Alaska XL #33 | Il futuro non è scritto

Molly Craballe tiger at Salam school Zeitouna

(graffiti di Molly Crabapple alla scuola Salam di Zeitouna, confine turco-siriano; dettaglio della tigre ispirata a un racconto di Zachariah Tamar)

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Benvenuti a quella che sarà non solo l’ultima puntata di Alaska per questa stagione, ma l’ultima almeno per i prossimi sei mesi. Infatti, come qualcuno di voi già sa, nel mio percorso personale a Radio Popolare, che dura con poche interruzioni da 25 anni, mi prenderò un periodo sabbatico. In ogni caso, come diceva Joe Strummer dal quale prendiamo in prestito il titolo di questa puntata, “il futuro non è scritto” – continuerete a trovare tutto l’archivio di Alaska qui sul blog insieme a eventuali aggiornamenti e traduzioni, e potremo sentirci sempre via Twitter. Oggi voglio dare uno sguardo ad alcuni aspetti sia inquietanti che incoraggianti di come rete e tecnologia si stanno modificando verso il futuro – sfide aperte, grandi risultati, e preoccupazioni.

J.M Berger di The Atlantic ha preso in mano la questione della propaganda attraverso Twitter dell’ISIS (il gruppo sunnita Islamic State of Syria and Iraq), con i dettagli della loro cronaca dell’ingresso a Mosul in Iraq. Questo utilizzo universale della piattaforma anche a fini di mera propaganda e in alcuni casi per gruppi politici violenti mette a dura prova le decisioni di Twitter, che fino a qualche mese fa era noto per essere la piattaforma pù rispettosa del principio della libertà di espressione – come racconta qui Mathew Ingram, che poi affronta la questione di cosa possa significare la fuga di dirigenti di Twitter di queste settimane – una confusione (visibile anche agli utenti) sull’identità stessa della piattaforma.

♫ “Nightswimming” dei REM

Ecco la prima parte di oggi:

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Gli hacker escono finalmente dal guscio? Dal 18 al 20 luglio al Pennsylvania Hotel di New York tornerà HOPE (acronimo di Hackers on Planet Earth), la conferenza degli hacker arrivata alla sua decima edizione, che quest’anno sarà dedicata ai “dissidenti” – con Daniel Ellsberg, Thomas Drake, Andrew Blake, Cristopher Soghoian, Gabriella Coleman, e la Electronic Frontier Foundation. Il tema della “dissidenza” informatica, riportato in luce da Snowden e Manning, sta anche “aprendo” da mesi il mondo piuttosto esclusivo degli hacker a una platea molto più vasta.

Alle radici della storia di Hope (di cui trovate tutto il programma qui), ci sono Emmanuel Goldstein (pseudonimo di orwelliana memoria che è il nome d’arte del pioniere dell’hacking Eric Gordon Corley), la rivista 2600, e il talk show radiofonico Off the hook, andato in onda regolarmente su WBAI dal 1988 al 2012 e condotto dallo stesso Emmanuel. La nostra Marina Catucci è andata a trovarlo e lo ha intervistato, insieme a Kyle e a Rob Vincent. Potete riascoltare l’intervista qui sotto nel podcast.

♫ “Gioia e rivoluzione” nella versione degli Afterhours

Ecco la seconda parte di oggi:

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E a proposito di dissidenti, sono proprio tutti uguali e nobili ed eroici? Sì, purché tu non ce li abbia in casa – lo sostiene su Vanity Fair, con molta preoccupazione, l’artista e attivista Molly Crabapple (che in questi giorni ha dipinto le pareti della scuola di Zeitouna, al confine tra Siria e Turchia, e frequentata da bimbi siriani fuggiti dalla guerra). Il suo scritto è anche un modo per ricordarci il caso americano di Cecily McMillan di Occupy Wall Street, condannata a tre mesi di carcere per essersi difesa dal maltrattamento di un poliziotto.

Intanto, nella saga infinita delle rivelazioni sulla sorveglianza dell’NSA, Der Spiegel ha stilato la guida definitiva (anche se in continuo aggiornamento) al coinvolgimento tedesco, con i chiarimenti tratti dai file di Snowden, l’approfondimento di alcuni aspetti chiave, e la cronologia di articoli in proposito dello stesso Spiegel. E qualche segnale positivo di contrasto c’è, dalla timida ma unitaria opposizione di Apple e Cisco al fianco di Microsoft nel rifiutare un mandato americano di consegna per alcune email straniere, al voto bipartisan dei deputati del Congresso che con 293 voti contro 123 hanno fatto passare l’emendamento Massie-Lofgren: qui l’effetto che dovrebbe avere sulla chiusura delle “backdoor” di cui l’NSA approfitta per le sue ricerche, e qui il parere della Electronic Frontier Foundation.

Grazie a tutti di cuore per l’attenzione che avete dimostrato per questa quinta stagione di Alaska e per i risultati straordinari del blog, e anche a tutte le persone che hanno collaborato al programma in questi mesi o che mi hanno sostenuto in questi anni in tanti modi belli e importanti – in ogni nota e parola di quello che ho fatto ci sono anche loro. Ci vediamo nel futuro.

♫ “Satellite of love” di Lou Reed

Ecco la terza parte di oggi:

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Alaska XL #32 | signora Egitto

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(la scrittrice Ahdaf Soueif a Tahrir, fotografia di Hossam el Hamalawy)

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Benvenuti alla penultima puntata di Alaska di questa stagione. Mentre vi parlo è in corso al Cairo la 12a udienza del processo ai giornalisti di Al Jazeera, mai scarcerati dal momento del loro arresto-lampo lo scorso dicembre. La madre di Alaa Abdel Fattah, Leila Soueif, è al 22° giorno di sciopero della fame in solidarietà con l’estenuante sciopero del giovane giornalista Abdallah el Shamy, in carcere dallo scorso agosto mentre ancora attende che gli venga notificata un’accusa formale.

Dopo la bizzarra operazione della commissione elettorale per cercare di aumentare l’affluenza deludente alle presidenziali di tre settimane fa, l’ex maresciallo Sisi è diventato presidente, e per ora si è fatto notare soltanto per una maratona e biciclettata di esempio agli egiziani (la maggior parte dei quali va a piedi perché non ha altra scelta, mentre chi usa la bicicletta lo fa sfidando il traffico metropolitano più caotico del mondo), e per aver portato fiori e telecamere in ospedale alla vittima di un gravissimo stupro avvenuto a Tahrir la sera dei festeggiamenti elettorali – lo stesso uomo che aveva supervisionato le operazioni dei medici militari che praticavano “test di verginità” sulle manifestanti nei sotterranei del Museo Egizio, e che ora sostiene la legge contro le molestie appena approvata dall’ex governo ad interim, fa arrestare i responsabili dello stupro, ottiene da YouTube la rimozione del video che lo ha documentato, mentre la sua polizia continua a praticare violenze in carcere su maschi e femmine, e ad arrestare, come avvenuto sabato, le attiviste che manifestano contro la violenza sessuale da qualunque parte provenga.

