tweetping

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Tweetping.net alle 12.00 di oggi

Carichi tweetping.net, e il software creato da Franck Ernewin comincia a “registrare” l’invio di tweet in tutte le parti del mondo in tempo reale, illuminando la mappa del pianeta. Partendo dall’orario dell’accesso come ora zero, comincia a calcolare il totale di tweet che sono inviati in quel momento (che hanno un ritmo di circa 2500 al minuto), quante parole totali vengono usate, quanti caratteri totali, qual è l’ultimo hashtag usato, e qual’è l’ultima mention. In grafici a parte scorrono le cifre (sempre in aumento) dei tweet inviati suddivisi per continente, lo scorrimento degli hashtag utilizzati in quel momento, e man mano la mappa si illumina di punti sempre più brillanti. Molto rapidamente, troppo rapidamente per riuscire a leggerli, sulla mappa compaiono anche i tweet come righe luminose di testo – abbastanza per cogliere punti esclamativi, emoticons, caratteri arabi, turchi, e le lingue più disparate. Se si testa la mappa in aggiornamento a orari diversi, è facile notare il diradarsi dei tweet nei luoghi dove è notte, ma la distribuzione dei fusi e l’arco della giornata non sembrano influenzare minimamente la concentrazione di base dei tweet, permettendo di notare alcuni pattern molto interessanti: 1) negli Stati Uniti Twitter sembra usato in modo massiccio soltanto dalla costa est (New York in testa) procedendo verso ovest solo fino alla linea centrale del paese, dopodiché si fa tutto buio fino alle roccaforti della costa Ovest – San Francisco, Oakland, Los Angeles.

2) Il Messico twitta molto, Cuba pochissimo, e in  SudAmerica si vede distintamente la maggior concentrazione di attività nel Brasile costiero, e, sull’altra costa, in Cile. A destra della mappa, invece, brilla in un mare di buio l’attività del Giappone.

3) le zone buie sono, come ci si potrebbe aspettare, il grosso dell’Africa, tutta la Russia salvo un po’ di attività a Mosca, e tutta la Cina (che ha il suo sistema interno, sigillato dal resto del mondo), ma anche i paesi dell’est Europa.

4) in Nordafrica spicca, isolato da tutto il resto, uno dei primi punti luminosi ad accendersi sia di giorno che di notte, il Cairo.

5) l’Europa ha un’attività particolarmente intensa, ma soprattutto a nord-est – Germania, Inghilterra, Olanda, Irlanda – che scema verso sud, con una notevole eccezione, la Spagna, una delle aree più luminose del mondo, sia di giorno che di notte

6) i punti più luminosi in Medio Oriente sono l’Arabia Saudita (con tre punti caldissimi fra cui Riyadh, e non a caso a farci conoscere la mappa è stato il blogger saudita Ahmed Omran) e gli Emirati Arabi con  due punti caldi a Dubai e Abu Dhabi.

7) una sorpresa straordinaria, particolarmente perché isolata in una grande area buia fra il sud dell’India e l’Australia, è l’Indonesia, una mezzaluna attivissima perfino di notte e fra le prime aree ad accendersi.

8) ma la sorpresa più grande è la Turchia, un fortissimo bagliore che copre quasi tutto il paese, 24 ore su 24. Quando si parte dal momento zero dell’avvio dei calcoli della mappa, il primo punto luminoso a comparire sulla mappa delle attività non è New York, e nemmeno Londra, ma Instanbul. E nella rapida comparsa dei testi dei tweet, molti sono in turco.

Chiunque la guardi, definisce la mappa di Tweetping come “ipnotica”, una commovente testimonianza dell’attività umana in tempo reale, una ragionevole constatazione che il grosso della comunicazione su Twitter avviene prevalentemente fra realtà urbane, e una strano parallelo fra le zone del mondo con più illuminazione elettrica e impiego di energia, e le “luci” scelte da Franck per rappresentare le concentrazioni di tweet.

