Alaska XL #29 | il giardino dei dubbi

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(Brown Moses che si prepara a salire sul palco del Teatro la Sapienza di Perugia)

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Come promesso, voglio dedicare la puntata di oggi ad alcuni dei filoni fra i tanti interessanti che sono stati affrontati qualche giorno fa alla settima edizione del Festival del Giornalismo di Perugia. Impossibile com’è pretendere di descriverli e riassumerli tutti, cercherò di dare spazio ad alcuni dei temi fra quelli che ho seguito direttamente e quelli che invece, come fanno in molti, ho recuperato online al mio ritorno – sotto forma di articoli scritti dai collaboratori stessi del festival o di video integrali dei panel.

Cominciamo da una relazione precedente all’inizio del festival. Si trattava, come sapete, della prima edizione al cui finanziamento ha contribuito una raccolta di fondi in crowdfunding. Qui un’analisi dei numeri e di come vari nuclei sui social media hanno contribuito a muoverli.

♫ “Tennessee” di Johnny Cash

Ecco la prima parte di oggi:

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Come vi avevo raccontato qui qualche settimana fa, è vivo il dibattito su come il cosiddetto “giornalismo esplicativo” stia fiorendo nelle start-up che fanno concorrenza alle grandi testate, ma anche su come questo sembri in mano agli uomini, particolarmente quando si tratta di “brand” personali. Purtroppo Emily Bell, la più accesa nemica di quello che lei chiama “mansplanatory journalism”, ha dovuto rinunciare ad essere presente all’ultimo momento, ma vi propongo la riflessione di Vincenzo Marino di metà marzo e il video del panel “Where are the women?”.

Fra i protagonisti dell’edizione di quest’anno, Felix Salmon (appena passato dalla Reuters all’online del canale tv Fusion), qui intervistato da Giulia Saudelli, e Brown Moses (Eliott Higgins), il giovane blogger inglese che indaga sulle armi impiegate in Siria (che ho intervistato qui insieme a Matthew Ingram di GigaOM, che ha poi scritto un pezzo per raccontare l’incontro).

♫ “One day” di Sven Dorau

Ecco la seconda parte di oggi:

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I temi su cui il festival è tornato dopo averci in realtà lavorato tutto l’anno sono la Siria, l’Ucraina, il giornalismo nei paesi africani, il linguaggio d’odio e il cosiddetto cyberbullismo, un FOIA per l’Italia, il precariato, le misurazioni del numero di utenti, le storie di lungo formato (qui il video del panel a cui ho avuto il piacere di partecipare), la libertà di stampa e i pericoli che corrono i reporter, in particolare quelli che si occupano di esteri. Irene Macaione sintetizza il panel sul giornalismo basato sui dati in ambienti ostili, con Mario Tedeschini e Alessandro Cappai di Ona, e Angelica Peralta Ramos del quotidiano argentino La Nacion, e Giannina Segnini, del gruppo di giornalismo investigativo de La Nacion di San Josè. Qui l’intervista con Raju Narisetti, vicedirettore strategico della News Corp di Murdoch, su come si lavora su “temi ardui”; Andrea Iannuzzi ha scritto un ragionamento su quello che si è sentito al festival sul tema della misurazione degli utenti; Fabio Chiusi sintetizza il panel sulla mappatura di trasparenza e censura. Irene Macaione riassume i punti più importanti del panel dedicato al fact-checking (in Italia, questo sconosciuto, ma è sempre meno così), e Ciro Pellegrino ha moderato un incontro molto animato sulle condizioni di lavoro dei giornalisti precari.

♫ “These boots are made for walking” di Nancy Sinatra

Ecco la terza parte di oggi:

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Fra i keynote speech, qui quello di Margaret Sullivan, public editor del New York Times, intervistata da Raffaella Menichini, qui quello di Wolfgang Blau, direttore delle strategie digitali del Guardian, che, come riassume Sofia Lotto Persio, si è interrogato sull’utilità e probabilità di una testata di stampa pan-europea.

