Alaska XL #31 | i nostri nuovi problemi

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Ben ritrovati! Vi ricordo che Radio Popolare è nel pieno della sua campagna di sostegno, abbonatevi se non l’avete ancora fatto e acquistate la nostra maglietta in radio, alle nostre iniziative e al Carroponte, dove fra pochi giorni cominciano le nostre dirette dei mondiali di calcio in Brasile.

Oggi ricapitoliamo un po’ di vicende digitali che avevamo lasciato in sospeso per lasciare spazio al blog in diretta delle elezioni egiziane – argomento che, dopo la vittoria e l’insediamento ieri alla presidenza dell’ex maresciallo Sisi riprenderemo nella prossima puntata, penultima della stagione, con diversi approfondimenti interessanti. Oggi dunque le novità sulla vicenda Snowden/NSA, la guerra online fra Amazon e il gruppo editoriale Hachette, e la curiosa sentenza europea che obbliga Google a garantire il “diritto all’oblio” in rete. Tutte e tre le questioni vedono parti contrapposte e suscitano vari tipi di tifoserie, ma il loro vero valore e interesse, ancora una volta, è quello di spingerci a riflettere sulla trasformazione impressa dalla rete alla nostra vita pubblica, con la necessità di trovare nuovi equilibri etici e legali.

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Edward Snowden ha concesso un’ora di intervista televisiva alla NBC, e ha partecipato qualche giorno fa in diretta video al Personal Democracy Forum (qui trovate l’integrale del suo intervento). Glenn Greenwald ha pubblicato il suo libro sulla vicenda NSA, “No place to hide”, e lo ha presentato di persona a New York e in alcuni paesi europei compresa l’Italia. La public editor del New York Times, Margaret Sullivan, ha bacchettato pubblicamente l’autore della recensione del libro di Greenwald che è uscita sabato sulla New York Times Book Review, e intanto un’altra infornata di file di Snowden ci informa su come l’NSA applica il riconoscimento facciale a fini di sorveglianza a vaste quantità di foto private. L’NSA contesta a Snowden di aver mai presentato reclami formali sulle politiche dell’agenzia quando ancora ci lavorava (lui sostiene di averlo fatto più volte) e per dimostrarlo ha pubblicato una email innocua di quel periodo. Sullo sfondo, prospera e scricchiola e di nuovo prospera il Guardian, il giornale che più ha abbracciato la battaglia di Snowden contro la sorveglianza fino a farne una vera e propria strategia di sbarco negli Stati Uniti – dal Pulitzer fino al ruolo giocato da Janine Gibson nella vicenda del cambio di direzione al New York Times.

Come sfondo del clima di questi giorni, vale la pena segnalarvi il duro attacco a Snowden e Greenwald di George Packer (lo stesso giornalista che per il New Yorker aveva composto la straordinaria storia di Amazon che vi avevo sintetizzato qualche settimana fa), pubblicata il 22 maggio su Prospect Magazine. Intanto veniva rilasciato l’hacker Sabu (Hector Xavier Monsegur, il principale delatore di Jeremy Hammond) per la sua “straordinaria collaborazione con l’FBI” nel rivelare il funzionamento di LulzSec (spesso considerata un’infiltrazione nel lavoro di Anonymous). E TrueCrypt, lo strumento di crittaggio utilizzato da Snowden, chiudeva per “mancanza di sicurezza”. Intanto è arrivato l’annuncio che uno dei due film in preparazione su Snowden verrà diretto da Oliver Stone.

Qui il Guardian sulla valanga (“ingestibile”) di richieste ricevute dall’NSA sotto il Freedom Information Act dalle prime rivelazioni di Snowden in poi. Qui il New York Times sulla raccolta di “facce” che l’NSA colleziona sul web per il riconoscimento facciale.

L’apparizione di Edward Snowden al Personal Democracy Forum giovedì scorso ha coinciso con il lancio di ResetTheNet (per il crittaggio totale) e della Courage Foundation (per finanziare la sua difesa legale). La sua intervista per la NBC non è più disponibile su YouTube (dove trovate comunque qualche estratto), ma qui trovate il frammento rimasto escluso dal montaggio (nel quale parla della “scomparsa” di fatto del Quarto Emendamento in favore di una “sorveglianza pre-criminale”), e qui il racconto di come è stata preparata. Qui la sintesi che ne ha fatto Rolling Stone (che a dicembre del 2013 aveva preparato un memorabile factchecking sulla figura di Snowden), individuando i 6 punti più importanti emersi dall’intervista. Poiché Snowden aveva rifiutato per un anno intero le proposte di interviste mainstream americane, Huffington Post analizza qui il suo cambio di strategia. Qui la vecchia lettera di lavoro di Snowden (o, come poi ha specificato lui dopo averla vista, la porzione di lettera) fatta circolare dall’NSA. Qui l’opinione di The New Republic sull’intervista NBC (conferma, secondo loro, dell’arroganza di Snowden). Michael Hayden, ex Cia ed ex direttore dell’NSA, ha pesantemente criticato la NBC per aver fornito “una piattaforma a Snowden”.

Dal Dipartimento di Stato americano è arrivata, per bocca di John Kerry in persona, l’ingiunzione a Snowden di tornare negli Stati Uniti per affrontare le conseguenze legali del suo gesto (“codardo”, e “sii uomo”…). Daniel Ellsberg, il whistleblower dei Pentagon Papers che Kerry cita come esempio alternativo (forse perché più vicino, ai tempi, alle sue posizioni critiche sulla guerra in Vietnam) si è fermamente sottratto a questo tentativo di accattivarselo per colpire Snowden, e ha pubblicato sul Guardian una disamina della differenza fra le conseguenze legali per un whistleblower di allora e quelle che si troverebbe ad affrontare Snowden negli Stati Uniti di oggi.

