Archivi categoria: democrazia

Alaska XL #26 | #heartbleed

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L’8 aprile abbiamo fatto la conoscenza di Heartbleed, la più grossa e pericolosa falla di Internet mai rilevata, e che esiste da un pezzo; nella fattispecie, una falla di OpenSSL, il sistema di criptaggio delle comunicazioni e transazioni online più usato nel mondo. Nei giorni successivi sono saltati fuori dettagli anche più preoccupanti, come il fatto che l’NSA possa aver scoperto la falla quasi subito e l’abbia sfruttata ai fini delle sue operazioni di sorveglianza. Ma prima, per capire cos’è Heartbleed (e perché la prima reazione allarmistica è stata “cambiate tutte le password!”), si può cominciare da Il Post, che l’ha spiegata il 9 aprile. Qualcuno ha anche provato a illustrarne il funzionamento attraverso vignette a fumetti, come xKcd.

♫ “Amsterdam” di Daughter

Ecco la prima parte di oggi:

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Dopo settimane di trattative per ottenere le adeguate rassicurazioni di non venire arrestati o deportati, Glenn Greenwald e Laura Poitras riuscivano a rientrare negli Stati Uniti per la prima volta da quando hanno portato al mondo le rivelazioni di Edward Snowden sull’NSA. Lo hanno fatto per ritirare, insieme a Ewen MacCaskill del Guardian, il prestigioso premio Polk per il lavoro svolto sull’NSA. Janine Gibson, rientrata a Londra per dirigere il Guardian online dopo essere stata il loro direttore al Guardian americano nella fase cruciale delle rivelazioni di Snowden, guardando il video della loro premiazione li ha descritti come “i tre moschettieri di Hong Kong”. Nelle stesse ore emergeva che di Heartbleed l’NSA sapeva tutto (Bloomberg qui), e che potrebbe aver usato la fragilità della falla (senza denunciarla né invitare a correggerla) per aiutarsi nelle proprie operazioni di sorveglianza. Qui Julian Sanchez per il Guardian, qui John Naughton sull’errore umano dei programmatori e la responsabilità delle grandi aziende, qui ProPublica su cosa significa Heartbleed per le redazioni giornalistiche, qui il commento di Rusty Foster per i blog del New Yorker con le dichiarazioni di Bruce Schneier.

♫ “Trust in me” di Etta James

Ecco la seconda parte di oggi:

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In Egitto non si può più manifestare, ma intanto l’accesso alla rete si allarga, e quello che nel 2011 era il primato rivoluzionario di Twitter viene scavalcato da nuove ondate di spinta promozionale di segni diversi, riattivate dalla candidatura alle presidenziali dell’ex maresciallo Sisi, dalla voce dei Fratelli Musulmani e dalla campagna elettorale in generale. La nostra Laura Cappon al Cairo ha chiesto a uno dei più influenti blogger e attivisti egiziani di raccontarci che cosa sta succedendo, The Big Pharaoh (potete ascoltare l’intervista integrale nel podcast qui sotto).

♫ “Toumast Tincha” dei Tinariwen

Ecco la terza parte di oggi:

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David Byrne – musicista, fotografo, regista, artista visivo, sperimentatore progressista e cronista della newyorchesità, comincia a essere un tantino spaventato da quello che sta succedendo alla rete. I suoi committenti per le arti visive, quelli di Creative Time, gli hanno chiesto di scrivere un pezzo per spiegare le sue preoccupazioni, che è poi stato ripreso dal Guardian.

♫ “One fine day” di David Byrne e Brian Eno

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #25 | Amazonia

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Oggi ci dedichiamo a una quantità di scritti che la rete ha proposto nelle ultime settimane sulle vicende del colosso di vendita online Amazon, ma prima voglio aggiornarvi su alcuni altri filoni che seguiamo ad Alaska. Per quello che riguarda il destino dei prigionieri politici egiziani, ieri la nuova udienza del processo contro Alaa Abd El Fattah e i 23 arrestati per la manifestazione al consiglio della Shura è stata aggiornata al 10 maggio. Oggi l’udienza d’appello per i leader del movimento 6 aprile – Maher, Douma e Adel – si è rapidamente conclusa con la conferma della loro condanna a tre anni di carcere. Il movimento 6 aprile celebrava proprio ieri i sei anni dalla sua nascita nelle fabbriche di Mahalla, considerata l’origine della rivoluzione egiziana, e lo ha fatto con alcune migliaia di persone sui gradini del sindacato dei giornalisti al Cairo dopo una conferenza stampa, rinunciando poi al corteo che aveva indetto perché Tahrir era rigidamente presidiata dalla polizia. Oggi è anche il centesimo giorno di carcere per i tre giornalisti di Al Jazeera arrestati al Marriott, e il 76° giorno di sciopero della fame per il giornalista di Al Jazeera Abdallah el Shamy, in carcere da otto mesi senza accuse né processo. Lina Attalah di Mada Masr ha scritto un resoconto di una visita nel braccio dei detenuti politici.