La canzone di oggi era ““There is a light that never goes out” (The Smiths) di Sarah Lov

Ecco la puntata di oggi:

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parole parole parole

(la distribuzione delle lingue usate online/diagramma del 2000 di Bill Dunlap)

(la situazione nel 2009, secondo InternetWorldStats)

Intorno a Natale, Maria Grazia Pozzi per Global Voices in italiano ha esaminato i blog dei traduttori della Bibbia. Su 2 miliardi e 200mila cristiani nel mondo, ce ne sono 350 milioni che hanno bisogno di una traduzione delle Scritture nella loro lingua – e la rete è dove i traduttori si possono confrontare, sui problemi di traduzione ma anche sui quesiti filosofici che le nuove traduzioni impongono.

The gallery of Wrongness è un blog/forum che elenca siti “tradotti” in cui la lingua inglese viene massacrata – tragici esiti del traduttore automatico, vere e proprie invenzioni linguistiche, e anche piatta ignoranza. Qui si tratta male l’inglese! è il motto del blog. Negli ultimi giorni è arrivata una pagella dedicata all’Italia – Beppe Grillo, i Carabinieri, il sito della Toscana – l’inglese non lo sa proprio nessuno (sarebbe meno triste, The gallery of wrongness, se sapesse come trattiamo l’italiano).

♫ La canzone di oggi era “Eden” dei Subsonica

Ecco la puntata di oggi:

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il mondo è la mia ostrica

Mentre arriva la notizia che Trent Reznor dei Nine Inch Nails è candidato al Golden Globe per la colonna sonora di The Social Network, il film che racconta la storia di Facebook, lunedì Facebook ha pubblicato i risultati (e le relative, magnifiche mappe grafiche) della mappatura dei suoi utenti del mondo, con le gradazioni di intensità degli scambi a seconda dei paesi. Molte sintesi di questo studio di Paul Butler su Liquida, io ho scelto quella del Il Post.

E già che ci siamo, possiamo scegliere un punto su questa mappa per capire cosa sta succedendo in un paese di cui abbiamo parlato pochi giorni fa, la Costa d’Avorio. Nell’incredibile scenario post-elettorale, Global Voices in Italiano traduce i commenti ivoriani su Twitter e su Facebook.

♫ Le musiche di oggi erano “Wrote a song for everyone” nella versione di Mavis Staples e “Paralyzed” dei Crash Test Dummies

Ecco la puntata di oggi:

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mappe personali

Il Nobel per la letteratura è Mario Vargas Llosa.

sf.streetsblog ci mostra come può formarsi una mappa della nostra città se vista dagli occhi di chi la visita come turista. L’esempio grafico che potete vedere nel link, dalle suddivisioni di colore molto appariscenti, è applicato a San Francisco, la città di nascita del blog, e in misura minore a NY, ma può valere per qualunque città dove si applichino dei dati simili. In sostanza, se si confronta la mappa di una città composta attraverso le foto scattate dai visitatori e dai turisti, e una mappa della stessa città attraverso la densità delle foto scattate da chi ci abita, se ne ricavano due città diverse e sovrapponibili. La ricerca, basata su vaste ricerche negli archivi pubblici di Flickr, fa parte di una serie di mappe elettronico-artistiche create da Eric Fischer grazie a una sempre maggiore divulgazione dei dati di censimento delle città. Una delle sue mappe più belle è quella che rappresenta gli spostamenti urbani di integrazione razziale nelle principali città degli Stati Uniti – mappe che contraddicono alcuni vecchi pregiudizi sull’identità dei quartieri.  Per quello che riguarda le mappe dei click fotografici, ci dicono qualcosa di un pochino inquietante sulla conoscenza media di una città ancora oggi possibile a un turista…

Nuok, il superblog degli italiani a New York, plana finalmente nella sua patria d’origine; i fondatori presentano la testata sabato mattina alle 10 a Milano all’interno del festival dell’Innovazione che si tiene alla Loggia dei Mercanti – non solo contributi e contenuti, ma anche le nuove iniziative come l’internship per chi volesse a sua volta cimentarsi. Ne parliamo in diretta con Lorenzo Grandi, uno dei fondatori di Nuok.

