per le “tette” (la grande teorica del giornalismo digitale, Emily Bell, aveva commentato quel video così: “Palmer wins the internet”). Cresciuta con la musica di Sinéad, Amanda le chiede con molto rispetto se non sia giusto immaginare, almeno come utopia, che ogni donna faccia del proprio corpo ciò che crede, ma fa molto più di questo: Alessandra Neve ha tradotto la lettera di Amanda Palmer per noi. In questi giorni, sempre sul suo blog, Amanda ha creato un gioco (con un’aggiuntina in coda di suo marito, lo scrittore Neil Gaiman) lanciando una galleria fotografica delle donne straordinarie del mondo dello spettacolo che creano con grande successo pur non avendo un’immagine femminile convenzionale – o, come dice lei, le rare che hanno trovato l’equilibrio perfetto. Alla fine, Miley resta sullo sfondo, quasi solo come un pretesto, e il vero confronto di opinioni avviene fra due artiste radicali e serissime che non a caso arrivano entrambe dalla musica di strada.

♫ “The bed” di Amanda Palmer

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NSA

Wikileaks, che ha pagato le spese per l’avvocato di Snowden, ce l’ha a morte con Greenwald e il Guardian che secondo loro lo stanno sfruttando per i loro scoop senza proteggere i whistleblower (per farvi un’idea della veemenza, date un’occhiata alla timeline di @Wikileaks degli ultimi giorni). Dal canto suo, Greenwald sembra sotto processo ogni volta che va in tv, e mentre i server dell’NSA traslocano in un nuovo edificio nel deserto dello Utah afflitto da misteriosi cali di tensione, la commissione d’inchiesta sull’NSA al Parlamento Europeo ha dato lettura pubblica il 30 settembre di un messaggio scritto di Edward Snowden da Mosca, letto da Jesselyn Radack e ascoltato dai parlamentari col fiato sospeso (qui il testo). Fra tutti i fiumi d’inchiostro virtuale con cui si sta combattendo a colpi di scoop e di varie letture delle ultime rivelazioni sulla raccolta dei dati da parte della National Security Agency, Alessandra Neve ha scelto di tradurre per noi il pezzo di Bruce Schneier per il Guardian della settimana scorsa, che parte dalla rivelazione degli attacchi al sistema di protezione Tor  (qui il link originale, e qui i documenti originali NSA su Tor pubblicati dal Washington Post).

♫ “Don’t get too close” di Nathaniel Rateliff

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Ritorno al futuro

Quinn Norton è andata in visita al Museo della Stasi di Berlino, forse il miglior promemoria esistente di cosa significhi la sorveglianza di regime. Lo ha fatto con un’amica americana che lavora nel campo della sicurezza web, e ha scritto un racconto bellissimo per Medium, che oggi vi traduco in diretta.

♫ “Stay young” degli Okkervil River

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Alaska XL #2 | nuovi cronisti

(Cairo, il tweet del fotografo della rivoluzione, Mosa’ab El Shamy, la sera del 16 agosto, uno dei primi giorni del coprifuoco militare, sulla Corniche ai piedi dei leggendari leoni del ponte Qasr el Nil)

Oggi voglio portarvi a conoscere alcune persone che con il loro lavoro rappresentano al meglio il ruolo dei citizen journalist, o che dalla strada sono passati alle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, o che con la loro testimonianza ci raccontano da dove la censura non permette di raccontare, o che per fare un lavoro di cronaca per il pubblico scelgono strumenti insoliti o recuperati dal passato. In tutti i casi si evidenzia un legame fra la materia che raccontano e il motivo per cui qualcuno non vuole che lo facciano. Ma prima vorrei dedicare l’apertura di Alaska di oggi alla notizia digitale della settimana appena trascorsa (se si eccettua la rivelazione della battaglia della NSA a Tor, su cui torneremo la prossima settimana): l’entrata ufficiale in borsa di Twitter.

