nel buco

(dove prima sorgeva la casa della famiglia Nasasra a Rafah – foto di ieri di Mosa’ab Elshamy, @mosaaberizing)

Le notizie da Gaza le state seguendo attraverso i nostri notiziari, le voci, gli approfondimenti. Su Twitter cerco di darvi conto di un racconto frammentato ma continuo che ci fanno i giornalisti e gli attivisti sul campo, spesso i primi a fornire a titolo individuale le notizie che poi saranno confermate da tutti. Non avrei avuto comunque scelta, perché metà delle mie fonti si è spostata lì. Quasi tutte le testate che hanno un corrispondente al Cairo lo hanno spedito lì. Una delegazione composta da 500 attivisti di piazza Tahrir ha attraversato il confine in autobus due giorni fa per portare aiuti e tornare indietro, e due dei loro migliori fotografi sono rimasti. Cnn, Bbc, AlJazeera, AP, AFP hanno squadre di giornalisti sul posto, legate ai loro fixer e colleghi palestinesi. Fra bombardamenti, decine e decine di vittime civili e una guerra a colpi di propaganda, non si può fare a meno di rilevare una fotografia sconcertante: la frustrante, semi-inutile concentrazione dei media del mondo in un territorio piccolissimo in cui la cronaca e la testimonianza possono fare molto poco, con i reporter a condividere il destino dei civili tra i fischi delle bombe. I tweet che ci arrivano sono, nella migliore delle ipotesi, frammenti di diario. Un palestinese che twitta del rombo dei droni la notte, o del bombardamento che arriva dalle navi israeliane. Un israeliano, molto più lontano, che twitta la paura delle sirene anti-aeree che scattano per un razzo di Hamas. Le fotografie dei bambini palestinesi ricoverati negli ospedali distrutti, o delle macerie dell’edificio amministrativo di Hamas stamattina. Paul Danahar della BBC che al mattino va a vedere cosa è rimasto esattamente nel punto di un’esplosione avvenuta durante la notte. I corrispondenti dell’AFP, esterrefatti che stanotte Israele abbia bombardato il palazzo dove si trova il loro ufficio, che twittano a casa “sto bene”. E in mezzo a questi brandelli di racconto, fin troppo reali, lo spettacolo osceno degli account Twitter dell’esercito isrealiano (@IDFSpokesperson) e delle brigate AlQassam di Hamas (@AlqassamBrigade) – il primo che indirizza messaggi d’odio ai palestinesi (tanto da essere temporaneamente bandito da Twitter l’altro giorno) e ai giornalisti bombardati dell’AFP risponde che la stampa si assume il rischio della sua presenza a Gaza e che Hamas usa i giornalisti internazionali come scudi umani; il secondo che sembra un ufficio stampa dei razzi di Hamas, con tanto di orari, luoghi d’origine e obbiettivi dei lanci. E tra le righe c’è tutto ciò che perdiamo nelle traduzioni, nella mancanza di contesto, nelle sconnessioni della rete, nella retorica meccanica di una parte e dell’altra, nella crudezza semplificante della guerra. Così, “guardare” il diario corale, minuto, quotidiano di chi scrive su Twitter da lì dà soltanto un’illusione di conoscenza, di informazione, oltre allo sconcertante senso di immedesimazione dato dal seguire persone con cui si ha familiarità. Stanotte, poi, è stata quella più surreale, nell’attesa vana dell’annuncio della tregua negoziata dal Cairo, che si faceva sempre meno probabile ad ogni esplosione. @RanaGaza, palestinese, ha registrato per un minuto il suono della notte di Gaza, a mezzanotte e 34 ora italiana. L’egiziana Sherine Tadros di AlJazeera, che nel 2008 era una dei due soli giornalisti stranieri presenti a Gaza, ha scritto ieri per Huffington Post dell’irrisolvibile impasse del racconto giornalistico a Gaza.