Il 21 maggio, l’ex presidente Hosni Mubarak e i suoi due figli hanno ricevuto condanne a 3 e 4 anni per corruzione. Il quotidiano online Mada Masr (che il 21 giugno compirà un anno di vita in un panorama informativo bombardato da chiusure e minacce) ha avuto accesso ai documenti dell’inchiesta e ricostruisce qui le attività illegali a cui fa riferimento la sentenza.

Per aver violato la legge anti-manifestazioni è invece in carcere e torna in tribunale oggi la celebre attivista alessandrina Mahienour, e l’11 giugno i 25 imputati per la manifestazione-lampo al consiglio della Shura, fra i quali il blogger Alaa Abdel Fattah, sono stati condannati a 15 anni di carcere, tre o quattro volte il numero di anni assegnati a magnati corrotti o poliziotti torturatori – un verdetto clamoroso che ha sollevato reazioni indignate a livello internazionale. Seguendo l’esempio di Mahienour, che ha scritto dal carcere che la sua priorità non è essere scarcerata o graziata ma che venga revocata la legge anti-proteste, gli attivisti egiziani hanno deciso di puntare su una campagna complessiva nel nome di tutti coloro che sono in carcere per aver violato quella legge, e hanno lanciato questo sito web che raccoglie tutti gli scritti, le lettere e gli aggiornamenti legali che li riguardano, e gli appuntamenti internazionali previsti in solidarietà con loro (guardate anche il bellissimo banner creato da Ganzeer).

Intanto, poche ore dopo l’inaugurazione ufficiale della presidenza Sisi al cospetto di molti capi di stato, il comico satirico Bassem Youssef ha annunciato che il nuovo ciclo del suo programma, saltato sull’egiziana CBC e ora ri-finanziato da un canale saudita in Egitto, non sarebbe partito. “In questo clima”, ha spiegato Youssef insieme a tutto il suo staff, “sarebbe possibile solo una versione tiepida e annacquata”, e ancora, “ho paura per la mia famiglia”. Qui Max Fisher per Vox racconta come la censura finale dello show El Bernameg (ultimo spazio di discussione e satira sulla scena pubblica egiziana) sia in parte responsabilità dello stesso Youssef, che a suo tempo aveva legittimato la ridicolizzazione dei Fratelli Musulmani e della presidenza Morsi e non aveva preso una posizione chiara contro il massacro di Rabaa, legittimando così indirettamente tutte le altre violazioni del diritto di espressione che si sarebbero poi ritorte contro di lui.

Negli stessi giorni, il giornale Al Watan ha divulgato una fuga di notizie su un documento del Ministero degli Interni che pianifica la sorveglianza elettronica dei social media egiziani per fermare la diffusione di “idee distruttive”.

Mentre ancora si stava votando, il database statistico della rivoluzione, Wiki Thawra, ha pubblicato i risultati della sua documentazione degli arresti e delle uccisioni avvenute negli undici mesi dal colpo di stato del 3 luglio 2013 a oggi: gli arresti ascrivibili a manifestazioni e reati d’opinione (documentati nome per nome) sono 40.163. Gli osservatori internazionali delle elezioni presidenziali, dopo un’apparente compiacenza iniziale, hanno certificato con una certa durezza il clima e il metodo in cui si è votato. Qui trovate la relazione del gruppo di osservatori dell’Unione Europea.

Qui trovate la durissima lettera del 30 maggio, firmata da Human Rights Watch, Amnesty International e altre ONG, al Consiglio per Diritti Umani dell’ONU sulla situazione dei diritti umani in Egitto.

♫ “The classic” di Joan as Policewoman

Ecco la prima parte di oggi:

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Proprio nei giorni delle elezioni, sono andata a trovare la scrittrice, giornalista e attivista Ahdaf Soueif. Mi ha accolto nella piccola casa di famiglia di cui racconta nel suo libro “Cairo, la mia città, la nostra rivoluzione” e abbiamo discusso di tutti gli aspetti del dramma egiziano, mentre sotto le sue finestre passavano automobili con l’inno pro-Sisi a tutto volume, nelle strade per il resto deserte come i seggi elettorali. Ahdaf Soueif, tornata al Cairo anni fa da Londra dopo la morte di suo marito, come la sorella (Leila Soueif), il figlio (Omar Robert Hamilton) e i nipoti (Alaa Abdel Fattah e Mona Seif) è impegnata in primo piano nella rivoluzione. Scrive per il Guardian e per Shorouk News, è considerata un ponte fra culture, appartiene alla generazione storica delle femministe egiziane, è molto legata al festival del cinema palestinese, e nei 18 giorni del 2011 fu tra i negoziatori di piazza Tahrir. Immaginatela china sulla sua scrivania, mentre contemporaneamente risponde alle lettere dei ragazzi torturati in carcere, sente al telefono la sorella in sciopero della fame, cerca di finire la traduzione in arabo del suo libro, si prepara col resto della famiglia a quella che sembra la condanna inevitabile del nipote, e si chiede, come mi ha detto, se il suo prossimo libro sull’Egitto non debba essere un libro di fiction e non un saggio, “perché solo la fiction può sperare di raccontare il momento surreale che stiamo vivendo”. Qui sotto nel podcast potete ascoltare il racconto che ci ha fatto (e qui trovate la trascrizione).

♫ “Trials, troubles and tribulations” di Valerie June

Ecco la seconda parte di oggi:

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E a proposito di come si arrivò, il 30 giugno dell’anno scorso, alle mega-manifestazioni di piazza per rovesciare Morsi (che oggi sarebbero vietate per legge) che prepararono la strada al colpo di stato, un pezzo pubblicato da Sheera Frankel e Maged Atef per BuzzFeed, con diverse interviste, indaga nei retroscena del movimento Tamarrod che lanciò la petizione contro Morsi e i cortei, e che si è poi disintegrato proprio per la sua compromissione con i militari. Per la prima volta, quelle che finora erano state voci e rumors hanno nomi e cognomi e testimonianze dirette. Richard Spencer, per il Telegraph, ricostruisce come Sisi, anche quando era sconosciuto, abbia sempre lavorato per mantenere al potere l’esercito, fin dai tempi di Mubarak.

♫ “Nobody knows the trouble I’ve seen” di Sam Cooke

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Alaska XL #31 | i nostri nuovi problemi

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Ben ritrovati! Vi ricordo che Radio Popolare è nel pieno della sua campagna di sostegno, abbonatevi se non l’avete ancora fatto e acquistate la nostra maglietta in radio, alle nostre iniziative e al Carroponte, dove fra pochi giorni cominciano le nostre dirette dei mondiali di calcio in Brasile.