Potete riascoltare tutto qui sotto nel podcast!

♫ Le canzoni di oggi erano “Map of the world” dei Monsters of Folk e “New York is killing me” di Gil Scott Heron

Ecco la puntata di oggi:

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più nera del nero

Giorno 65.

Quando ho pensato di rifare una puntata monografica sul greggio nel Golfo del Messico, non erano ancora accaduti i fatti di ieri nel tardo pomeriggio: tappo di contenimento saltato per un incaglio del robot di profondità, perdita tornata alle sue piene dimensioni (forse 100 mila barili al giorno, come ha finalmente ammesso la BP, 20 volte quanto ammesso due mesi fa), e la comunicazione “en passant” della BP che in queste ore sarebbero morti due tecnici che stavano lavorando al contenimento, uno dei quali per un non meglio precisato “colpo di arma da fuoco”. Quest’ultima parte della notizia ha oggi – inspiegabilmente – zero commenti sui blog, fatta eccezione per il blog del Los Angeles Times, che ipotizza un suicidio ( ve lo traduco qui sotto nel podcast).

Quella sopra è l’ultima fotografia della Nasa di come si presentava il Golfo del Messico il 60esimo giorno.

E’ di stanotte la notizia che il tappo è stato rimesso in funzione, nel frattempo la BP è diventata ancora meno popolare della Goldman Sachs, trascinando con sé anche Obama. E il petrolio è arrivato in Florida, sulla bianca spiaggia di Pensacola (qui potete vedere com’è adesso) mentre, a giudicare dalla pozzanghere, in Louisiana piove petrolio (in questo post anche i video).

Nel frattempo una sollevazione su Facebook spinge a fare chiarezza sulle voci incontrollate secondo le quali, nel bruciare il petrolio di superficie, le imbarcazioni della BP starebbero bruciando anche i piccoli delle tartarughe che hanno nidificato da poco.

A proposito di moratoria, il giudice Martin Feldman che sta deliberando contro la moratoria sulle trivellazioni non ha le mani pulitissime, lo raccontano Two Way e MoJo: infatti è stato in possesso di una bella scorta di azioni della Transocean. Nel frattempo il mega-scoop della BBC che avrebbe accertato che la BP sapeva delle perdite “settimane prima del disastro”.

MoJo riporta cos’ha detto un poliziotto in Louisiana a un ambientalista:  la BP non vuole che venga filmato nulla. Ha interrogato l’attivista per 20 minuti e lo ha fatto pedinare per 20 miglia (ve lo traduco qui sotto nel podcast)

L’intrepido Mac McClelland di MoJo, dopo essere stato respinto dalla BP mentre tentava di parlare con i pulitori sulle spiagge e aver passato un’intera giornata in un capannone dove i veterinari puliscono i pellicani, stavolta si è infilato fra gli attivisti repubblicani del Tea Party che, benché siano colpiti come tutti in Louisiana dal disastro, sostengono che non dovrebbe esserci moratoria sulle trivellazioni e che non è colpa del petrolio.  Questo il suo reportage da una delle assemblee civiche che a decine si stanno svolgendo sulla costa (ve lo traduco qui sotto nel podcast).