Altro tema molto discusso, quello dell’utilizzo da parte delle testate di stampa del cosiddetto UGC (user generated content), il contenuto generato dagli utenti soprattutto nei momenti di grosse “breaking news” (come uragani, esplosioni, emergenze). Molto ancora da mettere a punto, perché le realtà legali e culturali paese per paese sono molto diverse, ma Claire Wardle sta scrivendo una lunga relazione per il Tow Center che corre parallela al lavoro che sta facendo Fergus Bell dell’Associare Press: la preparazione in crowdsourcing per la Online News Association di una sorta di codice etico universale sull’utilizzo dei materiali degli utenti. Qui il panel con loro che ho moderato, qui il riassunto di Sofia Lotto Persio sull’altro incontro con Fergus Bell e Claire Wardle, e qui Adeola Oribake intervista Craig Silverman del Poynter Institute sul futuro “manuale”.

Infine, tema caldissimo, naturalmente, quello delle conseguenze sul lavoro giornalistico dell’affare Snowden, al quale sono stati dedicati diversi incontri. Qui una sintesi del panel su ciò che i reporter hanno imparato dal “modello Wikileaks”, qui Rozina Sabur che racconta l’incontro sull’era post-Snowden, mentre qui sempre lei intervista uno dei panelist, il giornalista del Guardian James Ball.

♫ “Dove si va da qui” degli Afterhours

Ecco la quarta parte di oggi:

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cervello collettivo

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(nella foto, Emily Bell)

Ben ritrovati, oggi una rapida occhiata riassuntiva ai lavori del festival de Giornalismo di Perugia che si sono conclusi ieri, in attesa di vedere qualcuno degli interventi clou più da vicino. Di nuovo appuntamento internazionale di frontiera su informazione, nuovi sistemi organizzativi, rapporto con i social e con “quello” – come dice Emily Bell – “che un tempo era noto come il pubblico”, sopravvivenza e finanziamento, metodi di misurazione del feedback, specializzazione, programmazione, ci ha lasciato pieni di idee e di strumenti, e di materiali da studiare. Attraversato dalla forte consapevolezza del delicato momento politico italiano, il festival di Perugia si è fatto ancora una volta laboratorio sull’informazione che contribuisce a formare le scelte civiche dei cittadini.

La canzone di oggi era “Beginning of a great adventure” di Lou Reed

Ecco la puntata di oggi:

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laboratorio Pilhofer

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Aron Pilhofer è una delle menti del giornalismo digitale e delle sue intersezioni di competenze e strumenti. Al New York Times coordina l’interactive news service, una squadra redazionale a cavallo fra giornalismo, social media e tecnologia, ed è co-fondatore di DocumentCloud.org e di Hacks and Hackers. Sulla strada per il festival del Giornalismo di Perugia, oggi Pilhofer si ferma a Bologna, ospite dei redattori della nostra radio sorella, Radio Città del Capo, un incontro al quale convergeranno giornalisti, hackers e appassionati, e che sarà possibile anche seguire con una diretta video. Ci facciamo raccontare tutto in diretta da Elisabetta Tola di Formica Blu, che lavora al programma di Radio Città del Capo sulle nuove tecnologie Pensa Tech.

La canzone di oggi era “I’m going down” di B. Springsteen nella versione dei Vampire Weekend

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l’e-book africano

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Questa settimana vorrei proporvi alcune delle ultime riflessioni che ho raccolto sul tema della crisi della libreria tradizionale, del comportamento degli editori sullo sviluppo degli e-book e dei dati di vendita che si stanno monitorando, aggiornando un tema che ad Alaska abbiamo trattato spesso. Di solito consideriamo il mercato anglosassone il campione di frontiera dei comportamenti di editori e lettori, e quello americano in particolare il campione di frontiera su tecnologia e vendite. L’Europa, come vi raccontavo qualche tempo fa, è ancora alle prese con le prime fasi della crisi di transizione, ma non ci chiediamo mai cosa sta succedendo al libro digitale in Africa, dove l’utilizzo di dispositivi mobili ha scavalcato l’arretratezza di diffusione dei computer, e dove si scrive e si legge molto e mercato al quale gli editori anglosassoni possono ambire. Oggi vi propongo un post di Ekenyerengozi Michael Chima, scrittore e blogger nigeriano, per The Creative Penn – non casualmente pubblicato poco dopo la morte del grande scrittore nigeriano Chinua Achebe. E qui trovate la spiegazione di cos’è il progetto Worldreader per la diffusione del libro elettronico in alcuni paesi africani.

