Alaska XL #21 | la costituzione nascosta

66.	 Class room, Sultana Malak Palace, Heliopolis, Cairo. 2011

fotografia di Xenia Nikolskaya, Cairo.

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Oggi vi propongo tre lunghi testi integrali, realizzati nella versione italiana grazie al prezioso contributo ad Alaska di Alessandra Neve e Cristina Contini, e pubblicati anche nella raccolta di traduzioni che vedete nella colonna qui a destra. Si tratta di tre fonti e tre argomenti diversi, che però confluiscono in una serie di interrogativi e intrecci molto simili, e che credo si manifesteranno chiaramente alla lettura. Comincio dallo scritto più recente dell’attivista egiziano Alaa Abd El Fattah, che in queste ore ha superato il centesimo giorno di detenzione senza che sia nemmeno stata fissata una data per il suo processo. Partendo dalle proprie letture in cella, e dall’arrivo nel braccio dei detenuti politici del carcere di Tora di alcuni compagni torturati in un altro carcere, Alaa ha scritto un articolo in arabo per al-Wadi, intitolato “Autismo” e pubblicato il 4 marzo. Il concetto, potentissimo, di “costituzione nascosta”, è suo e l’ho preso in prestito per dare il titolo a questa puntata. La zia di Alaa, la scrittrice Ahdaf Soueif, come sempre lo ha tradotto in inglese pubblicandolo su Facebook. Io l’ho tradotto per voi in italiano.

♫ “Like a king” di Ben Harper

Ecco la prima parte di oggi:

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La tecnosociologa turca Zeynep Tupefkci, che insegna negli Stati Uniti, scrive spesso per la piattaforma gratuita Medium, che al suo interno ospita una testata precedente per testi di lungo formato, Matter, impaginata secondo gli stessi criteri. Per Matter, Zeynep ha pubblicato a fine febbraio, nel pieno dell’occupazione della Maidan di Kiev, un saggio/riflessione sulla sorveglianza digitale che sovrappone la sua posizione sulla raccolta di dati ai fini della campagna elettorale americana, la sua presenza all’occupazione di Gezi Park nella sua città natale, Istanbul, e l’influsso delle rivelazioni di Snowden sull’operato dell’NSA. A sottolineare il contrasto fra i vari piani del testo, Zeynep ha impaginato il suo scritto con le fotografie in bianco e nero scattate fra i lacrimogeni a Istanbul da Mstyslav Chernov. Ad aggiungere un ulteriore dimensione multimediale, in fondo al testo si trova anche il podcast audio con la lettura fatta da Jack Stewart. Nei credits alla fine del testo, Zeynep cita anche il lavoro di editing di Jim Giles and Bobbie Johnson, il fact-checking di Cameron Bird, e la correzione delle bozze di Tim Heffernan – facendo di questo singolo articolo una mini-produzione collettiva. Alessandra Neve ha realizzato la versione integrale del testo in italiano.

♫ “Gold Dust” di Tori Amos

Ecco la seconda parte di oggi:

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Qui la seconda metà della traduzione da Zeynep Tufeckci.

♫ “Elephant Gun” di Beirut

Ecco la terza parte di oggi:

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Nell’ambito dell’inchiesta del Parlamento Europeo sulla sorveglianza elettronica sui suoi cittadini, Edward Snowden ha risposto alle domande di alcuni parlamentari. Il Parlamento Europeo ha pubblicato l’integrale delle sue risposte scritte qui.  Cristina Contini lo ha tradotto in italiano per Alaska. 

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #2 | nuovi cronisti

(Cairo, il tweet del fotografo della rivoluzione, Mosa’ab El Shamy, la sera del 16 agosto, uno dei primi giorni del coprifuoco militare, sulla Corniche ai piedi dei leggendari leoni del ponte Qasr el Nil)

Oggi voglio portarvi a conoscere alcune persone che con il loro lavoro rappresentano al meglio il ruolo dei citizen journalist, o che dalla strada sono passati alle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, o che con la loro testimonianza ci raccontano da dove la censura non permette di raccontare, o che per fare un lavoro di cronaca per il pubblico scelgono strumenti insoliti o recuperati dal passato. In tutti i casi si evidenzia un legame fra la materia che raccontano e il motivo per cui qualcuno non vuole che lo facciano. Ma prima vorrei dedicare l’apertura di Alaska di oggi alla notizia digitale della settimana appena trascorsa (se si eccettua la rivelazione della battaglia della NSA a Tor, su cui torneremo la prossima settimana): l’entrata ufficiale in borsa di Twitter.