Fa da contraltare a queste voci quella di Wilma Subra, che da 30 anni si batte contro le aziende petrolifere in Louisiana. Suzanne Golderberg del Guardian è andata a trovarla.(ve lo traduco qui sotto nel podcast)

♫ La canzone di oggi era “In your hands” di Charlie Winston

Ecco la puntata di oggi:

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salvare il mondo un pellicano alla volta

Anche quando non è in onda, il blog di Alaska vive su Twitter
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(una nube di sabbia si leva dalle barriere, a East Grand Terre Island, in Louisiana – via New York Times)

Abbiamo parlato qualche puntata fa dello spericolato attivista neozelandese di Sea Shepherd Pete Bethune, crociato contro la caccia alle balene, detenuto in Giappone per essere processato per l’assalto a una nave baleniera. La novità è che la stessa Sea Shepherd con un comunicato del 4 giugno prende le distanze da Bethune e lo abbandona al suo destino. Il motivo? Bethune avrebbe violato il divieto di tenere armi a bordo (arco e frecce) e la politica non-violenta dell’associazione. Sea Shepherd dice di voler aiutare Bethune al processo ma che l’attivista non sarà più considerato un membro dell’associazione. Secondo Jason Stewart, che era imbarcato insieme a Bethune sulla Ady Gil, Sea Shepherd aveva sempre saputo delle armi a bordo. Nel frattempo il blog di Sea Shepherd aggiorna sul processo di Bethune con grande calore.

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In attesa che The Cove arrivi al cinema e in dvd anche in Italia, Il Post ci racconta qualcosa su come Tokyo ha preso questo documentario sui delfini. Offesa all’immagine del paese del Sol Levante. E’ una bella storia, anche perché è bella la storia di Ric O’Barry – addestratore del delfino Flipper e animatore dei parchi acquatici – che un giorno ha cambiato vita.

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Per quello che riguarda il Golfo del Messico, la situazione continua a evolversi. Mentre Obama dice alla Nbc che se avesse lavorato per lui il direttore della BP Tony Hayward sarebbe già stato licenziato – per via dei suoi infelici commenti all’indomani del disastro (tipo “rivoglio indietro la mia vita”, o – alle obiezioni sull’uso di sostanze chimiche per disperdere il petrolio – “tanto l’oceano è grande”), salta fuori che nella abituale vita del Golfo ci sono perdite fisiologiche di diversi pozzi. MotherJones fa una mappa che cerca di raccontare “chi possiede il Golfo” – agghiacciante – nella quale linka anche un bizzarro quiz su quali nomi di famose band musicali vengono usati per dare i nomi ai pozzi. Kurt Cobain non sarebbe tanto contento di sapere che uno si chiama Nirvana. Stanotte è arrivata una comunicazione di tronfio ottimismo della BP che dice che “in breve tempo” la perdita sarà ridotta a “poco più di un rivolo”. Quando? Be’, “non domani, non la prossima settimana”. Intanto giovedì si vota al Senato americano per la riduzione dei gas serra, non si sa come andrà. Obama minaccia di usare il suo diritto di veto per respingere il voto contrario dei Repubblicani, ma nel frattempo ha riaperto le trivellazioni esplorative in acque basse. Kate Sheppard racconta che ieri un gruppo di senatori democratici ha introdotto una proposta per conferire alla commissione d’inchiesta sul disastro BP il potere di emettere mandati di comparizione alle parti da interrogare.

Intanto le “piume” di petrolio sono state avvistate fino a 150 miglia dal luogo della perdita (col terrore di quello che accadrà quando arrivano gli uragani) e i veterinari stanno lavorando – pellicano per pellicano, tartaruga per tartaruga – per pulire quanti più animali possibile. Le associazioni mediche e ornitologiche chiedono a tutti di dare un contributo economico attraverso le donazioni. Il lavoro è lento, faticoso, a volte frustrante. Bisogna lavare la bocca di ogni tartaruga (qui la storia della tartaruga Kurt), pulire, scaldare e reidratare ogni volatile, fare shampoo a bestiole spaventate. Con la consapevolezza che il salvataggio di un singolo esemplare può fare la differenza per le specie più a rischio. Il dottor Nelson, veterinario, blogger e autore di un libro che racconta la sua esperienza, ha postato due giorni fa per ringraziare tutti i suoi colleghi che stanno lavorando sulle spiagge.