Oggi ricapitoliamo un po’ di vicende digitali che avevamo lasciato in sospeso per lasciare spazio al blog in diretta delle elezioni egiziane – argomento che, dopo la vittoria e l’insediamento ieri alla presidenza dell’ex maresciallo Sisi riprenderemo nella prossima puntata, penultima della stagione, con diversi approfondimenti interessanti. Oggi dunque le novità sulla vicenda Snowden/NSA, la guerra online fra Amazon e il gruppo editoriale Hachette, e la curiosa sentenza europea che obbliga Google a garantire il “diritto all’oblio” in rete. Tutte e tre le questioni vedono parti contrapposte e suscitano vari tipi di tifoserie, ma il loro vero valore e interesse, ancora una volta, è quello di spingerci a riflettere sulla trasformazione impressa dalla rete alla nostra vita pubblica, con la necessità di trovare nuovi equilibri etici e legali.

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Edward Snowden ha concesso un’ora di intervista televisiva alla NBC, e ha partecipato qualche giorno fa in diretta video al Personal Democracy Forum (qui trovate l’integrale del suo intervento). Glenn Greenwald ha pubblicato il suo libro sulla vicenda NSA, “No place to hide”, e lo ha presentato di persona a New York e in alcuni paesi europei compresa l’Italia. La public editor del New York Times, Margaret Sullivan, ha bacchettato pubblicamente l’autore della recensione del libro di Greenwald che è uscita sabato sulla New York Times Book Review, e intanto un’altra infornata di file di Snowden ci informa su come l’NSA applica il riconoscimento facciale a fini di sorveglianza a vaste quantità di foto private. L’NSA contesta a Snowden di aver mai presentato reclami formali sulle politiche dell’agenzia quando ancora ci lavorava (lui sostiene di averlo fatto più volte) e per dimostrarlo ha pubblicato una email innocua di quel periodo. Sullo sfondo, prospera e scricchiola e di nuovo prospera il Guardian, il giornale che più ha abbracciato la battaglia di Snowden contro la sorveglianza fino a farne una vera e propria strategia di sbarco negli Stati Uniti – dal Pulitzer fino al ruolo giocato da Janine Gibson nella vicenda del cambio di direzione al New York Times.

Come sfondo del clima di questi giorni, vale la pena segnalarvi il duro attacco a Snowden e Greenwald di George Packer (lo stesso giornalista che per il New Yorker aveva composto la straordinaria storia di Amazon che vi avevo sintetizzato qualche settimana fa), pubblicata il 22 maggio su Prospect Magazine. Intanto veniva rilasciato l’hacker Sabu (Hector Xavier Monsegur, il principale delatore di Jeremy Hammond) per la sua “straordinaria collaborazione con l’FBI” nel rivelare il funzionamento di LulzSec (spesso considerata un’infiltrazione nel lavoro di Anonymous). E TrueCrypt, lo strumento di crittaggio utilizzato da Snowden, chiudeva per “mancanza di sicurezza”. Intanto è arrivato l’annuncio che uno dei due film in preparazione su Snowden verrà diretto da Oliver Stone.

Qui il Guardian sulla valanga (“ingestibile”) di richieste ricevute dall’NSA sotto il Freedom Information Act dalle prime rivelazioni di Snowden in poi. Qui il New York Times sulla raccolta di “facce” che l’NSA colleziona sul web per il riconoscimento facciale.

L’apparizione di Edward Snowden al Personal Democracy Forum giovedì scorso ha coinciso con il lancio di ResetTheNet (per il crittaggio totale) e della Courage Foundation (per finanziare la sua difesa legale). La sua intervista per la NBC non è più disponibile su YouTube (dove trovate comunque qualche estratto), ma qui trovate il frammento rimasto escluso dal montaggio (nel quale parla della “scomparsa” di fatto del Quarto Emendamento in favore di una “sorveglianza pre-criminale”), e qui il racconto di come è stata preparata. Qui la sintesi che ne ha fatto Rolling Stone (che a dicembre del 2013 aveva preparato un memorabile factchecking sulla figura di Snowden), individuando i 6 punti più importanti emersi dall’intervista. Poiché Snowden aveva rifiutato per un anno intero le proposte di interviste mainstream americane, Huffington Post analizza qui il suo cambio di strategia. Qui la vecchia lettera di lavoro di Snowden (o, come poi ha specificato lui dopo averla vista, la porzione di lettera) fatta circolare dall’NSA. Qui l’opinione di The New Republic sull’intervista NBC (conferma, secondo loro, dell’arroganza di Snowden). Michael Hayden, ex Cia ed ex direttore dell’NSA, ha pesantemente criticato la NBC per aver fornito “una piattaforma a Snowden”.

Dal Dipartimento di Stato americano è arrivata, per bocca di John Kerry in persona, l’ingiunzione a Snowden di tornare negli Stati Uniti per affrontare le conseguenze legali del suo gesto (“codardo”, e “sii uomo”…). Daniel Ellsberg, il whistleblower dei Pentagon Papers che Kerry cita come esempio alternativo (forse perché più vicino, ai tempi, alle sue posizioni critiche sulla guerra in Vietnam) si è fermamente sottratto a questo tentativo di accattivarselo per colpire Snowden, e ha pubblicato sul Guardian una disamina della differenza fra le conseguenze legali per un whistleblower di allora e quelle che si troverebbe ad affrontare Snowden negli Stati Uniti di oggi.

Il libro di Greenwald, che ho letto per voi in questi giorni, è un libro solido, con la ricostruzione del “giallo” di Snowden a Hong Kong nella prima e terza parte, e al centro una sintesi dei punti cardine della questione della sorveglianza elettronica globale – forse la meno appassionante dal punto di vista narrativo ma anche la più utile – e una tirata forse un po’ troppo didattica e personalistica sulla contrapposizione fra giornalismo compiacente e giornalismo avversariale. Qua e là alcuni dettagli fondamentali su chi ha quali file di Snowden, sul ruolo del Washington Post, su come ha funzionato la collaborazione con il Guardian comprese le differenze di vedute e il ruolo fondamentale della allora direttrice del Guardian US, Janine Gibson.

In Italia per presentare il libro, Greenwald ha parlato con diversi giornalisti, a mio parere i resoconti più interessanti sono questi: il racconto di Luca Sofri del loro incontro, e la lunga intervista realizzata da Linkiesta.