Il libro di Greenwald, che ho letto per voi in questi giorni, è un libro solido, con la ricostruzione del “giallo” di Snowden a Hong Kong nella prima e terza parte, e al centro una sintesi dei punti cardine della questione della sorveglianza elettronica globale – forse la meno appassionante dal punto di vista narrativo ma anche la più utile – e una tirata forse un po’ troppo didattica e personalistica sulla contrapposizione fra giornalismo compiacente e giornalismo avversariale. Qua e là alcuni dettagli fondamentali su chi ha quali file di Snowden, sul ruolo del Washington Post, su come ha funzionato la collaborazione con il Guardian comprese le differenze di vedute e il ruolo fondamentale della allora direttrice del Guardian US, Janine Gibson.

In Italia per presentare il libro, Greenwald ha parlato con diversi giornalisti, a mio parere i resoconti più interessanti sono questi: il racconto di Luca Sofri del loro incontro, e la lunga intervista realizzata da Linkiesta.

Qui la recensione del libro di Greenwald preparata per la New York Review of Books da Michael Kinsley, che oltre a contestare lo spirito da “teoria del complotto” del libro accusa Greenwald di assumere un tono da “zitella acida”, e qui la risposta dello stesso Greenwald, che ha fatto ormai della discussione sul giornalismo e della linea troppo poco avversariale dei media tradizionali uno dei filoni della vicenda NSA. La recensione, ancora prima di uscire sul cartaceo, era già stata criticata dai lettori dell’online e bacchettata con una certa durezza dalla public editor del New York Times, Margaret Sullivan, che ha poi ospitato le obiezioni di Kinsley. Il celeberrimo blogger e giornalista Andy Sullivan, pur essendo molto vicino a Greenwald, ha colto l’occasione per argomentare contro il principio che possa essere lui l’unico arbitro di cosa vada o non vada pubblicato dei file di Snowden nell’interesse pubblico. Per Adam Kirsch di The New Republic, bene ha fatto la New York Review of Books a difendere il diritto del recensore di esprimere opinioni personali su libro e autore.

Infine, se vi ricordate che vi avevo sempre descritto la missione del Guardian come “la conquista dell’universo”, potrebbe interessarvi questo pezzo straordinario di Michael Wolff per GQ, che descrive il giornale britannico, pur con tutto il suo coraggio, come un “nido di vipere”, ricostruendo la funzione dei file di Snowden nel suo piano di sviluppo americano, e il ruolo di Janine Gibson, che nelle ore del Pulitzer stava trattando con Jill Abramson per andare al New York Times ad affiancare Baquet, cosa che è costata alla Abramson la cacciata, a Baquet ha guadagnato la direzione, e alla Gibson la soddisfazione di portarsi al Guardian Aron Pilhofer, uno dei massimi esperti di giornalismo digitale e uno degli assi nella manica del New York Times.

♫ “The death of Queen Jane” di Oscar Isaac (colonnna sonora di “A proposito di Davis”)

Ecco la prima parte di oggi:

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Dopo un paio d’anni di relativa pace negli accordi fra Amazon e i grandi gruppi editoriali, è di nuovo scontro, stavolta fra il gigante delle vendite online e un gruppo editoriale molto potente, Hachette. I due non sono riusciti a trovare un accordo sul prezzo degli ebook (la precedente sentenza dice che a stabilirlo è l’editore, ma Amazon avrebbe il diritto di praticare sconti fino al 30%, che si rifletterebbero sul guadagno dell’editore stesso), e così Amazon ha cominciato una guerra fredda a colpi di sospensione delle vendite dei libri Hachette, prenotazioni sparite di libri Hachette in uscita, consigli di acquisto di titoli alternativi a quelli Hachette, fino all’invito all’acquirente a rivolgersi ad altri venditori. Di questa “interruzione commerciale” Amazon ha dato annuncio ai propri clienti qui, ma è stata bersagliata di critiche da ogni parte, accusata di usare sistemi ricattatori in una trattativa in corso e di tradire quella che ha sempre dichiarato essere la sua missione, cioè fornire il servizio migliore ai propri clienti. In realtà, le cose non stanno esattamente così, visto che il gruppo Hachette non è un fragile editore indipendente e che le questioni del monopolio sia di vendite sia di acquisto si fa sempre più complesso nell’ecologia della rete. Secondo alcuni commentatori, il vero motivo per cui Amazon si è resa antipatica con questa rappresaglia verso Hachette è che i libri sono considerati una merce “affettiva”, diversa da ogni altra. Qui Laura Hazard Owen su GigaOm con una ricostruzione di quello che si è visto sul sito di Amazon da fine maggio. Qui il parere critico di Suzanne McGee nella sezione economica del Guardian, qui quello dello scrittore David Gaughran che invita alla prudenza nella tifoseria, qui Parker Higgins della Electronic Frontier Foundation sulla gestione dei diritti digitali di Amazon, e qui Bob Kohn commenta per il NYT su cosa dovrebbero fare gli editori per difendersi dalla prepotenza di Amazon.