♫ Le musiche di oggi erano “Paralyzed” dei Crash Test Dummies e “Whooping crane” di Lyle Lovett

Ecco la puntata di oggi:

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taxi

taxi_driver

Anche se passa tutto il giorno in macchina, e forse a casa è troppo stanco per postare, il tassista è una delle creature più adatte a tenere un blog: fra osservazioni sulla varia umanità che gli capita di trasportare, e la vita fitta e intricata di regolamenti, licenze e problemi di traffico, è un osservatore nato della vita delle città vista dalla strada. In fondo, il tassista è un narratore nato, e di storie da raccontare ne ha a profusione. Anche nella nostra trasmissione del mattino, Ancora 10 minuti, c’è un tassista protagonista. In Italia i blog dei tassisti sono soprattutto tecnici o rivendicativi; da Milano, però, scrive il Blogtassista, che raccoglie tutte le notizie degne di nota sul mondo dei taxi cittadini, e fornisce qualche indicazione logistica interessante per tutti. Potete vederne qualche esempio qui.

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Un esempio eccelso, invece, di tassista come narratore, è quello delle Cronache di un Tassista di Las Vegas, che fra deserto e casinò, grandi alberghi e slot machine, si diletta nella composizione di un affresco urbano che qualche volta ricorda James Ellroy. In traduzione vi propongo uno dei suoi post che racconta il tipico braccio di ferro col cliente sulla strada migliore da imboccare, con tanto di dialoghi e sceneggiatura in cui monta la tensione…  (potete leggerlo qui e  riascoltarlo tradotto qui sotto nel podcast)

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A New York (con un’appendice altrettanto interessante che riguarda Buenos Aires) esiste invece un blog molto frequentato, Taxi Gourmet, che si propone di mappare locali, chioschi e ristoranti a poco prezzo preferiti dai tassisti della città. Nell’insieme, è un’avventura culinaria da acquolina in bocca fra i segreti di tutte le etnìe di New York, soprattutto quelle latine, sullo sfondo di una serie di leggende urbane. Taxi Gourmet è diventato una bibbia persino per i critici gastronomici e per i blogger che si occupano di cucina.  Qui potete trovare la storia di Layne e di come è nata l’idea di questo blog (ve lo traduco qui sotto nel podcast).

Le musiche di oggi erano “Mr Cab Driver” di Lenny Kravitz e “Big yellow taxi” di Joni Mitchell; il frammento di dialogo era di Robert De Niro da Taxi driver di Martin Scorsese.

Ecco la puntata di oggi:

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grafici del cuore

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Chissà quanti di voi conoscevano bene la realtà di Haiti ben prima del terremoto, oppure, come Kuda, hanno avuto un’esperienza di cooperazione o di volontariato che riguardava Haiti o la repubblica dominicana. Anche se i comuni cittadini americani hanno raccolto 85 milioni di dollari per Haiti soltanto venerdì scorso attraverso il Telethon (un record assoluto, e in tempi di recessione), Kuda, che è ancora in contatto con alcuni amici da quelle parti,  si è accorto dalle statistiche di Google che le notizie sul terremoto, dopo una prima impennata di interesse, sono già crollate di importanza.  Andate a leggerlo sul suo blog.

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Edoardo Vigna segnala un libro, Londra chiama – otto scrittori raccontano la loro metropoli, di Valentina Agostinis, che attraverso otto interviste originali, legge la mappa densa della Londra multietnica, delle grandi espansioni edilizie, dei mutamenti immobiliari, del post 11/9 e New Labour, delle questioni legate alla sicurezza, della cultura e dell’arte contemporanea, dei non luoghi e della psicogeografia. A dialogare con lei, e a rincorrersi nei temi ognuno secondo la propria specificità, sono JG Ballard (che oggi non c’è più) e Iain Sinclair, Will Self e Nick Hornby, e alcuni fra i grandi protagonisti della letteratura britannica meticcia: Gautam Malkami, Hari Kunzru, Monica Ali e naturalmente Hanif Kureishi. Dalla fiction vera e propria alla saggistica agli scenari futuribili e ormai raggiunti della fantascienza, un racconto orale e corale che la dice lunga sulla capacità di analisi della realtà e la presenza attiva di questi autori nella vita pubblica inglese. Una chiave di lettura al laboratorio metropolitano di oggi, che non riguarda soltanto Londra. E siccome si tratta di un libro magnifico, vi propongo la nostra conversazione in diretta con l’autrice (potete riascoltarla qui sotto nel podcast).

