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Alaska XL #18 | nell’attesa

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(una fotografia di David Pogue durante la tempesta di neve di questi giorni sulla East Coast)

Oggi puntata flessibile in attesa dell’annuncio ufficiale dell’incarico a Renzi. Voglio segnalarvi alcuni post estremamente interessanti della settimana appena trascorsi, sia da blog puri che da testate online.

1

Cominciamo con Donatella della Ratta, manager dell’organizzazione internazionale Creative Commons per il mondo arabo, che come fa da tanti anni è stata all’ultima edizione ad Amman dell’Arab Bloggers Meeting e ha scritto una relazione molto istruttiva.

♫ “Stay awake” dei London Grammar

Ecco la prima parte di oggi:

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2

Dall’Egitto, insieme alla notizia della candidatura di Hamdeen Sabbahi e Sami Anan alle presidenziali, a quella della bomba a bordo di un autobus turistico ieri a Taba (una sorta di – prevedibilissimo – ritorno agli anni Novanta), e a quella dello sciopero di quasi 32mila lavoratori alle fabbriche tessili di Mahalla arrivato al suo ottavo giorno, arrivano alcune ricostruzioni importanti. Bel Trew e Osama Diab per Foreign Policy scrivono di come i tycoon dell’era di Mubarak, uno ad uno, si stanno ricomprando il ritorno in Egitto. Hossam Baghat indaga nella cronologia della liberazione dei jihadisti dalle carceri egiziane, Bassem Sabry fa qualche ipotesi sulle ragioni della candidatura di Hamdeen Sabbahi alle presidenziali. Intanto Irisheyesoncairo riflette sulla domanda che tanti si stanno facendo nel clima di oggi: “devo restare o devo andare?” (e si risponde “resto”).

♫ “Breathless” di Nick Cave nella versione di Cat Power

Ecco la seconda parte di oggi:

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3

Poche ore dopo la nascita di The Intercept, diretto da Glenn Greenwald, Jeremy Scahill e Laura Poitras, su Medium compariva già una ragionata reazione di Melissa Byrne al gap di genere fra i redattori della nuova testata – tutti numeri uno, ma 9 uomini a fronte di 3 donne. Andy Carvin, che adesso cura l’engagement di The Intercept, ha rilanciato il post sottolineando che la nuova redazione è consapevole del problema e sta lavorando per risolverlo.

E in materia di sorveglianza, ecco un po’ di cose da leggere: su Wired l’intervista di Fabio Chiusi ad Antonio Casilli sulla privacy; su Tech President quella di Carola Frediani ad Annie Machon sulla protezione dei whistleblower; su Medium la tecnosociologa Zeynep Tufekci scrive delle reazioni presunte esagerate dei difensori della privacy alle rivelazioni sulla sorveglianza dell’NSA.

♫ “Stay young” degli Okkervil River

Ecco la terza parte di oggi:

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4

Infine, in Italia… Davanti all’ennesimo pontificare disinformato sulla “regolamentazione” del web, che sta diventando pericoloso, Arianna Ciccone scrive per Valigia Blu, aiutandosi con altri pareri interessanti.

♫ “The winter song” di Sarah Bareilles

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #11 | #46664

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(la copertina di Politico dedicata a Nelson Mandela)

1

Il detenuto politico che ci ha liberato tutti.
La morte di Nelson Mandela, per quanto ci si fosse preparati da mesi, ha provocato in rete un cordoglio universale, composto, corale. Domani la cerimonia in suo onore allo stadio di Johannesburg. La sua visionarietà, la resistenza alla prigionia, le sue capacità politiche e la longevità del suo esempio ispirano ancora attivisti di mille luoghi del mondo, anche quelli che al momento della sua liberazione non erano nemmeno nati. Nella reazione corale della rete, perfino il livellante, cosmetico rispetto di coloro che un tempo furono suoi nemici non ha offuscato un sentimento evidente: l’aspirazione a percorsi di vita esemplari, a un coraggio che si dimostra difficile da praticare nelle rivoluzioni di ogni giorno in assenza di una visione di prospettiva. Oggi lo raccontiamo attraverso gli scritti migliori e meno ecumenici che sono apparsi in rete. Intanto qui la mappa dell’intensità dei tweet su Mandela nel mondo, arrivata a 3 milioni e mezzo di messaggi meno di due ore dopo la notizia della sua morte la sera del 5 dicembre – via The Stream di Al Jazeera English. Sarebbe poi arrivata a più di otto milioni di tweet. Qui dal Washington Post un estratto del discorso che Mandela pronunciò prima del suo processo, qui una strepitosa raccolta interattiva dei discorsi di Mandela realizzata dal New York Times, qui il discorso con cui accettò il Nobel per la Pace. Qui il saluto di Mohamed Ali a Mandela pochi giorni prima della sua morte. Qui il saluto dell’arcivescovo Desmond Tutu. Qui il tributo esperto a Mandela di Bill Keller.

