Alaska XL #33 | Il futuro non è scritto

Molly Craballe tiger at Salam school Zeitouna

(graffiti di Molly Crabapple alla scuola Salam di Zeitouna, confine turco-siriano; dettaglio della tigre ispirata a un racconto di Zachariah Tamar)

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Benvenuti a quella che sarà non solo l’ultima puntata di Alaska per questa stagione, ma l’ultima almeno per i prossimi sei mesi. Infatti, come qualcuno di voi già sa, nel mio percorso personale a Radio Popolare, che dura con poche interruzioni da 25 anni, mi prenderò un periodo sabbatico. In ogni caso, come diceva Joe Strummer dal quale prendiamo in prestito il titolo di questa puntata, “il futuro non è scritto” – continuerete a trovare tutto l’archivio di Alaska qui sul blog insieme a eventuali aggiornamenti e traduzioni, e potremo sentirci sempre via Twitter. Oggi voglio dare uno sguardo ad alcuni aspetti sia inquietanti che incoraggianti di come rete e tecnologia si stanno modificando verso il futuro – sfide aperte, grandi risultati, e preoccupazioni.

J.M Berger di The Atlantic ha preso in mano la questione della propaganda attraverso Twitter dell’ISIS (il gruppo sunnita Islamic State of Syria and Iraq), con i dettagli della loro cronaca dell’ingresso a Mosul in Iraq. Questo utilizzo universale della piattaforma anche a fini di mera propaganda e in alcuni casi per gruppi politici violenti mette a dura prova le decisioni di Twitter, che fino a qualche mese fa era noto per essere la piattaforma pù rispettosa del principio della libertà di espressione – come racconta qui Mathew Ingram, che poi affronta la questione di cosa possa significare la fuga di dirigenti di Twitter di queste settimane – una confusione (visibile anche agli utenti) sull’identità stessa della piattaforma.

♫ “Nightswimming” dei REM

Ecco la prima parte di oggi:

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Gli hacker escono finalmente dal guscio? Dal 18 al 20 luglio al Pennsylvania Hotel di New York tornerà HOPE (acronimo di Hackers on Planet Earth), la conferenza degli hacker arrivata alla sua decima edizione, che quest’anno sarà dedicata ai “dissidenti” – con Daniel Ellsberg, Thomas Drake, Andrew Blake, Cristopher Soghoian, Gabriella Coleman, e la Electronic Frontier Foundation. Il tema della “dissidenza” informatica, riportato in luce da Snowden e Manning, sta anche “aprendo” da mesi il mondo piuttosto esclusivo degli hacker a una platea molto più vasta.

Alle radici della storia di Hope (di cui trovate tutto il programma qui), ci sono Emmanuel Goldstein (pseudonimo di orwelliana memoria che è il nome d’arte del pioniere dell’hacking Eric Gordon Corley), la rivista 2600, e il talk show radiofonico Off the hook, andato in onda regolarmente su WBAI dal 1988 al 2012 e condotto dallo stesso Emmanuel. La nostra Marina Catucci è andata a trovarlo e lo ha intervistato, insieme a Kyle e a Rob Vincent. Potete riascoltare l’intervista qui sotto nel podcast.

♫ “Gioia e rivoluzione” nella versione degli Afterhours

Ecco la seconda parte di oggi:

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E a proposito di dissidenti, sono proprio tutti uguali e nobili ed eroici? Sì, purché tu non ce li abbia in casa – lo sostiene su Vanity Fair, con molta preoccupazione, l’artista e attivista Molly Crabapple (che in questi giorni ha dipinto le pareti della scuola di Zeitouna, al confine tra Siria e Turchia, e frequentata da bimbi siriani fuggiti dalla guerra). Il suo scritto è anche un modo per ricordarci il caso americano di Cecily McMillan di Occupy Wall Street, condannata a tre mesi di carcere per essersi difesa dal maltrattamento di un poliziotto.

Intanto, nella saga infinita delle rivelazioni sulla sorveglianza dell’NSA, Der Spiegel ha stilato la guida definitiva (anche se in continuo aggiornamento) al coinvolgimento tedesco, con i chiarimenti tratti dai file di Snowden, l’approfondimento di alcuni aspetti chiave, e la cronologia di articoli in proposito dello stesso Spiegel. E qualche segnale positivo di contrasto c’è, dalla timida ma unitaria opposizione di Apple e Cisco al fianco di Microsoft nel rifiutare un mandato americano di consegna per alcune email straniere, al voto bipartisan dei deputati del Congresso che con 293 voti contro 123 hanno fatto passare l’emendamento Massie-Lofgren: qui l’effetto che dovrebbe avere sulla chiusura delle “backdoor” di cui l’NSA approfitta per le sue ricerche, e qui il parere della Electronic Frontier Foundation.

