l’anima di un banchiere

La “fibra morale” della multinazionale finanziaria Goldman Sachs (che gestisce azioni, mutui e investimenti ma è sua volta quotata in borsa) è di certo uno dei bersagli preferiti dal movimento di protesta dal basso di Occupy Wall Street, e non certo per ragioni puramente simboliche o ideologiche. La crisi dei mutui sub-prime americani, che ha fatto perdere la casa al 30% dei cittadini che stavano pagando il loro mutuo e ha mandato in bancarotta la Lehmann Brothers, fatto commissariare dallo stato Fannie Mae e vendere Merryll Lynch alla Bank of America), è frutto anche del fatto che Goldman Sachs accendesse i mutui e contemporaneamente speculasse sul loro crollo, e molte delle persone che oggi manifestano negli Stati Uniti sono state direttamente colpite da quella speculazione. Oggi vi traduco una lettera aperta pubblicata sul New York Times che da stamattina sta facendo il giro del mondo attraverso la rete. E’ la lettera aperta di dimissioni dalla Goldman Sachs dell’alto dirigente Greg Smith, responsabile per l’azienda dei derivati americani su Europa, Medio Oriente e Africa. Greg Smith racconta cosa significa per una multinazionale perdere la sua cultura aziendale, preferire le scorciatoie di frodo ai risultati ottenuti con la bravura, e perdere quella che chiama la “fibra morale” dell’azienda – cosa che alla lunga porta in realtà all’implosione dell’azienda stessa.
Anche se Radio Popolare se n’è occupata in lungo e in largo, come promemoria trovate qui anche una breve storia della Goldman Sachs preparata da Business Insider, che la chiama “la piovra gigante” (i manifestanti di Ows si sono travestiti da piovre lo scorso Natale per manifestare davanti alla sua sede a New York).

♫ La canzone di oggi era “Death to my hometown” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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#occupybruce

(Bruce Springsteen alla conferenza di presentazione del nuovo album Wrecking Ball a Parigi a metà febbraio)

“Le persone come noi non muoiono”.
(mamma Joad, Furore, 1939)

Oggi esce in tutto il mondo il nuovo album di Springsteen, “Wrecking ball”, che accompagna con rabbia e determinazione la conversazione politica americana di questi mesi. A Parigi due settimane fa, Springsteen ha parlato con i giornalisti europei dei temi dell’album e di Occupy Wall Street. Potete vedere un segmento riassuntivo della conferenza qui, e Backstreets ne ha bloggato la trascrizione integrale, che oggi vi traduco (potete ascoltarla nel podcast).

♫ La canzone di oggi era “Shackled and drawn” di Bruce Springsteen dal nuovo album, “Wrecking ball”

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mutanti

Lo scorso giugno vi avevo parlato della nascita di OUR(Walmart), la nuova associazione che si prefiggeva di aggirare il blocco alle organizzazioni sindacali del colosso americano della vendita al dettaglio. Sorvegliata speciale di Human Rights Watch per le sue pesanti violazioni dei diritti dei lavoratori, Walmart ha sfidato l’ingegnosità dei suoi impiegati, che affrontano un mercato senza regole con la loro nuova associazione – che in realtà ripercorre le orme dei sindacati anni Trenta, pre-New Deal. Spencer Woodman posta per The Nation sulla strada che OUR ha fatto fin qui.

E nell’amorfa e sempre mutevole realtà del lavoro, Robert Capps di Wired intervista Robert Neuwirth sul suo nuovo libro (Stealth of Nations: the global rise of informal economy) e gli fa raccontare che cos’è l”economia informale” e perché bisogna farci i conti.

(vi ricordo che oggi il feed di @alaskaRP su Twitter sarà fermo dalle 14 alle 2 italiane in adesione al #SOPAblackout che vi raccontavo nella puntata di ieri)

♫ La canzone di oggi era “Which side are you on” nella nuova versione di Ani di Franco