♫ “Heart is a drum” di Beck

Ecco la seconda parte di oggi:

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A fine maggio, Google ha messo online un modulo per chi voglia richiedere la rimozione dai risultati di ricerca di link non più rilevanti sul proprio conto. E’ la conseguenza delle richieste contenute in una sentenza della Corte di Giustizia Europea su quello che viene chiamato “diritto all’oblio”. Google comincia con l’ottemperare a questo obbligo legale in Europa, ma allo stesso tempo, accompagnato in questo da una vasta discussione fra gli esperti, si attrezza per sollevare preoccupazioni e resistenze e mettere in moto nuovi ragionamenti. Il Post ricapitola qui l’accaduto, e qui pubblica il dettagliato parere contrario di Carlo Blengino. Qui Wired intervista il filosofo italiano Luciano Floridi, che Google ha inserito nel team che dovrà valutare le implicazioni del diritto all’oblio.

♫ “Snake Eyes” dei Milk Carton Kids

Ecco la terza parte di oggi:

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Alaska XL #29 | il giardino dei dubbi

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(Brown Moses che si prepara a salire sul palco del Teatro la Sapienza di Perugia)

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Come promesso, voglio dedicare la puntata di oggi ad alcuni dei filoni fra i tanti interessanti che sono stati affrontati qualche giorno fa alla settima edizione del Festival del Giornalismo di Perugia. Impossibile com’è pretendere di descriverli e riassumerli tutti, cercherò di dare spazio ad alcuni dei temi fra quelli che ho seguito direttamente e quelli che invece, come fanno in molti, ho recuperato online al mio ritorno – sotto forma di articoli scritti dai collaboratori stessi del festival o di video integrali dei panel.

Cominciamo da una relazione precedente all’inizio del festival. Si trattava, come sapete, della prima edizione al cui finanziamento ha contribuito una raccolta di fondi in crowdfunding. Qui un’analisi dei numeri e di come vari nuclei sui social media hanno contribuito a muoverli.

♫ “Tennessee” di Johnny Cash

Ecco la prima parte di oggi:

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Come vi avevo raccontato qui qualche settimana fa, è vivo il dibattito su come il cosiddetto “giornalismo esplicativo” stia fiorendo nelle start-up che fanno concorrenza alle grandi testate, ma anche su come questo sembri in mano agli uomini, particolarmente quando si tratta di “brand” personali. Purtroppo Emily Bell, la più accesa nemica di quello che lei chiama “mansplanatory journalism”, ha dovuto rinunciare ad essere presente all’ultimo momento, ma vi propongo la riflessione di Vincenzo Marino di metà marzo e il video del panel “Where are the women?”.

Fra i protagonisti dell’edizione di quest’anno, Felix Salmon (appena passato dalla Reuters all’online del canale tv Fusion), qui intervistato da Giulia Saudelli, e Brown Moses (Eliott Higgins), il giovane blogger inglese che indaga sulle armi impiegate in Siria (che ho intervistato qui insieme a Matthew Ingram di GigaOM, che ha poi scritto un pezzo per raccontare l’incontro).

♫ “One day” di Sven Dorau

Ecco la seconda parte di oggi:

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I temi su cui il festival è tornato dopo averci in realtà lavorato tutto l’anno sono la Siria, l’Ucraina, il giornalismo nei paesi africani, il linguaggio d’odio e il cosiddetto cyberbullismo, un FOIA per l’Italia, il precariato, le misurazioni del numero di utenti, le storie di lungo formato (qui il video del panel a cui ho avuto il piacere di partecipare), la libertà di stampa e i pericoli che corrono i reporter, in particolare quelli che si occupano di esteri. Irene Macaione sintetizza il panel sul giornalismo basato sui dati in ambienti ostili, con Mario Tedeschini e Alessandro Cappai di Ona, e Angelica Peralta Ramos del quotidiano argentino La Nacion, e Giannina Segnini, del gruppo di giornalismo investigativo de La Nacion di San Josè. Qui l’intervista con Raju Narisetti, vicedirettore strategico della News Corp di Murdoch, su come si lavora su “temi ardui”; Andrea Iannuzzi ha scritto un ragionamento su quello che si è sentito al festival sul tema della misurazione degli utenti; Fabio Chiusi sintetizza il panel sulla mappatura di trasparenza e censura. Irene Macaione riassume i punti più importanti del panel dedicato al fact-checking (in Italia, questo sconosciuto, ma è sempre meno così), e Ciro Pellegrino ha moderato un incontro molto animato sulle condizioni di lavoro dei giornalisti precari.

♫ “These boots are made for walking” di Nancy Sinatra

Ecco la terza parte di oggi:

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Fra i keynote speech, qui quello di Margaret Sullivan, public editor del New York Times, intervistata da Raffaella Menichini, qui quello di Wolfgang Blau, direttore delle strategie digitali del Guardian, che, come riassume Sofia Lotto Persio, si è interrogato sull’utilità e probabilità di una testata di stampa pan-europea.

Altro tema molto discusso, quello dell’utilizzo da parte delle testate di stampa del cosiddetto UGC (user generated content), il contenuto generato dagli utenti soprattutto nei momenti di grosse “breaking news” (come uragani, esplosioni, emergenze). Molto ancora da mettere a punto, perché le realtà legali e culturali paese per paese sono molto diverse, ma Claire Wardle sta scrivendo una lunga relazione per il Tow Center che corre parallela al lavoro che sta facendo Fergus Bell dell’Associare Press: la preparazione in crowdsourcing per la Online News Association di una sorta di codice etico universale sull’utilizzo dei materiali degli utenti. Qui il panel con loro che ho moderato, qui il riassunto di Sofia Lotto Persio sull’altro incontro con Fergus Bell e Claire Wardle, e qui Adeola Oribake intervista Craig Silverman del Poynter Institute sul futuro “manuale”.