Grazie a tutti di cuore per l’attenzione che avete dimostrato per questa quinta stagione di Alaska e per i risultati straordinari del blog, e anche a tutte le persone che hanno collaborato al programma in questi mesi o che mi hanno sostenuto in questi anni in tanti modi belli e importanti – in ogni nota e parola di quello che ho fatto ci sono anche loro. Ci vediamo nel futuro.

♫ “Satellite of love” di Lou Reed

Ecco la terza parte di oggi:

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buffalo soldier

 

(foto, Ahmed Jadallah/Reuters)

Il 2 maggio dal sit-in di Abbaseya davanti al ministero della Difesa al Cairo, l’attivista Tarek Shalabi twittava una foto della prima linea di agenti della CSF egiziana commentando, “these guys are so sick and tired of all this”… L’altra parte, il nemico, la schiera senza volto – la polizia e l’esercito sono questo per la maggior parte degli attivisti. Ma qualche reduce dei conflitti Usa andrà domenica a Chicago insieme a OccupyWallStreet contro il vertice Nato a restituire le sue medaglie, qui trovate la storia di Greg Boesus della Guardia Nazionale, reduce dell’Iraq. Intanto al Cairo tornano le voci sui piccoli ammutinamenti all’interno della CSF, formata dai giovani coscritti respinti dall’esercito che lavorano in condizioni terribili mentre cercano di tenerli buoni con un piccolo aumento di stipendio. Ne riferisce Hossam el Hamalawy, ennesima puntata di un discorso cominciato con la presenza di soldati disertori in piazza durante i 18 giorni della rivoluzione, con la forte tensione fra vecchia e nuova guardia da quando l’esercito ha assunto i poteri di governo di transizione, con lo storico attrito fra polizia ed esercito, e culminato in un corteo di mille poliziotti a Tahrir nella giornata del 1° maggio. Marwa Awad aveva scritto un bel reportage il mese scorso sulle richieste di cambiamento che si agitano all’interno dell’esercito egiziano.

♫ La canzone di oggi era “Death to my hometown” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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senza Shadid

E’ morto questa notte in Siria, per una forte crisi dell’asma che lo affliggeva da tempo, il giornalista arabo-americano Anthony Shadid, forse il più grande reporter vivente fra quelli che si occupavano dei paesi arabi. Il fotografo Tyler Hicks, che lavorava con lui da tempo in vari scenari di guerra ed era stato suo compagno di prigionia in Libia la scorsa primavera (ve ne avevo raccontato qui) ne ha portato il corpo oltre il confine in Turchia, e dalla sua redazione, quella del New York Times, la notizia è circolata all’alba in tutto il mondo, destando reazioni unanimemente commosse. Tutti i colleghi gli riconoscono non solo di essere stato un reporter di gigantesca statura ma di aver sempre dimostrato straordinaria umiltà. Giovani giornalisti raccontano come fosse sempre pronto a fare complimenti ai più giovani e a condividere con loro prontamente la sua rubrica di contatti. Mona Elthahawi raccontava stamattina su Twitter di esserselo trovato davanti con un sorriso in piazza Tahrir quando è stata liberata dopo l’aggressione subita al Cairo. Shadid era di origine libanese (uscirà a marzo il suo libro di memorie sulla città dei suoi antenati), era cresciuto a Oklahoma City, per tutti gli anni Novanta era stato in Iraq, aveva vinto due Pulitzer e aveva soltanto 43 anni. Prima di tornare in Siria in questi giorni, era appena stato in Libia. Particolarmente in Siria, dove le chiavi di interpretazione per capire la complessità della guerra civile sono preziosissime, l’assenza di Shadid si farà sentire, non essendo il suo lavoro intercambiabile con quello di nessun altro. L’unico cenno di ottimismo lo danno i messaggi di questa mattina di centinaia di blogger e di giornalisti, che affermano di volerlo tenere come esempio di un giornalismo rigoroso e allo stesso tempo profondamente umano. Vi propongo qualcuno dei materiali attraverso cui potete conoscerlo. Qui il lungo reportage dalla Siria dell’estate scorsa, qui quello dal Bahrain dello scorso settembre, qui l’intervista che gli ha fatto MotherJones venti giorni fa, qui una rassegna di estratti dei suoi articoli preparata stamattina dal New York Times, da cui potete arrivare ai materiali che ha scritto dalla Libia (dove oggi si celebra l’inizio della rivolta di Benghazi un anno fa), qui l’intervista che gli fece NPR a dicembre (di cui vi faccio ascoltare un estratto audio).