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molto occupati

E’ in corso da oggi ad Abu Dhabi il Gallup Forum, al quale intervengono molte personalità di spicco della rete dei paesi arabi che raccontano i lavori del forum attraverso Twitter. In apertura dei lavori, il primo tweet è stato una frase dell’egiziano Wael Khalil: “gli individui sono in grado di provocare cambiamenti semplicemente stando fermi in un posto, e questa idea sta cambiando il mondo”. Da Tahrir alle acampadas agli Occupy, il luogo pubblico rioccupato dalla gente è la chiave della protesta e della partecipazione politica di quest’anno. All’Occupy londinese ieri suonavano Thom Yorke dei Radiohead, 3D dei Massive Attack e Tim Goldsworthy degli Unkle, e mentre alcuni dei sit-in americani vengono sgomberati dalla polizia e altri trovano difficili equilibri, è un fatto che il movimento dell’Occupy abbia ottenuto un’attenzione senza precedenti. In queste settimane si è anche discusso molto, soprattutto nelle città americane più fredde ed esposte alla neve, di quali iniziative avrebbe preso il movimento Occupy Wall Street con l’arrivo dell’inverno. Ieri a Brooklyn una delle iniziative invernali, Occupy Our Home, che guardacaso riguarda le case riconfiscate dalle banche a coloro che non riescono a pagare il mutuo. Marina Catucci l’ha seguita e ha pubblicato un post per MilanoX, mentre il regista Michael Moore, la prima delle molte celebrità a sostenere con la sua presenza Occupy Wall Street, ha postato la sua lettera periodica proprio sull'”inverno della nostra occupazione”, con i consigli su come occupare le case in sfratto, i campus universitari, le assicurazioni sanitarie, i conti bancari, i luoghi di lavoro.

♫ La canzone di oggi era “Mysterious Ways” (U2) nella versione degli Snow Patrol

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rimetti a noi i nostri debiti

(uno dei magnifici manifesti creati dai culture-jammer canadesi di Adbusters per OccupyWallStreet)

Ben ritrovati a tutti!
Sono moltissimi gli spunti e le riflessioni che hanno continuato ad arrivarci dalla blogosfera e dai social media durante la pausa estiva, così in questa prima settimana cercherò di fare un punto di alcune novità che potrebbero restare importanti durante la nuova stagione, nella quale credo che assisteremo a ulteriori riflessioni sul rapporto fra citizen journalism e giornalismo tradizionale, fra attivismo e social media e al surriscaldarsi di alcune situazioni di protesta. Nei prossimi giorni riprenderemo anche il filo delle rivolte arabe, mentre oggi (a maggior ragione perché non ha praticamente copertura sui media tradizionali, men che meno in Italia) voglio cominciare la nuova stagione raccontandovi di #OccupyWallStreet, la catena di sit-in permanenti partita il 17 settembre, che sta entrando nella sua seconda settimana in diverse città americane – 41 (potete vedere la lista qui) – in testa naturalmente l’occupazione di Zuccotti Park (o Liberty Plaza) a New York (col progetto di un’occupazione per l’appuntamento internazionale del 15 ottobre, che toccherà anche l’Italia) e la danza intorno al Toro della Borsa Americana, a due passi da dove avvenne la scena degli impiegati Lehmann Brothers che lasciavano per sempre il loro posto di lavoro con gli scatoloni. La campagna di immagine dei sit-in è stata studiata con grande cura da Adbusters, che è fra i motori della prima chiamata al sit-in, già dallo scorso luglio. La richiesta dei sit-in americani, senza leader, è principalmente di testimonianza – riassumibile a grandi linee in un “noi non paghiamo il debito”, e “siamo il 99% e non staremo più zitti”. La comunicazione via Twitter, nonostante l’ispirazione ricalchi quella dei sit-in delle rivolte arabe e degli indignados spagnoli, è ancora molto grezza e confusa: troppi hashtag diversi (all’inseguimento di un hashtag generale che possa scavalcare nei trending topics la presunta censura di Twitter, e anche perché ogni città ha il suo hashtag), molti slogan, poche foto e poca cronaca; ma il dominio occupywallstreet.org ha 50mila contatti al giorno, 250mila nella prima settimana;  esiste uno streaming video del sit-in di New York, (gestito da un “gruppo media” di tre persone che ammette di non essere ancora abbastanza organizzato), ed è possibile ricostruire la quotidianità dei sit-in dalle richieste di tende per dormire, pizze, medicinali di base e altre necessità. Nelle foto si puà individuare il furgone di Wikileaks. Stanotte il regista Michael Moore, a cui era stato chiesto di partecipare, è comparso al sit-in di New York. Chi si trova a New York può fare una chiamata skype di solidarietà al sit-in contattando Globalrevolution1. Assemblee si tengono su vari temi durante la giornata. Le azioni della polizia vengono fotografate e filmate. Prima del sit-in, OccupyWallStreet ha stabilito un comportamento rigorosamente non violento e ha studiato la normativa sull’occupazione del suolo pubblico, decidendo di limitare l’occupazione ai marciapiedi, anche se l’occupazione notturna non sarebbe consentita e il fatto che quando i numeri crescono, i manifestanti finiscono inevitabilmente per intralciare il traffico. Tre giorni fa, questo ha provocato l’intervento del New York Police Department con spray al pepe e una retata con 80 arrestati, rilasciati nelle ore successive, che ha attirato l’attenzione altrimenti molto debole dei media tradizionali (l’ironia è che il sit-in è anche in solidarietà con gli agenti di polizia che si sono appena visti tagliare i fondi-pensione). Oggi provo a darvi qualche suggestione su #OccupyWallStreet: l’unico quotidiano di grande profilo che si è occupato da subito del sit-in è il Guardian, sia con articoli che con il suo blog; qui un pezzo di David Graeber, qui un un ritratto dei manifestanti,  che come vedrete traccia un identikit molto simile a quello degli attivisti del 2011 in tutto il mondo, a prescindere dalla situazione politica da cui partono: giovani, istruiti,  senza lavoro; qui invece il racconto di Ayesha Kazmi su come alla protesta si sia unito anche Anonymous e come venga usato Twitter in questi giorni. Qualcosa di più dai blog d’opinione del Washington Post, in particolare da James Downie. L’altro grande quotidiano che ha scritto di OccupyWallStreet è il NYTimes, subito sbugiardato da Allison Kilkenny su The Nation, che si fa qualche domanda molto opportuna sul vuoto di rappresentanza. Il NYTimes si rende allora più decoroso con una piccola inchiesta di Joseph Goldstein su cosa si discute negli ambienti della polizia metropolitana a proposito di sit-in, mentre al sit-in di Chicago, la notte scorsa, i manifestanti hanno avviato un’opera metodica di fraternizzazione con la polizia offrendo caffè e donut.