Infine, tema caldissimo, naturalmente, quello delle conseguenze sul lavoro giornalistico dell’affare Snowden, al quale sono stati dedicati diversi incontri. Qui una sintesi del panel su ciò che i reporter hanno imparato dal “modello Wikileaks”, qui Rozina Sabur che racconta l’incontro sull’era post-Snowden, mentre qui sempre lei intervista uno dei panelist, il giornalista del Guardian James Ball.

♫ “Dove si va da qui” degli Afterhours

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #28 | heroes

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(Bassem Sabry con la sua maschera da Batman)

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Bassem Sabry, 32 anni, giornalista e analista politico egiziano, consigliere della compagine laica della rivoluzione, instancabile e gentile nell’incoraggiare colleghi e compagni e nel non assecondare la tragica polarizzazione del discorso politico egiziano, era molto vicino a questa trasmissione, e ci aveva fornito in vari momenti il suo sguardo e il suo parere unico. Era affettuoso, intelligentissimo, e non dimenticheremo che ci salutava sempre con un “ciao” o un “grazie” in italiano quando capitava di scambiarsi un messaggio su Twitter. Ci ha lasciato nella sera di martedì scorso, e i suoi amici al Cairo, e in tutto il mondo, sono ancora sotto shock, forse ancora troppo per accettare che le circostanze della sua morte – classificata come accidentale – siano un po’ sospette. Con lui, le speranze della rivoluzione perdono un altro punto di forza e lucidità, un’altra fonte di ispirazione. La settimana scorsa si sono tenuti i funerali di Bassem, e sabato una veglia di tutti gli amici, a cui erano presenti anche il candidato alle presidenziali Hamdeen Sabbahi, il comico Bassem Youssef, e amici venuti da lontano, come Andy Carvin, che ha preso un volo in fretta e furia dal festival di Perugia, e Sultan al Qassemi, arrivato da Dubai. Oggi, ancora incredula, voglio dedicare Alaska all’esempio di Bassem, e alla sua capacità di attrarre, oltre al rispetto professionale, affetto e tolleranza e dolcezza – ineguagliati. Lo facciamo attraverso le tante cose che sono state scritte su di lui in questi giorni (si è svolta una cerimonia in suo ricordo perfino a Central Park, nell’angolo Strawberry Fields dedicato a John Lennon), soprattutto da chi lo conosceva bene.

Ciao Bassem, ciao.

Qui la notizia dall’Associated Press, qui Patrick Kingsley sul Guardian, qui Ayat Al-Tawy per Ahram Online, qui Ben Flanagan per Al Arabiya, qui uno dei giornali per cui scriveva Bassem, Al Monitor, qui il Los Angeles Times.

♫ “This is not a song, it’s an outburst” di Rodriguez

Ecco la prima parte di oggi:

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Nel podcast qui sotto il ricordo di Bassem Sabry della nostra Laura Cappon, che ha lavorato con lui al Cairo.

Qui la raccolta di tanti tributi organizzata da Nervana Mahmoud sul suo blog.

Qui Zeinobia.

Qui Amro Ali.

Qui Ase per l’Huffington Post.

Qui Max Fisher per Vox.

Qui Lina El Wardani per Ahram.

Qui Mohamed El Dahshan per Atlantic Council.

♫ “Kala” di Ali Farka Touré e Toumani Djabaté

Ecco la seconda parte di oggi:

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Qui Sarah Carr per Mada Masr.

Qui Sarah Labib.

Qui Koert DeBoeuf per Euobserver.

Qui per Mada Masr il tributo a Bassem di H.A. Hellyer.

♫ “Toumast Tincha” dei Tinariwen

Ecco la terza parte di oggi:

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Come sapete, sono appena rientrata dalla settima, meravigliosa edizione del festival del Giornalismo di Perugia – moltissimi i filoni su cui varrà la pena tornare con calma nella prossima puntata, anche perché quello che non è umanamente possibile seguire in contemporanea mentre ci si trova al festival diventa poi gradualmente reperibile con i link ai video, e vorrei provare a restituirvi qualcosa delle varie correnti di ragionamento di quest’anno, degli spunti, delle novità, degli interrogativi ancora irrisolti su come fare informazione oggi, e sulle realtà individuali e collettive dalle quali possiamo imparare qualcosa e che il Festival ha la capacità di mettere in contatto nei quattro giorni di incontri. Uno dei tratti distintivi dell’edizione di quest’anno – la prima con il supporto del crowdfunding – è stata la maggiore presenza di stranieri. Per oggi, mentre Arianna Ciccone e Chris Potter annunciano che l’ottava edizione del festival l’anno prossimo ci sarà, mi affido alle parole di uno di loro, che non solo è un’autorità nel giornalismo digitale ma ormai anche un veterano del festival – Steve Buttry.

♫ “Sirens” dei Pearl Jam

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #26 | #heartbleed

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L’8 aprile abbiamo fatto la conoscenza di Heartbleed, la più grossa e pericolosa falla di Internet mai rilevata, e che esiste da un pezzo; nella fattispecie, una falla di OpenSSL, il sistema di criptaggio delle comunicazioni e transazioni online più usato nel mondo. Nei giorni successivi sono saltati fuori dettagli anche più preoccupanti, come il fatto che l’NSA possa aver scoperto la falla quasi subito e l’abbia sfruttata ai fini delle sue operazioni di sorveglianza. Ma prima, per capire cos’è Heartbleed (e perché la prima reazione allarmistica è stata “cambiate tutte le password!”), si può cominciare da Il Post, che l’ha spiegata il 9 aprile. Qualcuno ha anche provato a illustrarne il funzionamento attraverso vignette a fumetti, come xKcd.