#TWTR

TWTR è il titolo che Twitter si è data in borsa, annunciandolo (con un tweet, ovviamente) venerdì scorso. Per predisporre l’entrata ha dovuto presentare documentazione pubblica alla SEC delle sue cifre e della sua strategia commerciale. Nero su bianco, dunque, quanta parte delle entrate di Twitter vengono dagli annunci pubblicitari, quanto traffico ha, e che si tratta di un’impresa “che non ha ancora profitti”. Qui il modulo S-1 ufficiale, qui l’opinione del NYT online su quale dovrà essere la strategia commerciale per creare profitti, qui Mashable con una bella vignetta umoristica sulla composizione degli utenti, e qui Matthew Ingram per GigaOm sui rischi e le sfide dell’ingresso in borsa. E qualcuno, come racconta oggi Federica Cantore, nel primo weekend dopo la notizia ne ha beneficiato per errore.

♫ “Sirens” dei Pearl Jam

Ecco la prima parte di oggi:

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Nuove cronache: una fusione di presenza fisica, collage di testimonianze fotografiche, ricostruzioni a memoria dove non si può né registrare né filmare, dovere di testimonianza ma anche impegno politico. Le tre figure di oggi sono Alexa O’Brien – che ha seguito passo passo il processo militare a porte chiuse a Bradley Manning, creandone l’unico archivio pubblico esistente; Mosa’ab El Shamy – fotografo egiziano nato con la rivoluzione, che ad agosto ha documentato la strage di Rabaa, e ieri la disastrosa giornata del 6 ottobre al Cairo; e Molly Crabapple, che con le sue illustrazioni ha documentato le proteste da Occupy Wall Street a Occupy Gezi, e recentemente ha creato una cronaca illustrata della sua visita al supersorvegliato carcere di Guantanamo.

L’amore è un paese che non abbiamo saputo difendere

E’ il motto di Mosa’ab el Shamy sul suo profilo Twitter, e dice molto di chi è. Sguardo sull’Egitto di un’intensità sconvolgente e uno dei giovani fotografi nati con la rivoluzione. Ieri l’esercito e la polizia hanno represso le manifestazioni dei pro-Morsi e per tenerli lontani dai festeggiamenti di stato a Tahrir per il 6 ottobre ha fatto 52 morti. Come sempre Mosa’ab ha seguito i cortei e documentato con le sue immagini tutto quello che vedeva, potete vederle qui. Ad agosto era al sit-in di Rabaa; colto nelle tende in cui dormiva dal violento sgombero della polizia, come sempre ha fotografato tutto quello che vedeva, con il suo sguardo attentissimo, che della frenesia di quello che gli accade intorno sembra sospendere nel tempo un dettaglio, una mano insanguinata. Negli stessi minuti, suo fratello, giornalista di Al Jazeera, veniva arrestato, e un mese e mezzo dopo è ancora in carcere. Qui la cronaca di Mosa’ab su Facebook di una delle sue visite in carcere. Qui il suo nuovo sito. Dopo il massacro, Mosa’ab si è recato come fa sempre alla moschea che fungeva da obitorio; qui il suo resoconto per Lightbox della rivista Time. Qui, per conoscerlo meglio, l’intervista che gli ha fatto Jared Malsin per The New Republic online.

♫ “You only live twice” nella versione di Mark Lanegan

Ecco la seconda parte di oggi:

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L’amanuense

Alexa O’Brien – già reporter e uno dei motori della partenza di Occupy Wall Street – non aveva alcuna preparazione legale, ma era convinta che il pubblico avesse diritto a conoscere ciò che veniva detto a porte chiuse nel processo militare a Bradley Manning – a maggior ragione visto che Manning veniva processato per aver diffuso al pubblico materiali riservati mettendoli a disposizione di Wikileaks. Si è preparata, ha coltivato le sue fonti, e in una situazione in cui non esisteva nessun tipo di accesso normalmente a disposizione in un processo pubblico, e non si poteva né filmare né registrare, ha creato da zero un database di informazioni e una gigantesca trascrizione vecchia maniera delle sedute a cui assisteva a Fort Meade, twittando, scrivendo e creando una tassonomia di una mole impressionante di informazioni, che oggi permettono anche di interpretare nel modo più preciso il verdetto. Qui trovate tutti i suoi materiali. Qui la sua intervista integrale sulla radio australiana Triple R, di cui oggi vi propongo un estratto.