♫ Le musiche di oggi erano “Constant now” dei dEUS e “East Harlem” dei Beirut

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un maestro del live blogging

(foto via Nomfup)

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Oggi, più ancora che a un tema, ci dedichiamo a una persona, un blogger molto speciale che si chiama Richard Adams. Dovreste conoscerlo perché qui ad Alaska seguiamo molto spesso i suoi racconti, e alcuni dei blog che leggiamo regolarmente li abbiamo scoperti grazie alle sue indicazioni. Adams è una cronista e commentatore inglese del Guardian che guarda le cose di Washington, ma soprattutto ha due grandi capacità: quella di raccontare cose molto serie senza mai rinunciare a un po’ di sarcasmo, e quella di conoscere molto bene il mezzo del blog e del microblog – sue, ve lo ricordate, le cronache minuto per minuto del vulcano islandese, dei colpi di scena al vertice di Copenaghen, nonché degli scontri in Iran di qualche mese fa, dell’attacco alla Flotilla, e di vari eventi elettorali – per alcune di queste giornate, Richard ha fatto avanti e indietro dalla tastiera anche per 20 ore filate. Ieri per lui è stata una giornata di attività molto intensa. Ha seguito direttamente minuto per minuto la conferenza stampa congiunta che ha coronato la visita di stato di Hu Jintao a Washington, con alcuni esilaranti problemi di traduzione, e sempre minuto per minuto, con alcuni collaboratori, ha ricostruito l’annuncio della ripresa di bonus e premi da Goldmann Sachs che ieri teneva la sua conferenza pubblica di fine anno, alla quale si poteva accedere chiamando in anticipo due numeri verdi – un po’ troppo tecnico da tradurre ma pieno di piccole rivelazioni in tempo reale sul linguaggio dei dirigenti Goldman Sachs, sull’attuale numero di impiegati solo rispetto a un anno fa, e sulla bufala dell’investimento di GS in facebook, con tanto di commenti tecnici in tempo reale dalla collega di Richard, Jill Treanor.  Il primo thread, quello di Hu Jintao, si legge dal basso verso l’alto, quello di Goldman Sachs dall’alto verso il basso.

♫ Le musiche di oggi erano “Half Light I” degli Arcade Fire e “Razzi arpia inferno e fiamme” dei Verdena

Ecco la puntata di oggi:

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