♫ La canzone di oggi era “Bluer is my heart” di Holly Williams

Ecco la puntata di oggi:

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il grande narratore ci riprova

(Due studenti dell’Università del Cairo mentre seguono il discorso di Obama del 4 giugno 2009, che, a detta di molti nel movimento, è stato il segnale di via libera all’organizzazione della rivoluzione di Tahrir – foto via FreePressers.com)

Dovrebbe tenersi domani il nuovo discorso di Obama ai paesi arabi, quasi due anni dopo quello storico tenuto all’università del Cairo – inclusivo, moderno, politeista – che sembra aver giocato un ruolo fondamentale nella rivolta dei giovani egiziani. Il nuovo discorso cade in uno scenario completamente cambiato, in cui l’amministrazione americana sta cercando di adattare il proprio ruolo alle nuove circostanze, e cade anche alla vigilia dell’incontro – delicatissimo – di Obama con Netanyahu. Per prepararci, tre elementi di scenario: Mark Landler del NYT posta sull’aggiustamento della Casa Bianca al nuovo scenario e le posizioni assunte da Obama in privato sulle rivolte arabe; Nawaf Obaid posta per il Washington Post sulla crescente spaccatura fra i due ex solidissimi alleati Usa e Arabia Saudita (ne emerge qualche rivelazione sulla politica Usa dietro le quinte in Bahrain); e infine, Salon, con Nadia Hijab, cerca di mettere per iscritto la delicatezza e le contraddizioni del momento, e che cosa il mondo musulmano si aspetta di sentire da Obama domani.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

♫ La canzone di oggi era Tarek geddawi “la canzone di Tahrir”

Ecco la puntata di oggi:

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la polizia è qui per me

Se seguite le rivolte arabe attraverso Alaska su Twitter, sapete che non c’è momento peggiore di quando uno dei tweeps manca improvvisamente all’appello. Qui sopra potete vedere l’ultimo tweet di @mahmood, blogger del Bahrain – anche se sul suo account di Twitter sono già stati cancellati i messaggi delle ultime ore. Mahmood Al-Yousif, voce moderata e pacifista delle rivolte in Bahrain, è stato arrestato nella notte dalla polizia, e la notizia ha invaso la rete per tutte le prime ore di questa mattina – a twittarla anche suo fratello e suo figlio. Qui Global Voices che riassume le poche notizie finora disponibili. I parenti di Mahmood dicono che a casa loro sono stati tagliati telefono e internet. Arrestata anche la studentessa e poetessa Ayat Al Qurmozi, e come sempre, perquisito l’appartamento e sequestrati tutti i file e i documenti personali.

Intanto Nomfup, che per il suo blog e per Europa sta realizzando una serie di approfondimenti sul citizen journalism, dopo l’intervista di ieri con Andy Carvin oggi parla con Amira al Hussaini, blogger di Global Voices che conoscete bene e preziosissimo tweep su tutte le notizie dai paesi arabi, in particolare quelle che riguardano la libertà di espressione. E Amira vive a Manama, in Bahrain.

Dopo l’avvio dell’intervento militare in Libia, la sinistra americana discute dello spettro dell’Iraq. MoJo dà un contributo analizzando il linguaggio utilizzato da Obama in questi giorni, che tradotto vorrebbe dire, “io non sono Bush”.