♫ “Heaven” dei Milk Carton Kids (dalla colonna sonora di “The Promised Land” di Gus Van Sant)

Ecco la terza parte di oggi:

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Più vera che dal vero

In questi giorni Molly Crabapple - illustratrice, attivista e testimone pubblica – ha tenuto un incontro al Berkman Center for Internet and Society dell’Università di Harvard (qui la sua lecture in video) in cui ha fatto una serie di riflessioni sul suo lavoro, sul paradosso del sorvegliante/sorvegliato, facendo esempi che andavano dalla storia dell’arte (le cronache delle fucilazioni delle truppe di Napoleone sui contadini spagnoli, ricreate dall’immaginazione di Goya), a casi contemporanei come il lavoro di Joe Sacco sulla Palestina (qui un’intervista recente con lui), e quello del Beehive Collective messicano (qui il loro sito web); il suo racconto illustrato per Vice sulla sua visita al carcere supersorvegliato di Guantanamo.

♫ “This is not a song, it’s an outburst” di Rodriguez

Ecco la quarta parte di oggi:

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perché

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Don McCullin ha 77 anni. E’ una leggenda della fotografia. Ha raccontato conflitti lontani e vicini fin dall’inizio degli anni Sessanta. Suoi i “blowup” dell’omonimo film di Antonioni.

Anthony Loyd di anni ne ha 46, e McCullin gli chiede di tornare in Siria per accompagnarlo.

Anthony è turbato – dalla soggezione, dalla responsabilità, dalla sfiducia in questo anziano che si espone al pericolo, e cerca di capire perché McCullin ha voluto tornare in uno scenario di guerra dopo 15 anni di lontananza.

Lo scopre. E lo racconta in un articolo mozzafiato per l’Australian online che oggi vi traduco.

La canzone di oggi era “Ho hey” dei Lumineers

Ecco la puntata di oggi:

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cartoline dal 2012

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(Tahrir il 27 novembre, via #ganobi)

Questa è l’ultima puntata di Alaska per il 2012, e ieri ho preparato per voi una cronologia di tweet-cartoline su Storify, con alcuni dei miei tweet e momenti e fotografie preferiti dell’anno – molto parziali, molto soggettivi, ma spero vi ricordino alcuni dei momenti che abbiamo passato insieme qui e su Twitter. Ripercorriamo l’anno rapidamente insieme, e potete trovarlo qui. Ci risentiamo dal 7 gennaio!

La canzone di oggi era “Shackled and drawn” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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ci siamo espressi male

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(foto di Elisa Pella)

Quello che vi raccontavo nella puntata di ieri sui nuovi termini di utilizzo di Instagram è diventato una vera e propria rivolta sulla rete, con un fugone di utenti a fare backup delle proprie foto per cancellare l’account, e un bel po’ di testimonial di eccezione in negativo. La prima conseguenza dei nuovi termini di utilizzo poteva essere la rinuncia di molti fotografi professionisti, e fra i primi a cancellare il proprio account è stata Lynsey Addario del New York Times. Un bel colpo l’ha inflitto anche Mia Farrow, molto seguita su Twitter, annunciando di aver perfino cancellato la app. Una tale rivolta che Kevin Systrom, uno dei papà dell’età innocente di Instagram, è corso ai ripari fornendo una serie di chiarimenti al limite della rettifica, a metà fra “dovevate leggere meglio” e “scusate ci siamo espressi male”. Non che la sostanza cambi di molto. Qui in originale su Inquisitr, qui in italiano su Il Post. Qui la ricostruzione di The Verge (già più benevola ieri prima della replica di Systrom, e poi aggiornata)