♫ “Amsterdam” di Daughter

Ecco la prima parte di oggi:

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Dopo settimane di trattative per ottenere le adeguate rassicurazioni di non venire arrestati o deportati, Glenn Greenwald e Laura Poitras riuscivano a rientrare negli Stati Uniti per la prima volta da quando hanno portato al mondo le rivelazioni di Edward Snowden sull’NSA. Lo hanno fatto per ritirare, insieme a Ewen MacCaskill del Guardian, il prestigioso premio Polk per il lavoro svolto sull’NSA. Janine Gibson, rientrata a Londra per dirigere il Guardian online dopo essere stata il loro direttore al Guardian americano nella fase cruciale delle rivelazioni di Snowden, guardando il video della loro premiazione li ha descritti come “i tre moschettieri di Hong Kong”. Nelle stesse ore emergeva che di Heartbleed l’NSA sapeva tutto (Bloomberg qui), e che potrebbe aver usato la fragilità della falla (senza denunciarla né invitare a correggerla) per aiutarsi nelle proprie operazioni di sorveglianza. Qui Julian Sanchez per il Guardian, qui John Naughton sull’errore umano dei programmatori e la responsabilità delle grandi aziende, qui ProPublica su cosa significa Heartbleed per le redazioni giornalistiche, qui il commento di Rusty Foster per i blog del New Yorker con le dichiarazioni di Bruce Schneier.

♫ “Trust in me” di Etta James

Ecco la seconda parte di oggi:

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In Egitto non si può più manifestare, ma intanto l’accesso alla rete si allarga, e quello che nel 2011 era il primato rivoluzionario di Twitter viene scavalcato da nuove ondate di spinta promozionale di segni diversi, riattivate dalla candidatura alle presidenziali dell’ex maresciallo Sisi, dalla voce dei Fratelli Musulmani e dalla campagna elettorale in generale. La nostra Laura Cappon al Cairo ha chiesto a uno dei più influenti blogger e attivisti egiziani di raccontarci che cosa sta succedendo, The Big Pharaoh (potete ascoltare l’intervista integrale nel podcast qui sotto).

♫ “Toumast Tincha” dei Tinariwen

Ecco la terza parte di oggi:

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David Byrne – musicista, fotografo, regista, artista visivo, sperimentatore progressista e cronista della newyorchesità, comincia a essere un tantino spaventato da quello che sta succedendo alla rete. I suoi committenti per le arti visive, quelli di Creative Time, gli hanno chiesto di scrivere un pezzo per spiegare le sue preoccupazioni, che è poi stato ripreso dal Guardian.

♫ “One fine day” di David Byrne e Brian Eno

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #25 | Amazonia

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Oggi ci dedichiamo a una quantità di scritti che la rete ha proposto nelle ultime settimane sulle vicende del colosso di vendita online Amazon, ma prima voglio aggiornarvi su alcuni altri filoni che seguiamo ad Alaska. Per quello che riguarda il destino dei prigionieri politici egiziani, ieri la nuova udienza del processo contro Alaa Abd El Fattah e i 23 arrestati per la manifestazione al consiglio della Shura è stata aggiornata al 10 maggio. Oggi l’udienza d’appello per i leader del movimento 6 aprile – Maher, Douma e Adel – si è rapidamente conclusa con la conferma della loro condanna a tre anni di carcere. Il movimento 6 aprile celebrava proprio ieri i sei anni dalla sua nascita nelle fabbriche di Mahalla, considerata l’origine della rivoluzione egiziana, e lo ha fatto con alcune migliaia di persone sui gradini del sindacato dei giornalisti al Cairo dopo una conferenza stampa, rinunciando poi al corteo che aveva indetto perché Tahrir era rigidamente presidiata dalla polizia. Oggi è anche il centesimo giorno di carcere per i tre giornalisti di Al Jazeera arrestati al Marriott, e il 76° giorno di sciopero della fame per il giornalista di Al Jazeera Abdallah el Shamy, in carcere da otto mesi senza accuse né processo. Lina Attalah di Mada Masr ha scritto un resoconto di una visita nel braccio dei detenuti politici.

Per quello che riguarda le vicende legate alle rivelazioni di Snowden sul’NSA, proseguono per varie testate, e conto di dedicare una delle prossime puntate ad aggiornarvi.

♫ “Heavy hands” di Cold Specks

Ecco la prima parte di oggi:

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Da quando Jeff Bezos è diventato anche proprietario del Washington Post, se possibile si trova sotto i riflettori più di prima. E i suoi roboanti annunci di nuove stupefacenti invenzioni per la spedizione dei pacchi, come il drone di Amazon, tengono alta l’attenzione. Per quanto Amazon sia ormai dichiaratamente un supermercato in cui si trova di tutto, il suo peso ha ancora un influsso sia sulla dicotomia fra lettura in digitale o cartaceo sia, e non solo negli Stati Uniti, sul futuro delle librerie ma soprattutto sulla cultura del libro. Qualche settimana fa il New Yorker ha proposto un lungo studio di George Packer, molto critico, della situazione di Amazon; lo traduco anche per chi non è abbonato alla rivista e perché ha dato il via a una nuova serie di commenti e discussioni, che come sentirete ruotano molto anche intorno alla segretezza dell’azienda e al fatto che anche fra gli editori si sentono sempre e solo le stesse voci dissenzienti. Nel podcast qui sotto la prima parte.