♫ Le musiche di oggi erano “Ladder song” dei Bright Eyes e “Thinking about you” di John Mellencamp

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venerdì santi

(la mappa delle città liberate e quelle da liberare – a stanotte – dalle fonti web, via Andrew Sullivan qui)

Oggi è una giornata di grande tensione per la Libia, si tenterà di manifestare a Tripoli, stretta nella morsa della paura e pattugliata da giorni dai mercenari e ultima vera roccaforte da liberare, con l’apporto di rinforzi della rivolta che arrivano da altre città già liberate. A Tripoli sarà fondamentale che riescano ad arrivare le televisioni, e i reporter di tutto il mondo che stanno riuscendo ad arrivare dalle città liberate. Mentre la Nato si gratta il capino pensando se intervenire militarmente – la linea è vediamo se se la cavano da soli, sennò interveniamo, intanto cerchiamo di non pensare a cosa significa se non dovessero cavarsela da soli… – in Libia c’è bisogno, molto più che di armi di cui purtroppo si dispone in abbondanza, di cibo e medicinali – e rispetto. Stamattina Ghonim, fra i leader della rivolta egiziana, ha twittato: “Noi non siamo schiavi. Noi non accettiamo dittature. Noi siamo la nuova generazione del Mondo Arabo. Noi siamo LIBERI!”

Su Twitter, dove staremo accampati tutto il giorno, prevale la cabala speranzosa del venerdì, giorno di festa e tradizionalmente giorno di preghiera, di veglia e di lotta nei paesi in rivolta, e il giorno in cui sono caduti Ben Ali e Mubarak. E’ venerdì di manifestazione (un po’ tesa) anche a piazza Tahrir al Cairo, e naturalmente nella instancabile Lulu, la rotonda della Perla a Manama in Bahrain, 30mila manifestanti sono riuniti davanti all’università di Sana’a in Yemen, e i servizi di sicurezza iracheni avrebbero sparato stamattina contro una manifestazione a Baghdad.

Ormai Radio Popolare sta riuscendo a trovare diverse voci dalla Libia, pareri e analisi interessanti (seguite i Gr, i microfoni aperti, Esteri delle 18), perciò noi restiamo nel nostro. I materiali di oggi sono stati rigorosamente reperiti dai Twitterer, quando non creati direttamente da loro: ci hanno postato questo racconto di Paul Schemm della AP ripreso dal canadese Albuquerque Journal, con il racconto di come si sta autogovernando Benghazi liberata. Una delle twitterer della nostra rosa, @Anjucomet, vero nome Anjali Kamat (già bravissima sul Cairo) ci racconta cos’ha visto a Tobruk liberata, via Democracy Now! E rimbalza dappertutto su Twitter il post del Telegraph (Robert Winnett) sul presunto congelamento dei beni di Gheddafi da parte degli inglesi.

♫ La canzone di oggi era “Sign o’the times” di Prince

Ecco la puntata di oggi:

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This is England

(cartoon dell‘Independent)

Alaska da oggi è su Twitter! Seguiteci cliccando sul T-Rex qui a destra nella sidebar, e avrete ogni giorno le anticipazioni sulla puntata del giorno, il sunto degli argomenti, i retweet in tema e le segnalazioni sulle trasmissioni collegate di Radio Popolare!

Spettri di “hung parliament” e di alleanze dietro le quinte fin troppo elastiche, voto tattico sui LibDem dove si sa già che non possono vincere i Labour, i primi confronti tv all’americana della storia elettorale inglese, la stella mediatica di Nick Clegg e il tramonto del New Labour, l’ultimo sussulto di orgoglio di Gordon Brown, il fantasma della guerra in Iraq e quello degli scandali delle note spese dei parlamentari, un sistema bipolare che nonostante le apparenze resta blindato, i giornali liberal che si schierano con i Liberal-Democratici, un deficit spaventoso da affrontare, gravi disparità economiche, la spinta dei LibDem verso un sistema proporzionale: da questa mattina si vota in tutto il Regno Unito per il rinnovo del Parlamento. Negli ultimi sondaggi, in testa i Conservatori di Cameron e ridotta l’apparente avanzata dei LibDem dopo l’exploit di qualche settimana fa. Importante l’affluenza al voto. I risultati verranno gradualmente aggiornati con una grande proiezione luminosa sul Big Ben. Il nostro blogger da Londra Fabio Barbieri - che stasera dalle 23.30 sarà in diretta per lo speciale di Esteri sui risultati dalla sede dei LibDem ad Islington – alla fine ha deciso di andare a votare (vedi commento a questa puntata di Alaska) e commenta in diretta con noi i possibili scenari di composizione del Parlamento e le gravi questioni sul piatto. Ascoltalo nel podcast qui sotto.

Per saperne di più dell’abissale deficit inglese, leggete qua.