Qui la recensione del libro di Greenwald preparata per la New York Review of Books da Michael Kinsley, che oltre a contestare lo spirito da “teoria del complotto” del libro accusa Greenwald di assumere un tono da “zitella acida”, e qui la risposta dello stesso Greenwald, che ha fatto ormai della discussione sul giornalismo e della linea troppo poco avversariale dei media tradizionali uno dei filoni della vicenda NSA. La recensione, ancora prima di uscire sul cartaceo, era già stata criticata dai lettori dell’online e bacchettata con una certa durezza dalla public editor del New York Times, Margaret Sullivan, che ha poi ospitato le obiezioni di Kinsley. Il celeberrimo blogger e giornalista Andy Sullivan, pur essendo molto vicino a Greenwald, ha colto l’occasione per argomentare contro il principio che possa essere lui l’unico arbitro di cosa vada o non vada pubblicato dei file di Snowden nell’interesse pubblico. Per Adam Kirsch di The New Republic, bene ha fatto la New York Review of Books a difendere il diritto del recensore di esprimere opinioni personali su libro e autore.

Infine, se vi ricordate che vi avevo sempre descritto la missione del Guardian come “la conquista dell’universo”, potrebbe interessarvi questo pezzo straordinario di Michael Wolff per GQ, che descrive il giornale britannico, pur con tutto il suo coraggio, come un “nido di vipere”, ricostruendo la funzione dei file di Snowden nel suo piano di sviluppo americano, e il ruolo di Janine Gibson, che nelle ore del Pulitzer stava trattando con Jill Abramson per andare al New York Times ad affiancare Baquet, cosa che è costata alla Abramson la cacciata, a Baquet ha guadagnato la direzione, e alla Gibson la soddisfazione di portarsi al Guardian Aron Pilhofer, uno dei massimi esperti di giornalismo digitale e uno degli assi nella manica del New York Times.

♫ “The death of Queen Jane” di Oscar Isaac (colonnna sonora di “A proposito di Davis”)

Ecco la prima parte di oggi:

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Dopo un paio d’anni di relativa pace negli accordi fra Amazon e i grandi gruppi editoriali, è di nuovo scontro, stavolta fra il gigante delle vendite online e un gruppo editoriale molto potente, Hachette. I due non sono riusciti a trovare un accordo sul prezzo degli ebook (la precedente sentenza dice che a stabilirlo è l’editore, ma Amazon avrebbe il diritto di praticare sconti fino al 30%, che si rifletterebbero sul guadagno dell’editore stesso), e così Amazon ha cominciato una guerra fredda a colpi di sospensione delle vendite dei libri Hachette, prenotazioni sparite di libri Hachette in uscita, consigli di acquisto di titoli alternativi a quelli Hachette, fino all’invito all’acquirente a rivolgersi ad altri venditori. Di questa “interruzione commerciale” Amazon ha dato annuncio ai propri clienti qui, ma è stata bersagliata di critiche da ogni parte, accusata di usare sistemi ricattatori in una trattativa in corso e di tradire quella che ha sempre dichiarato essere la sua missione, cioè fornire il servizio migliore ai propri clienti. In realtà, le cose non stanno esattamente così, visto che il gruppo Hachette non è un fragile editore indipendente e che le questioni del monopolio sia di vendite sia di acquisto si fa sempre più complesso nell’ecologia della rete. Secondo alcuni commentatori, il vero motivo per cui Amazon si è resa antipatica con questa rappresaglia verso Hachette è che i libri sono considerati una merce “affettiva”, diversa da ogni altra. Qui Laura Hazard Owen su GigaOm con una ricostruzione di quello che si è visto sul sito di Amazon da fine maggio. Qui il parere critico di Suzanne McGee nella sezione economica del Guardian, qui quello dello scrittore David Gaughran che invita alla prudenza nella tifoseria, qui Parker Higgins della Electronic Frontier Foundation sulla gestione dei diritti digitali di Amazon, e qui Bob Kohn commenta per il NYT su cosa dovrebbero fare gli editori per difendersi dalla prepotenza di Amazon.

♫ “Heart is a drum” di Beck

Ecco la seconda parte di oggi:

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A fine maggio, Google ha messo online un modulo per chi voglia richiedere la rimozione dai risultati di ricerca di link non più rilevanti sul proprio conto. E’ la conseguenza delle richieste contenute in una sentenza della Corte di Giustizia Europea su quello che viene chiamato “diritto all’oblio”. Google comincia con l’ottemperare a questo obbligo legale in Europa, ma allo stesso tempo, accompagnato in questo da una vasta discussione fra gli esperti, si attrezza per sollevare preoccupazioni e resistenze e mettere in moto nuovi ragionamenti. Il Post ricapitola qui l’accaduto, e qui pubblica il dettagliato parere contrario di Carlo Blengino. Qui Wired intervista il filosofo italiano Luciano Floridi, che Google ha inserito nel team che dovrà valutare le implicazioni del diritto all’oblio.

♫ “Snake Eyes” dei Milk Carton Kids

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Alaska XL #30 | grey ladies

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(Ahmed Hassan)

“– WELL, IT’S NOT LIKE THE REVOLUTION ITSELF WAS EVER LEGAL. IT WAS ILLEGAL BUT WE DID IT ANYWAY.”

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Ben ritrovati ad Alaska, che da oggi subirà qualche lieve modifica (con la partenza alle 13 anziché 12.45, per lasciare spazio alla striscia quotidiana “A bola da vez” di Sara Milanese sulle città dei mondiali – i podcast diventeranno dunque 3 e non 4; poi il 26 maggio con la diretta e gli aggiornamenti sui risultati elettorali – ma intanto qui vi racconterò qui le elezioni in Egitto; e con la festività del 2 giugno) ma a parte questo andrà in onda regolarmente fino al 24 giugno compreso, con l’ultima puntata della stagione.

Oggi inevitabile riferirvi di cosa si è detto in rete della “cacciata” di Jill Abramson da direttrice esecutiva del New York Times, poche ore dopo la notizia delle dimissioni di Virginie Nougaryède da direttrice di Le Monde per forti contrasti con le redazioni, commentate qui dal Washington Post. Nelle stesse ore della notizia della “cacciata” di Abramson, è circolato il riservato punto interno sull’innovazione al New York Times, ora non più raggiungibile, ma commentato qui dal Nieman Lab.

Jill Abramson è stata sostituita in modo molto rapido da Dean Baquet, molto rispettato e primo afro-americano alla guida del giornale, ma la gestione pubblica della notizia dell’allontanamento della direttrice è stata gestita molto male dal giornale – lasciando spazio a voci sul fatto che il suo stipendio fosse più basso di quello del suo predecessore Bill Keller, o che sia stata “punita” per aver chiesto un aumento, o – peggio, che sia stata allontanata a causa della sua intenzione di creare un co-managing editor, ruolo che avrebbe proposto a Janine Gibson, già premio Pulitzer come direttrice del Guardian US e ora alla guida del Guardian online.