♫ “Tennessee” di Johnny Cash

Ecco la seconda parte di oggi:

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Qui la seconda metà dell’indagine di George Packer su Amazon per il New Yorker.

♫ “Breathless” di Cat Power (Nick Cave)

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Poco dopo aver pubblicato il suo monumentale articolo su Amazon, George Packer ha scritto per il New Yorker una sorta di piccolo seguito, raccontando la frustrazione di trovare pochissimi interlocutori di Amazon passati e presenti disposti a parlare, così come nel mondo dell’editoria. Laura Bennett ha continuato la storia su The New Republic, descrivendo fra l’altro chi sono i “soliti noti” disposti a parlare. Infine, Andrew Leonard per Salon, dati alla mano e per il secondo anno consecutivo, sfata, la leggenda per cui grandi catene e Amazon starebbero riducendo sempre più l’attività delle piccole librerie.

♫ “Danse Carribe” di Andrew Bird

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #24 | The Sisi issue

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Un generale in divisa annuncia in diretta sulla tv di stato che darà le dimissioni da Ministro della Difesa del governo a interim e da militare, conditio sine qua non per candidarsi alle elezioni presidenziali, annuncio che avviene contestualmente. Il comunicato sulla sua candidatura appare sulla pagina Facebook dell’esercito. Poche ore dopo, dopo mesi di attesa, vengono annunciate le date delle elezioni: 26 e 27 maggio, con eventuale ballottaggio (probabilmente superfluo perché i sondaggi danno el Sisi al 51%) il 16 e 17 giugno. E’ l’Egitto tre anni dopo la rivoluzione, nel consolidamento di un percorso raramente contestato da alleati e paesi finanziatori. In Italia pochissime testate se ne occupano, come se dal destino democratico dell’Egitto non dipendesse quello dell’intera regione. Oggi voglio farvi conoscere meglio “la nuova faccia della vecchia guardia”, prodotto ad hoc per il nuovo corso di uno degli eserciti più potenti del mondo, regista di un ministero degli Interni affatto riformato e ancora sanguinario. Perché per fortuna sul web qualcuno che sa raccontarlo c’è.

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Foreign Policy ha dipinto l’incertezza di un paese senza guida, avviato su “un cammino rovinoso”, alla vigilia dell’annuncio della candidatura di el Sisi.

♫ “Nostalgia (Wallander theme)” di Emily Barker

Ecco la prima parte di oggi:

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La BBC ha affidato a Robert Springborg del King’s College il compito di tracciare un profilo del maresciallo un tempo quasi sconosciuto che si prepara a diventare presidente dell’Egitto.

♫ “Helpless” (Neil Young) di kd Lang

Ecco la seconda parte di oggi:

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Fra i media indipendenti che lottano per sopravvivere in un’atmosfera di intimidazione, Mada Masr prosegue il suo lavoro online di informazione e contesto: qui il loro profilo di el Sisi, qui quello del nuovo Ministro della Difesa che lo sostituirà, Sedki Sobhi; qui un ritratto di come sta prendendo forma la campagna elettorale di el Sisi. Qui alcune delle reazioni dopo l’annuncio della candidatura. Qui Foreign Policy dopo l’annuncio,

♫ “The classic” di Joan as Policewoman

Ecco la terza parte di oggi:

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Veniamo ai nemici di Sisi e alle forze della società civile, traumatizzata dalle divisioni e dalla repressione, che si contrapporranno alla sua idea di “stabilità e sicurezza”. Qui Matt McBradley per il Wall Street Journal racconta il ribollire degli scioperi dei lavoratori. Il blogger Alaa Abd El Fattah è libero su cauzione soltanto da una settimana, ma ha già ripreso a pieno ritmo la sua attività di mobilitazione. Qui il suo appello perché Ahmed Maher del movimento rivoluzionario 6 aprile, suo vicino di cella nel carcere di Tora, ottenga le cure mediche che gli servono, e qui Fast Company si chiede cos’è che rende questo blogger tanto pericoloso per le autorità egiziane. In carcere ci sono ancora i giornalisti dell’ondata della “guerra al terrore”, e il Daily Beast ha deciso di scrivere la storia di Abdullah el-Shamy, arrestato a Rabaa lo scorso agosto mentre stava lavorando e in sciopero della fame da mesi.

♫ “Nobody knows the trouble I’ve seen” di Sam Cooke

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #23 | la resa dei conti

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(una delle centinaia di meme creati in questi giorni in Turchia per protestare contro il blocco di Twitter da parte del governo in piena campagna elettorale)