Per quello che riguarda le vicende legate alle rivelazioni di Snowden sul’NSA, proseguono per varie testate, e conto di dedicare una delle prossime puntate ad aggiornarvi.

♫ “Heavy hands” di Cold Specks

Ecco la prima parte di oggi:

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Da quando Jeff Bezos è diventato anche proprietario del Washington Post, se possibile si trova sotto i riflettori più di prima. E i suoi roboanti annunci di nuove stupefacenti invenzioni per la spedizione dei pacchi, come il drone di Amazon, tengono alta l’attenzione. Per quanto Amazon sia ormai dichiaratamente un supermercato in cui si trova di tutto, il suo peso ha ancora un influsso sia sulla dicotomia fra lettura in digitale o cartaceo sia, e non solo negli Stati Uniti, sul futuro delle librerie ma soprattutto sulla cultura del libro. Qualche settimana fa il New Yorker ha proposto un lungo studio di George Packer, molto critico, della situazione di Amazon; lo traduco anche per chi non è abbonato alla rivista e perché ha dato il via a una nuova serie di commenti e discussioni, che come sentirete ruotano molto anche intorno alla segretezza dell’azienda e al fatto che anche fra gli editori si sentono sempre e solo le stesse voci dissenzienti. Nel podcast qui sotto la prima parte.

♫ “Tennessee” di Johnny Cash

Ecco la seconda parte di oggi:

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Qui la seconda metà dell’indagine di George Packer su Amazon per il New Yorker.

♫ “Breathless” di Cat Power (Nick Cave)

Ecco la terza parte di oggi:

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Poco dopo aver pubblicato il suo monumentale articolo su Amazon, George Packer ha scritto per il New Yorker una sorta di piccolo seguito, raccontando la frustrazione di trovare pochissimi interlocutori di Amazon passati e presenti disposti a parlare, così come nel mondo dell’editoria. Laura Bennett ha continuato la storia su The New Republic, descrivendo fra l’altro chi sono i “soliti noti” disposti a parlare. Infine, Andrew Leonard per Salon, dati alla mano e per il secondo anno consecutivo, sfata, la leggenda per cui grandi catene e Amazon starebbero riducendo sempre più l’attività delle piccole librerie.

♫ “Danse Carribe” di Andrew Bird

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #24 | The Sisi issue

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Un generale in divisa annuncia in diretta sulla tv di stato che darà le dimissioni da Ministro della Difesa del governo a interim e da militare, conditio sine qua non per candidarsi alle elezioni presidenziali, annuncio che avviene contestualmente. Il comunicato sulla sua candidatura appare sulla pagina Facebook dell’esercito. Poche ore dopo, dopo mesi di attesa, vengono annunciate le date delle elezioni: 26 e 27 maggio, con eventuale ballottaggio (probabilmente superfluo perché i sondaggi danno el Sisi al 51%) il 16 e 17 giugno. E’ l’Egitto tre anni dopo la rivoluzione, nel consolidamento di un percorso raramente contestato da alleati e paesi finanziatori. In Italia pochissime testate se ne occupano, come se dal destino democratico dell’Egitto non dipendesse quello dell’intera regione. Oggi voglio farvi conoscere meglio “la nuova faccia della vecchia guardia”, prodotto ad hoc per il nuovo corso di uno degli eserciti più potenti del mondo, regista di un ministero degli Interni affatto riformato e ancora sanguinario. Perché per fortuna sul web qualcuno che sa raccontarlo c’è.

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Foreign Policy ha dipinto l’incertezza di un paese senza guida, avviato su “un cammino rovinoso”, alla vigilia dell’annuncio della candidatura di el Sisi.

♫ “Nostalgia (Wallander theme)” di Emily Barker

Ecco la prima parte di oggi:

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La BBC ha affidato a Robert Springborg del King’s College il compito di tracciare un profilo del maresciallo un tempo quasi sconosciuto che si prepara a diventare presidente dell’Egitto.

♫ “Helpless” (Neil Young) di kd Lang

Ecco la seconda parte di oggi:

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Fra i media indipendenti che lottano per sopravvivere in un’atmosfera di intimidazione, Mada Masr prosegue il suo lavoro online di informazione e contesto: qui il loro profilo di el Sisi, qui quello del nuovo Ministro della Difesa che lo sostituirà, Sedki Sobhi; qui un ritratto di come sta prendendo forma la campagna elettorale di el Sisi. Qui alcune delle reazioni dopo l’annuncio della candidatura. Qui Foreign Policy dopo l’annuncio,

