Alaska XL #32 | signora Egitto

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(la scrittrice Ahdaf Soueif a Tahrir, fotografia di Hossam el Hamalawy)

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Benvenuti alla penultima puntata di Alaska di questa stagione. Mentre vi parlo è in corso al Cairo la 12a udienza del processo ai giornalisti di Al Jazeera, mai scarcerati dal momento del loro arresto-lampo lo scorso dicembre. La madre di Alaa Abdel Fattah, Leila Soueif, è al 22° giorno di sciopero della fame in solidarietà con l’estenuante sciopero del giovane giornalista Abdallah el Shamy, in carcere dallo scorso agosto mentre ancora attende che gli venga notificata un’accusa formale.

Dopo la bizzarra operazione della commissione elettorale per cercare di aumentare l’affluenza deludente alle presidenziali di tre settimane fa, l’ex maresciallo Sisi è diventato presidente, e per ora si è fatto notare soltanto per una maratona e biciclettata di esempio agli egiziani (la maggior parte dei quali va a piedi perché non ha altra scelta, mentre chi usa la bicicletta lo fa sfidando il traffico metropolitano più caotico del mondo), e per aver portato fiori e telecamere in ospedale alla vittima di un gravissimo stupro avvenuto a Tahrir la sera dei festeggiamenti elettorali – lo stesso uomo che aveva supervisionato le operazioni dei medici militari che praticavano “test di verginità” sulle manifestanti nei sotterranei del Museo Egizio, e che ora sostiene la legge contro le molestie appena approvata dall’ex governo ad interim, fa arrestare i responsabili dello stupro, ottiene da YouTube la rimozione del video che lo ha documentato, mentre la sua polizia continua a praticare violenze in carcere su maschi e femmine, e ad arrestare, come avvenuto sabato, le attiviste che manifestano contro la violenza sessuale da qualunque parte provenga.

Il 21 maggio, l’ex presidente Hosni Mubarak e i suoi due figli hanno ricevuto condanne a 3 e 4 anni per corruzione. Il quotidiano online Mada Masr (che il 21 giugno compirà un anno di vita in un panorama informativo bombardato da chiusure e minacce) ha avuto accesso ai documenti dell’inchiesta e ricostruisce qui le attività illegali a cui fa riferimento la sentenza.

Per aver violato la legge anti-manifestazioni è invece in carcere e torna in tribunale oggi la celebre attivista alessandrina Mahienour, e l’11 giugno i 25 imputati per la manifestazione-lampo al consiglio della Shura, fra i quali il blogger Alaa Abdel Fattah, sono stati condannati a 15 anni di carcere, tre o quattro volte il numero di anni assegnati a magnati corrotti o poliziotti torturatori – un verdetto clamoroso che ha sollevato reazioni indignate a livello internazionale. Seguendo l’esempio di Mahienour, che ha scritto dal carcere che la sua priorità non è essere scarcerata o graziata ma che venga revocata la legge anti-proteste, gli attivisti egiziani hanno deciso di puntare su una campagna complessiva nel nome di tutti coloro che sono in carcere per aver violato quella legge, e hanno lanciato questo sito web che raccoglie tutti gli scritti, le lettere e gli aggiornamenti legali che li riguardano, e gli appuntamenti internazionali previsti in solidarietà con loro (guardate anche il bellissimo banner creato da Ganzeer).

Intanto, poche ore dopo l’inaugurazione ufficiale della presidenza Sisi al cospetto di molti capi di stato, il comico satirico Bassem Youssef ha annunciato che il nuovo ciclo del suo programma, saltato sull’egiziana CBC e ora ri-finanziato da un canale saudita in Egitto, non sarebbe partito. “In questo clima”, ha spiegato Youssef insieme a tutto il suo staff, “sarebbe possibile solo una versione tiepida e annacquata”, e ancora, “ho paura per la mia famiglia”. Qui Max Fisher per Vox racconta come la censura finale dello show El Bernameg (ultimo spazio di discussione e satira sulla scena pubblica egiziana) sia in parte responsabilità dello stesso Youssef, che a suo tempo aveva legittimato la ridicolizzazione dei Fratelli Musulmani e della presidenza Morsi e non aveva preso una posizione chiara contro il massacro di Rabaa, legittimando così indirettamente tutte le altre violazioni del diritto di espressione che si sarebbero poi ritorte contro di lui.

Negli stessi giorni, il giornale Al Watan ha divulgato una fuga di notizie su un documento del Ministero degli Interni che pianifica la sorveglianza elettronica dei social media egiziani per fermare la diffusione di “idee distruttive”.

Mentre ancora si stava votando, il database statistico della rivoluzione, Wiki Thawra, ha pubblicato i risultati della sua documentazione degli arresti e delle uccisioni avvenute negli undici mesi dal colpo di stato del 3 luglio 2013 a oggi: gli arresti ascrivibili a manifestazioni e reati d’opinione (documentati nome per nome) sono 40.163. Gli osservatori internazionali delle elezioni presidenziali, dopo un’apparente compiacenza iniziale, hanno certificato con una certa durezza il clima e il metodo in cui si è votato. Qui trovate la relazione del gruppo di osservatori dell’Unione Europea.

Qui trovate la durissima lettera del 30 maggio, firmata da Human Rights Watch, Amnesty International e altre ONG, al Consiglio per Diritti Umani dell’ONU sulla situazione dei diritti umani in Egitto.