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Ieri, inaspettatamente e grazie alle forti pressioni di questi mesi, alla prima udienza del suo processo dopo 114 giorni nel braccio politico del carcere di Tora, al blogger egiziano Alaa Abd El Fattah è stata accordata la libertà su cauzione. Dopo due giorni di sparizione in cella di isolamento, e ancora tecnicamente sotto processo e senza certezza di assoluzione alla prossima udienza del 6 aprile (per aver infranto la legge anti-manifestazioni), se non altro Alaa ha potuto riabbracciare la sua famiglia, e non ha perso un attimo, visto che da stamattina sta twittando sui casi delle altre decine di migliaia di detenuti politici egiziani. Un gruppo di loro, quello dei reporter di Al Jazeera, è di nuovo in aula oggi, preceduto da due lettere rassicuranti del presidente a interim Mansour alle loro famiglie. Una delle questioni tragicamente messe in luce da Alaa è che i prigionieri politici hanno gradi troppo diversi di visibilità (gli stranieri più dei locali, i giornalisti più degli altri, le persone più note rispetto a quelle meno note) e che non è possibile fare una pressione sensata per la libertà di espressione e di manifestazione se non si difendono anche i diritti dei Fratelli Musulmani (benché Alaa sia politicamente in forte disaccordo con loro). A questo si aggiunge che i Fratelli Musulmani fanno propaganda solo per se stessi, reiterando il loro isolamento, e spesso sulle situazioni dei loro prigionieri mancano informazioni esatte. In una catena di eventi raccapricciante, dopo gli ammorbidimenti verso Alaa e i giornalisti di Al Jazeera che sono più visibili a livello internazionale, stamattina è arrivata la notizia della condanna a morte di 529 imputati di simpatie islamiste. Laura Cappon era in aula ieri alla notizia del rilascio su cauzione di Alaa, nella stessa Accademia di Polizia dove oggi si svolge il processo ai giornalisti di Al Jazeera; la sentiamo in diretta (qui sotto nel podcast) insieme alle voci della sorella e del padre di Alaa che ha raccolto per noi. Qui il brevissimo video che documenta il momento della scarcerazione di Alaa ieri sera.

♫ “Dove si va da qui” degli Afterhours

Ecco la prima parte di oggi:

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Qui nel podcast la seconda parte della diretta con Laura Cappon dal Cairo.

♫ “Crucify your mind” di Rodriguez

Ecco la seconda parte di oggi:

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Dopo il blocco di Twitter in Turchia (in piena campagna elettorale) e la straordinaria iniziativa degli utenti turchi che hanno aggirato il blocco attraverso i DNS (anche questi ostacolati dal governo), vi propongo qualche riflessione dalla rete sulla mossa di Erdogan, annunciata giorni prima. Qui Heather Timmons per Quartz, qui Kevin Rawlinson per il Guardian, qui Zeynep Tufekci su Medium.

♫ “Slow revolution” di Alexi Murdoch

Ecco la terza parte di oggi:

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Mentre proseguono le rivelazioni basate sui file trafugati da Snowden all’NSA, Natasha Lennard su The New Inquiry fa una lunga riflessione sul rapporto fra libertà della rete, attivismo e sorveglianza, che vi traduco qui sotto nel podcast.

♫ “We know who u R” di Nick Cave & the Bad Seeds

Ecco la prima parte di oggi:

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Alaska XL #21 | la costituzione nascosta

66.	 Class room, Sultana Malak Palace, Heliopolis, Cairo. 2011

fotografia di Xenia Nikolskaya, Cairo.

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Oggi vi propongo tre lunghi testi integrali, realizzati nella versione italiana grazie al prezioso contributo ad Alaska di Alessandra Neve e Cristina Contini, e pubblicati anche nella raccolta di traduzioni che vedete nella colonna qui a destra. Si tratta di tre fonti e tre argomenti diversi, che però confluiscono in una serie di interrogativi e intrecci molto simili, e che credo si manifesteranno chiaramente alla lettura. Comincio dallo scritto più recente dell’attivista egiziano Alaa Abd El Fattah, che in queste ore ha superato il centesimo giorno di detenzione senza che sia nemmeno stata fissata una data per il suo processo. Partendo dalle proprie letture in cella, e dall’arrivo nel braccio dei detenuti politici del carcere di Tora di alcuni compagni torturati in un altro carcere, Alaa ha scritto un articolo in arabo per al-Wadi, intitolato “Autismo” e pubblicato il 4 marzo. Il concetto, potentissimo, di “costituzione nascosta”, è suo e l’ho preso in prestito per dare il titolo a questa puntata. La zia di Alaa, la scrittrice Ahdaf Soueif, come sempre lo ha tradotto in inglese pubblicandolo su Facebook. Io l’ho tradotto per voi in italiano.

♫ “Like a king” di Ben Harper

Ecco la prima parte di oggi:

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La tecnosociologa turca Zeynep Tupefkci, che insegna negli Stati Uniti, scrive spesso per la piattaforma gratuita Medium, che al suo interno ospita una testata precedente per testi di lungo formato, Matter, impaginata secondo gli stessi criteri. Per Matter, Zeynep ha pubblicato a fine febbraio, nel pieno dell’occupazione della Maidan di Kiev, un saggio/riflessione sulla sorveglianza digitale che sovrappone la sua posizione sulla raccolta di dati ai fini della campagna elettorale americana, la sua presenza all’occupazione di Gezi Park nella sua città natale, Istanbul, e l’influsso delle rivelazioni di Snowden sull’operato dell’NSA. A sottolineare il contrasto fra i vari piani del testo, Zeynep ha impaginato il suo scritto con le fotografie in bianco e nero scattate fra i lacrimogeni a Istanbul da Mstyslav Chernov. Ad aggiungere un ulteriore dimensione multimediale, in fondo al testo si trova anche il podcast audio con la lettura fatta da Jack Stewart. Nei credits alla fine del testo, Zeynep cita anche il lavoro di editing di Jim Giles and Bobbie Johnson, il fact-checking di Cameron Bird, e la correzione delle bozze di Tim Heffernan – facendo di questo singolo articolo una mini-produzione collettiva. Alessandra Neve ha realizzato la versione integrale del testo in italiano.

♫ “Gold Dust” di Tori Amos

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Qui la seconda metà della traduzione da Zeynep Tufeckci.