♫ “The classic” di Joan as Policewoman

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Veniamo ai nemici di Sisi e alle forze della società civile, traumatizzata dalle divisioni e dalla repressione, che si contrapporranno alla sua idea di “stabilità e sicurezza”. Qui Matt McBradley per il Wall Street Journal racconta il ribollire degli scioperi dei lavoratori. Il blogger Alaa Abd El Fattah è libero su cauzione soltanto da una settimana, ma ha già ripreso a pieno ritmo la sua attività di mobilitazione. Qui il suo appello perché Ahmed Maher del movimento rivoluzionario 6 aprile, suo vicino di cella nel carcere di Tora, ottenga le cure mediche che gli servono, e qui Fast Company si chiede cos’è che rende questo blogger tanto pericoloso per le autorità egiziane. In carcere ci sono ancora i giornalisti dell’ondata della “guerra al terrore”, e il Daily Beast ha deciso di scrivere la storia di Abdullah el-Shamy, arrestato a Rabaa lo scorso agosto mentre stava lavorando e in sciopero della fame da mesi.

♫ “Nobody knows the trouble I’ve seen” di Sam Cooke

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #23 | la resa dei conti

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(una delle centinaia di meme creati in questi giorni in Turchia per protestare contro il blocco di Twitter da parte del governo in piena campagna elettorale)

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Ieri, inaspettatamente e grazie alle forti pressioni di questi mesi, alla prima udienza del suo processo dopo 114 giorni nel braccio politico del carcere di Tora, al blogger egiziano Alaa Abd El Fattah è stata accordata la libertà su cauzione. Dopo due giorni di sparizione in cella di isolamento, e ancora tecnicamente sotto processo e senza certezza di assoluzione alla prossima udienza del 6 aprile (per aver infranto la legge anti-manifestazioni), se non altro Alaa ha potuto riabbracciare la sua famiglia, e non ha perso un attimo, visto che da stamattina sta twittando sui casi delle altre decine di migliaia di detenuti politici egiziani. Un gruppo di loro, quello dei reporter di Al Jazeera, è di nuovo in aula oggi, preceduto da due lettere rassicuranti del presidente a interim Mansour alle loro famiglie. Una delle questioni tragicamente messe in luce da Alaa è che i prigionieri politici hanno gradi troppo diversi di visibilità (gli stranieri più dei locali, i giornalisti più degli altri, le persone più note rispetto a quelle meno note) e che non è possibile fare una pressione sensata per la libertà di espressione e di manifestazione se non si difendono anche i diritti dei Fratelli Musulmani (benché Alaa sia politicamente in forte disaccordo con loro). A questo si aggiunge che i Fratelli Musulmani fanno propaganda solo per se stessi, reiterando il loro isolamento, e spesso sulle situazioni dei loro prigionieri mancano informazioni esatte. In una catena di eventi raccapricciante, dopo gli ammorbidimenti verso Alaa e i giornalisti di Al Jazeera che sono più visibili a livello internazionale, stamattina è arrivata la notizia della condanna a morte di 529 imputati di simpatie islamiste. Laura Cappon era in aula ieri alla notizia del rilascio su cauzione di Alaa, nella stessa Accademia di Polizia dove oggi si svolge il processo ai giornalisti di Al Jazeera; la sentiamo in diretta (qui sotto nel podcast) insieme alle voci della sorella e del padre di Alaa che ha raccolto per noi. Qui il brevissimo video che documenta il momento della scarcerazione di Alaa ieri sera.

♫ “Dove si va da qui” degli Afterhours

Ecco la prima parte di oggi:

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Qui nel podcast la seconda parte della diretta con Laura Cappon dal Cairo.

♫ “Crucify your mind” di Rodriguez

Ecco la seconda parte di oggi:

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Dopo il blocco di Twitter in Turchia (in piena campagna elettorale) e la straordinaria iniziativa degli utenti turchi che hanno aggirato il blocco attraverso i DNS (anche questi ostacolati dal governo), vi propongo qualche riflessione dalla rete sulla mossa di Erdogan, annunciata giorni prima. Qui Heather Timmons per Quartz, qui Kevin Rawlinson per il Guardian, qui Zeynep Tufekci su Medium.

♫ “Slow revolution” di Alexi Murdoch

Ecco la terza parte di oggi:

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Mentre proseguono le rivelazioni basate sui file trafugati da Snowden all’NSA, Natasha Lennard su The New Inquiry fa una lunga riflessione sul rapporto fra libertà della rete, attivismo e sorveglianza, che vi traduco qui sotto nel podcast.

♫ “We know who u R” di Nick Cave & the Bad Seeds

Ecco la prima parte di oggi:

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Alaska XL #21 | la costituzione nascosta

66.	 Class room, Sultana Malak Palace, Heliopolis, Cairo. 2011

fotografia di Xenia Nikolskaya, Cairo.