♫ “Like a king” di Ben Harper

Ecco la prima parte di oggi:

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2

In questa parte due bellissime riflessioni, molto più incisive e dissonanti rispetto all’universale trattamento da santo riservato a Mandela in questi giorni: qui Peter Beinart sull’impossibilità di ridurre Mandela a una figura mainstream ripulita. Ancora più incisivo il commentatore Musa Okwonga: “non potrete mai togliere da Nelson Mandela la sua parte di Malcolm X”.

♫ “Working class hero” di John Lennon

Ecco la seconda parte di oggi:

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3

Lunedì scorso – anche se la morte di Mandela la fa sembrare adesso una notizia molto più lontana nel tempo – il direttore del Guardian Alan Rusbridger è comparso a testimoniare come richiesto davanti alla commissione sorveglianza della House of Commons britannica. Alla vigilia dell’audizione, Rusbdriger ha ricevuto molti attestati di solidarietà: qui la lettera di sollecito alla libertà di espressione indirizzata al parlamento britannico da 13 fra testate e associazioni americane; qui la lettera di sostegno inviata ad Alan Rusbridger alla vigilia dell’udienza da Carl Bernstein, 50% del duo di reporter intorno al cui lavoro si snodarono le rivelazioni del Watergate che portarono alle dimissioni di Nixon – lettera che Alessandra Neve ha tradotto per noi. I deputati presenti erano Ian Austin (Labour), Nicola Blackwood (Tory), James Clappison (Tory), Michael Ellis (Tory, che si è fatto notare parecchio ed è stato zittito dal presidente della commissione), Paul Flynn (Labour), Lorraine Fullbrook (Tory), Julian Huppert (Lib-Dem), Yasmin Qureshi (Labour), Mark Reckless (Tory) e David Winnick (Labour). L’audizione è stata un terzo grado, non privo di qualche momento di vera tensione, che Rusbridger ha gestito con un misto di pazienza e fastidio, cercando da un lato di rispondere alle domande e dall’altro di fornire al pubblico che stava seguendo l’audizione in streaming video alcune informazioni di interesse pubblico. Fallito il suo ripetuto tentativo di spiegare ai parlamentari cosa sia Tor, e di conseguenza la contraddizione del tentativo (mancato) dell’NSA di craccare il sistema, Rusbdridger ha comunque sottolineato i punti più critici dell’intimidazione da parte del governo inglese nei confronti del Guardian, la differenza con il sistema di garanzie americano, e alcuni dettagli sul trasferimento e la conservazione criptata dei file di Snowden. La commissione, dal canto suo, lo ha pungolato su almeno due punti di particolare interesse perché sono quelli per cui il Guardian potrebbe essere perseguito legalmente – a cominciare dal trasferimento dei documenti non redacted al New York Times, quindi fuori dalla giurisdizione inglese. Le preoccupazioni per la sicurezza del GCHQ sono state più volte avanzate a Rusbridger, che ne ha sottolineato gli aspetti più che altro imbarazzanti. Qui Paul Owen ha tenuto il liveblog del Guardian sull’audizione, qui trovate l’audio integrale dell’audizione, e con l’aiuto di Alessandra Neve vi propongo una selezione delle battute salienti tratte dalla trascrizione della seduta.