La canzone di oggi era “Everybody hurts” dei REM

Ecco la puntata di oggi:

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il grande narratore ci riprova

(Due studenti dell’Università del Cairo mentre seguono il discorso di Obama del 4 giugno 2009, che, a detta di molti nel movimento, è stato il segnale di via libera all’organizzazione della rivoluzione di Tahrir – foto via FreePressers.com)

Dovrebbe tenersi domani il nuovo discorso di Obama ai paesi arabi, quasi due anni dopo quello storico tenuto all’università del Cairo – inclusivo, moderno, politeista – che sembra aver giocato un ruolo fondamentale nella rivolta dei giovani egiziani. Il nuovo discorso cade in uno scenario completamente cambiato, in cui l’amministrazione americana sta cercando di adattare il proprio ruolo alle nuove circostanze, e cade anche alla vigilia dell’incontro – delicatissimo – di Obama con Netanyahu. Per prepararci, tre elementi di scenario: Mark Landler del NYT posta sull’aggiustamento della Casa Bianca al nuovo scenario e le posizioni assunte da Obama in privato sulle rivolte arabe; Nawaf Obaid posta per il Washington Post sulla crescente spaccatura fra i due ex solidissimi alleati Usa e Arabia Saudita (ne emerge qualche rivelazione sulla politica Usa dietro le quinte in Bahrain); e infine, Salon, con Nadia Hijab, cerca di mettere per iscritto la delicatezza e le contraddizioni del momento, e che cosa il mondo musulmano si aspetta di sentire da Obama domani.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

♫ La canzone di oggi era Tarek geddawi “la canzone di Tahrir”

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da Guantanamo in Libia

(nella foto, manifestazione a Washington per chiedere la chiusura di Guantanamo, i manifestanti sfilano con i nomi dei detenuti, quasi tutti di origine araba)

Misurata arriva all’ottava settimana sotto assedio, la quinta sotto i bombardamenti coordinati dal comando Nato sulla Libia. Fra i pochissimi reporter che stanno raccontando i combattimenti di strada in strada, due giornalisti dello Spiegel online, Jonathan Stock e Marcel Mettelslefen, che postavano questo racconto pochi giorni fa, descrivendo la città, la situazione negli ospedali, e un maestro elementare diventato cecchino.

NYT, Le Monde, Washington Post e Guardian – fattisi pastori dei WikiLeaks nel tentativo di dare ai dispacci nudi e crudi una qualche parvenza di contesto e di senso – affrontano adesso i circa 700 che riguardano il carcere di Guantanamo, limbo legale senza precedenti internazionali, nodo di imbarazzo sui diritti umani per gli Stati Uniti e la spina nel fianco più contestata a Obama dalla sinistra liberal americana rispetto alle promesse elettorali fatte due anni fa. Da noi in Italia si occupa di farne sintesi il Post. Uno degli uomini catturati dopo l’11 settembre in Pakistan, un libico “sospettato di appartenere ad al-Qaeda” e in seguito riconsegnato alle carceri di Gheddafi, è oggi uno dei leader del Comitato di Liberazione degli insorti in Libia.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, in particolare in questi giorni Siria, Yemen e Bahrain, e oggi l’avvio in Egitto del controverso processo all’ex ministro degli Interni, responsabile dell’ordine di sparare sui manifestanti che ha causato la morte di quasi 700 persone a piazza Tahrir.

♫ La canzone di oggi era “Bodysnatchers” dei Radiohead

Ecco la puntata di oggi:

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la strada per Tripoli

(foto di Chris Hondros)

Chris Hondros e Tim Hetherington sono morti ieri sulla strada che porta a Tripoli da Misurata, dove si combatte casa per casa. Sono stati prima ricoverati in un ospedale da campo, entrambi gravemente feriti alla testa e alle gambe da un colpo di mortaio. Erano due fotoreporter di primo livello, abituati agli scenari di guerra, e la rete trabocca di ricordi del loro lavoro, di come lo interpretavano, di quello che è successo ieri, quando altri due reporter sono rimasti feriti. Tim Hetherington era un fotoreporter inglese, vinctore del World Press Photo nel 2007 e candidato all’Oscar quest’anno come co-regista del documentario sull’Afghanistan Restrepo, e Chris Hondros era un fotoreporter americano che lavorava per Getty Images, già candidato al Pulitzer e vincitore del Robert Capa Award. Conosciutissimi entrambi dai colleghi, la loro morte ha scosso la comunità internazionale di giornalisti e fotografi. Innumerevoli le gallerie di loro fotografie, qui quella di Lens su Tim Hetherington.

Qui un racconto di quello che è successo, da Huffington Post. Qui il collega C.J. Chivers, che si trovava con loro all’ospedale da campo e ha postato all’alba di oggi, mentre le salme di Chris e Tim venivano trasportate via nave a Benghazi da dove saranno rimpatriate. Qui un’intervista audio e video con Chris Hondros che racconta il suo approccio al lavoro di fotogiornalista e la sua esperienza in Iraq (nello stesso link potete vedere una selezione delle foto di Chris e Tim). Qui Sue Turton di AlJazeera ricorda il suo incontro con Tim Hetherington e la loro esperienza insieme in Liberia.