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Oggi vi propongo tre lunghi testi integrali, realizzati nella versione italiana grazie al prezioso contributo ad Alaska di Alessandra Neve e Cristina Contini, e pubblicati anche nella raccolta di traduzioni che vedete nella colonna qui a destra. Si tratta di tre fonti e tre argomenti diversi, che però confluiscono in una serie di interrogativi e intrecci molto simili, e che credo si manifesteranno chiaramente alla lettura. Comincio dallo scritto più recente dell’attivista egiziano Alaa Abd El Fattah, che in queste ore ha superato il centesimo giorno di detenzione senza che sia nemmeno stata fissata una data per il suo processo. Partendo dalle proprie letture in cella, e dall’arrivo nel braccio dei detenuti politici del carcere di Tora di alcuni compagni torturati in un altro carcere, Alaa ha scritto un articolo in arabo per al-Wadi, intitolato “Autismo” e pubblicato il 4 marzo. Il concetto, potentissimo, di “costituzione nascosta”, è suo e l’ho preso in prestito per dare il titolo a questa puntata. La zia di Alaa, la scrittrice Ahdaf Soueif, come sempre lo ha tradotto in inglese pubblicandolo su Facebook. Io l’ho tradotto per voi in italiano.

♫ “Like a king” di Ben Harper

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La tecnosociologa turca Zeynep Tupefkci, che insegna negli Stati Uniti, scrive spesso per la piattaforma gratuita Medium, che al suo interno ospita una testata precedente per testi di lungo formato, Matter, impaginata secondo gli stessi criteri. Per Matter, Zeynep ha pubblicato a fine febbraio, nel pieno dell’occupazione della Maidan di Kiev, un saggio/riflessione sulla sorveglianza digitale che sovrappone la sua posizione sulla raccolta di dati ai fini della campagna elettorale americana, la sua presenza all’occupazione di Gezi Park nella sua città natale, Istanbul, e l’influsso delle rivelazioni di Snowden sull’operato dell’NSA. A sottolineare il contrasto fra i vari piani del testo, Zeynep ha impaginato il suo scritto con le fotografie in bianco e nero scattate fra i lacrimogeni a Istanbul da Mstyslav Chernov. Ad aggiungere un ulteriore dimensione multimediale, in fondo al testo si trova anche il podcast audio con la lettura fatta da Jack Stewart. Nei credits alla fine del testo, Zeynep cita anche il lavoro di editing di Jim Giles and Bobbie Johnson, il fact-checking di Cameron Bird, e la correzione delle bozze di Tim Heffernan – facendo di questo singolo articolo una mini-produzione collettiva. Alessandra Neve ha realizzato la versione integrale del testo in italiano.

♫ “Gold Dust” di Tori Amos

Ecco la seconda parte di oggi:

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Qui la seconda metà della traduzione da Zeynep Tufeckci.

♫ “Elephant Gun” di Beirut

Ecco la terza parte di oggi:

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Nell’ambito dell’inchiesta del Parlamento Europeo sulla sorveglianza elettronica sui suoi cittadini, Edward Snowden ha risposto alle domande di alcuni parlamentari. Il Parlamento Europeo ha pubblicato l’integrale delle sue risposte scritte qui.  Cristina Contini lo ha tradotto in italiano per Alaska. 

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #20 | the media issue

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(foto di Ilya Varlamov, Kiev, gennaio 2014)

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Mentre Russia e Ucraina giocano a Risiko, Sarah Kendzior su Politico se la prende con Buzzfeed per il richiamo spettacolare delle foto dalla Maidan di Kiev; Emily Bell sul Guardian le risponde. Intanto, alla villa di Yanukovich, i giornalisti hanno unito le forze per proseguire il lavoro sulle carte dell’ex presidente (yanukovichleaks.org, di cui vi parlavo la settimana scorsa) e Drew Sullivan ci racconta qualcosa di più sulla tradizione del giornalismo investigativo ucraino che ha portato a questo sforzo.

♫ “The Classic” di Joan as Policewoman

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Intanto il Newsweek cartaceo torna in edicola, Clay Shirky scatta una fotografia del calo di audience e pubblicità delle tv americane a favore di altri media, e la squadra originaria dei file di Snowden (Greenwald, Poitras – ora a The Intercept – e MacAskill, al Guardian) riceve il prestigioso premio Polk per il lavoro fatto per il Guardian mentre su The Intercept esce la nuova storia sulle infiltrazioni e falsificazioni del GCHQ. Ben Cardew per il Guardian si chiede se The Intercept stia invitando tutti a confrontarsi con un nuovo modello di mezzo di informazione. E Greenwald risponde alle ennesime provocazioni di Pando (sul coinvolgimento di Pierre Omidyar nello scenario politico ucraino), con un lungo pezzo su come misurare l’indipendenza del giornalismo anche quando a finanziarlo sono miliardari con interessi politici.

♫ “Helpless” (Neil Young) di KD Lang

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Scandali, intercettazioni, legge su Internet – la Turchia alle prese con i suoi fitti intrecci fra media, interessi economici e trasformazioni politiche. Il blog Econoscale disegna per noi tutto il panorama dei media turchi.