♫ “The classic” di Joan as Policewoman

Ecco la prima parte di oggi:

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Proprio nei giorni delle elezioni, sono andata a trovare la scrittrice, giornalista e attivista Ahdaf Soueif. Mi ha accolto nella piccola casa di famiglia di cui racconta nel suo libro “Cairo, la mia città, la nostra rivoluzione” e abbiamo discusso di tutti gli aspetti del dramma egiziano, mentre sotto le sue finestre passavano automobili con l’inno pro-Sisi a tutto volume, nelle strade per il resto deserte come i seggi elettorali. Ahdaf Soueif, tornata al Cairo anni fa da Londra dopo la morte di suo marito, come la sorella (Leila Soueif), il figlio (Omar Robert Hamilton) e i nipoti (Alaa Abdel Fattah e Mona Seif) è impegnata in primo piano nella rivoluzione. Scrive per il Guardian e per Shorouk News, è considerata un ponte fra culture, appartiene alla generazione storica delle femministe egiziane, è molto legata al festival del cinema palestinese, e nei 18 giorni del 2011 fu tra i negoziatori di piazza Tahrir. Immaginatela china sulla sua scrivania, mentre contemporaneamente risponde alle lettere dei ragazzi torturati in carcere, sente al telefono la sorella in sciopero della fame, cerca di finire la traduzione in arabo del suo libro, si prepara col resto della famiglia a quella che sembra la condanna inevitabile del nipote, e si chiede, come mi ha detto, se il suo prossimo libro sull’Egitto non debba essere un libro di fiction e non un saggio, “perché solo la fiction può sperare di raccontare il momento surreale che stiamo vivendo”. Qui sotto nel podcast potete ascoltare il racconto che ci ha fatto (e qui trovate la trascrizione).

♫ “Trials, troubles and tribulations” di Valerie June

Ecco la seconda parte di oggi:

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E a proposito di come si arrivò, il 30 giugno dell’anno scorso, alle mega-manifestazioni di piazza per rovesciare Morsi (che oggi sarebbero vietate per legge) che prepararono la strada al colpo di stato, un pezzo pubblicato da Sheera Frankel e Maged Atef per BuzzFeed, con diverse interviste, indaga nei retroscena del movimento Tamarrod che lanciò la petizione contro Morsi e i cortei, e che si è poi disintegrato proprio per la sua compromissione con i militari. Per la prima volta, quelle che finora erano state voci e rumors hanno nomi e cognomi e testimonianze dirette. Richard Spencer, per il Telegraph, ricostruisce come Sisi, anche quando era sconosciuto, abbia sempre lavorato per mantenere al potere l’esercito, fin dai tempi di Mubarak.

♫ “Nobody knows the trouble I’ve seen” di Sam Cooke

Ecco la terza parte di oggi:

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Alaska live | Cairo, #EgyElections, 26-27 maggio 2014

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(“Egypt Elections 2014″ by Mina Nasr Tadros)

Benvenuti al liveblog di Alaska sulle #EgyElections. Scontata la vittoria dell’ex generale Sisi, ma meno scontata, come sempre, la vita ai seggi e il clima generale a poco meno di un anno dal colpo di stato. Qui trovate i materiali che man mano abbiamo prodotto dal Cairo insieme a Laura Cappon – mappe, audio, foto e tweet (qui a destra il livetweeting, o cliccate su “follow”).

ore 7.30 italiane di mercoledì 28 maggio: la terza giornata di voto, contro la quale entrambi i candidati hanno presentato ricorso, pur con poche persone ai seggi ha portato – secondo la PEC – a toccare il 40% di affluenza. Sabbahi per ora buon terzo dietro la prevista, schiacciante vittoria di Sisi, ma anche dietro le schede annullate, imbrattate, coperte di slogan o di battute ironiche.

Qui Laura Cappon dal Cairo in apertura del GR delle 7.30 di Radio Popolare.

secondo giorno di votazioni, martedì 27 maggio 2014

aggiornamento delle 00.15 ora del Cairo: dopo una seconda giornata di voto deserta, caldissima e sonnolenta, mentre un gruppetto sparuto di sostenitori di Sisi festeggiava ai bordi di Tahrir con qualche bandiera, ha cominciato a circolare la voce che il dato di affluenza fosse talmente basso da non superare il 20%. Pochi minuti dopo è arrivato l’annuncio della commissione elettorale: le operazioni di voto saranno estese anche alla giornata di domanda. Quasi immediata, e simultanea, la reazione netta delle campagne dei due candidati, Sisi e Sabbahi: no alla giornata aggiuntiva di voto, con la richiesta di dare immediatamente inizio allo scrutinio. La campagna di Sabbahi ha anche pubblicato un lungo comunicato in cui chiede alla commissione di non ingenerare sospetti di una manipolazione del voto popolare solo per tentare di raggiungere una maggiore affluenza. Entrambi i candidati hanno annunciato la presentazione di un reclamo formale contro la commissione. Lanciato su Twitter, l’hashtag per chiedere a Sabbahi di ritirarsi dalla corsa, invalidando così le elezioni, è diventato trending topic mondiale. La commissione ha rigettato il reclamo dei candidati, annunciato che l’affluenza sarebbe per ora al 37% (dato considerato non plausibile da molti osservatori), confermato la terza giornata di voto per domani, e commentato l’ipotesi del ritiro di Sabbahi come legalmente ininfluente sulla validità delle elezioni. A proposito di legalità, le date del voto vanno stabilite con sufficiente anticipo da consentire la pubblicazione dell’annuncio sulla gazzetta ufficiale almeno due settimane prima del voto. Una giornata di voto non pubblicata sulla gazzetta ufficiale sarebbe pertanto da considerarsi nulla.