#TWTR

TWTR è il titolo che Twitter si è data in borsa, annunciandolo (con un tweet, ovviamente) venerdì scorso. Per predisporre l’entrata ha dovuto presentare documentazione pubblica alla SEC delle sue cifre e della sua strategia commerciale. Nero su bianco, dunque, quanta parte delle entrate di Twitter vengono dagli annunci pubblicitari, quanto traffico ha, e che si tratta di un’impresa “che non ha ancora profitti”. Qui il modulo S-1 ufficiale, qui l’opinione del NYT online su quale dovrà essere la strategia commerciale per creare profitti, qui Mashable con una bella vignetta umoristica sulla composizione degli utenti, e qui Matthew Ingram per GigaOm sui rischi e le sfide dell’ingresso in borsa. E qualcuno, come racconta oggi Federica Cantore, nel primo weekend dopo la notizia ne ha beneficiato per errore.

♫ “Sirens” dei Pearl Jam

Ecco la prima parte di oggi:

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Nuove cronache: una fusione di presenza fisica, collage di testimonianze fotografiche, ricostruzioni a memoria dove non si può né registrare né filmare, dovere di testimonianza ma anche impegno politico. Le tre figure di oggi sono Alexa O’Brien – che ha seguito passo passo il processo militare a porte chiuse a Bradley Manning, creandone l’unico archivio pubblico esistente; Mosa’ab El Shamy – fotografo egiziano nato con la rivoluzione, che ad agosto ha documentato la strage di Rabaa, e ieri la disastrosa giornata del 6 ottobre al Cairo; e Molly Crabapple, che con le sue illustrazioni ha documentato le proteste da Occupy Wall Street a Occupy Gezi, e recentemente ha creato una cronaca illustrata della sua visita al supersorvegliato carcere di Guantanamo.

L’amore è un paese che non abbiamo saputo difendere

E’ il motto di Mosa’ab el Shamy sul suo profilo Twitter, e dice molto di chi è. Sguardo sull’Egitto di un’intensità sconvolgente e uno dei giovani fotografi nati con la rivoluzione. Ieri l’esercito e la polizia hanno represso le manifestazioni dei pro-Morsi e per tenerli lontani dai festeggiamenti di stato a Tahrir per il 6 ottobre ha fatto 52 morti. Come sempre Mosa’ab ha seguito i cortei e documentato con le sue immagini tutto quello che vedeva, potete vederle qui. Ad agosto era al sit-in di Rabaa; colto nelle tende in cui dormiva dal violento sgombero della polizia, come sempre ha fotografato tutto quello che vedeva, con il suo sguardo attentissimo, che della frenesia di quello che gli accade intorno sembra sospendere nel tempo un dettaglio, una mano insanguinata. Negli stessi minuti, suo fratello, giornalista di Al Jazeera, veniva arrestato, e un mese e mezzo dopo è ancora in carcere. Qui la cronaca di Mosa’ab su Facebook di una delle sue visite in carcere. Qui il suo nuovo sito. Dopo il massacro, Mosa’ab si è recato come fa sempre alla moschea che fungeva da obitorio; qui il suo resoconto per Lightbox della rivista Time. Qui, per conoscerlo meglio, l’intervista che gli ha fatto Jared Malsin per The New Republic online.

♫ “You only live twice” nella versione di Mark Lanegan

Ecco la seconda parte di oggi:

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L’amanuense

Alexa O’Brien – già reporter e uno dei motori della partenza di Occupy Wall Street – non aveva alcuna preparazione legale, ma era convinta che il pubblico avesse diritto a conoscere ciò che veniva detto a porte chiuse nel processo militare a Bradley Manning – a maggior ragione visto che Manning veniva processato per aver diffuso al pubblico materiali riservati mettendoli a disposizione di Wikileaks. Si è preparata, ha coltivato le sue fonti, e in una situazione in cui non esisteva nessun tipo di accesso normalmente a disposizione in un processo pubblico, e non si poteva né filmare né registrare, ha creato da zero un database di informazioni e una gigantesca trascrizione vecchia maniera delle sedute a cui assisteva a Fort Meade, twittando, scrivendo e creando una tassonomia di una mole impressionante di informazioni, che oggi permettono anche di interpretare nel modo più preciso il verdetto. Qui trovate tutti i suoi materiali. Qui la sua intervista integrale sulla radio australiana Triple R, di cui oggi vi propongo un estratto.