♫ “The Curse” di Agnes Obel

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Mentre i giornalisti di Al Jazeera arrestati in Egitto sono in carcere ormai da due mesi, vale la pena di segnalare la relazione di Human Rights Watch sulla repressione della stampa nel paese.

♫ “Snake Eyes” dei Milk Carton Kids

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Alaska XL #18 | nell’attesa

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(una fotografia di David Pogue durante la tempesta di neve di questi giorni sulla East Coast)

Oggi puntata flessibile in attesa dell’annuncio ufficiale dell’incarico a Renzi. Voglio segnalarvi alcuni post estremamente interessanti della settimana appena trascorsi, sia da blog puri che da testate online.

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Cominciamo con Donatella della Ratta, manager dell’organizzazione internazionale Creative Commons per il mondo arabo, che come fa da tanti anni è stata all’ultima edizione ad Amman dell’Arab Bloggers Meeting e ha scritto una relazione molto istruttiva.

♫ “Stay awake” dei London Grammar

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Dall’Egitto, insieme alla notizia della candidatura di Hamdeen Sabbahi e Sami Anan alle presidenziali, a quella della bomba a bordo di un autobus turistico ieri a Taba (una sorta di – prevedibilissimo – ritorno agli anni Novanta), e a quella dello sciopero di quasi 32mila lavoratori alle fabbriche tessili di Mahalla arrivato al suo ottavo giorno, arrivano alcune ricostruzioni importanti. Bel Trew e Osama Diab per Foreign Policy scrivono di come i tycoon dell’era di Mubarak, uno ad uno, si stanno ricomprando il ritorno in Egitto. Hossam Baghat indaga nella cronologia della liberazione dei jihadisti dalle carceri egiziane, Bassem Sabry fa qualche ipotesi sulle ragioni della candidatura di Hamdeen Sabbahi alle presidenziali. Intanto Irisheyesoncairo riflette sulla domanda che tanti si stanno facendo nel clima di oggi: “devo restare o devo andare?” (e si risponde “resto”).

♫ “Breathless” di Nick Cave nella versione di Cat Power

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Poche ore dopo la nascita di The Intercept, diretto da Glenn Greenwald, Jeremy Scahill e Laura Poitras, su Medium compariva già una ragionata reazione di Melissa Byrne al gap di genere fra i redattori della nuova testata – tutti numeri uno, ma 9 uomini a fronte di 3 donne. Andy Carvin, che adesso cura l’engagement di The Intercept, ha rilanciato il post sottolineando che la nuova redazione è consapevole del problema e sta lavorando per risolverlo.

E in materia di sorveglianza, ecco un po’ di cose da leggere: su Wired l’intervista di Fabio Chiusi ad Antonio Casilli sulla privacy; su Tech President quella di Carola Frediani ad Annie Machon sulla protezione dei whistleblower; su Medium la tecnosociologa Zeynep Tufekci scrive delle reazioni presunte esagerate dei difensori della privacy alle rivelazioni sulla sorveglianza dell’NSA.

♫ “Stay young” degli Okkervil River

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Infine, in Italia… Davanti all’ennesimo pontificare disinformato sulla “regolamentazione” del web, che sta diventando pericoloso, Arianna Ciccone scrive per Valigia Blu, aiutandosi con altri pareri interessanti.

♫ “The winter song” di Sarah Bareilles

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Alaska XL #17 | libertà di parola

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(un esempio della campagna di solidarietà dei giornalisti per la liberazione dei colleghi di Al Jazeera detenuti in Egitto – la protesta organizzata davanti all’Ambasciata Egiziana di Nairobi, fotografia di Tristan McConnell)

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Tristan McConnell, autore della fotografia qui sopra, scrive da Nairobi che la carcerazione in Egitto del collega australiano di Al Jazeera Peter Greste (appena trasferito dopo più di un mese di detenzione insieme a Mohamed Fahmy in un carcere meno duro) è un problema non suo, ma di tutti.

Il commentatore politico H.A.Hellyer scrive “non sono un giornalista, ma il minimo che posso fare è rendere loro omaggio”. Poche ore dopo la messa in onda a scopi propagandistici su una tv privata del video dell’arresto al Marriott di Peter Greste e Mohamed Fahmy – condannata da Al Jazeera – la giornalista olandese Rena Netjes è dovuta fuggire dall’Egitto con l’aiuto della sua ambasciata: qui il racconto di The Lede, qui l’intervista con Rena del Daily News Egypt. L’attivista egiziana Sarah Carr viene ospitata sulle pagine del Guardian, dove racconta cosa significhi la repressione e persecuzione dei giornalisti. Il Committee to Protect Journalists ci ricorda che a questo punto non c’è più un solo giornalista di Al Jazeera a lavorare in Egitto, nonostante le bizzarre rassicurazioni del Ministro degli Esteri del governo ad interim, Fahmy, appena rientrato da una missione all’estero in cui diversi governi gli hanno fatto presenti le loro rimostranze per il trattamento riservato ai reporter. Lo stesso Peter Greste scrive una seconda lettera dal carcere.