Così ha riportato la notizia lo stesso New York Times, ma il compito più difficile è toccato alla public editor Margaret Sullivan, che con un suo pezzo gradualmente aggiornato ha provato a verificare i fatti – trovandosi a dover anche rispondere alle accuse contenute nel post di Ken Auletta per il New Yorker che trovate qui.

Proprio Margaret Sullivan pochi giorni fa a Perugia aveva ricordato che il numero di donne nella redazione del New York Times era salito al 50% sotto la direzione di Jill Abramson. Slate fa un bel lavoro nel ricostruire chi sono e come Abramson le ha fatte sentire, e Emily Bell – scienziata del giornalismo e pioniera fra le donne ai vertici dei grandi giornali –  non le manda a dire.

♫ “Nostalgia” di Emily Barker (Wallander theme)

Ecco la prima parte di oggi:

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Qui diversi altri commenti: il New York Magazine, Politico qui e qui, The Nation (“Jill Abramson aveva ragione”, ma su alcune scelte che l’hanno vista in opposizione a Sultzberger), qui l’Observer sul fatto che Sultzberger non ami l’eccessiva visibilità personale dei suo dirigenti, qui New Republic che spera, visto il trattamento umiliante, che si scopra che Abramson rubava dalle casse del giornale.

Rachel Sklar ha messo insieme alcuni di questi link e alcuni tweet pubblicati nelle ore della notizia in questo Storify, e ha scritto un pezzo per Medium.

Qui una storia di retroscena di Capitalqui BuzzFeed, qui Vox, qui il Daily Beast.

E qui (da “dentro”) il parere su Medium di “NYT Fridge”…

♫ “Senza finestra” di Afterhours e Joan as Policewoman

Ecco la seconda parte di oggi:

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Manca una settimana alle elezioni presidenziali in Egitto, l’ex maresciallo Sisi – a parte tappezzare la città di manifesti, non ha accettato il confronto televisivo con il suo concorrente, Hamdeen Sabbahi, e intanto il processo farsa contro i giornalisti di Al Jazeera lascia tutto fermo, e il giovane Abdallah Elshamy, arrestato a Rabaa nove mesi fa e in sciopero della fame da 3, è stato nutrito forzatamente e trasferito in isolamento, e si è visto allungare ancora la detenzione senza accuse. Negli stessi giorni, dopo che i più importanti graffiti artist della rivoluzione hanno annunciato le loro azioni contro la campagna elettorale di el Sisi, lo straordinario artista contemporaneo Ganzeer (la nostra Laura Cappon lo aveva intervistato qui) è stato costretto a fuggire dal Cairo. Qui la notizia di al Ahram, qui la sua spiegazione diretta.

♫ “Amsterdam” di Daughter

Ecco la terza parte di oggi:

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Alaska XL #29 | il giardino dei dubbi

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(Brown Moses che si prepara a salire sul palco del Teatro la Sapienza di Perugia)

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Come promesso, voglio dedicare la puntata di oggi ad alcuni dei filoni fra i tanti interessanti che sono stati affrontati qualche giorno fa alla settima edizione del Festival del Giornalismo di Perugia. Impossibile com’è pretendere di descriverli e riassumerli tutti, cercherò di dare spazio ad alcuni dei temi fra quelli che ho seguito direttamente e quelli che invece, come fanno in molti, ho recuperato online al mio ritorno – sotto forma di articoli scritti dai collaboratori stessi del festival o di video integrali dei panel.

Cominciamo da una relazione precedente all’inizio del festival. Si trattava, come sapete, della prima edizione al cui finanziamento ha contribuito una raccolta di fondi in crowdfunding. Qui un’analisi dei numeri e di come vari nuclei sui social media hanno contribuito a muoverli.

♫ “Tennessee” di Johnny Cash

Ecco la prima parte di oggi:

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Come vi avevo raccontato qui qualche settimana fa, è vivo il dibattito su come il cosiddetto “giornalismo esplicativo” stia fiorendo nelle start-up che fanno concorrenza alle grandi testate, ma anche su come questo sembri in mano agli uomini, particolarmente quando si tratta di “brand” personali. Purtroppo Emily Bell, la più accesa nemica di quello che lei chiama “mansplanatory journalism”, ha dovuto rinunciare ad essere presente all’ultimo momento, ma vi propongo la riflessione di Vincenzo Marino di metà marzo e il video del panel “Where are the women?”.

Fra i protagonisti dell’edizione di quest’anno, Felix Salmon (appena passato dalla Reuters all’online del canale tv Fusion), qui intervistato da Giulia Saudelli, e Brown Moses (Eliott Higgins), il giovane blogger inglese che indaga sulle armi impiegate in Siria (che ho intervistato qui insieme a Matthew Ingram di GigaOM, che ha poi scritto un pezzo per raccontare l’incontro).

♫ “One day” di Sven Dorau

Ecco la seconda parte di oggi:

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I temi su cui il festival è tornato dopo averci in realtà lavorato tutto l’anno sono la Siria, l’Ucraina, il giornalismo nei paesi africani, il linguaggio d’odio e il cosiddetto cyberbullismo, un FOIA per l’Italia, il precariato, le misurazioni del numero di utenti, le storie di lungo formato (qui il video del panel a cui ho avuto il piacere di partecipare), la libertà di stampa e i pericoli che corrono i reporter, in particolare quelli che si occupano di esteri. Irene Macaione sintetizza il panel sul giornalismo basato sui dati in ambienti ostili, con Mario Tedeschini e Alessandro Cappai di Ona, e Angelica Peralta Ramos del quotidiano argentino La Nacion, e Giannina Segnini, del gruppo di giornalismo investigativo de La Nacion di San Josè. Qui l’intervista con Raju Narisetti, vicedirettore strategico della News Corp di Murdoch, su come si lavora su “temi ardui”; Andrea Iannuzzi ha scritto un ragionamento su quello che si è sentito al festival sul tema della misurazione degli utenti; Fabio Chiusi sintetizza il panel sulla mappatura di trasparenza e censura. Irene Macaione riassume i punti più importanti del panel dedicato al fact-checking (in Italia, questo sconosciuto, ma è sempre meno così), e Ciro Pellegrino ha moderato un incontro molto animato sulle condizioni di lavoro dei giornalisti precari.

♫ “These boots are made for walking” di Nancy Sinatra

Ecco la terza parte di oggi:

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Fra i keynote speech, qui quello di Margaret Sullivan, public editor del New York Times, intervistata da Raffaella Menichini, qui quello di Wolfgang Blau, direttore delle strategie digitali del Guardian, che, come riassume Sofia Lotto Persio, si è interrogato sull’utilità e probabilità di una testata di stampa pan-europea.