♫ “Heaven” dei Milk Carton Kids (dalla colonna sonora di “The Promised Land” di Gus Van Sant)

Ecco la terza parte di oggi:

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Più vera che dal vero

In questi giorni Molly Crabapple - illustratrice, attivista e testimone pubblica – ha tenuto un incontro al Berkman Center for Internet and Society dell’Università di Harvard (qui la sua lecture in video) in cui ha fatto una serie di riflessioni sul suo lavoro, sul paradosso del sorvegliante/sorvegliato, facendo esempi che andavano dalla storia dell’arte (le cronache delle fucilazioni delle truppe di Napoleone sui contadini spagnoli, ricreate dall’immaginazione di Goya), a casi contemporanei come il lavoro di Joe Sacco sulla Palestina (qui un’intervista recente con lui), e quello del Beehive Collective messicano (qui il loro sito web); il suo racconto illustrato per Vice sulla sua visita al carcere supersorvegliato di Guantanamo.

♫ “This is not a song, it’s an outburst” di Rodriguez

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #1 | battaglie

Ben ritrovati, nel nuovo palinsesto di Radio Popolare Alaska riprende con un nuovo formato di quasi due ore, “extralarge” e settimanale ogni lunedì dalle 12.40 alle 14.30, in replica in formato “medium” il lunedì sera alle 21.30. Per rendervi più comoda la fruizione degli argomenti della puntata, i podcast saranno quattro, uno per ogni sezione del programma. Avremo più tempo per esplorare i contributi della rete scelti di volta in volta, e la playlist delle musiche sarà sempre segnalata nel post settimanale.

 

(la fotografia scattata da Andy Carvin alla schermata di Fox News il 7 settembre, mentre infuriava la discussione sull’intervento in Siria dopo l’utilizzo di armi chimiche da parte del regime di Assad – la mappa, sulla quale si basavano le discussioni geopolitiche del giorno, è ovviamente tutta sbagliata)

Recap

Da quando ci siamo lasciati a fine giugno, i contributi importanti dalla rete e sulla rete sono stati moltissimi – alcuni riusciremo a esplorarli in questa prima puntata, altri ci accompagneranno ancora nelle prossime settimane insieme a notizie più fresche. Il soldato Bradley Manning, reo confesso di aver fornito materiali riservati di prim’ordine a Wikileaks, è stato condannato a decine di anni di prigione e ha annunciato che cambierà sesso, in Egitto alle proteste del 30 giugno è seguito un colpo di stato popolare con la collaborazione dell’esercito, più di mille morti nello sgombero dei sit-in dei Fratelli Musulmani, l’arresto dei loro leader, il congelamento dei loro beni e la messa fuorilegge del movimento, la legge marziale, decine di arresti di giornalisti e attivisti, la chiusura di Al Jazeera Egitto, l’attentato al Ministro degli Interni, una paranoia sulla “guerra al terrorismo” avallata dai media di stato e privati, un rafforzamento degli episodi violenti nel Sinai, e in sottofondo i lenti preparativi della Costituente che dovrà emendare la Costituzione prima di indire nuove elezioni. In Siria, a cavallo dei giorni del rientrato allarme sull’intervento americano, è stato liberato il giornalista italiano Domenico Quirico, che ha subito pubblicato un e-book che racconta la sua dura esperienza. Gli attivisti di Greenpeace della nave Arctic Sunrise, che si battono contro il passaggio del nuovo gasdotto nell’Artico, sono stati arrestati e processati dai russi. Sono partite le trasmissioni di Al Jazeera America, l’Huffington Post e altre testate, nell’impossibilità di riuscire a moderarli, hanno deciso di chiudere l’accesso ai commenti, Storify è stato acquistato il 10 settembre, Twitter ha annunciato di essere in attesa di essere quotato in borsa, il progetto futuribile di Reuters Next ha annunciato la chiusura, BlackBerry è stata venduta, e naturalmente Jeff Bezos di Amazon ha comprato il Washington Post. In Grecia il rapper Killah P è stato ucciso da militanti di Alba Dorata e i leader del partito sono stati arrestati, in Turchia dopo il ramadan sono riprese le manifestazioni di protesta. Apple non ha fatto in tempo ad annunciare il nuovo riconoscimento dell’utente iPhone su iOS7 con l’impronta digitale che qualcuno l’aveva già hackerato, l’eroina della battaglia contro gli anti-abortisti Wendy Davis ha annunciato che si candiderà a governatore del Texas, Twitter ha chiuso a ripetizione gli account degli Shabab che raccontavano da dentro il loro assedio al centro commerciale Westgate di Nairobi, le donne saudite hanno ripreso la loro campagna per il diritto a guidare l’automobile da sole, in Bahrain è stata approvata una legge che restringe ulteriormente in diritto di manifestazione, Lo scrittore Jonathan Franzen ha sollevato un polverone con un pezzo parecchio conservatore che è diventato virale, e infine, in Yemen è morto nel sonno, giovanissimo, uno degli attivisti più luminosi di tutta la primavera araba, Ibrahim Mothana. E naturalmente, continua la storia più enorme sulla raccolta dei dati da email e telefonate, la sorveglianza internazionale delle agenzie di sicurezza americane, e la guerra ai reporter che la stanno raccontando….