Sulla timeline del Twitter di Alaska il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

♫ La canzone di oggi era “Hurt” (Nine Inch Nails) di Johnny Cash

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just like a woman

Sei giorni fa una donna di nome Eman el-Obeidi è comparsa all’improvviso, livida e sanguinante, nella hall di un albergo che ospita i giornalisti internazionali accreditati a Tripoli. Ha raccontato loro la sua storia, di come fosse stata detenuta per due giorni con la forza, e violentata da 15 uomini di Gheddafi. La polizia libica l’ha subito arrestata, e da quel momento di lei non si sa più nulla. I suoi parenti la difendono pubblicamente, mentre la tv di stato libica l’ha ritratta come una “prostituta”. Su Twitter è in corso una campagna di richieste per la sua liberazione. Amy Goodman ne discute con la giornalista egiziana Mona Eltahawy in questo transcript di una tramissione di Democracy Now!.

Fra i quattro reporter del New York Times arrestati ad Ajdabiya dal regime libico, picchiati e spostati di città in città per sei giorni per poi essere rilasciati il 21 marzo sul confine tunisino, mentre il loro giornale li cercava negli ospedali e negli obitori, c’era anche una fotoreporter, Lynsey Addario. A pochi giorni dalla sua liberazione, Lynsey riflette su cosa significa essere una donna che fa il suo mestiere in teatri di guerra (questo post viene pubblicato su Lens, che è il blog di fotografia e visuals del NYT, che vi consiglio caldamente).

Oggi manifestazioni in Siria, in Yemen, in Egitto, in Tunisia, in Bahrain – seguite quello che ci raccontano i nostri tweep sul Twitter di Alaska.

♫ La canzone di oggi era “Human condition” di Joan as Policewoman

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spie

La notizia vibra su tutta la rete da questa mattina: accanto alle operazioni militari in Libia, Obama avrebbe autorizzato da giorni anche operazioni sotto copertura della CIA in collaborazione con i ribelli anti-Gheddafi. Se ne sa molto più di quello che il segreto autorizzerebbe a pensare, e stavolta ci viene in soccorso il giornalismo tradizionale. Qui Mark Mazzetti e Eric Schmitt postano per il New York Times, qui la trascrizione dell’intervista televisiva trasmessa ieri sera da Wolf Blitzer della CNN con il senatore repubblicano Lindsay Graham sulle operazioni sotto copertura, e già che ci siamo, qui Andy Bloxham del Telegraph su chi è Moussa Koussa, il ministro degli esteri libico che ha mollato Gheddafi e- notizia di questa mattina – è partito per l’Inghilterra: niente meno che una spia a sua volta e personaggio profondamente ambiguo (vi traduco i tre post qui sotto nel podcast)

Il Twitter di Alaska ora per ora sulle rivolte arabe.

♫ La canzone di oggi era “Burning Jacob’s ladder” di Mark Lanegan

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avere 5 anni

Mohammed Nabbous. Per tutti noi Mo e basta. Citizen journalist. Benghazi 27 febbraio 1983 – Benghazi 19 marzo 2011.

Twitter ha compiuto ieri 5 anni, e il giornalista NickKristof ha twittato gli auguri chiamandolo “l’haiku delle news”. Abbiamo per così dire festeggiato il compleanno stando insieme a seguire le ultime sulle rivolte dai paesi, notizie durissime, fra i bombardamenti sulla Libia (mappa interattiva del Guardian) dopo la risoluzione dell’Onu 1973, l’uccisione in Libia del giovane citizen journalist Mohammed “Mo” Nabbous, la crudele repressione in Bahrain e l’abbattimento del monumento della Perla a Lulu, l’indebolimento del presidente dello Yemen dopo il grande numero di morti provocati dalle forze di sicurezza che hanno attaccato i manifestanti nei giorni scorsi. A parte lo svolgimento quasi regolare del voto per il referendum sulle riforme costituzionali in Egitto, non c’è niente da festeggiare, se non la nuovissima e straordinaria maturità che Twitter ha trovato in questi mesi rendendosi utile per raccontare le rivolte arabe dal basso, aggiungendo una terza dimensione (ma a volte l’unica) al lavoro dei media tradizionali. Oggi i materiali che vi propongo vengono tutti da Twitter.

Un ricordo di Mohammed “Mo” Nabbous, grande citizen journalist libico, ucciso da colpi d’arma da fuoco mentre come sempre registrava i suoni della battaglia di Benghazi, soltanto poche ore prima che arrivassero i primi caccia francesi.