Altro tema molto discusso, quello dell’utilizzo da parte delle testate di stampa del cosiddetto UGC (user generated content), il contenuto generato dagli utenti soprattutto nei momenti di grosse “breaking news” (come uragani, esplosioni, emergenze). Molto ancora da mettere a punto, perché le realtà legali e culturali paese per paese sono molto diverse, ma Claire Wardle sta scrivendo una lunga relazione per il Tow Center che corre parallela al lavoro che sta facendo Fergus Bell dell’Associare Press: la preparazione in crowdsourcing per la Online News Association di una sorta di codice etico universale sull’utilizzo dei materiali degli utenti. Qui il panel con loro che ho moderato, qui il riassunto di Sofia Lotto Persio sull’altro incontro con Fergus Bell e Claire Wardle, e qui Adeola Oribake intervista Craig Silverman del Poynter Institute sul futuro “manuale”.

Infine, tema caldissimo, naturalmente, quello delle conseguenze sul lavoro giornalistico dell’affare Snowden, al quale sono stati dedicati diversi incontri. Qui una sintesi del panel su ciò che i reporter hanno imparato dal “modello Wikileaks”, qui Rozina Sabur che racconta l’incontro sull’era post-Snowden, mentre qui sempre lei intervista uno dei panelist, il giornalista del Guardian James Ball.

♫ “Dove si va da qui” degli Afterhours

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #22 | fuori dal club

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Molto si muove nelle start-up del giornalismo, lo sapete, soprattutto negli Stati Uniti (che nella puntata di oggi rappresentano semplicemente la frontiera più avanzata della discussione). Proprio oggi, per esempio, si attende l’esordio della nuova squadra di Fivethirtyeight, il blog di statistica di Nate Silver trasferito dal New York Times a MSNBC. Ma fra i reclutamenti di quella che dovrebbe essere una vera e propria rivoluzione, le donne scarseggiano. Natasha Vargas-Cooper si è unita alle file molto maschili di The Intercept, ma solo nel quadro dell’arrivo di un John Cook di Gawker come direttore della nuova testata di Greenwald. Per adesso, non sembra che le lamentele di Melissa Bird su Medium di cui vi parlavo qualche puntata fa e le rassicurazioni di Andy Carvin abbiano sortito un grande effetto. Intanto, il Guardian può permettersi di guardare la faccenda dall’alto in basso perché (pur non essendo immune da sessismo nei livelli intermedi delle redazioni, come raccontato l’anno scorso al Festival del giornalismo di Perugia) da anni investe sulle donne di punta del giornalismo, incoraggiandole ad assumere ruoli di massima responsabilità – Emily Bell è stata la vera inventrice del Guardian online, e fino a qualche giorno fa era donna il direttore del Guardian Australia (Katharine Viner) e donna il direttore del Guardian americano (pioniere della vicenda NSA con Janine Gibson alla guida). Questa linea prosegue con le recentissime promozioni, che vedono il trasferimento di Katharine Viner al posto di Janine Gibson a New York, Emily Wilson a Sidney al posto di Viner, e il ritorno di Janine Gibson a Londra per dirigere il Guardian online. E’ legittimo dunque, che proprio dalle pagine del quotidiano britannico venga il j’accuse di Emily Bell, “le start-up del giornalismo non sono una rivoluzione se sono piene di tutti questi uomini bianchi” (vi traduco il suo pezzo nel podcast qui sotto).

♫ “Workin’ woman blues” di Valerie June

Ecco la prima parte di oggi:

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Nel mondo dei programmatori le donne si stanno facendo largo con nomi di sempre maggiore spicco – come Julie Ann Horvath – ma nonostante si tratti di una cultura recente e tendenzialmente progressista, l’ambiente sembra di nuovo modellato sulla consueta impronta da club maschile. La stessa Horvath, molto rispettata, stava conducendo all’interno di GitHub un progetto di preparazione per donne programmatrici, con l’intento preciso di cambiare da dentro la cultura di chi scrive codice open-source. Secondo Daily Dot, che ha messo in fila una serie di suoi messaggi del 15 marzo, Horvath sta per lasciare GitHub, che accusa di una generica cultura sessista, e la sua direzione, per la quale allude più specificamente a molestie. Senza elementi più chiari, è difficile dire quale sia la situazione che Horvath si è trovata intorno sul posto di lavoro – uno spazio anonimo online è stato creato per controbattere alle sue accuse, che vengono viste da alcuni colleghi come un tentativo di macchiare la reputazione di GitHub – ma alcuni dei suoi commenti fanno molto male, a cominciare dalla sua affermazione che per una donna tentare di cambiare un sistema dall’interno sia impossibile, e l’unica alternativa sia quella di costruire ambienti ad hoc con una cultura diversa. La vicenda di Julie Ann Horvath mi ha fatto tornare in mente uno scritto molto intenso di Jennifer Gilbert per Medium: “programmare software ha fatto di me una donna” (ve lo traduco qui sotto nel podcast).

♫ “I don’t want to play in your yard” di Peggy Lee

Ecco la seconda parte di oggi:

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Intanto, sulla scia dell’8 marzo, a tornare sulle dibattutissime vicende sulle donne nella forza lavoro e l’equilibrio con la famiglia (tenute alte nella discussione dallo strano libro di Sheryl Sandberg, “Lean in”, che ha tenuto banco per tutto l’anno scorso), è stata Anne-Marie Slaughter, docente a Princeton e già direttore delle politiche del Dipartimento di Stato americano dal 2009 al 2011, a proporre un punto di vista un po’ meno manicheo.

♫ “The lions” di Erin McKeown

Ecco la terza parte di oggi:

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Infine, Kevin Powell per bknation è riuscito a fare una lunga chiacchierata con bell hooks, poetessa, scrittrice, afro-americana, femminista, che ormai 61enne riflette su tutte le crepe che continuano ad aprirsi fra le questioni di genere e quelle di razza, sulle false vittorie delle donne di potere, ma soprattutto sul livellamento delle battaglie ideali operato dagli obbiettivi della cultura del consumo e del profitto (vi traduco l’intervista qui sotto nel podcast).

♫ “Trust in me” di Etta James

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #21 | la costituzione nascosta

66.	 Class room, Sultana Malak Palace, Heliopolis, Cairo. 2011

fotografia di Xenia Nikolskaya, Cairo.