14.03 ora del Cairo, una breve sintesi dell’intervista che ho fatto stamattina ad Ahdaf Soueif (scrittrice, autrice di “Cairo, la mia città, la nostra rivoluzione”, editorialista del Guardian e di Shorouk, zia del blogger Alaa Abd el Fattah ancora in attesa di giudizio per aver violato la legge anti-manifestazioni), e che potrete ascoltare per intero nelle prossime puntate di Alaska. Ahdaf Soueif sta lavorando nella sua piccola casa di Zamalek alle ultime pagine della traduzione in arabo del suo libro, prima di partire per il PalFest in Palestina; avrebbe voluto lasciare il suo editoriale settimanale sulle pagine di Shorouk, ma proprio adesso le arrivano le lettere dal carcere di giovanissimi che raccontano delle torture subite, e non essendo rimasti altri spazi dove raccontarlo, non se la sente di lasciare. Abbiamo parlato del voto di questi due giorni, di el Sisi, del massacro di Rabaa, di femminismo egiziano, della morte di Bassem Sabry, della nuova incarcerazione di Alaa che lei dà per certa, e del futuro. Sulla bassissima affluenza, Soueif dice “è stata una sorpresa, non ce l’aspettavamo; ma io non credo che sia da interpretare né come un calo della popolarità di el Sisi, né come un successo dei movimenti che stanno boicottando le elezioni – piuttosto come un boomerang della tattica stessa di Sisi: dopo il 30 giugno, il colpo di stato dei militari con l’appoggio del popolo, Sisi ha sostanzialmente chiesto agli egiziani, in modo molto paternalistico e con un martellamento continuo, di abbandonare la partecipazione e tornare a delegare a lui, che è forte e stabile e sa far disegnare i cuori in cielo con gli aeroplani dell’esercito, la gestione dello stato. Ci è riuscito così bene che adesso gli egiziani pensano che non valga nemmeno la pena di infilare la scheda nell’urna. Quanto ai giovani, sono completamente separati da quello che sta accadendo. Non votano perché non si riconoscono in niente di quello che vedono, e pensano “questa non è la mia battaglia”. Concordiamo sul fatto che questi tre anni non sono stati un processo lineare, dal quale desumere semplicemente che si è tornati indietro: “è più come una spirale – dice Soueif – ma una spirale che ad ogni giro si stringe e si intensifica. I 41.163 arresti di questi 11 mesi documentati da Wiki Thawra dimostrano che lo stato incarcera più di quanto facesse sotto Mubarak, e uccide di più. E alla prossima curva della spirale, temo che lo scontro sarà frontale, diretto, armi contro armi; la rivoluzione pacifica è finita: un anno fa qui non c’era nemmeno un decimo delle armi che circolano adesso, e il prossimo scontro sarà armato. Sisi potrebbe evitarlo liberando i detenuti politici, revocando il divieto di manifestazione, e stendendo una chiara roadmap economica per l’Egitto. Ma temo che sia un uomo di scarsa visione, e scarsa generosità, e che non sarà in grado di farlo”. Le chiedo, essendo lei un ponte culturale fra l’Egitto e l’Europa, come le sembra l’atteggiamento degli stranieri che faticano a interpretare quello che sta succedendo, col risultato di una minore attenzione dei media. Lei risponde che le sembra naturale, perché l’Egitto si sta comportando davvero in maniera incomprensibile. “E sai, l’Egitto ha illuminato il mondo e poi lo ha terribilmente deluso. E io sono convinta che Tahrir sia stata quello che è stata perché non era solo nostra, era qualcosa che tutti stavano aspettando, anche per se stessi, quindi la delusione è ancora più atroce. Ma è anche una delusione affettuosa, un’attesa, una sospensione del giudizio. Come se gli europei e gli americani stessero pensando, siete matti, fateci sapere quando vi riprenderete, noi siamo qui. E io la trovo una cosa molto gentile, perché significa che c’è ancora rispetto per il 25 gennaio. Perciò grazie”.

13.20 ora del Cairo, mentre nella capitale i seggi sembrano proprio vuoti, Laura Cappon si trova a Monofeya, nel villaggio di Qurash, da dove ci manda queste interviste:

qui il servizio di Laura Cappon dal Cairo nel GR di Radio Pop delle 7.30

8.38 ora del Cairo, buon mattino. All’ultimo momento ieri sera il governo ad interim egiziano ha annunciato per oggi una giornata di festa, probabilmente nel tentativo di spingere al voto un numero maggiore di persone. L’affluenza nella giornata di ieri, infatti, è stata visibilmente inferiore alle tornate precedenti, nonostante i colorati momenti offerti ai seggi dagli entusiasti sostenitori di Sisi, che si sono fatti notare in piccoli gruppi anche in tarda serata a Tahrir (un luogo dove applaudire il passaggio dei veicoli militari è una contraddizione in termini). Si direbbe che la Sisi mania, dopo tanti mesi di attesa, si trovi nella sua curva discendente, e che fra boicottaggio delle elezioni (di quasi tutti i gruppi rivoluzionari) e generale paura e apatia, Sisi dovrà stravincere all’interno di una percentuale di affluenza che non può incoronarlo col consenso che avrebbe desiderato. Paura, desiderio di stabilità e delega assoluta sono le armi che l’ex maresciallo ha usato dall’estate scorsa, e si direbbe che siano state così efficaci da ritorcersi in parte anche contro la sua stessa campagna. Nel sole già caldissimo del primo mattino, la capitale è insolitamente quieta, e si attendono maggiori notizie dal voto negli altri governatorati. Qui i nostri aggiornamenti nel corso della giornata.

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primo giorno di votazioni, lunedì 26 maggio 2014

19.20 ora del Cairo. Mentre gli egiziani votano, Wiki Thawra, il database della rivoluzione, pubblica le cifre documentate sul numero di persone incarcerate per reati d’opinione dal colpo di stato del 3 luglio a una settimana fa: sono 41.163, con i picchi di arresti nella giornata degli sgomberi dei sit-in dei Fratelli Musulmani il 14 agosto dell’anno scorso (2076 persone), il 16 agosto negli scontri di piazza Ramsis con 2240 arresti, e nel terzo anniversario della rivoluzione, il 25 gennaio, con 1491 arresti.

Il numero documentato di civili sottoposti a processo militare nello stesso periodo è di 874.

15.30 ora del Cairo, interviste di Laura Cappon ai votanti presso un seggio di Heliopolis:

13.10 ora del Cairo, il secondo di nove elicotteri militari in rapida successione, diretti a nordovest. Passano rasente le finestre degli edifici più alti e fanno tremare i muri.

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il rombo quasi perenne del cielo da qui.

Qui il GR di Radio Pop delle 12.30 italiane (13.30 al Cairo) con il servizio aggiornato di Laura Cappon in diretta dai seggi di Heliopolis.