♫ “Here comes the sun” nella versione di Nina Simone

Ecco la terza parte di oggi:

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4

Intanto l’NSA sbarca anche sulle nostre coste, come già anticipato da Fabio Chiusi, con un pezzo di Stefania Maurizi insieme a Glenn Greenwald per l’Espresso. (qui la versione italiana). L’ultima novità, di oggi 9 dicembre, è che Amnesty International ha avviato un procedimento legale contro il governo britannico: “abbiamo ragione di sospettare che le agenzie di sicurezza abbiano monitorato le nostre telefonate e la nostra posta elettronica”, ha spiegato stamattina il consulente legale di Amnesty per i rifugiati, Paul Dillane – qui il racconto sul Guardian.

Solo per il blog: Sullo sfondo della vicenda NSA continuano a muoversi altri elementi importanti, dai processi ai whisletblowers (il prossimo è Barrett Brown, anch’egli come Jeremy Hammond arrestato grazie alle indicazioni di Hector Xavier Monsegur), alla discussione sul “nuovo giornalismo”, alle critiche ai reporter coinvolti nella vicenda Snowden. Uno di questi elementi è la diatriba fra Wikileaks e PayPal perché quest’ultima aveva sospeso la possibilità di finanziare Wikileaks attraverso i suoi servizi, possibilità che ora è ripresa regolarmente. Il padrone di PayPal è eBay, e il padrone di eBay è sempre lui, Pierre Omidyar, appena assurto al ruolo di paladino della libertà di stampa e della difesa dei whistleblowers con la creazione di una nuova testata affidata a Glenn Greenwald. Qui Omidyar sull’Huffington Post, mentre Alexa O’Brien, l’instancabile cronista del processo Manning, si è fatta finanziare un biglietto aereo dai suoi lettori ed è andata a seguire la prima udienza del cosiddetto processo #PP14 agli attivisti di Anonymous accusati di aver craccato PayPal, qui il suo resoconto per Daily Beast.

Intanto il divieto di manifestazione condannato da tutte le associazioni per i diritti umani – e l’esistenza stessa dei detenuti politici egiziani, a cominciare da Alaa Abdel Fattah e Ahmed Maher – stanno lì a ricordarci che la strada di Mandela dovrà essere percorsa troppe volte. Il regista Omar Robert Hamilton scrive per Mada Masr delle due direzioni fra cui bisogna scegliere.

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #6 | è per il vostro bene

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(gli occhiali della protesta di CodePink alle spalle del generale Alexander)

E’ stata una settimana importante per le vicende legate alle rivelazioni sulla sorveglianza dell’NSA. Nella terza parte trovate una ricognizione delle tappe più importanti, ma cominciamo da un contributo importante alla discussione. Il 21 ottobre è uscito un lungo pezzo del direttore del Guardian Alan Rusbridger per la New York Review of Books intitolato “le rivelazioni di Snowden e il pubblico”. Alessandra Neve ne ha fatto una traduzione integrale per noi.

♫ “Nostro anche se ci fa male” degli Afterhours

Ecco la prima parte di oggi:

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Seconda parte della lettura della traduzione di Alessandra Neve di “Le rivelazioni di Snowden e il pubblico” di Alan Rusbridger (New York Review of Books)

♫ “Postcards from Italy” di Beirut

Ecco la seconda parte di oggi:

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Il 22 ottobre, fra le molte richieste politiche di trasparenza e di riforma del raggio e dei metodi della sorveglianza NSA, è uscita anche una lettera di Human Rights Watch che potete leggere qui.

Il 28 ottobre Sarah Marshall ha raccontato il metodo con cui  ProPublica, il Guardian e il New York Times hanno impostato la collaborazione sullo studio dei file di Snowden.  Intanto il Guardian cominciava a lanciare il suo progetto interattivo sugli “NSA Files decoded” con un’anticipazione: su Facebook ci vogliono solo tre gradi di separazione da un sospetto per essere soggetti a un’investigazione dell’NSA senza mandato.  Lo stesso giorno, Cameron non faceva mistero delle sue intenzioni nei confronti dei giornali che si occupano dell’NSA.  Il blog del New Yorker postava un pezzo su Obama e la domanda “chi sorveglia i sorveglianti?”.  Ma il pezzo più interessante del 28 ottobre è probabilmente la conversazione scritta fra Greenwald e Keller sulle differenze fra giornalismo “old school” e attivismo-giornalismo investigativo, uno scambio di vedute commentato qui da Matthew Ingram. Qui Margaret Sullivan del NYT con un giro di opinioni sul rapporto fra rivelazioni di Snowden e libertà di stampa.  Qui Vice su come il Department of Homeland Security abbia sequestrato i materiali della giornalista Audrey Hudson senza nemmeno l’ombra di un mandato.