Il blog sul voto in tempo reale del Times.

I lettori del Guardian twittano qui dopo aver votato.

Gli scenari possibili (otto!) secondo l’Independent.

Ecco la puntata di oggi:

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diritto di voto

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(Marjane Satrapi)

Come promesso, oggi vi presento un’iniziativa online che è nata da pochissimi giorni, Enciclopediadelledonne.it. Nella dichiarazione di intenti delle studiose che hanno deciso di dar vita a questa enciclopedia, che voce per voce prenderà forma online, si legge: “Questo, tante donne lo sanno da tanto tempo: ci mettiamo in fila, ci sentiamo eredi ed ecco il significato del secondo nome dell’Impresa: Specchio delle Dame. Tante volte infatti abbiamo ritrovato questo mettere insieme tanti ritratti di donne a dimostrare che la libertà di pensiero e di azione – dalla quale, peraltro, deriverà con la felicità personale una società più giusta – è possibile e auspicabile, non teoricamente, ma praticamente. Parole che vengono da ogni tempo (da Proba, da Christine de Pizan, da Cristina di Belgioioso, ma davvero, continuamente) e possono davvero illuminare, perché sono anche le nostre, spesso le stesse precise parole. Quello specchio delle brame che ossessiona tante donne in carne e ossa può dunque utilmente diventare lo specchio delle dame, una miniera di storie da cui imparare la libertà, e mai cercare il verdetto. Proprio perché è all’insegna della felicità possibile, l’Enciclopedia è una festa, una festa a inviti: chi scrive porta una persona come portasse qualcuno che vale la pena di conoscere.”

Stanno comparendo in questi giorni le prime voci, e le prime tag con cui effettuare una ricerca tra le voci. Questo l’indice ad oggi. Da quello che leggiamo si comprende la qualità del progetto, degna di una vasta impresa editoriale ma allo stesso tempo libera e condivisa. A coordinare il  nucleo primigenio di studiose sono Rossana Di Fazio e Margherita Marcheselli, e ci facciamo spiegare il progetto nei dettagli proprio da Rossana Di Fazio (potete riascoltarla nel podcast qui sotto).

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Domenica il 62,4% degli iracheni è andato a votare nonostante le forti minacce di attentati e l’esplosione di un ordigno che ha ucciso 35 persone. Stavolta era possibile votare non soltanto nei seggi interni al paese ma anche in varie sedi sparse per il mondo dove gli iracheni sono emigrati. Global Voices in italiano riprende un articolo di Salam Adil (tradotto da Stefano Ignone) che a sua volta fa un collage di alcuni commenti dei votanti sui blog. Potete leggerlo qui.

La canzone di oggi era “In your hands” di Charlie Winston

Ecco la puntata di oggi:

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parlano le scrittrici

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Grazie a tutti quelli che mi hanno scritto per dirmi che l’avvistamento del pettirosso è tipicamente invernale! Ero stata mal consigliata da un collega di cui non farò il nome, non riesco a rispondere a tutti ma vi ringrazio perché ho imparato molto! Il mio desiderio di primavera non potrebbe essere più deluso, visto anche il tempo di oggi… Comunque il pettirosso era bellissimo! (potete anche vedere la canzoncina inglese sul pettirosso postata da un ascoltatore nei commenti al post di ieri)

Ma veniamo alla puntata di oggi,  dedicata alle osservazioni sul nostro mondo di questi giorni che traggo dai blog di tre scrittrici di tre nazionalità diverse: Margaret Atwood, Jeanette Winterson e AM Homes.

Margaret Atwood (vi ho parlato di lei qui e qui) scrive di ritorno dal Forum Economico Mondiale che si è svolto a Davos a fine gennaio. Ambientalista instancabile, è rientrata in Canada dalla Svizzera, e sempre col suo caratteristico senso dell’umorismo racconta quello che ha trovato laggiù, con lo sguardo della turista. Racconta delle persone che ha incontrato, del ruolo delle donne a Davos, e della strana posizione del Canada, lodato per il suo cammino verso un’economia verde ma debole nelle trattative di Copenaghen e completamente assente dal dibattito a Davos.  (la traduzione del suo post nel podcast qui sotto)