Per chi avesse voglia di seguire  un altro percorso su Londra, vi ricordo il bellissimo Tamigi di Mario Maffi. Entrambi i volumi sono pubblicati da Il Saggiatore.

La canzone di oggi era “Saturday comes slow” dei Massive Attack feat. Damon Albarn

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anche se è verde è sempre un posacenere

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(ecoalfabeta.blogosfere.it)

Ci avete fatto caso? Dopo Copenaghen sembra scoppiata in televisione la febbre dello spot filo-ambientalista. Soprattutto le case automobilistiche, ma anche i produttori di detersivi, sembrano dirci, in realtà, che consumare va ancora bene se puoi metterti a posto la coscienza con l’ultima illusione di risparmio energetico. Alessandra Retico fiutava già la tendenza nel 2007, prima dell’impatto colossale della recessione. Tutto bene, direte voi. Ma non sia mai che questa ondata di apparente coscienziosità insinui nel consumatore il dubbio che la recessione e lo stato del pianeta possano insegnarci che è semplicemente ora di consumare meno, di possedere meno, di desiderare meno, e magari di andare meno in macchina – per non parlare del fatto che anche Richard Gere per guidare in un ambiente incontaminato deve farselo ricostruire al computer, a meno che non si tratti di una soluzione per risparmiare le emissioni di anidride carbonica di quei famosi viaggi in luoghi esotici che tanto piacevano alle agenzie pubblicitarie fino agli anni Novanta. Senza dubbio i messaggi pubblicitari stanno cercando di sintonizzarsi con una sensibilità sempre più diffusa (e con alcune effettive modifiche industriali), ma sembra che la droga dello shopping – principale passatempo e calma-nervi delle società occidentali – debba restare quello che è, purché sia dia una mano di verde. Le riviste di design, non a caso, ci parlano di “nuovo lusso sostenibile”, e sembrano non accorgersi della contraddizione: se il design diventa di nuovo “durevole”, chi avrà bisogno di comprare ogni anno nuovo design? La sostenibilità può essere ridotta semplicemente a una nuova corrente del marketing?

*

In Danimarca due anni fa l’autorità statale sulla pubblicità ha stabilito che nei messaggi di vendita un’auto non possa proclamare di “aiutare l’ambiente”; semmai, ha scritto, “può soltanto inquinare un po’ meno di prima”. Mi sono chiesta se la questione avesse colpito anche i blogger. Ecoalfabeta prendeva in giro alcune campagne, segnalandoci fra l’altro la vecchia campagna di una nota azienda di abbigliamento italiana che giocava sulla provocazione ritraendo i suoi modelli tra gli effetti degli effetti del riscaldamento globale: la tour Eiffel tra le palme, pappagalli tropicali a San Marco, il monte Rushmore raggiunto dalle acque, la muraglia cinese coperta di sabbia. Allegria. Inspirational Room l’aveva sviscerata a suo tempo. Invece Ecoblog ci ricorda cos’era successo in Inghilterra allo spot della Prius. Politikos ci racconta cosa ne pensa quest’inverno l’Adiconsum.

mappa viaggio 50cc.