Intanto veniva lanciato il sito per raccogliere fondi per la difesa legale di Snowden, e Pierre Omidyar annunciava nuovi acquisti per la futura testata online che ha affidato a Greenwald. Qui la Columbia Journalism Review,  qui Jeremy Scahill (autore di Dirty Wars) che parla della nuova testata di Omidyar alla quale parteciperà anche lui, e qui l’annuncio dell’arrivo dei reporter investigativi Dan Froomkin e  Liliana Segura.

Il 29 ottobre è uscito questo editoriale del New York Times,  mentre si svolgeva l’audizione del generale Alexander e del direttore Clapper davanti alla commissione sull’intelligence del congresso americano. I dirigenti dell’NSA hanno anche rigettato le accuse di spionaggio nei confronti dei leader europei, dicendo che sono proprio i servizi europei a farsene carico. Qui potete rivedere l’integrale video dell’audizione (abbastanza inquietante, sia le domande che le risposte), sennò qui trovate un riassunto del Guardian.

il 30 ottobre spunta un altro frammento del puzzle, l’utilizzo dell’11 settembre per accattivarsi simpatie per la sorveglianza anti-terrorismo. Il 31 ottobre Greenwald nel suo blog per il Guardian prende commiato, mentre Google e Yahoo scoprono che non c’è nemmeno bisogno della loro già ligia collaborazione per far accedere l’NSA ai dati dei loro utenti, perché l’NSA se li prende direttamente dalle fibre ottiche, come conferma anche il Washington Post. Qui lo schemino degli impiegati dell’NSA che felicemente segnala dove si incrociano i metadati di Google. E il 1° novembre salta fuori che i paesi europei fanno a gara a chi è più bravo a contribuire alla sorveglianza dell’NSA, salvo l’Italia per l’incapacità dei suoi enti preposti a mettersi d’accordo fra di loro. Qui Atlantic Wire il 3 novembre  sulla raccolta di dati di geolocalizzazione senza bisogno di un mandato.

Dopo l’apparente proposta della Germania a Snowden perché testimoni nella loro inchiesta sull’operato dell’NSA, lo stesso Snowden ha indirizzato una lettera al parlamento tedesco attraverso il deputato dei Verdi Hans-Christian Ströbele, messaggio che in realtà è diretto alle autorità americane, qui il testo in inglese. Der Spiegel ha dedicato l’ultimo numero alla vicenda NSA con una copertina dedicata all’urgenza di offrire asilo a Edward Snowden.

E infine, sabato scorso il Guardian ha pubblicato i lungamente annunciati “NSA Files decoded”, un luogo interattivo (con una grafica straordinaria nel solco di Snowfall) che vuole spiegare la relazione fra le rivelazioni di Snowden sul funzionamento dell’NSA e le ricadute per gli utenti.

Il 24 ottobre Glenn Greenwald, invitato ai Frontline Club Awards di Londra, non potendo partecipare di persona per ragioni di sicurezza, ha inviato un videomessaggioAlessandra Neve ha preparato per noi la trascrizione del messaggio e la sua traduzione in italiano.