Qui il GR di Radio Pop delle 10.30 italiane (11.30 al Cairo) con il servizio di Laura Cappon dai seggi.

un agente dei corpi speciali ieri davanti a un seggio… (via Mansoura)

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ore 11.21 locali, Manial…

10 del mattino ora locale, Hamdeen Sabbahi ha votato nel suo seggio di quartiere a Mohandeseen. Prima di infilare la scheda nell’urna, ha sottolineato la necessità di avere presto un parlamento. Intanto il super favorito el Sisi, che per candidarsi ha dovuto lasciare l’esercito, è stato scortato al seggio da ufficiali della marina egiziana.

Buongiorno dal Cairo, ore 9.30, fa già caldo e i seggi hanno aperto mezz’ora fa. Su Zamalek il rombo degli elicotteri, ai seggi soldati con i mitra puntati. Aventi diritto al voto, quasi 53 milioni di persone. Si vota oggi fino alle 21 e domani dalle 9 alle 21. Vale la pena ricordare che l’Egitto è ancora senza un parlamento. Qui tutte le regole del voto nella FAQ della International Foundation for Electoral Systems. Le prime foto ci dicono di donne in coda da molto presto per votare l’ex maresciallo el Sisi. Suo unico sfidante, Hamdeen Sabbahi – nasseriano, e “presidente del Cairo” alle presidenziali del 2012, quando vinse con il 34,6% (un milione di voti) senza riuscire ad arrivare al ballottaggio, che si svolse fra Morsi e Shafiq. Quanto all’affluenza, stiamo a vedere quanto peserà l’astensione degli islamisti violentemente cancellati dalla scena politica, e la piccola percentuale di boicottaggio consapevole dei giovani liberal della rivoluzione.

Così scriveva Sarah Carr, con straordinaria sintesi, dal rally finale della campagna elettorale di Sabbahi venerdì scorso ad Abdeen:

Alaska XL #30 | grey ladies

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(Ahmed Hassan)

“– WELL, IT’S NOT LIKE THE REVOLUTION ITSELF WAS EVER LEGAL. IT WAS ILLEGAL BUT WE DID IT ANYWAY.”

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Ben ritrovati ad Alaska, che da oggi subirà qualche lieve modifica (con la partenza alle 13 anziché 12.45, per lasciare spazio alla striscia quotidiana “A bola da vez” di Sara Milanese sulle città dei mondiali – i podcast diventeranno dunque 3 e non 4; poi il 26 maggio con la diretta e gli aggiornamenti sui risultati elettorali – ma intanto qui vi racconterò qui le elezioni in Egitto; e con la festività del 2 giugno) ma a parte questo andrà in onda regolarmente fino al 24 giugno compreso, con l’ultima puntata della stagione.

Oggi inevitabile riferirvi di cosa si è detto in rete della “cacciata” di Jill Abramson da direttrice esecutiva del New York Times, poche ore dopo la notizia delle dimissioni di Virginie Nougaryède da direttrice di Le Monde per forti contrasti con le redazioni, commentate qui dal Washington Post. Nelle stesse ore della notizia della “cacciata” di Abramson, è circolato il riservato punto interno sull’innovazione al New York Times, ora non più raggiungibile, ma commentato qui dal Nieman Lab.

Jill Abramson è stata sostituita in modo molto rapido da Dean Baquet, molto rispettato e primo afro-americano alla guida del giornale, ma la gestione pubblica della notizia dell’allontanamento della direttrice è stata gestita molto male dal giornale – lasciando spazio a voci sul fatto che il suo stipendio fosse più basso di quello del suo predecessore Bill Keller, o che sia stata “punita” per aver chiesto un aumento, o – peggio, che sia stata allontanata a causa della sua intenzione di creare un co-managing editor, ruolo che avrebbe proposto a Janine Gibson, già premio Pulitzer come direttrice del Guardian US e ora alla guida del Guardian online.

Così ha riportato la notizia lo stesso New York Times, ma il compito più difficile è toccato alla public editor Margaret Sullivan, che con un suo pezzo gradualmente aggiornato ha provato a verificare i fatti – trovandosi a dover anche rispondere alle accuse contenute nel post di Ken Auletta per il New Yorker che trovate qui.

Proprio Margaret Sullivan pochi giorni fa a Perugia aveva ricordato che il numero di donne nella redazione del New York Times era salito al 50% sotto la direzione di Jill Abramson. Slate fa un bel lavoro nel ricostruire chi sono e come Abramson le ha fatte sentire, e Emily Bell – scienziata del giornalismo e pioniera fra le donne ai vertici dei grandi giornali –  non le manda a dire.

♫ “Nostalgia” di Emily Barker (Wallander theme)

Ecco la prima parte di oggi:

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Qui diversi altri commenti: il New York Magazine, Politico qui e qui, The Nation (“Jill Abramson aveva ragione”, ma su alcune scelte che l’hanno vista in opposizione a Sultzberger), qui l’Observer sul fatto che Sultzberger non ami l’eccessiva visibilità personale dei suo dirigenti, qui New Republic che spera, visto il trattamento umiliante, che si scopra che Abramson rubava dalle casse del giornale.

Rachel Sklar ha messo insieme alcuni di questi link e alcuni tweet pubblicati nelle ore della notizia in questo Storify, e ha scritto un pezzo per Medium.

Qui una storia di retroscena di Capitalqui BuzzFeed, qui Vox, qui il Daily Beast.

E qui (da “dentro”) il parere su Medium di “NYT Fridge”…

♫ “Senza finestra” di Afterhours e Joan as Policewoman

Ecco la seconda parte di oggi:

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Manca una settimana alle elezioni presidenziali in Egitto, l’ex maresciallo Sisi – a parte tappezzare la città di manifesti, non ha accettato il confronto televisivo con il suo concorrente, Hamdeen Sabbahi, e intanto il processo farsa contro i giornalisti di Al Jazeera lascia tutto fermo, e il giovane Abdallah Elshamy, arrestato a Rabaa nove mesi fa e in sciopero della fame da 3, è stato nutrito forzatamente e trasferito in isolamento, e si è visto allungare ancora la detenzione senza accuse. Negli stessi giorni, dopo che i più importanti graffiti artist della rivoluzione hanno annunciato le loro azioni contro la campagna elettorale di el Sisi, lo straordinario artista contemporaneo Ganzeer (la nostra Laura Cappon lo aveva intervistato qui) è stato costretto a fuggire dal Cairo. Qui la notizia di al Ahram, qui la sua spiegazione diretta.