Il manuale di MotherJones sullo Yemen.

Evan Hill (@Evanchill) per ALJ sulla giornata di voto sabato in Egitto.

♫ Le musiche di oggi erano “Bodysnatchers” dei Radiohead e la canzone di Tahrir di Tarek Geddawi

Ecco la puntata di oggi:

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don’t ask don’t tell

E’ da qualche mese che tengo da parte per voi i post del blog indipendente Mother Jones sul cammino per arrivare all’abrogazione della legge federale comunemente chiamata Don’t Ask Don’t Tell, quella che vieta l’ingresso a gay, lesbiche e bisessuali di prestare servizio nell’esercito degli Stati Uniti, e ai militari già in servizio di manifestare preferenze omosessuali o di parlarne mentre servono nell’esercito. Qui trovate una discreta descrizione in italiano di come funziona la legge. Nel suo programma elettorale due anni fa, Obama aveva promesso di abrogarla, supportato dalle associazioni per i diritti civili. Il cammino è lungo e faticoso, anche perché la stessa Casa Bianca ha dovuto mantenere la politica del rispetto della legge perfino in presenza di una sentenza di un giudice federale lo scorso settembre che la dichiarava anticostituzionale. I Repubblicani, intanto, sono sempre stati contrari ad abrogarla, appellandosi al parere dei vertici dell’esercito. Ma il 30 novembre è stato reso noto il dossier nel quale i vertici militari concludevano – clamorosamente – che in pratica aprire ai gay nell’esercito e permettere loro di manifestare apertamente il loro orientamento sessuale NON danneggerebbe la sicurezza e la disciplina delle operazioni (qui anche una sintesi in italiano del 1° dicembre). A quel punto i Repubblicani sembravano non avere più alibi, ma hanno continuato a esprimersi contro l’abrogazione della Don’t Ask Don’t Tell, che grazie all’ostruzionismo sono riusciti a respingere al Senato il 10 dicembre, infliggendo una sconfitta simbolica a Obama. Ma è notizia di queste ore che la Camera l’ha invece approvata, e la proposta di abrogazione dovrà quindi tornare al Senato (dove intanto, a seguito delle elezioni di metà mandato, ora di gennaio i repubblicani avranno molti più seggi). Per darci un’idea di come la pensano i repubblicani, Mother Jones pubblica il video dell’intervento alla Camera del repubblicano Gohmert, che ha parlato poche ore fa, di cui vi propongo l’audio e la traduzione qui sotto nel podcast. Evan James scriveva esattamente un anno fa di come perfino Batwoman fosse stata respinta dall’esercito perché lesbica.

Ultimo minuto del 18 dicembre: approvata abrogazione Dadt anche al Senato

♫ Le musiche di oggi erano “I’m goin’ down” nella versione dei Vampire Weekend e “In your hands” di Charlie Winston

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risorse

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Perché Sex & the City 2, il secondo film tratto dalla serie tv, è andato così bene al botteghino e invece è stato fatto a pezzi dai critici? Rancore da recessione? Choire Sicha per Daily Beast prova a rispondere (la traduzione qui sotto nel podcast)

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Nuove scoperte sulle ricchezze minerarie in Afghanistan – ma i sovietici lo sapevano già molto bene ai tempi loro, e chissà perché la questione salta fuori proprio adesso. The New York Times e Washington Post illustrano lo scoop – mentre molti altri blog criticano e mettono in guardia. Il Post riassume la vicenda . Nel frattempo Alda Sigmundottir posta sulla nuova legge sull’acqua in Islanda, stilata nel 2006 e implementata a partire dal prossimo 1 luglio. E’ un ennesimo caso di scontro fra interessi pubblici e privati (vi traduco il post qui sotto nel podcast)