♫ “Heaven” dei Milk Carton Kids

Ecco la terza parte di oggi:

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Andiamo al Cairo, dove fra l’altro oggi è cominciato il processo al presidente deposto Morsi. Mercoledì scorso al Cairo il comico Bassem Youssef ha regolarmente registrato la seconda puntata del suo show satirico ElBernameg per la CBC, che la settimana scorsa si era dissociata dai contenuti della prima puntata. Come vi raccontavo la settimana scorsa, il primo episodio, benché attentissimo a criticare il regime militare solo indirettamente, aveva ridestato le speranze della “terza piazza” su una riapertura del discorso pubblico nella polarizzazione di questi mesi, ma anche provocato quattro denunce private a cui il Procuratore generale egiziano dovrà dare seguito, mentre il generale Sisi, interpellato, faceva mostra di grande magnanimità difendendo, almeno sulla carta, la libertà di espressione. A sorpresa, mentre il comico si trovava negli Emirati Arabi, alle 22 di venerdì sera, ora della messa in onda dell’episodio, un conduttore della CBC annunciava in tempo reale che lo show non sarebbe andato in onda, sospeso indefinitamente. Nonostante gli spaventosi segnali di intimidazione nei confronti di stampa e tv negli ultimi mesi, soltanto questo evento ha creato una vera e propria sollevazione d’opinione, grazie all’immensa popolarità di Bassem Youssef. Chi era presente alle registrazioni del programma afferma che Youssef non avesse sketch particolarmente mirati sull’esercito ma fosse invece durissimo con la rete televisiva, che non lo aveva sostenuto dopo la prima puntata. Questo fa pensare a un braccio di ferro tra il comico e la CBC, particolarmente timorosa e forse autocensurata senza neppure bisogno di un intervento dall’alto. La rete ha comunicato le ragioni della sospensione del programma (16 milioni di telespettatori, 3 milioni di visualizzazioni su YouTube per ogni episodio, e un’enorme raccolta pubblicitaria) in modo confuso e contraddittorio, citando “infrazioni del contratto” e “disparità di vedute” con il comico. Diversi conduttori della CBC hanno pubblicato un comunicato di solidarietà con Bassem Youssef, mentre il team del comico ha risposto sabato alla notizia della sospensione con un comunicato (per ora solo in arabo) molto equilibrato che smentisce tutte le adduzioni della rete sulle condizioni del contratto.

Intanto nello scenario dell’informazione egiziana, pesantemente intimidita e censurata mentre alcuni canali tv abbracciavano la propaganda di stato, svolge quietamente ma ostinatamente il suo lavoro Mada Masr, quotidiano online nato dalle ceneri dell’Egypt Independent e voce della “terza piazza”. La nostra Laura Cappon è andata a visitare la loro redazione, e si è fatta raccontare il lavoro del giornale e il clima politico dalla giornalista Lina Attalah.

Ieri è arrivata la notizia del trasferimento al carcere di San Pietroburgo dei 28 attivisti di Greenpeace, un regista e un fotografo (detti “Arctic 30“) detenuti a Murmansk prima con l’accusa di “pirateria” (che poteva costare loro fino a 15 anni di carcere) e ora, dopo il 23 ottobre, di “vandalismo” (fino a 7 anni). Sul sito di Greenpeace trovate le fotografie delle loro celle a Murmansk. I 30 erano stati arrestati a metà settembre dalla guardia costiera russa che aveva scortato in porto l’imbarcazione Arctic Sunrise con la quale Greenpeace svolge le sue azioni di protesta contro la piattaforma petrolifera offshore Prirazlomnaya del gigante russo dell’energia Gazprom. Una delle detenute, Alexandra Harris (britannica che abita in Australia) ha scritto una lettera alla sua famiglia in cui racconta la sua prigionia, vi propongo la traduzione nel podcast qui sotto.

In chiusura, due notizie brevi: il Festival del Giornalismo ha lanciato la sua campagna di crowdfunding, si svolgerà a Perugia dal 30 aprile 2014 e potete contribuire qui.

E dopo l’annuncio della FAA di qualche settimana fa, sui voli negli Stati Uniti è stato eliminato il divieto di utilizzare palmari e tablet anche nelle fasi di decollo e atterraggio.