♫ “Amsterdam” di Daughter

Ecco la terza parte di oggi:

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Alaska XL #28 | heroes

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(Bassem Sabry con la sua maschera da Batman)

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Bassem Sabry, 32 anni, giornalista e analista politico egiziano, consigliere della compagine laica della rivoluzione, instancabile e gentile nell’incoraggiare colleghi e compagni e nel non assecondare la tragica polarizzazione del discorso politico egiziano, era molto vicino a questa trasmissione, e ci aveva fornito in vari momenti il suo sguardo e il suo parere unico. Era affettuoso, intelligentissimo, e non dimenticheremo che ci salutava sempre con un “ciao” o un “grazie” in italiano quando capitava di scambiarsi un messaggio su Twitter. Ci ha lasciato nella sera di martedì scorso, e i suoi amici al Cairo, e in tutto il mondo, sono ancora sotto shock, forse ancora troppo per accettare che le circostanze della sua morte – classificata come accidentale – siano un po’ sospette. Con lui, le speranze della rivoluzione perdono un altro punto di forza e lucidità, un’altra fonte di ispirazione. La settimana scorsa si sono tenuti i funerali di Bassem, e sabato una veglia di tutti gli amici, a cui erano presenti anche il candidato alle presidenziali Hamdeen Sabbahi, il comico Bassem Youssef, e amici venuti da lontano, come Andy Carvin, che ha preso un volo in fretta e furia dal festival di Perugia, e Sultan al Qassemi, arrivato da Dubai. Oggi, ancora incredula, voglio dedicare Alaska all’esempio di Bassem, e alla sua capacità di attrarre, oltre al rispetto professionale, affetto e tolleranza e dolcezza – ineguagliati. Lo facciamo attraverso le tante cose che sono state scritte su di lui in questi giorni (si è svolta una cerimonia in suo ricordo perfino a Central Park, nell’angolo Strawberry Fields dedicato a John Lennon), soprattutto da chi lo conosceva bene.

Ciao Bassem, ciao.

Qui la notizia dall’Associated Press, qui Patrick Kingsley sul Guardian, qui Ayat Al-Tawy per Ahram Online, qui Ben Flanagan per Al Arabiya, qui uno dei giornali per cui scriveva Bassem, Al Monitor, qui il Los Angeles Times.

♫ “This is not a song, it’s an outburst” di Rodriguez

Ecco la prima parte di oggi:

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Nel podcast qui sotto il ricordo di Bassem Sabry della nostra Laura Cappon, che ha lavorato con lui al Cairo.

Qui la raccolta di tanti tributi organizzata da Nervana Mahmoud sul suo blog.

Qui Zeinobia.

Qui Amro Ali.

Qui Ase per l’Huffington Post.

Qui Max Fisher per Vox.

Qui Lina El Wardani per Ahram.

Qui Mohamed El Dahshan per Atlantic Council.

♫ “Kala” di Ali Farka Touré e Toumani Djabaté

Ecco la seconda parte di oggi:

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Qui Sarah Carr per Mada Masr.

Qui Sarah Labib.

Qui Koert DeBoeuf per Euobserver.

Qui per Mada Masr il tributo a Bassem di H.A. Hellyer.

♫ “Toumast Tincha” dei Tinariwen

Ecco la terza parte di oggi:

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Come sapete, sono appena rientrata dalla settima, meravigliosa edizione del festival del Giornalismo di Perugia – moltissimi i filoni su cui varrà la pena tornare con calma nella prossima puntata, anche perché quello che non è umanamente possibile seguire in contemporanea mentre ci si trova al festival diventa poi gradualmente reperibile con i link ai video, e vorrei provare a restituirvi qualcosa delle varie correnti di ragionamento di quest’anno, degli spunti, delle novità, degli interrogativi ancora irrisolti su come fare informazione oggi, e sulle realtà individuali e collettive dalle quali possiamo imparare qualcosa e che il Festival ha la capacità di mettere in contatto nei quattro giorni di incontri. Uno dei tratti distintivi dell’edizione di quest’anno – la prima con il supporto del crowdfunding – è stata la maggiore presenza di stranieri. Per oggi, mentre Arianna Ciccone e Chris Potter annunciano che l’ottava edizione del festival l’anno prossimo ci sarà, mi affido alle parole di uno di loro, che non solo è un’autorità nel giornalismo digitale ma ormai anche un veterano del festival – Steve Buttry.

♫ “Sirens” dei Pearl Jam

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #26 | #heartbleed

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L’8 aprile abbiamo fatto la conoscenza di Heartbleed, la più grossa e pericolosa falla di Internet mai rilevata, e che esiste da un pezzo; nella fattispecie, una falla di OpenSSL, il sistema di criptaggio delle comunicazioni e transazioni online più usato nel mondo. Nei giorni successivi sono saltati fuori dettagli anche più preoccupanti, come il fatto che l’NSA possa aver scoperto la falla quasi subito e l’abbia sfruttata ai fini delle sue operazioni di sorveglianza. Ma prima, per capire cos’è Heartbleed (e perché la prima reazione allarmistica è stata “cambiate tutte le password!”), si può cominciare da Il Post, che l’ha spiegata il 9 aprile. Qualcuno ha anche provato a illustrarne il funzionamento attraverso vignette a fumetti, come xKcd.