Ecco la puntata di oggi:

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“la legge di Aaron”

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E’ come l’ha chiamata la deputata democratica Zoe Lofgren, che l’ha scritta, e come la chiama Larry Lessig – giurista di Harvard, fondatore di CreativeCommons e mentore di Aaron Swartz. Il suicidio di Aaron, come sapete, è avvenuto una settimana fa, si sospetta a causa dell’angoscia che gli procurava il possibile esito del processo nei suoi confronti per aver sottratto all’MIT e reso pubbliche ricerche scientifiche. Si tratta di una proposta di legge presentata rapidamente al Congresso, che dovrebbe tutelare dall’accanimento giudiziario per crimini che non comportano vittime. Lo stesso Lessig la spiega in queste ore su The Atlantic. Mentre TechCrunch riporta la reazione alla morte di Aaron di Carmen Ortiz, la procuratrice federale accusata di averlo perseguitato.

La canzone di oggi era “Jubilee Street” di Nick Cave (nuovo singolo)

Ecco la puntata di oggi:

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fra i saggi c’era un bambino

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(Aaron da piccolo con Larry Lessig)

Aaron Swartz si è impiccato, a 26 anni. Il più giovane fra i grandi saggi della rete, come lo ha descritto in queste ore il padre di Internet Tim Berners-Lee, si è tolto la vita dopo mille invenzioni straordinarie per la condivisione in rete, una lunga lotta con la depressione, e una prosecuzione legale piuttosto accanita nei suoi confronti per aver consentito l’accesso a documenti di ricerca riservati dell’MIT, per i quali rischiava un’ammenda milionaria e molti anni di carcere. La rete, stavolta è il caso dirlo, è in lutto, dal grande padre di Creative Commons, Lessig, che è stato anche uno dei primi mentori di Aaron quando non era nemmeno adolescente, alle migliaia di utenti che lo stanno omaggiando di lettere e racconti personali sui vari tumblr creati a questo scopo.

Qui la notizia su Mashable.
Qui la straordinaria testimonianza di Cory Doctorow per BoingBoing (che vi traduco qui sotto nel podcast)
Qui un vecchio post di Aaron, “se venissi investito da un camion”.
Qui Spundge con una raccolta degli articoli e delle testimonianze uscite in queste ore. Qui il tributo con i messaggi personali per Aaron. qui la PDFProtest in solidarietà con Aaaron dai ricercatori universitari.

In Italia un po’ di polemiche sul trattamento superficiale della notizia su Aaaron, ma intanto qui La Stampa e qui Francesco Marinelli per Il Post.

Qui Matthew Yglesias per Slate, qui John Schwartz del New York Times, qui Salon.

Qui il GuardianTech sulle dichiarazioni di accusa della famiglia di Aaron al procuratore che lo stava indagando e all’MIT. Qui Slashdot con un breve parere sulla questione legale, e anche Blankslate sulla stessa questione. Importantissimo il post di Alex Stamos, esperto per la difesa nel caso legale di Aaron.

Qui David Weinberger, del Berkman Center for Internet and Society dell’università di Harvard, su come Aaron Swartz fosse un costruttore, non un hacker, dove ricorda tutto quello che ha fatto. Qui Jeff Jarvis che racconta cosa gli ha fatto capire Aaron sul vero valore dei contenuti. (ve ne traduco alcuni frammenti). Qui Lessig contro la prosecuzione legale nei confronti di Aaaron.

Qui Aaron, “come ottenere un lavoro come il mio”.

La canzone di oggi era “For today I am a boy” di Anthony & the Johnsons.

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carriera solista

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Lo straordinario Andrew Sullivan del Daily Dish, impresa di blogging di enorme successo all’interno di Daily Beast/Newsweek (in precedenza, su scala minore, a The Atlantic, con un’autorevolezza costruita per anni) ha deciso di migrare col suo gruppo di lavoro, finanziandosi grazie alle donazioni degli utenti, e gestendosi in autonomia su The Dish a partire da febbraio, senza pubblicità. Una scommessa commerciale, un segnale della rivoluzione del giornalismo, e una provocazione che sta facendo discutere. Qui il racconto de Il Post, qui il parere di Andrea Salvadore (che conoscete per il suo blog AmericanaTv) per Europa, qui il parere decisamente ostile di Mark Ames. Qui il punto di vista di Giuseppe Granieri per i blog dell’Espresso.