Intanto Alaa Abd El Fattah è in carcere da due mesi e mezzo, e oggi si svolge l’udienza per l’appello di Maher, Douma e Adel, già condannati a 3 anni di carcere.

♫ “On my way” di Valerie June

Ecco la prima parte di oggi:

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Stamattina presto, a un orario quasi più favorevole al pubblico europeo che a quello americano (e al fuso orario di Rio de Janeiro dove si svolgono tutte le operazioni di base), è nato The Intercept, la nuova testata giornalistica della First Look Media di Pierre Omidyar e diretta da Glenn Greenwald, Jeremy Scahill e Laura Poitras. Negli ultimi giorni era arrivato l’”acquisto” di Andy Carvin come engagement editor (qui l’annuncio sul suo blog, qui il Washington Post, qui GigaOm), subito dopo quello di Marcy Wheeler che seguiva le vicende della sorveglianza per il Guardian. Il team – fra giornalismo investigativo, blogging, libertà di espressione, diritti civili e citizen journalism – lo trovate tutto radunato qui. Qui Glenn Greenwald sulle intenzioni della squadra, e qui la dichiarazione di intenti. Per incoraggiare le fonti a farsi avanti in un ambiente sicuro, The Intercept userà SecureDrop e una chiave PGP per contattare ogni reporter con e-mail sicure. Come ampiamente previsto, dalla collaborazione fra Greenwald e Scahill nasce una nuova investigazione nel ruolo dell’NSA nelle incursioni dei droni militari americani, che diventa il pezzo d’esordio della testata.

♫ “Sirens” dei Pearl Jam

Ecco la seconda parte di oggi:

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Diversi dei reporter arrivati a Sochi per i Giochi Olimpici invernali con la valigia sono stati dirottati dalla cronaca sul campo in Ucraina dove stavano seguendo la gelida e scura Euromaidan. Oggi alcune testimonianze da Kiev, ma prima ancora, una breve descrizione di come la Euromaidan è diventata virale. Tatiana Chornovil (tradotta da Olia Knight) scrive un appassionato post sul suo blog. Il fotografo russo Ilya Varmalov ha scritto un reportage attraverso le didascalie delle sue foto guardando la piazza dalla parte della polizia, il Post le ha pubblicate in italiano qui. Brian-Michel La Rue, canadese, racconta su Medium i suoi giorni di detenzione a Kiev.

♫ “All my days” di Alexi Murdoch

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I nuovi emendamenti in Turchia alla legge su Internet sono molto preoccupanti – Mathew Ingram li riassume, e Thijs De Bekker ne fa un ottimo resoconto per The Atlantic Post. Intanto il giornalista Mahir Zeynalov è stato deportato dalla Turchia per aver usato un tono critico verso il governo in alcuni tweet.

♫ “Snake eyes” dei Milk Carton Kids

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #16 | “we are not afraid„

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(uno dei graffiti di Ammar Abo Bakr a Mohammed Mahmoud, Cairo, utilizzati come transizioni nel montaggio del documentario The Square)

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Mentre la Tunisia approva con gioia la sua nuova costituzione (qui una prima traduzione in inglese del testo), e dopo la repressione violenta delle manifestazioni del 25 gennaio, l’Egitto stravolto ha vissuto in pochi giorni il cambiamento della roadmap con l’anticipazione delle presidenziali sulle parlamentari, la promozione del generale Sisi a maresciallo, il comunicato del Consiglio Supremo dell’Esercito che dà il via libera alla sua candidatura alle presidenziali, la nuova udienza per il presidente deposto Morsi, e l‘incriminazione ufficiale per terrorismo per 20 giornalisti, di varie nazionalità, fra i quali i reporter di Al Jazeera (fra di loro ci sono Abdallah el Shamy, arrestato lo scorso agosto mentre lavorava al sit-in dei Fratelli Musulmani a Rabaa, e fratello del fotografo Mosa’ab El Shamy, e Mohamed Fahmy, cioè @repent11 – qui la tv alTahrir fa circolare a scopi propagandistici il video girato al momento del loro arresto all’hotel Marriott del Cairo, montata con musiche da thriller ). Qui le accuse. Il tutto nell’apparente indifferenza internazionale, nonostante i ripetuti appelli delle associazioni per i diritti umani (qui l’opinione di Cynthia Schneider per la CNN sull’atteggiamento americano, dopo aver visto The Square). Jonathan Moremi ha parlato con gli uffici dei ministeri degli Esteri interessati dagli arresti dei giornalisti, scoprendo in particolare l’assoluta indifferenza del Canada. Il giovane giornalista Abdallah el Shamy (vedi sopra) scrive confermando che proseguirà il suo sciopero della fame. Venerdì prossimo, torna in tv lo show satirico di Bassem Youssef, che ha trovato una nuova casa – saudita.  Mahmoud Salem (@Sandmonkey) scrive di quanto (non) sia sicuro il paese nelle mani del generale maresciallo el Sisi (NB: dopo il suo pezzo, l’attivista Nazly Hussein è stata rilasciata). Bassem Sabry per Al Monitor ha quattro domande sul futuro del maresciallo Sisi.