♫ “Amsterdam” di Daughter

Ecco la prima parte di oggi:

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Dopo settimane di trattative per ottenere le adeguate rassicurazioni di non venire arrestati o deportati, Glenn Greenwald e Laura Poitras riuscivano a rientrare negli Stati Uniti per la prima volta da quando hanno portato al mondo le rivelazioni di Edward Snowden sull’NSA. Lo hanno fatto per ritirare, insieme a Ewen MacCaskill del Guardian, il prestigioso premio Polk per il lavoro svolto sull’NSA. Janine Gibson, rientrata a Londra per dirigere il Guardian online dopo essere stata il loro direttore al Guardian americano nella fase cruciale delle rivelazioni di Snowden, guardando il video della loro premiazione li ha descritti come “i tre moschettieri di Hong Kong”. Nelle stesse ore emergeva che di Heartbleed l’NSA sapeva tutto (Bloomberg qui), e che potrebbe aver usato la fragilità della falla (senza denunciarla né invitare a correggerla) per aiutarsi nelle proprie operazioni di sorveglianza. Qui Julian Sanchez per il Guardian, qui John Naughton sull’errore umano dei programmatori e la responsabilità delle grandi aziende, qui ProPublica su cosa significa Heartbleed per le redazioni giornalistiche, qui il commento di Rusty Foster per i blog del New Yorker con le dichiarazioni di Bruce Schneier.

♫ “Trust in me” di Etta James

Ecco la seconda parte di oggi:

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In Egitto non si può più manifestare, ma intanto l’accesso alla rete si allarga, e quello che nel 2011 era il primato rivoluzionario di Twitter viene scavalcato da nuove ondate di spinta promozionale di segni diversi, riattivate dalla candidatura alle presidenziali dell’ex maresciallo Sisi, dalla voce dei Fratelli Musulmani e dalla campagna elettorale in generale. La nostra Laura Cappon al Cairo ha chiesto a uno dei più influenti blogger e attivisti egiziani di raccontarci che cosa sta succedendo, The Big Pharaoh (potete ascoltare l’intervista integrale nel podcast qui sotto).

♫ “Toumast Tincha” dei Tinariwen

Ecco la terza parte di oggi:

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David Byrne – musicista, fotografo, regista, artista visivo, sperimentatore progressista e cronista della newyorchesità, comincia a essere un tantino spaventato da quello che sta succedendo alla rete. I suoi committenti per le arti visive, quelli di Creative Time, gli hanno chiesto di scrivere un pezzo per spiegare le sue preoccupazioni, che è poi stato ripreso dal Guardian.

♫ “One fine day” di David Byrne e Brian Eno

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #24 | The Sisi issue

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Un generale in divisa annuncia in diretta sulla tv di stato che darà le dimissioni da Ministro della Difesa del governo a interim e da militare, conditio sine qua non per candidarsi alle elezioni presidenziali, annuncio che avviene contestualmente. Il comunicato sulla sua candidatura appare sulla pagina Facebook dell’esercito. Poche ore dopo, dopo mesi di attesa, vengono annunciate le date delle elezioni: 26 e 27 maggio, con eventuale ballottaggio (probabilmente superfluo perché i sondaggi danno el Sisi al 51%) il 16 e 17 giugno. E’ l’Egitto tre anni dopo la rivoluzione, nel consolidamento di un percorso raramente contestato da alleati e paesi finanziatori. In Italia pochissime testate se ne occupano, come se dal destino democratico dell’Egitto non dipendesse quello dell’intera regione. Oggi voglio farvi conoscere meglio “la nuova faccia della vecchia guardia”, prodotto ad hoc per il nuovo corso di uno degli eserciti più potenti del mondo, regista di un ministero degli Interni affatto riformato e ancora sanguinario. Perché per fortuna sul web qualcuno che sa raccontarlo c’è.

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Foreign Policy ha dipinto l’incertezza di un paese senza guida, avviato su “un cammino rovinoso”, alla vigilia dell’annuncio della candidatura di el Sisi.

♫ “Nostalgia (Wallander theme)” di Emily Barker

Ecco la prima parte di oggi:

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La BBC ha affidato a Robert Springborg del King’s College il compito di tracciare un profilo del maresciallo un tempo quasi sconosciuto che si prepara a diventare presidente dell’Egitto.

♫ “Helpless” (Neil Young) di kd Lang

Ecco la seconda parte di oggi:

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Fra i media indipendenti che lottano per sopravvivere in un’atmosfera di intimidazione, Mada Masr prosegue il suo lavoro online di informazione e contesto: qui il loro profilo di el Sisi, qui quello del nuovo Ministro della Difesa che lo sostituirà, Sedki Sobhi; qui un ritratto di come sta prendendo forma la campagna elettorale di el Sisi. Qui alcune delle reazioni dopo l’annuncio della candidatura. Qui Foreign Policy dopo l’annuncio,

♫ “The classic” di Joan as Policewoman

Ecco la terza parte di oggi:

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Veniamo ai nemici di Sisi e alle forze della società civile, traumatizzata dalle divisioni e dalla repressione, che si contrapporranno alla sua idea di “stabilità e sicurezza”. Qui Matt McBradley per il Wall Street Journal racconta il ribollire degli scioperi dei lavoratori. Il blogger Alaa Abd El Fattah è libero su cauzione soltanto da una settimana, ma ha già ripreso a pieno ritmo la sua attività di mobilitazione. Qui il suo appello perché Ahmed Maher del movimento rivoluzionario 6 aprile, suo vicino di cella nel carcere di Tora, ottenga le cure mediche che gli servono, e qui Fast Company si chiede cos’è che rende questo blogger tanto pericoloso per le autorità egiziane. In carcere ci sono ancora i giornalisti dell’ondata della “guerra al terrore”, e il Daily Beast ha deciso di scrivere la storia di Abdullah el-Shamy, arrestato a Rabaa lo scorso agosto mentre stava lavorando e in sciopero della fame da mesi.