♫ “The Curse” di Agnes Obel

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #4 | il grande nido vibrante

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(uno degli annunci di lavoro in bacheca a Ona13)

Arrivo direttamente da tre giorni alla conferenza annuale dell’ONA (Online News Association) che riunisce giornalisti digitali di tutto il mondo, sviluppatori e start-up – per studiare, confrontarsi e discutere sullo sviluppo digitale e il futuro dei media, i nuovi strumenti tecnologici per i giornalisti e i blogger, la legislazione e il codice etico di internet per l’informazione. La partenza per Atlanta ha coinciso con due notizie: quella che Glenn Greenwald lascia il Guardian accettando un’offerta di costruire una nuova testata fattagli dal miliardario di Silicon Valley Pierre Omidyar (di cui potete leggere sotto), e dall’Italia quella della sospensione del Festival del Giornalismo di Perugia, a cui tanti dei reporter stranieri aderenti all’Ona hanno partecipato negli ultimi anni (questa mattina la conferenza stampa ufficiale a Perugia, in cui gli organizzatori Arianna Ciccone e Chris Potter hanno rifiutato pubblicamente l’offerta last minute di un finanziamento regionale, annunciando invece una combinazione di sponsor + campagna di crowdfunding su Kickstarter – qui potete rivedere l’integrale della conferenza stampa).

A dominare la discussione di Ona13 è stata la questione della sorveglianza, articolata in vari modi. Dal keynote speech di Janine Gibson (direttrice Guardian America) insieme alla Electronic Frontier Foundation sulla divulgazione dei documenti di Snowden dell’NSA, alle discussioni sul criptaggio dei documenti, fino all’esperimento del Tow Center for Journalism diretto da Emily Bell che ha proposto un panel in una sala monitorata da sensori disseminati sul pavimento, e alla prima del film The Fifth Estate, che vorrebbe raccontare la dicotomia fra il modello virtuoso di trasparenza di Wikileaks e il deteriorarsi della figura di Julian Assange. Il keynote speech più affollato è stato quello del mago dei numeri Nate Silver, Andy Carvin ha svolto un laboratorio su come usare i social media per contrastare l’accelerazione del flusso delle breaking news; molti hackers e specialisti di software, sistemi di criptaggio e archiviazione sicura fino a un milione di documenti hanno raccontato le ultimissime novità. Amy Webb ha presentato come ogni anno le sue dieci previsioni per le tendenze digitali dell’anno prossimo, e centinaia di studenti di giornalismo hanno avuto accesso diretto ai loro possibili mentori e alle offerte di lavoro così come alle borse di studio della Knight Foundation e della Gannett Foundation. Più dell’anno scorso, l’associazione è sembrata interrogarsi su come implementare un codice etico che tenga conto delle differenze culturali e giuridiche dei vari paesi partecipanti e la maggiore varietà possibile di media, scavalcando il predominio americano della conferenza. Infine, alla tradizionale cena conclusiva della conferenza sono state assegnate le varie categorie di premi: poco spazio quest’anno per le start-up e per le radio indipendenti, molti riconoscimenti per i reportage multimediali sull’attentato alla Maratona di Boston, sull’uragano Sandy, sulle elezioni Usa 2012, un grosso premio al pionierismo multimediale di Snowfall del New York Times che dal dicembre 2012 ha già avuto molti emulatori, e naturalmente, due premi importanti agli autori degli scoop sull’NSA per il Guardian basati sui documenti di Edward Snowden.

♫ “Nightswimming” dei R.E.M.

Ecco la prima parte di oggi:

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Janine Gibson sull’NSA: “nessun giornale ce la farà da solo”

Proprio poche ore dopo l’annuncio che Greenwald lascia il Guardian per mettere in piedi una nuova impresa editoriale finanziata dal fondatore di eBay Pierre Omidyar (che non aveva fatto mistero in queste settimane della sua preoccupazione per i programmi di spionaggio dell’NSA), uno dei momenti più intensi della conferenza di Ona quest’anno è stato l’incontro, moderato da Emily Bell, con Janine Gibson (direttrice GuardianUS), Micah Flee (Electronic Frontier Foundation), e Nabiha Syed, avvocato specializzato in legislazione sui media e consulente del Guardian su Snowden. Janine Gibson, visibilmente provata da quelli che ha descritto come “quattro mesi che sembrano quattro anni”, ha raccontato alcuni retroscena molto densi del procedimento che ha portato il Guardian a raccogliere i documenti NSA di Edward Snowden. Qui trovate il video integrale. Qui lo Storify che ho preparato con i tweet durante la conferenza. Qui lo Storify di Andrea Iannuzzi. Qui un racconto esaustivo di Raffaella Menichini dalla conferenza.