♫ “Waist deep in the big muddy” di Pete Seeger

Ecco la prima parte di oggi:

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Pete Seeger ha firmato, it’s “all for now”, come faceva lui – la firma col suo nome intrecciata alla sagoma di un piccolo banjo. Uno dei più grandi testimoni civili del nostro tempo, come il compagno di un tempo Woody Guthrie che ha contribuito a tener vivo nella memoria collettiva, era convinto che la canzone popolare di lotta fosse un software libero, e che la sua vitalità tornasse a riempirsi di senso ogni volta che qualcuno ne aveva bisogno. Mai nostalgico, sempre attento al presente, a 92 anni nell’inverno del 2011 aveva condotto i manifestanti di Occupy Wall Street per le strade di New York come un pifferaio magico, cantando We shall overcome. Molti musicisti suoi allievi e ammiratori gli hanno reso omaggio in questi giorni: qui il ricordo di Ani di Franco. Qui Springsteen, Mellencamp e Neil Young. Qui The New Republic con un’intervista inedita del 2007. Qui la trascrizione della storica testimonianza di Pete Seeger davanti alla Commissione sulle Attività Anti-Americane di McCarthy. Qui l’omaggio sul blog del New Yorker.

♫ “Whose side are you on?” di Pete Seeger nella versione di Ani di Franco

Ecco la seconda parte di oggi:

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Su iniziativa di due parlamentari norvegesi, e dopo altre due sollecitazioni, Edward Snowden è entrato nelle candidature per il Nobel per la Pace. Qui il video del dibattito “After Snowden” alla Columbia University. Intanto, altre rivelazioni sull’NSA continuano a fioccare (con il primo pezzo di Greenwald per la NBC – qui le orride slide dell’NSA), con il coinvolgimento di Angry Birds e la vulnerabilità delle app (qui il Post). Qui un buon riassunto del Guardian. Intanto, la televisione tedesca NDR, forte dell’interesse dei suoi spettatori per le vicende relative alla sorveglianza, è riuscita a realizzare un’intervista molto interessante in Russia con un Edward Snowden lucido e saggio – intervista che negli Stati Uniti è stata praticamente oscurata. Qui trovate l’originale in inglese della conversazione in video, qui la trascrizione. Alessandra Neve l’ha tradotta in italiano per noi, potete leggere qui la traduzione e ascoltarla nel podcast qui sotto.

♫ “We shall overcome” di Pete Seeger nella versione di Bruce Springsteen

Ecco la terza parte di oggi:

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Il produttore di origine araba Ahmed Shihab El Din (che su Twitter conoscete come @ASE) viaggia di frequente e viene fermato in continuazione ai controlli in aeroporto, a volte per due o tre ore alla volta. E non è certo il solo, accompagnato com’è da tante altre persone di pelle scura, dai nomi non anglosassoni, spesso con i loro bambini. Stavolta, dopo una trasferta di lavoro a Davos e un viaggio lampo in Kuwait dai parenti, si è stufato e ha pubblicato su Huffington Post un resoconto demoralizzante, anche a nome di tutti coloro che subiscono il suo stesso destino, che diventa una riflessione sulla presunta “sicurezza”.

♫ “The ghost of Tom Joad” di Bruce Springsteen feat. Pete Seeger

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #14 | porti delle nebbie

viagothamist

(foto via Gothamist)

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Oggi dedichiamo grosso modo la prima parte della trasmissione a fare un punto delle vicende legate alle rivelazioni di Edward Snowden sulla sorveglianza elettronica dell’NSA – che continuano a tenere banco con il discorso di Obama di venerdì scorso, le misure di contenimento che ora dovranno essere discusse dal Congresso, il coinvolgimento degli altri paesi, la rigida posizione inglese, il destino dei whistleblower e di Snowden in particolare (qui l’opinione di Daniel Ellsberg, che 40 anni fa rivelò i Pentagon Papers), le questioni legate ai sistemi di cifraggio delle comunicazioni, il rapporto fra governo federale e aziende private alle cui infrastrutture le agenzie federali si appoggiano di fatto per la sorveglianza, e la discussione etica su nuovo giornalismo e sui diritti civili elettronici. Nella seconda parte daremo un’occhiata a due documentari di cui è stato appena annunciato l’ingresso fra le nomination all’Oscar, entrambi molto legati alla vita della rete e ai temi che discutiamo qui, e vi racconterò una storia emblematica di tecnologia in Sudafrica.