♫ Eddie Vedder e Neil Finn, “Throw your arms around me”

Ecco la prima parte di oggi:

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Il Quinto Stato

Molte novità sulla vicenda Snowden/NSA, a cominciare dal lungo fermo e interrogatorio all’aeroporto di Heathrow di David Miranda, compagno del giornalista Glenn Greenwald, alla distruzione dei computer da parte del governo alla sede del Guardian, alla concessione dell’asilo in Russia allo stesso Snowden, e ai frammenti del puzzle sulle politiche di sorveglianza dell’NSA – che arrivano a puntate dallo stesso Snowden, dalla nuova collaborazione del New York Times con il Guardian, e dalle udienze al Senato americano, dove le domande dei senatori informati sono più rivelatrici delle risposte che ricevono. Nelle prossime puntate vi proporrò alcune riflessioni circolate in rete sulla questione del criptaggio, intanto qui trovate la bellissima cronologia preparata dalla Electronic Frontier Foundation, che si era già fatta portatrice di molte interrogazioni al Congresso prima che arrivassero le rivelazioni di Snowden. Molti di voi durante l’estate hanno letto la traduzione che Alessandra Neve ci ha fatto del profilo di Laura Poitras, giornalista sorvegliata e sorvegliante, cruciale nella vicenda Snowden/Greenwald, e oggi ve la propongo in audio.

♫ Valerie June, “Working Woman Blues”

Ecco la seconda parte di oggi:

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Lo Stato Profondo

La rivoluzione in Egitto non è mai stata in crisi come adesso. Qualche giorno fa i rivoluzionari della cosiddetta Terza Piazza, che non si riconosce nei Fratelli Musulmani ma nemmeno nella loro repressione da parte dell’esercito, hanno dato vita a un nuovo movimento politico, Path for The Revolution, che si ripromette di creare un percorso alternativo rispetto alle forze islamiste e all’ubriacatura nazionalista nasseriana di queste settimane guidata dall’esercito. Moltissime le riflessioni sui blog e sui quotidiani in rete in queste settimane, al di là delle semplificazioni della stampa mainstream che ha già abbandonato di nuovo l’Egitto dopo la calma apparente seguita agli ultimi scontri alla moschea di Ramses. Ho scelto quelle – mozzafiato – di Paola Caridi, quella della scrittrice Ahdaf Soueif, e quella di suo figlio, il giovane regista Omar Robert Hamilton.

♫ Rodriguez, “Street Boy”

Ecco la terza parte di oggi:

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Today in 1963

Chiudiamo la puntata di oggi con un’occhiata al progetto della radio pubblica NPR chiamato “Today in 1963″, che per tutto il 2013 segnerà gli eventi storici di cinquant’anni fa – il discorso di Martin Luther King a Washington (I have a dream), l’uccisione di JFK a Dallas a novembre – raccontandoli su Twitter come se stessero avvenendo in tempo reale. Un’operazione che richiede una straordinaria sceneggiatura per riprodurre fedelmente come in un livetweeting dichiarazioni, fotografie, momenti d’archivio, voci, episodi, orari esatti. Creato da CodeSwitch, il blog di NPR che si occupa di questioni etniche e razziali, lo racconta qui The Root