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Oggi vi propongo tre lunghi testi integrali, realizzati nella versione italiana grazie al prezioso contributo ad Alaska di Alessandra Neve e Cristina Contini, e pubblicati anche nella raccolta di traduzioni che vedete nella colonna qui a destra. Si tratta di tre fonti e tre argomenti diversi, che però confluiscono in una serie di interrogativi e intrecci molto simili, e che credo si manifesteranno chiaramente alla lettura. Comincio dallo scritto più recente dell’attivista egiziano Alaa Abd El Fattah, che in queste ore ha superato il centesimo giorno di detenzione senza che sia nemmeno stata fissata una data per il suo processo. Partendo dalle proprie letture in cella, e dall’arrivo nel braccio dei detenuti politici del carcere di Tora di alcuni compagni torturati in un altro carcere, Alaa ha scritto un articolo in arabo per al-Wadi, intitolato “Autismo” e pubblicato il 4 marzo. Il concetto, potentissimo, di “costituzione nascosta”, è suo e l’ho preso in prestito per dare il titolo a questa puntata. La zia di Alaa, la scrittrice Ahdaf Soueif, come sempre lo ha tradotto in inglese pubblicandolo su Facebook. Io l’ho tradotto per voi in italiano.

♫ “Like a king” di Ben Harper

Ecco la prima parte di oggi:

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La tecnosociologa turca Zeynep Tupefkci, che insegna negli Stati Uniti, scrive spesso per la piattaforma gratuita Medium, che al suo interno ospita una testata precedente per testi di lungo formato, Matter, impaginata secondo gli stessi criteri. Per Matter, Zeynep ha pubblicato a fine febbraio, nel pieno dell’occupazione della Maidan di Kiev, un saggio/riflessione sulla sorveglianza digitale che sovrappone la sua posizione sulla raccolta di dati ai fini della campagna elettorale americana, la sua presenza all’occupazione di Gezi Park nella sua città natale, Istanbul, e l’influsso delle rivelazioni di Snowden sull’operato dell’NSA. A sottolineare il contrasto fra i vari piani del testo, Zeynep ha impaginato il suo scritto con le fotografie in bianco e nero scattate fra i lacrimogeni a Istanbul da Mstyslav Chernov. Ad aggiungere un ulteriore dimensione multimediale, in fondo al testo si trova anche il podcast audio con la lettura fatta da Jack Stewart. Nei credits alla fine del testo, Zeynep cita anche il lavoro di editing di Jim Giles and Bobbie Johnson, il fact-checking di Cameron Bird, e la correzione delle bozze di Tim Heffernan – facendo di questo singolo articolo una mini-produzione collettiva. Alessandra Neve ha realizzato la versione integrale del testo in italiano.

♫ “Gold Dust” di Tori Amos

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Qui la seconda metà della traduzione da Zeynep Tufeckci.

♫ “Elephant Gun” di Beirut

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Nell’ambito dell’inchiesta del Parlamento Europeo sulla sorveglianza elettronica sui suoi cittadini, Edward Snowden ha risposto alle domande di alcuni parlamentari. Il Parlamento Europeo ha pubblicato l’integrale delle sue risposte scritte qui.  Cristina Contini lo ha tradotto in italiano per Alaska. 

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #20 | the media issue

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(foto di Ilya Varlamov, Kiev, gennaio 2014)

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Mentre Russia e Ucraina giocano a Risiko, Sarah Kendzior su Politico se la prende con Buzzfeed per il richiamo spettacolare delle foto dalla Maidan di Kiev; Emily Bell sul Guardian le risponde. Intanto, alla villa di Yanukovich, i giornalisti hanno unito le forze per proseguire il lavoro sulle carte dell’ex presidente (yanukovichleaks.org, di cui vi parlavo la settimana scorsa) e Drew Sullivan ci racconta qualcosa di più sulla tradizione del giornalismo investigativo ucraino che ha portato a questo sforzo.

♫ “The Classic” di Joan as Policewoman

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Intanto il Newsweek cartaceo torna in edicola, Clay Shirky scatta una fotografia del calo di audience e pubblicità delle tv americane a favore di altri media, e la squadra originaria dei file di Snowden (Greenwald, Poitras – ora a The Intercept – e MacAskill, al Guardian) riceve il prestigioso premio Polk per il lavoro fatto per il Guardian mentre su The Intercept esce la nuova storia sulle infiltrazioni e falsificazioni del GCHQ. Ben Cardew per il Guardian si chiede se The Intercept stia invitando tutti a confrontarsi con un nuovo modello di mezzo di informazione. E Greenwald risponde alle ennesime provocazioni di Pando (sul coinvolgimento di Pierre Omidyar nello scenario politico ucraino), con un lungo pezzo su come misurare l’indipendenza del giornalismo anche quando a finanziarlo sono miliardari con interessi politici.

♫ “Helpless” (Neil Young) di KD Lang

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Scandali, intercettazioni, legge su Internet – la Turchia alle prese con i suoi fitti intrecci fra media, interessi economici e trasformazioni politiche. Il blog Econoscale disegna per noi tutto il panorama dei media turchi.

♫ “The Curse” di Agnes Obel

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Mentre i giornalisti di Al Jazeera arrestati in Egitto sono in carcere ormai da due mesi, vale la pena di segnalare la relazione di Human Rights Watch sulla repressione della stampa nel paese.

♫ “Snake Eyes” dei Milk Carton Kids

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Alaska XL #18 | nell’attesa

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(una fotografia di David Pogue durante la tempesta di neve di questi giorni sulla East Coast)

Oggi puntata flessibile in attesa dell’annuncio ufficiale dell’incarico a Renzi. Voglio segnalarvi alcuni post estremamente interessanti della settimana appena trascorsi, sia da blog puri che da testate online.

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Cominciamo con Donatella della Ratta, manager dell’organizzazione internazionale Creative Commons per il mondo arabo, che come fa da tanti anni è stata all’ultima edizione ad Amman dell’Arab Bloggers Meeting e ha scritto una relazione molto istruttiva.

♫ “Stay awake” dei London Grammar

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Dall’Egitto, insieme alla notizia della candidatura di Hamdeen Sabbahi e Sami Anan alle presidenziali, a quella della bomba a bordo di un autobus turistico ieri a Taba (una sorta di – prevedibilissimo – ritorno agli anni Novanta), e a quella dello sciopero di quasi 32mila lavoratori alle fabbriche tessili di Mahalla arrivato al suo ottavo giorno, arrivano alcune ricostruzioni importanti. Bel Trew e Osama Diab per Foreign Policy scrivono di come i tycoon dell’era di Mubarak, uno ad uno, si stanno ricomprando il ritorno in Egitto. Hossam Baghat indaga nella cronologia della liberazione dei jihadisti dalle carceri egiziane, Bassem Sabry fa qualche ipotesi sulle ragioni della candidatura di Hamdeen Sabbahi alle presidenziali. Intanto Irisheyesoncairo riflette sulla domanda che tanti si stanno facendo nel clima di oggi: “devo restare o devo andare?” (e si risponde “resto”).