Poche ore fa, invece, come anticipato da Greenwald, sono arrivate le rivelazioni su nuovi documenti che riguardano le intercettazioni dell’NSA su cittadini francesi, divulgate da Le Monde.

♫ “Jumpin’ Jack Flash” nella versione dei Gomez

Ecco la seconda parte di oggi:

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Pranzo al sacco con Nate Silver

Il keynote speech più atteso da giornalisti digitali, blogger e programmatori a Ona13 era sicuramente quello del mago dei numeri Nate Silver, esempio vivente della geniale sovrapposizione fra discipline che sta rivitalizzando il giornalismo. Presentato da Jim Roberts, che aveva lavorato con lui al New York Times, Nate Silver ha tenuto un discorso per convincere i giornalisti a dotarsi di competenze migliori sull’interpretazione di dati, numeri e statistiche; ha svelato come funzionerà il suo blog Five Thirty Eight (attualmente dedicato a proposte di lavoro per far parte del team…) a partire da febbraio con MSNBC; ha spiegato perché l’anno scorso aveva sfidato un anchorman televisivo a colpi di scommesse; ha consigliato caldamente la lettura di “Thinking fast and slow” di Daniel Kahneman; si è portato 9 slide sotto forma di meme coi gattini, ha fatto sorridere tutti e ha risposto a una gran quantità di domande dalla platea. Qui trovate l’audio integrale, e meglio ancora, il video integrale.

♫ “Snake eyes” dei Milk Carton Kids

Ecco la terza parte di oggi:

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Fratelli social

I fratelli Carvin hanno dominato a Ona13 la discussione sul UGC (user generated content), Eric Carvin dell’Associated Press con un incontro sul UGCGold, cioè i preziosi contenuti che si raccolgono sui social media (qui trovate la registrazione audio integrale), e Andy Carvin di NPR con un laboratorio di discussione per lanciare un movimento di Slow News – su come usare i social media per rallentare e rendere più trasparente il processo di verifica nelle breaking news anziché assecondarne l’accelerazione. Qui trovate il suo Storify che riassume l’incontro.

♫ “Dinosaur Act” dei Low

Ecco la quarta parte di oggi:

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problemi di comunicazione

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La contrapposizione pura fra “noi e “voi” del linguaggio dei grillini rispetto ai giornalisti sta completamente intasando il tentativo della stampa di capire elettori ed eletti del Movimento 5 stelle. E dove i M5S mutuano parole d’ordine dai movimenti internazionali, nell’utilizzo che ne fanno essi sembrano soltanto ingredienti di una retorica di sapore futurista. Intanto, i giornalisti cadono nella trappola ritrovandosi ad inseguire l’uomo mascherato su spiagge toscane. Luca Sofri, direttore del Post, ha scritto in questi giorni sul suo blog sui punti deboli della categoria che Grillo riesce a colpire, mentre Pietro Salvatori, giornalista politico, parte da lì per scrivere sul suo blog di che cosa si interrompe nella “traduzione” fra grillini e stampa, e oggi Serena Danna scrive per Corriere.it di quanto sia poco moderno e interattivo – in realtà – l’utilizzo che il grillismo fa della rete.

La canzone di oggi era “King of anything” di Sarah Bareilles

Ecco la puntata di oggi:

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cosa si capiva (e non) dalla rete

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Siamo al giorno dopo, Radio Popolare è stata in diretta con i risultati per voi per 72 ore. Molto ci sarebbe da dire su cosa della rete ritroveremo travasato in Parlamento. Intanto Vincenzo Cosenza (@vincos) e BlogMeter hanno fatto uno studio dei flussi sui social.