♫ “Elephant Gun” di Beirut

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Nell’ambito dell’inchiesta del Parlamento Europeo sulla sorveglianza elettronica sui suoi cittadini, Edward Snowden ha risposto alle domande di alcuni parlamentari. Il Parlamento Europeo ha pubblicato l’integrale delle sue risposte scritte qui.  Cristina Contini lo ha tradotto in italiano per Alaska. 

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #20 | the media issue

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(foto di Ilya Varlamov, Kiev, gennaio 2014)

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Mentre Russia e Ucraina giocano a Risiko, Sarah Kendzior su Politico se la prende con Buzzfeed per il richiamo spettacolare delle foto dalla Maidan di Kiev; Emily Bell sul Guardian le risponde. Intanto, alla villa di Yanukovich, i giornalisti hanno unito le forze per proseguire il lavoro sulle carte dell’ex presidente (yanukovichleaks.org, di cui vi parlavo la settimana scorsa) e Drew Sullivan ci racconta qualcosa di più sulla tradizione del giornalismo investigativo ucraino che ha portato a questo sforzo.

♫ “The Classic” di Joan as Policewoman

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Intanto il Newsweek cartaceo torna in edicola, Clay Shirky scatta una fotografia del calo di audience e pubblicità delle tv americane a favore di altri media, e la squadra originaria dei file di Snowden (Greenwald, Poitras – ora a The Intercept – e MacAskill, al Guardian) riceve il prestigioso premio Polk per il lavoro fatto per il Guardian mentre su The Intercept esce la nuova storia sulle infiltrazioni e falsificazioni del GCHQ. Ben Cardew per il Guardian si chiede se The Intercept stia invitando tutti a confrontarsi con un nuovo modello di mezzo di informazione. E Greenwald risponde alle ennesime provocazioni di Pando (sul coinvolgimento di Pierre Omidyar nello scenario politico ucraino), con un lungo pezzo su come misurare l’indipendenza del giornalismo anche quando a finanziarlo sono miliardari con interessi politici.

♫ “Helpless” (Neil Young) di KD Lang

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Scandali, intercettazioni, legge su Internet – la Turchia alle prese con i suoi fitti intrecci fra media, interessi economici e trasformazioni politiche. Il blog Econoscale disegna per noi tutto il panorama dei media turchi.

♫ “The Curse” di Agnes Obel

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Mentre i giornalisti di Al Jazeera arrestati in Egitto sono in carcere ormai da due mesi, vale la pena di segnalare la relazione di Human Rights Watch sulla repressione della stampa nel paese.

♫ “Snake Eyes” dei Milk Carton Kids

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Alaska XL #18 | nell’attesa

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(una fotografia di David Pogue durante la tempesta di neve di questi giorni sulla East Coast)

Oggi puntata flessibile in attesa dell’annuncio ufficiale dell’incarico a Renzi. Voglio segnalarvi alcuni post estremamente interessanti della settimana appena trascorsi, sia da blog puri che da testate online.

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Cominciamo con Donatella della Ratta, manager dell’organizzazione internazionale Creative Commons per il mondo arabo, che come fa da tanti anni è stata all’ultima edizione ad Amman dell’Arab Bloggers Meeting e ha scritto una relazione molto istruttiva.

♫ “Stay awake” dei London Grammar

Ecco la prima parte di oggi:

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Dall’Egitto, insieme alla notizia della candidatura di Hamdeen Sabbahi e Sami Anan alle presidenziali, a quella della bomba a bordo di un autobus turistico ieri a Taba (una sorta di – prevedibilissimo – ritorno agli anni Novanta), e a quella dello sciopero di quasi 32mila lavoratori alle fabbriche tessili di Mahalla arrivato al suo ottavo giorno, arrivano alcune ricostruzioni importanti. Bel Trew e Osama Diab per Foreign Policy scrivono di come i tycoon dell’era di Mubarak, uno ad uno, si stanno ricomprando il ritorno in Egitto. Hossam Baghat indaga nella cronologia della liberazione dei jihadisti dalle carceri egiziane, Bassem Sabry fa qualche ipotesi sulle ragioni della candidatura di Hamdeen Sabbahi alle presidenziali. Intanto Irisheyesoncairo riflette sulla domanda che tanti si stanno facendo nel clima di oggi: “devo restare o devo andare?” (e si risponde “resto”).

♫ “Breathless” di Nick Cave nella versione di Cat Power

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Poche ore dopo la nascita di The Intercept, diretto da Glenn Greenwald, Jeremy Scahill e Laura Poitras, su Medium compariva già una ragionata reazione di Melissa Byrne al gap di genere fra i redattori della nuova testata – tutti numeri uno, ma 9 uomini a fronte di 3 donne. Andy Carvin, che adesso cura l’engagement di The Intercept, ha rilanciato il post sottolineando che la nuova redazione è consapevole del problema e sta lavorando per risolverlo.

E in materia di sorveglianza, ecco un po’ di cose da leggere: su Wired l’intervista di Fabio Chiusi ad Antonio Casilli sulla privacy; su Tech President quella di Carola Frediani ad Annie Machon sulla protezione dei whistleblower; su Medium la tecnosociologa Zeynep Tufekci scrive delle reazioni presunte esagerate dei difensori della privacy alle rivelazioni sulla sorveglianza dell’NSA.

♫ “Stay young” degli Okkervil River

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Infine, in Italia… Davanti all’ennesimo pontificare disinformato sulla “regolamentazione” del web, che sta diventando pericoloso, Arianna Ciccone scrive per Valigia Blu, aiutandosi con altri pareri interessanti.

♫ “The winter song” di Sarah Bareilles

Ecco la quarta parte di oggi:

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