♫ Agnes Obel, “The curse” (dal nuovo album “Aventine”, che esce oggi)

Ecco la quarta parte di oggi:

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“Come Laura Poitras ha aiutato Snowden a rivelare i suoi segreti”, di Peter Maas

Come Laura Poitras ha aiutato Snowden a rivelare i suoi segreti
PETER MAASS
The New York Times, 13 Agosto 2013

(traduzione dall’americano di Alessandra Neve)

laurapoitras

Lo scorso gennaio Laura Poitras ha ricevuto una strana e-mail da uno sconosciuto che le ha chiesto di inviargli la sua chiave crittografica pubblica. Avendo dedicato gli ultimi due anni alla preparazione di un documentario sui sistemi di sorveglianza, ogni tanto le capita di essere contattata da qualche sconosciuto. Ha risposto, mandando la sua chiave pubblica e permettendo così al suo interlocutore di inviarle un messaggio criptato che solo lei avrebbe potuto decifrare usando l’altra chiave crittografica, quella privata, ma non si aspettava che ne potesse venire granché di interessante.

Poi lo sconosciuto le ha mandato delle istruzioni che servivano a creare un sistema ancora più sicuro per proteggere la loro corrispondenza, ha promesso che le avrebbe rivelato informazioni scottanti e l’ha invitata a utilizzare password molto lunghe, in grado di resistere ad attacchi brutali da parte di reti di computer. «Immagina che il tuo avversario sia in grado di formulare mille miliardi di tentativi al secondo» le ha scritto.

Poco tempo dopo, Laura ha ricevuto un nuovo messaggio criptato in cui lo sconosciuto descriveva diversi programmi di sorveglianza segreti del governo. Di uno aveva già sentito parlare, ma gli altri non li conosceva. In calce alla descrizione di ogni programma, il suo interlocutore aggiungeva sempre qualcosa come «sono in grado di provare quello che dico».

Qualche istante dopo aver decrittato e letto l’e-mail, Laura si è scollegata da Internet e ha cancellato il messaggio. «Ho pensato “ok, se quel che ho letto è vero, la mia vita da ora è cambiata”» mi ha confidato il mese scorso. «Quel che diceva di sapere e il materiale che sosteneva di poterci fornire era impressionante. Ho capito che sarebbe cambiato tutto.»
(continua a leggere)

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e non era tutto

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Dopo la nave rompighiaccio del Guardian, che ieri con il superblogger Glenn Greenwald era riuscito a dimostrare che è attiva l’ingiunzione legale alla compagnia telefonica Verizon a consegnare milioni di dati sensibili e generalizzati sulle chiamate dei suoi utenti all’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana nella cornice della legislazione anti-terrorismo, oggi ci siamo svegliati all’alba con il seguito della storia, dopo che il Washington Post e lo stesso Guardian si sono attivati con i materiali in loro possesso, dimostrando l’esistenza della struttura PRISM per il monitoraggio dei dati degli utenti stranieri di Facebook, Google, Apple e molte altre aziende con sede negli Stati Uniti, sempre in nome della sicurezza nazionale. Vi propongo un po’ di letture, a cominciare dal pezzo del Washington Post. Qui la “storia continua” del Guardian. Qui una sintesi in italiano del Post. Qui il New York Times. Qui il pezzo del Wall Street Journal, che poi però gli accosta un editoriale a favore della sorveglianza (e di certo non è solo, vedi Slate e altri). Qui Gawker su come il New York Times abbia ammorbidito la prima versione del suo editoriale contro Obama. Qui VentureBeat sulle risposte date finora dalle aziende coinvolte. Qui BusinessWeek, che entra anche nel merito delle implicazioni internazionali della sorveglianza americana su utenti non americani. Qui Cir-ca con uno schema riassuntivo delle rivelazioni di questi giorni. Qui il pezzo del Guardian sulla continuità fra la linea Bush e quella Obama in materia di sorveglianza, e qui ProPublica con una cronologia comparata fra i due.