♫ “Nobody knows the trouble I’ve seen” di Sam Cooke

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #23 | la resa dei conti

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(una delle centinaia di meme creati in questi giorni in Turchia per protestare contro il blocco di Twitter da parte del governo in piena campagna elettorale)

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Ieri, inaspettatamente e grazie alle forti pressioni di questi mesi, alla prima udienza del suo processo dopo 114 giorni nel braccio politico del carcere di Tora, al blogger egiziano Alaa Abd El Fattah è stata accordata la libertà su cauzione. Dopo due giorni di sparizione in cella di isolamento, e ancora tecnicamente sotto processo e senza certezza di assoluzione alla prossima udienza del 6 aprile (per aver infranto la legge anti-manifestazioni), se non altro Alaa ha potuto riabbracciare la sua famiglia, e non ha perso un attimo, visto che da stamattina sta twittando sui casi delle altre decine di migliaia di detenuti politici egiziani. Un gruppo di loro, quello dei reporter di Al Jazeera, è di nuovo in aula oggi, preceduto da due lettere rassicuranti del presidente a interim Mansour alle loro famiglie. Una delle questioni tragicamente messe in luce da Alaa è che i prigionieri politici hanno gradi troppo diversi di visibilità (gli stranieri più dei locali, i giornalisti più degli altri, le persone più note rispetto a quelle meno note) e che non è possibile fare una pressione sensata per la libertà di espressione e di manifestazione se non si difendono anche i diritti dei Fratelli Musulmani (benché Alaa sia politicamente in forte disaccordo con loro). A questo si aggiunge che i Fratelli Musulmani fanno propaganda solo per se stessi, reiterando il loro isolamento, e spesso sulle situazioni dei loro prigionieri mancano informazioni esatte. In una catena di eventi raccapricciante, dopo gli ammorbidimenti verso Alaa e i giornalisti di Al Jazeera che sono più visibili a livello internazionale, stamattina è arrivata la notizia della condanna a morte di 529 imputati di simpatie islamiste. Laura Cappon era in aula ieri alla notizia del rilascio su cauzione di Alaa, nella stessa Accademia di Polizia dove oggi si svolge il processo ai giornalisti di Al Jazeera; la sentiamo in diretta (qui sotto nel podcast) insieme alle voci della sorella e del padre di Alaa che ha raccolto per noi. Qui il brevissimo video che documenta il momento della scarcerazione di Alaa ieri sera.

♫ “Dove si va da qui” degli Afterhours

Ecco la prima parte di oggi:

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Qui nel podcast la seconda parte della diretta con Laura Cappon dal Cairo.

♫ “Crucify your mind” di Rodriguez

Ecco la seconda parte di oggi:

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Dopo il blocco di Twitter in Turchia (in piena campagna elettorale) e la straordinaria iniziativa degli utenti turchi che hanno aggirato il blocco attraverso i DNS (anche questi ostacolati dal governo), vi propongo qualche riflessione dalla rete sulla mossa di Erdogan, annunciata giorni prima. Qui Heather Timmons per Quartz, qui Kevin Rawlinson per il Guardian, qui Zeynep Tufekci su Medium.

♫ “Slow revolution” di Alexi Murdoch

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Mentre proseguono le rivelazioni basate sui file trafugati da Snowden all’NSA, Natasha Lennard su The New Inquiry fa una lunga riflessione sul rapporto fra libertà della rete, attivismo e sorveglianza, che vi traduco qui sotto nel podcast.

♫ “We know who u R” di Nick Cave & the Bad Seeds

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Alaska XL #21 | la costituzione nascosta

66.	 Class room, Sultana Malak Palace, Heliopolis, Cairo. 2011

fotografia di Xenia Nikolskaya, Cairo.

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Oggi vi propongo tre lunghi testi integrali, realizzati nella versione italiana grazie al prezioso contributo ad Alaska di Alessandra Neve e Cristina Contini, e pubblicati anche nella raccolta di traduzioni che vedete nella colonna qui a destra. Si tratta di tre fonti e tre argomenti diversi, che però confluiscono in una serie di interrogativi e intrecci molto simili, e che credo si manifesteranno chiaramente alla lettura. Comincio dallo scritto più recente dell’attivista egiziano Alaa Abd El Fattah, che in queste ore ha superato il centesimo giorno di detenzione senza che sia nemmeno stata fissata una data per il suo processo. Partendo dalle proprie letture in cella, e dall’arrivo nel braccio dei detenuti politici del carcere di Tora di alcuni compagni torturati in un altro carcere, Alaa ha scritto un articolo in arabo per al-Wadi, intitolato “Autismo” e pubblicato il 4 marzo. Il concetto, potentissimo, di “costituzione nascosta”, è suo e l’ho preso in prestito per dare il titolo a questa puntata. La zia di Alaa, la scrittrice Ahdaf Soueif, come sempre lo ha tradotto in inglese pubblicandolo su Facebook. Io l’ho tradotto per voi in italiano.

♫ “Like a king” di Ben Harper

Ecco la prima parte di oggi:

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La tecnosociologa turca Zeynep Tupefkci, che insegna negli Stati Uniti, scrive spesso per la piattaforma gratuita Medium, che al suo interno ospita una testata precedente per testi di lungo formato, Matter, impaginata secondo gli stessi criteri. Per Matter, Zeynep ha pubblicato a fine febbraio, nel pieno dell’occupazione della Maidan di Kiev, un saggio/riflessione sulla sorveglianza digitale che sovrappone la sua posizione sulla raccolta di dati ai fini della campagna elettorale americana, la sua presenza all’occupazione di Gezi Park nella sua città natale, Istanbul, e l’influsso delle rivelazioni di Snowden sull’operato dell’NSA. A sottolineare il contrasto fra i vari piani del testo, Zeynep ha impaginato il suo scritto con le fotografie in bianco e nero scattate fra i lacrimogeni a Istanbul da Mstyslav Chernov. Ad aggiungere un ulteriore dimensione multimediale, in fondo al testo si trova anche il podcast audio con la lettura fatta da Jack Stewart. Nei credits alla fine del testo, Zeynep cita anche il lavoro di editing di Jim Giles and Bobbie Johnson, il fact-checking di Cameron Bird, e la correzione delle bozze di Tim Heffernan – facendo di questo singolo articolo una mini-produzione collettiva. Alessandra Neve ha realizzato la versione integrale del testo in italiano.

♫ “Gold Dust” di Tori Amos

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Qui la seconda metà della traduzione da Zeynep Tufeckci.

♫ “Elephant Gun” di Beirut

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Nell’ambito dell’inchiesta del Parlamento Europeo sulla sorveglianza elettronica sui suoi cittadini, Edward Snowden ha risposto alle domande di alcuni parlamentari. Il Parlamento Europeo ha pubblicato l’integrale delle sue risposte scritte qui.  Cristina Contini lo ha tradotto in italiano per Alaska. 