La canzone di oggi era ” A little less conversation” di Elvis Presley (rmx)

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cosa metti dietro il paywall

Durante l’emergenza provocata dall’uragano Sandy, il New York Times e soprattutto il blindatissimo Wall Street Journal hanno tolto provvisoriamente i loro paywall, rendendo accessibili a tutti i loro contenuti informativi che di solito sono a pagamento. E sulla rete si è scatenata una sequenza di battute (“si vede che nei giorni a pagamento l’informazione non è importante”) e la corsa ad approfittare del libero accesso per leggere tutto d’un fiato i contenuti ambitissimi del WSJ (per esempio i loro reportage dalla Siria). In generale, in rete il paywall è visto anche come un argine artificiale alla condivisione, che di fatto esclude alcuni grandi testate di qualità dal dibattito collettivo di ogni giorno in cui si confrontano e condividono i contenuti. Al dibattito su paywall sì/paywall no, in particolare sull’effettiva resa commerciale del contenuto a pagamento e sulla qualità dei contenuti online per cui si chiede di pagare, come sapete è attentissimo Steve Buttry, che citavamo qui. In questi giorni è arrivata l’anticipazione che potrebbe scegliere il paywall anche la testata online di Repubblica, e che il Washington Post (se ne parlava da mesi) potrebbe scegliere a sua volta questa strada. Arianna Ciccone, direttrice del Journalism Fest di Perugia, segnala l’intervento di John L. Robinson.

Per seguire gli sviluppi delle manifestazioni di oggi al Cairo ci vediamo su @alaskaRP.

La canzone di oggi era “Wonderwall” di Ryan Adams

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la scommessa liquida

In Italia e nel mondo, i giornali chiudono, e alla luce dei tagli del personale al Guardian, fa un po’ impressione ripensare alle parole temerarie di Alan Rusbridger al Festival di Internazionale a Ferrara, quando, forte del finanziamento di “backup” che riceve dalla fondazione che lo sostiene, il direttore del quotidiano più sperimentale del mondo dichiarava di perdere denaro “apposta” per avere spazio per tentare, sbagliare e proporre formati e contenuti che gli altri non hanno. Tagli anche al NYT, dove lo staff è in agitazione da settimane. E intanto, un po’ oscurati dalle notizie sulle elezioni, a ottobre sono usciti parecchi dati sulla comparazione di vendite della pubblicità su carta e di quella online, e sui danni/benefici dei paywall che costringono i lettori ad abbonarsi. Secondo Mathew Ingram, vale la metafora di David Carr del New York Times: i giornali sanno che devono passare dalla stanza della carta a quella del web, ma non possono farlo di colpo, e in questo momento si trovano nel lungo e buio corridoio che separa le due stanze, cercando la strada a tentoni. In più, la pubblicità dei giornali viene ancora venduta in pacchetti complementari fra cartaceo e online, e finché sarà così è impossibile calcolare se davvero la pubblicità online renda meno di quella su carta. In ordine cronologico, qui Mathew Ingram sul fatto che il digitale è l’unica opzione del futuro, qui Steve Buttry sul falso secondo il quale i giornali con paywall offrono maggiore qualità, qui l’amministratore delegato del Guardian sul futuro del giornale (e i suoi costi esorbitanti), qui Katherine Rushton sui tagli al Guardian e all’Observer, qui Ryan Chittum su come il paywall impedisce al New York Times di svoltare nel numero di lettori online, qui Alan D.Mutter sulla perdita di pubblicità dei giornali (-31,5% in 4 anni).

La canzone di oggi era “Blank maps” di Cold Specks

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#glocal12

Lo scorso weekend Varese News ha festeggiato il suo compleanno con una tre giorni di dibattiti e workshop sulle trasformazioni del giornalismo online, che oggi ci facciamo raccontare dal presidente di Ona Italia, Mario Tedeschini-Lalli.

La canzone di oggi era “Rumba de Barcelona” di Manu Chao

Ecco la puntata di oggi:

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