Dopo la divulgazione a dicembre dei risultati della commissione sull’NSA da lui stesso istituita, Obama ha parlato venerdì, con un discorso diventato indispensabile dopo le rivelazioni di Snowden emerse in questi sei mesi, e allo stesso tempo ancora più vago di quanto ci si potesse aspettare (qui trovate la trascrizione). Incerto e a disagio, Obama ha tentato di rassicurare il cittadino medio americano, ammettendo la necessità di limiti alla sorveglianza (così tipica degli assetti sociali a cui i suoi stessi modelli un tempo si ribellarono) ma ribadendone la necessità per l’anti-terrorismo, e sostanzialmente mentendo o restando evasivo sulle parti più importanti della vicenda. Le vaghe modifiche alla procedura che ha annunciato non risolvono il problema di fondo – che sia sbagliato e illegale raccogliere indiscriminatamente (e conservare) centinaia di milioni di metadati di comuni cittadini. Qui il punto di ProPublica, qui il punto di Freedom of the Press (di cui Snowden è entrato a far parte), qui quello di Glenn Greenwald. La sera prima del discorso di Obama, sono arrivate le nuove rivelazioni sull’impressionante programma Dishfire per la raccolta quotidiana di centinaia di milioni di sms, divulgate dal britannico Channel 4 insieme al Guardian.

♫ “Wise up ghost” di Elvis Costello & The Roots

Ecco la prima parte di oggi:

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Come sapete, in Italia non c’è una grande attività di stampa sulle rivelazioni sull’NSA e sulle questioni della sorveglianza elettronica, fatto salvo per il lavoro di Stefania Maurizi con Greenwald per l’Espresso e, come vi ho raccontato in varie occasioni, quello di Fabio Chiusi, che conoscete per il suo blog Il Nichilista e per il suo lavoro per il Messaggero Veneto e Repubblica. Chiusi ha pubblicato proprio venerdì scorso, in collaborazione con Valigia Blu, un ebook gratuito che riesce a riassumere punto per punto per i lettori italiani la vicenda per come si è dipanata fin qui. Mi è sembrata un’ottima occasione per averlo finalmente ospite ad Alaska, e ci colleghiamo in diretta con lui per fare il punto della situazione (potete riascoltare la conversazione nel podcast qui sotto).

♫ “Sirens” dei Pearl Jam

Ecco la seconda parte di oggi:

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Erano in pole position, ma la conferma è arrivata da poco: Dirty Wars di Jeremy Scahill e The Square di Jehane Noujaim sono candidati all’Oscar nella categoria Miglior Documentario. In modi diversi, sono due film importanti per la vita della rete e per la possibilità di raccontare la Storia con la S maiuscola in tempo reale. Jeremy Scahill, come sapete, è un celebre reporter che indaga sulle parti più segrete dell’apparato militare americano in Iraq, Afghanistan e Yemen, e che farà parte della redazione della nuova testata di Pierre Omidyar affidata a Greenwald – Dirty Wars traduce in una storia per immagini l’indagine che aveva pubblicato nel suo libro Dirty Wars. Jehane Noujaim, già regista di Control Room (documentario su Al Jazeera), egiziano-americana, ha girato The Square con il suo team tutto in presa diretta a Tahrir e ha vinto il premio del pubblico al Sundance Festival con una versione incompiuta del documentario, che ha rimontato in questi mesi, comprimendone ulteriormente la cronologia per arrivare fino al primo massacro dei Fratelli Musulmani, quello davanti alla sede della Guardia Repubblicana dopo il colpo di stato. Entrambi i film – diversi ma uniti da una forte scelta narrativa in soggettiva – sono stati proiettati nei festival più importanti e arriveranno nei vari paesi con modalità diverse. The Square, come vi avevo raccontato, è stato finanziato attraverso il crowdfunding con un progetto su Kickstarter e il contratto di distribuzione è stato stipulato con Netflix (che vincerebbe così il suo primo Oscar, nel caso) – in Egitto è ancora in attesa del visto della censura e gli egiziani hanno potuto vederlo soltanto in una breve finestra temporale ieri sera quando una versione in bassa qualità – ora rimossa – è comparsa su YouTube, e per l’Italia bisognerà aspettare un bel po’. Di Dirty Wars, per chi se lo fosse perso nella rara proiezione al Milano Film Festival, si può invece acquistare o noleggiare il download in sterline direttamente dal sito ufficiale. Qui Yasmine Rashidi dal Cairo su The Square per il New Yorker, qui l’intervista a Jeremy Scahill di Democracy Now!. Li ho visti entrambi e vi racconto un po’ le mie impressioni (potete recuperare l’audio qui sotto nel podcast).

♫ “Hunter of Invisible Game” di Bruce Springsteen

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Un’azienda tecnologica sudafricana di enorme successo ma dalle radici che affondano nel passato cupo del paese. E’ la Naspers, e la racconta John McDulin per Quartz.

♫ “We live again” di Beck

Ecco la quarta parte di oggi:

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