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E quanto al petrolio? La continua sorveglianza di media, blogger e comuni cittadini fa sì che la BP sia continuamente sotto pressione. Questa notte il discorso di Obama dalla Casa Bianca alla nazione dopo il rientro dalla sua quarta visita nel Golfo del Messico. Qualche contenuto già si profila, perché le questioni sul piatto in questo momento sono: 1) lo stato anticipa il denaro e la BP non dà segni di volerlo ripagare a breve, perciò i democratici insistono perché venga istituito un fondo della BP di 20 milioni di dollari gestito da indipendenti, e il NYT conferma che uno degli annunci di stanotte potrebbe riguardare questo; 2) altri dirigenti della Bp vengono sentiti oggi dalla commissione d’inchiesta; la questione della legislazione sulle fonti rinnovabili e su come diminuire l’impatto sul cambiamento climatico diventa sempre più pressante, e finora nessuno ha approfittato del disastro BP per spingere l’acceleratore su questo; 4) Obama ha appena rilasciato un’intervista al sito americano Politico, in cui sostiene che il disastro BP darà forma a come penseremo all’ambiente nei prossimi anni; per gli americani avrà lo stesso impatto dell’11 settembre; 5) secondo Terry Macalister e Richard Wachman del Guardian, che riportano la previsione di un’azienda di consulenza sul petrolio, la perdita nel Golfo del Messico potrebbe proseguire fino a Natale. Intanto la BP è stata costretta dalla pressione pubblica a discutere di come i suoi azionisti dovranno autotassarsi per finanziare le spese del disastro. Nei prossimi giorni andiamo a vedere qual è l’atteggiamento sui boicottaggi alla BP, come si sta comportando la BP con i cronisti che si presentano sulle spiagge contaminate, e molto altro.

♫ Le musiche di oggi erano “20 km al giorno” di Nicola Arigliano nella versione di Mike Patton e “Bleezer’s ice cream” di Nathalie Merchant

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acque internazionali

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Sembra che in questi giorni tutti gli snodi cruciali della nostra epoca – ambiente, pace, profitto sregolato – siano simboleggiati da quello che avviene all’acqua e nell’acqua.

In acque internazionali è avvenuto l’attacco notturno alla Freedom Flotilla di aiuti umanitari a Gaza – un pugno di marine che si sono calati con funi dagli elicotteri (mentre le imbarcazioni, anche se nei video della tv isrealiana non si vede, erano circondate da navi militari) è bastato a uccidere 10 persone e ferirne molte altre. Le navi sono sequestrate e quasi 600 persone trattenute. 12 ore di Consiglio di Sicurezza dell’Onu e adesso un comunicato che cerca di riflettere l’indignazione internazionale, causata anche dal fatto che l’equipaggio della Freedom Flotilla è composto da volontari di tanti paesi diversi. Israele dice di essere “caduta in trappola” (già dal 26 maggio la Freedom Flotilla sapeva di correre un rischio a non accettare l’invito a sbarcare in un porto diverso per lasciar perquisire le imbarcazioni); se anche fosse, lo ha fatto in modo grossolano, violento e assolutamente illegale, con tanto di tragico danno di immagine. Radio Popolare ha seguito e segue da vicino gli sviluppi, per cui qui vi propongo alcuni materiali di approfondimento: Luca Sofri posta da Gerusalemme, il Guardian ha tenuto un blog per tutta la giornata di ieri che ha ripreso stamattina, dove potete vedere anche i video, i familiari di molte persone dell’equipaggio attaccato hanno avuto loro notizie solo dagli ultimi sms inviati prima di subire l’attacco, e nel frattempo su Twitter – che serviva più che altro a esprimere opinioni e darsi appuntamenti in molti paesi per le manifestazioni di protesta, quello che adesso sembra un inconveniente tecnico ha causato per qualche ora problemi di accesso agli hashtag che riguardavano l’attacco, i più usati di tutta la giornata. A bordo della Flotilla anche il giallista svedese Henning Mankell.

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Come sapete, Top Kill ha fallito e la BP deve inventarsi un altro sistema per fermare il flusso di greggio nel Golfo del Messico. Ieri gli aggiornamenti su Twitter. Intanto si è capito che ci sono poche speranze di fermarlo prima di agosto, quando saranno stati completati i pozzi di sfogo per deviare e raccogliere la perdita – un po’ come accadde in acque messicane con la perdita della Pemex nel 1979. Mentre gli osservatori scoprono un’altra gigantesca piuma di petrolio nelle acque di petrolio, la BP dice “piume? quali piume?!”. Questa è la catalogazione di tutte le questioni a carico della BP alla data del 30 maggio nei documenti ufficiali del governo Usa, che hanno raccolto gli elementi di indagine dei media. Mother Jones ha festeggiato il Memorial Day ieri con una laconica passeggiata su una spiaggia ancora pulita dove si attende fra poche ore l’arrivo della macchia di petrolio. 22passi fa un po’ di conti. Nel frattempo, 2 mila tonnellate di greggio riversate in mare per uno scontro fra navi-cisterna a Singapore, dove non c’è la Cnn, Obama, lo zar del petrolio e la satira deal BP.

♫ La canzone di oggi era “My name” di Charlie Winston

Ecco la puntata di oggi:

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