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La scrittrice inglese Jeanette Winterson, autrice di Non ci sono solo le arance e Gli dei di pietra,  scrive ogni mese un post sul suo sito che fa il punto sulla sua situazione nella scrittura, nelle uscite in libreria che la riguardano e in quelle dei suoi amici, nelle sue relazioni personali e nelle sue letture, soprattutto di poesia. La sua pagina di febbraio si apre con le sue impressioni sull’udienza di Tony Blair davanti alla Commissione sulla guerra in Iraq di qualche giorno fa – ne avevamo parlato ad Alaska qui. (La traduzione del suo post nel podcast qui sotto)

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AM Homes, autrice di La figlia dell’altra, In un paese di madri, La fine di Alice e Questo libro ti salverà la vita,  posta sul New Yorker la sua reazione alla morte di JD Salinger , forse un padre migliore per lei dei genitori, veri e adottivi, di cui racconta nei suoi libri.  Possiamo perfino ipotizzare che proprio in omaggio a JD Salinger anche lei abbia scelto di firmarsi con le iniziali del suo nome di battesimo. Nel post racconta dell’imprinting ricevuto dalla lettura di Salinger da bambina negli anni Settanta, della sua ossessione di scrivere lettere a personaggi famosi nella pre-adolescenza, e della commedia che scrisse a diciannove anni con Holden Caulfield e Salinger come protagonisti, e che lo scrittore fece bloccare attraverso la sua agente (la traduzione qui sotto nel podcast)

Le musiche di oggi erano “Winter winds” di Mumford & Sons e “In the end” di Charlotte Gainsbourg

Ecco la puntata di oggi:

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pubblico e privato

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Il 29 gennaio si celebrava in rete il Data Privacy Day, la giornata annuale di riflessione sulla privacy dei dati personali sulla rete, quest’anno focalizzata su come la diffusione dei dati influisca sulla reputazione. Vediamo un po’ di post in proposito: Feliciano Intini condivide i risultati di un paio di ricerche su come i dati personali recuperati su Internet influiscono sui profili di assunzione nel lavoro. Pcrevenge segnala una nuova cortesia di Google che però dà da riflettere. Qui trovate quello che ha detto la Commissaria Europea Reding in merito alla riflessione sull’aggiornamento delle normative per stare al passo con la diffusione dei social network. Il DigitalContentBlog ci ricorda come le grandi aziende online si fanno belle delle norme per la tutela della privacy.

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Solo ieri in Iraq sono morte 41 persone per un ennesimo attentato suicida, la guerra in Afghanistan è ancora aperta, e viviamo ancora nell’ombra delle decisioni prese dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra all’indomani dell’11 settembre. Il 29 gennaio, l’ex premier britannico Tony Blair, la stella del New Labour, è comparso come testimone di fronte alla Commissione d’inchiesta sulla Guerra in Iraq, istituita per fare chiarezza sulle decisioni del suo governo nel 2003. La commissione inglese ha il compito di determinare se la decisione di intervenire militarmente accanto agli americani sia stata basata su notizie false, manipolate dal governo, e quale fosse il reale motivo dell’invasione dell’Iraq nel marzo 2003. Nonostante il suo tatto cerimonioso, si tratta finora della prima iniziativa nazionale che potrebbe ristabillire la verità storica su quello che accadde, ed è sostenuta da decine di migliaia di interrogazioni di privati cittadini.

L’udienza come sempre era pubblica ed è stata segnata dalle urla dei presenti, che gli hanno gridato “bugiardo” e “assassino”. Qui sul Telegraph trovate una cronologia dell’udienza punto per punto, e una lunga serie di commenti dei lettori. Qui la trascrizione completa della testimonianza di Blair, mentre Andrew Neil commenta l’udienza dagli Stati Uniti, dove un’analoga commissione non è mai stata istituita (vi ricordate il patto di Obama con i repubblicani durante la campagna elettorale? Io chiudo Guantanamo e tutto il resto, ma non processeremo Bush). Neil mette in luce l’abilità di Blair per la recitazione e la menzogna – anche davanti alla Commissione, dove ha difeso tutte le sue decisioni del 2003 – ma anche la sua profonda caduta in disgrazia. La commissione inglese è anche online, con le istruzioni su come partecipare alle udienze. Il sito è ricco di materiali pubblici straordinariamente importanti e ci trovate anche il video integrale della giornata di Blair al banco dei testimoni (la traduzione del commento di Andrew Neil qui sotto nel podcast).

La canzone dii oggi era “Bodysnatchers” dei Radiohead

Ecco la puntata di oggi:

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