La canzone di oggi era “Downtown train” di Tom Waits

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Facebook presenta il conto

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Ricordate quanto spese Facebook per comprare la magica start-up fotografica di Instagram? Un miliardo di dollari. Ebbene, tutti si chiedevano quando avrebbe presentato il conto agli utenti, e forse ci siamo arrivati. Più che un conto economico diretto, le ultime iniziative del colosso social di Zuckerberg si riflettono in scelte tipicamente proprietarie e di vendita dei contatti degli utenti – perfettamente in linea con le policy della piattaforma di Facebook. Il primo segnale è arrivato qualche giorno fa con l’eliminazione delle anteprime fotografiche di Instagram da Twitter: dove prima le minifoto si aprivano nel tweet come quelle di Twitpic, Yfrog, Hipstamatic e altre scorciatoie e applicazioni, da qualche giorno compare solo un link che costringe ad entrare nella piattaforma di Instagram per vedere la foto. La scelta è quella di rinunciare alla condivisione diretta pur di attirare utenti nel mondo chiuso della condivisione Instagram (intanto molti utenti non si sono accorti del cambiamento e pubblicano su Twitter foto di cui credono si vedano ancora le anteprime e non un link, e molti di noi hanno rinunciato ad aprire i link). Twitter ha risposto rilanciando con la propria nuova app di filtri fotografici molto simili a quelli di Instagram, Aviary, che era in caldo da settimane. Ma la seconda iniziativa di Facebook è assai più chiara e diretta: dal 16 gennaio entreranno in vigore i nuovi termini di utilizzo, in base ai quali la proprietà delle fotografie degli utenti passerà a Facebook, che potrà venderle a terzi, e bisognerà adottare misure attive per non autorizzare Instagram a disporre dei contatti personali per vendita a clienti, indirizzari, e vendita delle proprie foto per uso pubblicitario. Dal 16 gennaio non sarà garantita nemmeno la conservazione del proprio archivio.

La canzone di oggi era “Winter song” di Sarah Bareilles

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Scout-ing

(l’abbraccio a sorpresa in un diner, catturato dalla lente di Scout Tufankjian)

Come abbiamo un po’ raccontato, la campagna elettorale di Obama è uno dei laboratori planetari sull’uso dei media, oggi ci torniamo sopra con l’intervista di Slate a Scout Tufankjian, la giovane fotografa autrice dello scatto di Barack e Michelle che è diventato il più twittato e “likato” della storia, e con qualche indizio dal Social Times su come ha lavorato la squadra di Obama sui social media , fra cui la 31enne Laura Olin, colei che per celebrare la vittoria di Obama quella foto l’ha scelta d’istinto.

NB Scout Tufankjian ha anche realizzato alcuni bei reportage sulla rivoluzione egiziana, li trovate qui.

La canzone di oggi era “Cherry Blossom Girl” degli Air

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la scelta di Cowbird

Un altro uccellino, ma in abito da sera – nel senso che ha scelto la scrittura in lungo. E’ Cowbird, che in meno di un anno ha attratto decine di migliaia di utenti fra i quali molti scrittori e fotografi professionisti, per postare foto e scrivere storie (tutte rigorosamente originali), incastonate in splendidi template fotografici con la possibilità di aggiungere audio e colori, condividerle, seguire quelle degli altri, cercarle per parole chiave, dividerle per temi, contribuire a saghe esistenziali (“casa”, “occupy”, ecc). Il risultato, benché dal basso e senza selezione, è di un livello di bellezza sconcertante. Cowbird, partito raccontando le storie del movimento Occupy, è diventato uno strumento di scrittura sulla vita vissuta che non ha paragoni di qualità. E il fondatore, l’artista Jonathan Harris, si è trovato di fronte alla scelta che affrontano tutte le start-up con potenziali benevoli investitori: diventare grande. Dopo molte trattative, ha scelto un’altra strada, garantire la propria identità sostenendosi con il crowfunding. D’ora in poi, si potrà continuare a postare gratis su Cowbird, ma chi decide di sostenere la piattaforma creativa con 5 dollari al mese diventa Cowbird Citizen. In cambio, Cowbird gli offre qualche strumento in più per impaginare le storie. Io l’ho fatto, e vi racconto la lettera di Jonathan Harris che mi ha convinto.

La canzone di oggi era “3, 6, 9″ di Cat Power

Ecco la puntata di oggi:

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un anno dopo

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(Alaa Abdel Fattah alle 4 del mattino del 10 ottobre, dopo aver passato la notte all’ospedale copto a confortare le famiglie delle vittime di Maspero – fra cui quella del suo amico Mina Daniel – e a cercare un giudice indipendente perché le autopsie non venissero falsificate)