♫ “Breathless” di Nick Cave nella versione di Cat Power

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Poche ore dopo la nascita di The Intercept, diretto da Glenn Greenwald, Jeremy Scahill e Laura Poitras, su Medium compariva già una ragionata reazione di Melissa Byrne al gap di genere fra i redattori della nuova testata – tutti numeri uno, ma 9 uomini a fronte di 3 donne. Andy Carvin, che adesso cura l’engagement di The Intercept, ha rilanciato il post sottolineando che la nuova redazione è consapevole del problema e sta lavorando per risolverlo.

E in materia di sorveglianza, ecco un po’ di cose da leggere: su Wired l’intervista di Fabio Chiusi ad Antonio Casilli sulla privacy; su Tech President quella di Carola Frediani ad Annie Machon sulla protezione dei whistleblower; su Medium la tecnosociologa Zeynep Tufekci scrive delle reazioni presunte esagerate dei difensori della privacy alle rivelazioni sulla sorveglianza dell’NSA.

♫ “Stay young” degli Okkervil River

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Infine, in Italia… Davanti all’ennesimo pontificare disinformato sulla “regolamentazione” del web, che sta diventando pericoloso, Arianna Ciccone scrive per Valigia Blu, aiutandosi con altri pareri interessanti.

♫ “The winter song” di Sarah Bareilles

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Alaska XL #16 | “we are not afraid„

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(uno dei graffiti di Ammar Abo Bakr a Mohammed Mahmoud, Cairo, utilizzati come transizioni nel montaggio del documentario The Square)

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Mentre la Tunisia approva con gioia la sua nuova costituzione (qui una prima traduzione in inglese del testo), e dopo la repressione violenta delle manifestazioni del 25 gennaio, l’Egitto stravolto ha vissuto in pochi giorni il cambiamento della roadmap con l’anticipazione delle presidenziali sulle parlamentari, la promozione del generale Sisi a maresciallo, il comunicato del Consiglio Supremo dell’Esercito che dà il via libera alla sua candidatura alle presidenziali, la nuova udienza per il presidente deposto Morsi, e l‘incriminazione ufficiale per terrorismo per 20 giornalisti, di varie nazionalità, fra i quali i reporter di Al Jazeera (fra di loro ci sono Abdallah el Shamy, arrestato lo scorso agosto mentre lavorava al sit-in dei Fratelli Musulmani a Rabaa, e fratello del fotografo Mosa’ab El Shamy, e Mohamed Fahmy, cioè @repent11 – qui la tv alTahrir fa circolare a scopi propagandistici il video girato al momento del loro arresto all’hotel Marriott del Cairo, montata con musiche da thriller ). Qui le accuse. Il tutto nell’apparente indifferenza internazionale, nonostante i ripetuti appelli delle associazioni per i diritti umani (qui l’opinione di Cynthia Schneider per la CNN sull’atteggiamento americano, dopo aver visto The Square). Jonathan Moremi ha parlato con gli uffici dei ministeri degli Esteri interessati dagli arresti dei giornalisti, scoprendo in particolare l’assoluta indifferenza del Canada. Il giovane giornalista Abdallah el Shamy (vedi sopra) scrive confermando che proseguirà il suo sciopero della fame. Venerdì prossimo, torna in tv lo show satirico di Bassem Youssef, che ha trovato una nuova casa – saudita.  Mahmoud Salem (@Sandmonkey) scrive di quanto (non) sia sicuro il paese nelle mani del generale maresciallo el Sisi (NB: dopo il suo pezzo, l’attivista Nazly Hussein è stata rilasciata). Bassem Sabry per Al Monitor ha quattro domande sul futuro del maresciallo Sisi.

♫ “Waist deep in the big muddy” di Pete Seeger

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Pete Seeger ha firmato, it’s “all for now”, come faceva lui – la firma col suo nome intrecciata alla sagoma di un piccolo banjo. Uno dei più grandi testimoni civili del nostro tempo, come il compagno di un tempo Woody Guthrie che ha contribuito a tener vivo nella memoria collettiva, era convinto che la canzone popolare di lotta fosse un software libero, e che la sua vitalità tornasse a riempirsi di senso ogni volta che qualcuno ne aveva bisogno. Mai nostalgico, sempre attento al presente, a 92 anni nell’inverno del 2011 aveva condotto i manifestanti di Occupy Wall Street per le strade di New York come un pifferaio magico, cantando We shall overcome. Molti musicisti suoi allievi e ammiratori gli hanno reso omaggio in questi giorni: qui il ricordo di Ani di Franco. Qui Springsteen, Mellencamp e Neil Young. Qui The New Republic con un’intervista inedita del 2007. Qui la trascrizione della storica testimonianza di Pete Seeger davanti alla Commissione sulle Attività Anti-Americane di McCarthy. Qui l’omaggio sul blog del New Yorker.

♫ “Whose side are you on?” di Pete Seeger nella versione di Ani di Franco

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Su iniziativa di due parlamentari norvegesi, e dopo altre due sollecitazioni, Edward Snowden è entrato nelle candidature per il Nobel per la Pace. Qui il video del dibattito “After Snowden” alla Columbia University. Intanto, altre rivelazioni sull’NSA continuano a fioccare (con il primo pezzo di Greenwald per la NBC – qui le orride slide dell’NSA), con il coinvolgimento di Angry Birds e la vulnerabilità delle app (qui il Post). Qui un buon riassunto del Guardian. Intanto, la televisione tedesca NDR, forte dell’interesse dei suoi spettatori per le vicende relative alla sorveglianza, è riuscita a realizzare un’intervista molto interessante in Russia con un Edward Snowden lucido e saggio – intervista che negli Stati Uniti è stata praticamente oscurata. Qui trovate l’originale in inglese della conversazione in video, qui la trascrizione. Alessandra Neve l’ha tradotta in italiano per noi, potete leggere qui la traduzione e ascoltarla nel podcast qui sotto.

♫ “We shall overcome” di Pete Seeger nella versione di Bruce Springsteen

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Il produttore di origine araba Ahmed Shihab El Din (che su Twitter conoscete come @ASE) viaggia di frequente e viene fermato in continuazione ai controlli in aeroporto, a volte per due o tre ore alla volta. E non è certo il solo, accompagnato com’è da tante altre persone di pelle scura, dai nomi non anglosassoni, spesso con i loro bambini. Stavolta, dopo una trasferta di lavoro a Davos e un viaggio lampo in Kuwait dai parenti, si è stufato e ha pubblicato su Huffington Post un resoconto demoralizzante, anche a nome di tutti coloro che subiscono il suo stesso destino, che diventa una riflessione sulla presunta “sicurezza”.

♫ “The ghost of Tom Joad” di Bruce Springsteen feat. Pete Seeger

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