La canzone di oggi era “Non si esce vivi dagli anni Ottanta” degli Afterhours

Ecco la puntata di oggi:

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cosa tollerano gli italiani

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Mancano due ore alla chiusura dei seggi. Lo scrittore inglese Tim Parks, da 32 anni residente nel nord Italia, sul New York Times getta il suo sguardo impietoso e stupefatto sulle aspettative degli italiani a queste elezioni, sul loro margine di tolleranza per le menzogne e la corruzione, sull’arretratezza delle loro aspirazioni politiche.

La canzone di oggi era “Which side are you on” (Pete Seeger) nella versione di Ani di Franco

Ecco la puntata di oggi:

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la app non è comunicazione di massa

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Una novità piuttosto interessante nel panorama italiano (segnalata subito da Il Post qui) dà da riflettere su quella che dovrebbe essere la definizione mutante di “mezzo di comunicazione di massa”. Uno degli istituti di sondaggio italiani, SWG, ha messo sul mercato una app (bella costosa, 9 euro e 99) per fornire a singoli clienti le intenzioni di voto nei 15 giorni precedenti le elezioni, cioè durante quello che viene considerato il periodo di silenzio per non influenzare il voto. Nello spot che vi faccio ascoltare, dopo la voce del fondatore dell’agenzia Roberto Weber, il testo letto dalla voce narrante è quello della mail di risposta e definizione dell’AGCOM, che in effetti permette ad SWG di fornire questo servizio perché l’utilizzo individuale di una app non rappresenta una diffusione delle intenzioni di voto su “mezzi di comunicazione di massa” secondo la normativa vigente. In pratica, è come se la app venisse considerata 1) un servizio a pagamento come quello che SWG già fornisce ai committenti dei sondaggi 2) un servizio commerciale individuale. Nel vuoto legislativo (e temporale) resta l’effetto cumulativo della massa di individui che conosceranno questi dati, e ancor più, l’utilizzo che ne faranno condividendoli personalmente e sui social, a meno che non si consideri una selezione di partenza il prezzo molto alto della app.

La canzone di oggi era “The boats” di Erin McKeown

Ecco la puntata di oggi:

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cartoline dal 2012

ganobitahrirnov12
(Tahrir il 27 novembre, via #ganobi)

Questa è l’ultima puntata di Alaska per il 2012, e ieri ho preparato per voi una cronologia di tweet-cartoline su Storify, con alcuni dei miei tweet e momenti e fotografie preferiti dell’anno – molto parziali, molto soggettivi, ma spero vi ricordino alcuni dei momenti che abbiamo passato insieme qui e su Twitter. Ripercorriamo l’anno rapidamente insieme, e potete trovarlo qui. Ci risentiamo dal 7 gennaio!

La canzone di oggi era “Shackled and drawn” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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cosa metti dietro il paywall

Durante l’emergenza provocata dall’uragano Sandy, il New York Times e soprattutto il blindatissimo Wall Street Journal hanno tolto provvisoriamente i loro paywall, rendendo accessibili a tutti i loro contenuti informativi che di solito sono a pagamento. E sulla rete si è scatenata una sequenza di battute (“si vede che nei giorni a pagamento l’informazione non è importante”) e la corsa ad approfittare del libero accesso per leggere tutto d’un fiato i contenuti ambitissimi del WSJ (per esempio i loro reportage dalla Siria). In generale, in rete il paywall è visto anche come un argine artificiale alla condivisione, che di fatto esclude alcuni grandi testate di qualità dal dibattito collettivo di ogni giorno in cui si confrontano e condividono i contenuti. Al dibattito su paywall sì/paywall no, in particolare sull’effettiva resa commerciale del contenuto a pagamento e sulla qualità dei contenuti online per cui si chiede di pagare, come sapete è attentissimo Steve Buttry, che citavamo qui. In questi giorni è arrivata l’anticipazione che potrebbe scegliere il paywall anche la testata online di Repubblica, e che il Washington Post (se ne parlava da mesi) potrebbe scegliere a sua volta questa strada. Arianna Ciccone, direttrice del Journalism Fest di Perugia, segnala l’intervento di John L. Robinson.

Per seguire gli sviluppi delle manifestazioni di oggi al Cairo ci vediamo su @alaskaRP.

La canzone di oggi era “Wonderwall” di Ryan Adams

Ecco la puntata di oggi:

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