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #20 | the media issue

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(foto di Ilya Varlamov, Kiev, gennaio 2014)

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Mentre Russia e Ucraina giocano a Risiko, Sarah Kendzior su Politico se la prende con Buzzfeed per il richiamo spettacolare delle foto dalla Maidan di Kiev; Emily Bell sul Guardian le risponde. Intanto, alla villa di Yanukovich, i giornalisti hanno unito le forze per proseguire il lavoro sulle carte dell’ex presidente (yanukovichleaks.org, di cui vi parlavo la settimana scorsa) e Drew Sullivan ci racconta qualcosa di più sulla tradizione del giornalismo investigativo ucraino che ha portato a questo sforzo.

♫ “The Classic” di Joan as Policewoman

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Intanto il Newsweek cartaceo torna in edicola, Clay Shirky scatta una fotografia del calo di audience e pubblicità delle tv americane a favore di altri media, e la squadra originaria dei file di Snowden (Greenwald, Poitras – ora a The Intercept – e MacAskill, al Guardian) riceve il prestigioso premio Polk per il lavoro fatto per il Guardian mentre su The Intercept esce la nuova storia sulle infiltrazioni e falsificazioni del GCHQ. Ben Cardew per il Guardian si chiede se The Intercept stia invitando tutti a confrontarsi con un nuovo modello di mezzo di informazione. E Greenwald risponde alle ennesime provocazioni di Pando (sul coinvolgimento di Pierre Omidyar nello scenario politico ucraino), con un lungo pezzo su come misurare l’indipendenza del giornalismo anche quando a finanziarlo sono miliardari con interessi politici.

♫ “Helpless” (Neil Young) di KD Lang

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Scandali, intercettazioni, legge su Internet – la Turchia alle prese con i suoi fitti intrecci fra media, interessi economici e trasformazioni politiche. Il blog Econoscale disegna per noi tutto il panorama dei media turchi.

♫ “The Curse” di Agnes Obel

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Mentre i giornalisti di Al Jazeera arrestati in Egitto sono in carcere ormai da due mesi, vale la pena di segnalare la relazione di Human Rights Watch sulla repressione della stampa nel paese.

♫ “Snake Eyes” dei Milk Carton Kids

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Alaska XL #19 | the Kiev issue

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(i reporter del Kiev Post che stanno studiando i documenti trovati alla Mezhyhirya, l’opulenta residenza abbandonata da Yanukovich e ora sorvegliata dai comitati della Maidan; foto di Katia Gorchinskaja)

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Oggi edizione a fisarmonica in attesa del discorso di Renzi al Senato, previsto dalle 14 in poi (Radio Popolare seguirà in diretta tutta la giornata). E apriamo con un collegamento in diretta con Laura Cappon, la nostra corrispondente dal Cairo dove pochi minuti fa sono state annunciate le dimissioni del primo ministro ad interim Beblawi e del suo governo, una mossa un po’ stupefacente che sostituisce il previsto rimpasto di governo ma ne assolve la stessa funzione, quella di spianare la strada alla candidatura del maresciallo Sisi (che era Ministro della Difesa) alle presidenziali.

♫ “Ladder song” dei Bright Eyes

Ecco la prima parte di oggi:

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Per il resto, oggi dedichiamo la puntata a un po’ di storie da e su Kiev, dove nel giro di pochi giorni la situazione è passata da una strage di manifestanti nella Maidan occupata all’intervento dei parlamentari della Rada che stanno votando una misura dietro l’altra – con la fuga di Yanukovich, l’invasione della sua eccentrica residenza privata, la liberazione di Yulia Timoshenko e la sua apparizione sul palco della piazza davanti a 100mila persone. Sullo sfondo, il timore dell’influenza russa sulle zone orientali del paese, dove si stanno svolgendo nutrite manifestazioni anti-Maidan, il ruolo della destra nella piazza, il rigetto di una parte della piazza per la Timoshenko, e la situazione economica dell’Ucraina, in enorme difficoltà.

Il contributo di reporter e fotografi sui social media per raccontare Kiev in tempo reale è stato enorme. Oggi voglio proporvi alcuni racconti.

Qui le mappe ragionate delle proteste a Kiev, un lavoro imperdibile che Dmytro Vortman ha fatto fin dallo scorso 9 dicembre, e che Adam Taylor riordina e racconta per l’edizione digitale del Washington Post.

♫ “Heavy hands” di Cold Specks

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Amnesty International ha seguito l’evolversi degli eventi nella Maidan di Kiev con il suo coordinatore per l’Ucraina, Zoryan Kis, che ha scritto un post dopo le violenze apocalittiche della settimana scorsa.

♫ “You only live twice” di Mark Lanegan

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Intanto alla Mezhyhirya, l’opulenta residenza abbandonata da Yanukovich e ora sorvegliata dai comitati della Maidan e dichiarata spazio pubblico da un voto di ieri del parlamento, fra uno zoo privato di animali esotici e un garage pieno di limousine i reporter entrati nella residenza privata del presidente hanno trovato una gran quantità di documenti – fra questi una lista nera di giornalisti. I reporter investigativi del Kiev Post li stanno studiando da più di 24 ore, e lo raccontano qui.

NB del 25 febbraio: oggi è stata lanciata la piattaforma di pubblicazione graduale dei documenti ritrovati nella villa di Yanukovich, di cui Katia Gorschinskaya parlava nel pezzo qui sopra. La trovate qui.

E mentre si fanno ipotesi su dove si trovi Yanukovich, fuggito da Kiev e ora inseguito da un mandato di arresto votato dal parlamento, Andrew Higgins, Andrew E. Kramer e Steven Erlanger scrivono oggi per il NYT delle illusioni del presidente deposto, che solo pochi giorni fa aveva trionfalmente presenziato all’inaugurazione dei Giochi di Sochi avvolto nella bandiera ucraina.

♫ “Jubilee Street” di Nick Cave & the Bad Seeds

Ecco la quarta parte di oggi:

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