Si avvia alla conclusione un blog del tutto particolare, la storia tappa per tappa di un curioso viaggio in motorino in Nord Africa. Protagonista un nostro ascoltatore, Simone, che potrebbe esservi già noto per i suoi spericolati diari di viaggi in Asia per la nostra trasmissione estiva Tre Uomini in Barca. Anche stavolta Simone ha tenuto un blog della sua esperienza, dove potete leggere delle prime tappe e vedere via via altri aggiornamenti e foto in questi giorni. Fallito il tentativo di raggiungerlo tramite satellitare durante il suo attraversamento del Marocco e della Mauritania, adesso che è appena rientrato ci colleghiamo in diretta con lui per farci raccontare com’è andata.

Le musiche di oggi erano “Free to walk” di Jeffrey Lee Pearce nell’omaggio di Debbie Harry e Nick Cave, e “Senegal Fast Food” di Amadou et Mariam

Ecco la puntata di oggi:

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sangue, fuoco e fumo

todays hussein

Districarsi fra i blog iraniani non è semplice, molti sono scritti in persiano e  la maggior parte di quelli che vengono scritti in inglese sono severamente filtrati o messi in difficoltà con vari espedienti (il più comune è quello di chiuderli o sospenderli perché non rispetterebbero le regole interne delle piattaforme che usano); l’università di Harvard aveva realizzato l’anno scorso una mappa visuale dei blogger raggruppati per temi (poesia, religione, attivismo secolare, attivismo conservatore, ecc), suddividendoli anche fra blog scritti da dentro l’Iran e quelli, non pochi, scritti da iraniani espatriati (come gli studenti all’estero).  Le liste disponibili elencano spesso blogger che non postano dal 2004, dal 2007 o dall’anno scorso. I post che sono stati tradotti dal persiano o dall’inglese in questi giorni anche sui quotidiani italiani sono tutti anonimi, e le fonti non vengono specificate.

Le forti proteste contro il regime nei centri urbani,  che hanno accompagnato domenica la ricorrenza sacra sciita dell’Ashura (che ricorda il martirio dell’imam Hussein nel massacro di Kerbala del settimo secolo per mano dell’armata del califfo Yazid, quella che sancì la scissione fra sciiti e sunniti – ricorrenza che quest’anno è stata preceduta dalla morte dell’Ayatollah Montazeri), sono però documentate da testimonianze comuni, con  foto e video impressionanti e qualche trascrizione delle telefonate in diretta alla BBC Persia. Negli scontri sarebbero morti almeno quindici dimostranti, e di almeno cinque di loro si conoscono le generalità, mentre  il numero degli arresti di domenica sembra superare il mezzo migliaio, confermando le voci circolate fra i gli stessi dimostranti domenica.

Azarmehr, che ha visitato per l’ultima volta il suo paese durante la “rivoluzione culturale” e dichiara di voler dedicare la sua vita alla secolarizzazione dell’Iran (o alla sua ri-secolarizzazione, se vogliamo), posta alcune testimonianze sugli scontri e la violenza della polizia.

Anche i video postati da Homylafayette (alcuni dei quali che arrivano dall’agenzia di stampa Associated Press) sono sconvolgenti. Nella puntata qui sotto vi ho tradotto alcune parti del diario della giornata di domenica man mano che venivano postate. Ecco invece la traduzione della trascrizione della telefonata di un uomo alla sede della BBC Persia, giunta dai luoghi degli scontri a Teheran:

“Era circa l’una e trenta del pomeriggio, Eravamo all’angolo fra la via Roudaki e la via Azadi. C’era una grande folla, e la guardia speciale ci attaccava da ogni lato. Non mostravano alcuna pietà. Vecchi, giovani, uomini, donne… Picchiavano chiunque senza trattenersi. Alcuni di noi sono rimasti indietro e le forze di sicurezza hanno puntato su di loro e hanno cominciato a picchiarli selvaggiamente. Fra questi dimostranti c’era un mio amico che non siamo riusciti ad aiutare. E’ stato picchiato fino a diventare irriconoscibile e non potevamo portarlo da nessuna parte. Avevamo paura di portarlo all’ospedale. Abbiamo chiamato le cliniche private ma si sono rifiutate di soccorrerlo. Abbiamo dovuto portarlo a casa nostra. Negli ospedali normali arrestano chiunque sia stato ferito durante le manifestazioni. (Gli si rompe la voce). Pensiamo che il nostro amico possa restare cieco. Ci sono forze di sicurezza dappertutto. Il rumore delle motociclette ha assunto per noi un nuovo significato. Sono entrati in casa della gente e hanno arrestato i dimostranti che si erano rifugiati lì. La gente si è radicalizzata, sia negli slogan che nel modo in cui adesso affronta le forze di sicurezza. Non credo che la gente si arrenderà. “

Una Donna Iraniana si chiede:  “Il collasso del comunismo è stato trasmesso in diretta dalla Russia.  Quando si muoveva Lech Walesa sapevamo tutto minuto per minuto.  Dove sono i reportage in televisivi in diretta dall’Iran?”

La Niac è l’associazione degli Iraniani- Americani, che riporta le fonti americane che riferiscono da Teheran.

Pochi giorni fa, il direttore del Programma di Prevenzione della Proliferazione Nucleare dell’Università del Texas, Alan J. Kuperman, ha scritto un articolo sul New York Times che ha fatto arrabbiare parecchi blogger fuori e dentro l’Iran, nel quale ha sostenuto che l’unico modo per fermare la proliferazione del nucleare iraniano sia quella di bombardare il paese. Tori Egherman e Kamran Ashtary, che bloggano dagli Stati Uniti, hanno spedito una lettera al direttore del giornale, ma siccome pensano che non verrà mai pubblicata, l’hanno anche postata sul blog.

“Caro direttore, Alan J Kuperman scrive che l’azione militare sia l’unica speranza per prevenire le ambizioni nucleari dell’Iran. Il suo commento secondo il quale Mahmoud Ahmadinejad avrebbe rinnegato la sua offerta di un accordo sul nucleare per via della pressione da parte dei suoi oppositori politici è un fraintendimento della complessa politica interna al regime. L’opposizione in Iran, così come molta della sua popolazione, non vuole che l’Occidente negozi con il governo di Ahmadinejad perché sono convinti che esso sia illegittimo e che un patto nucleare rafforzerebbe la sua posizione sia in patria che a livello internazionale. Il fatto che per anni il regime abbia mandato messaggi inconsistenti ai negoziatori sul nucleare è più sintomo di una profonda frattura nella sua struttura interna di potere che non il risultato delle critiche dell’opposizione. Noi siamo convinti che un colpo militare rafforzerebbe il suo regime, non lo indebolirebbe. Siamo anche convinti che esso abbia gettato esche all’Occidente per anni, sapendo perfettamente di aver perso il sostegno della propria popolazione.  Il governo sta cercando una ripetizione dell’invazione irachena dell’Iran, che senza volerlo compattò la popolazione dietro il regime rivoluzionario. Se dovesse subentrare la potere un governo iraniano democratico, le prime cose che probabilmente farebbe sarebbero di 1) cercare la legittimazione della comunità internazionale, e 2) cercare modi per migliorare la sua economia in difficoltà. Un accordo sul nucleare offre entrambe le cose. Il programma nucleare è un enorme prosciugamento di risorse e la mancata osservanza delle risoluzioni dell’Onu sta impedendo all’Iran di rapportarsi col mondo. Stare calmi e permettere al popolo iraniano di esprimere le proprie opinioni è il miglior deterrente a un Iran armato di bomba nucleare. Bombardare l’Iran adesso, quando il suo popolo scende così numeroso  per le strade per esprimere la sua sfiducia nell’attuale regime, sarebbe un regalo ad Ahmadinejad e alla sua genìa. “

Le musiche di oggi erano “Sort of revolution” di Fink e “The rider song” di Nick Cave e Warren Ellis

Ecco la puntata di oggi:

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