Qui la riflessione generale di Quartz, qui Quartz su quello che vede come un merito di Twitter, che non è compresa fra le aziende web coinvolte nelle operazioni di PRISM, e qui invece Chris Saad che sostiene che non si tratti di un merito perché i dati di Twitter analoghi a quelli raccolti dalla NSA sono già pubblici e non hanno bisogno di essere consegnati. Il capo dell’intelligence James Clapper sostiene (vedi Forbes) che il pericolo non sta nella sorveglianza ma, al contrario, nel fatto che questa venga svelata dai giornali. Intanto le sue dichiarazioni scritte a caldo, poi scomparse, sono state catturate in tempo da BuzzFeed.

Qui le dichiarazioni della Electronic Frontier Foundation, che da anni sosteneva che esistano programmi segreti di sorveglianza dei dati degli utenti.

Qui un profilo di Glenn Greenwald, che ad Alaska seguiamo da anni come blogger e che ha fornito lo scoop di ieri al Guardian (sul New York Times, e qui Kathy Gill sulla necessità di tutelare il ruolo delle “talpe” nelle indagini sul comportamento del governo, per The Moderate Voice. Qui, dello stesso tenore, il commento di The Atlantic.

E infine, qui Time sulla missione del Guardian per conquistare il mondo scoop dopo scoop (già il 37% dei suoi lettori è negli Stati Uniti), e su come i giornali americani, che pure avevano per le mani materiali scottanti, hanno aspettato il quotidiano inglese per uscire allo scoperto.

PS un saluto all’NSA, che probabilmente sa di questo post  e da quale computer è stato scritto, a che ora, e facendo quali ricerche su Google.

La canzone di oggi era “These boots were made for walking” di Nancy Sinatra

Ecco la puntata di oggi:

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fuga dal Bahrain

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la prima fotografia di Ali Abdulemam (che chiacchiera con Weddady, figura chiave della sua fuga), scattata da Andy Carvin all’Oslo Freedom Forum

Ci siamo lasciati quasi due settimane fa, e in mezzo abbiamo vissuto insieme una campagna di sostegno a Radio Popolare fruttuosissima ed entusiasmante, grazie a tutti voi che avete partecipato. Da questa settimana, a causa della riduzione d’orario dei lavoratori della radio secondo gli accordi del contratto di solidarietà, Alaska andrà in onda quattro volte alla settimana anziché cinque, dal martedì al venerdì, anche se con una novità positiva nell’aggiunta della replica anche il venerdì sera.

Oggi comincia la prima vera giornata di lavori dell’Oslo Freedom Forum, che potete seguire anche in streaming. Fra i protagonisti della discussione sulle libertà e i diritti civili nel mondo, anche Ali Abdulemam, la cui sedia era rimasta vuota l’anno scorso perché Ali, il primissimo blogger per la difesa dei diritti umani in Bahrain, dopo l’ennesimo periodo trascorso in carcere, le minacce alla sua famiglia e la condanna a 15 anni di carcere, era diventato latitante. Qui trovate la sua storia in un video di Frontline Defenders Solo oggi sappiamo qual è stato il suo percorso – due anni in attesa dell’occasione giusta per fuggire dal suo paese, lo racconta bene, in esclusiva, The Atlantic qui, grazie alla penna di Thor Halvorssen dell’Oslo Freedom Forum, che ha letteralmente creato un piano internazionale per la fuga di Ali, anche se alla fine la sua fuga si è svolta con una tattica diversa.

Ecco la puntata di oggi:

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cervello collettivo

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(nella foto, Emily Bell)

Ben ritrovati, oggi una rapida occhiata riassuntiva ai lavori del festival de Giornalismo di Perugia che si sono conclusi ieri, in attesa di vedere qualcuno degli interventi clou più da vicino. Di nuovo appuntamento internazionale di frontiera su informazione, nuovi sistemi organizzativi, rapporto con i social e con “quello” – come dice Emily Bell – “che un tempo era noto come il pubblico”, sopravvivenza e finanziamento, metodi di misurazione del feedback, specializzazione, programmazione, ci ha lasciato pieni di idee e di strumenti, e di materiali da studiare. Attraversato dalla forte consapevolezza del delicato momento politico italiano, il festival di Perugia si è fatto ancora una volta laboratorio sull’informazione che contribuisce a formare le scelte civiche dei cittadini.

La canzone di oggi era “Beginning of a great adventure” di Lou Reed

Ecco la puntata di oggi:

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