Centesimo giorno di presidenza eletta in Egitto, e Morsi annuncia l’attesa amnistia totale per i prigionieri politici. In realtà, come documenta Mona Seif dell’associazione No Military Trials, al procuratore generale resta da definire quali siano i “crimini legati a episodi della rivoluzione” per i quali si ha diritto all’amnistia, l’arco temporale coperto è da gennaio 2011 a giugno 2012 e restano fuori tutti i civili passati per corte marziale anziché civili per crimini comuni. Il tempismo di Morsi non stupisce, visto che oggi cade anche un anno esatto dal massacro di #Maspero al Cairo, l’episodio più terribile sul percorso della rivoluzione. Dopo l’aggressione ai manifestanti di Abbaseya e lo sgombero forzato di Tahrir a luglio, e l’attacco all’ambasciata israeliana a settembre, la notte di Maspero cancella per sempre l’innocenza rivoluzionaria e mostra al mondo la crudeltà dell’esercito egiziano. Ancora sotto il governo del Consiglio Supremo dell’esercito, il 9 ottobre del 2011 una manifestazione pacifica di cristiani copti diretta verso l’edificio della tv di stato (#Maspero appunto) viene fatta bersaglio di colpi d’arma da fuoco dall’alto di un cavalcavia. Simultaneamente, la tv di stato chiama “ogni onorevole cittadino musulmano” a scendere in strada per “difendere i soldati dai copti armati”, sostenendo poco dopo che siano stati uccisi tre soldati. In realtà, a seguito di questo appello nascono confuse sassaiole fra civili musulmani appena arrivati e copti, e nel corteo copto si sparge il panico. Molti cercano di rifugiarsi negli edifici circostanti. L’’esercito interrompe le trasmissioni delle tv via satellite facendo irruzione nelle loro redazioni, e all’esterno interviene zigzagando coi blindati tra la folla, facendo 28 morti e diversi dispersi, probabilmente gettati nel Nilo. I tweep musulmani e copti, nonostante la requisizione violenta per le strade di schede di memoria e macchine fotografiche, raccontano tutto in presa diretta, e aiutano a raccogliere i video dei blindati che uccidono i manifestanti disarmati; i video saranno portati come testimonianza alle (vane) inchieste civili, e faranno il giro del mondo.

Due settimane dopo, in visita ad Occupy San Francisco, l’attivista Alaa Abdel Fattah riceve notizia di un mandato di comparizione. Rientrato al Cairo il 30 ottobre, si rifiuta di rispondere all’autorità militare, che considera responsabile dei fatti della notte di #Maspero. Per gli stessi fatti viene messo sotto investigazione e resterà in carcere fino alla fine del 2011, mentre nasce il suo primo figlio, ormai prosciolto da tutte le accuse. Soltanto tre militari sono stati perseguiti per i fatti della notte di Maspero.

I tweep egiziani fra ieri sera e oggi stanno rimettendo in circolo tutti i materiali web di documentazione dei fatti di Maspero, quello che scrissero allora e nuove testimonianze scritte oggi. Al Ahram posta anche un ricordo del giovanissimo attivista copto Mina Daniel, ucciso quella notte sotto gli occhi dei suoi compagni musulmani (ne parlammo qui). Lo fa anche il bravissimo fotografo Matthew Cassel, ritrovando l’immagine del suo celebre sorriso.

La canzone di oggi era “Like a king” di Ben Harper

Ecco la puntata di oggi:

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venduta

Proprio tre puntate fa parlavamo di Instagram, la app fotografica in condivisione appena sbarcata anche su Android (e arrivata in 19 mesi a quasi 30 milioni di utenti), e ieri sera è arrivata la notizia che questo giovanissimo servizio è stato acquistato da Facebook per 1 miliardo di dollari (fra contanti e azioni Facebook). Per Instagram – che ha ancora uno staff di sole sei persone – l’unico modo per monetizzare il proprio successo era quello di farsi comprare, per Mark Zuckerberg la tentazione di acquisire (e nel caso uccidere) una app che coinvolge attivamente più di quanto possa fare Facebook e lo mette in grado di spostarsi sui cellulari era troppo forte, mentre per centinaia di migliaia di utenti Instagram ieri è scattato l’esodo e la disiscrizione per un generico timore dello strapotere di Facebook. Su Twitter migliaia di commenti, molti dei quali che si si interrogano su cosa vuole Zuckerberg da Instagram e sul perché sia stato disposto a spendere per acquistarla una cifra considerata assolutamente eccezionale. Qualcuno ricorda perfino che il NYT che ha 116 anni di vita è attualmente valutato tre milioni sotto quella cifra. Gli utenti Instagram hanno tradotto le reazioni alla notizia dell’acquisto con una gallery fotografica a tema.

Qui la dichiarazione di Mark Zuckerberg con cui annuncia l’acquisto, qui Nick Carlson per Business Insider, qui il blog del new York Times, qui l’analisi di GigaOm, qui il Wall Street Journal su come i due servizi interagiranno, qui nextweb su cosa compra Facebook quando fa un acquisto del genere (compra noi, e non il servizio), e qui Mashable che spiega agli spaventati che vogliono chiudere il loro account Instagram la procedura per salvare il proprio archivio di foto.

♫ La canzone di oggi era “Goodbye” di Emmylou Harris

Ecco la puntata di oggi:

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