Alaska XL #9 | di sarti, scavi e pastori

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@herdyshepherd1 è un pastore, non d’anime ma di pecore. La fotografia qui sopra è sua. E dalla solitudine dei pascoli gli piace twittare. Sulla scorta di una certa fama personale che si è guadagnato in questi mesi, ha scritto la sua storia per The Atlantic, in cui racconta una nuova frontiera fra raccoglimento e socialità, fra vita contadina e connessione tecnologica.

♫ “Enjoy the silence” dei Depeche Mode nella versione di Tori Amos

Ecco la prima parte di oggi:

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Veniamo agli aggiornamenti d’obbligo sulle rivelazioni di Snowden e ciò che si muove intorno alla sorveglianza dell’NSA: lo specifico ordine della FISA che autorizza lo spionaggio dell’NSA è stato pubblicato e spiegato dal Guardian, mentre Twitter e Yahoo, fra le aziende commerciali più spaventate dall’ampiezza della sorveglianza elettronica delle agenzie federali – promettono maggiore segretezza ai loro utenti. Fra rivelazioni e smentite, nella rosa dei paesi interessati è spuntata anche la Norvegia, mentre l’edizione internazionale di Der Spiegel online racconta l’utilizzo di falsi account di Linkedin da parte del GHCQ britannico. Ars Technica ha raccolto l’ennesima testimonianza di un giudice che con un’ingiunzione aveva già messo in guardia la NSA dall’incostituzionalità di sorvegliare i cittadini con un raggio così ampio – non è il primo, e sembra che tutte le delibere dei giudici in questi anni siano state ignorate. La storia più interessante della settimana potrebbe essere quella del New York Times (autori James Risen da Washington e Laura Poitras da Berlino), che mette in luce due elementi fondamentali: 1) la NSA aveva già progettato una strategia per ottenere un ancor maggiore raggio d’azione e 2) la NSA incoraggia e facilita la costruzione di maggiori infrastrutture e miglior qualità dei servizi da parte delle aziende commerciali, per poter fare sfruttamento passivo di questi servizi ai fini della sorveglianza. Intanto la Electronic Frontier Foundation continua ad aggiornare il suo indice dei documenti sull’NSA, e Foreign Policy ha un bell’articolo su “come l’FBI svolge il lavoro sporco per l’NSA”. Infine, Slate ci racconta come la sorveglianza elettronica permette all’ANSA di ricostruire il profilo personale, lo stato di salute e le convinzioni religiose di un cittadino.

♫ “Ho Hey” dei Lumineers

Ecco la seconda parte di oggi:

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In queste ore al Cairo, il monumento “ai martiri della rivoluzione” eretto dall’esercito a Tahrir è stato sfregiato dai giovani in corteo per il secondo anniversario del massacro di Mohamed Mahmoud. Un ragazzo è rimasto ucciso e 43 feriti quella notte negli scontri con la polizia. E mentre si attende con inquietudine la proposta di articoli costituzionali che definirà la possibilità o meno di processi militari per i civili, oggi entra in vigore la nuova legge per la regolamentazione delle manifestazioni, che conferisce poteri arbitrari sulla libertà di manifestare al Ministero degli Interni e mette per iscritto la triste sequenza di “gestione dell’ordine” che la polizia antisommossa usa già da anni (avvertimento, idranti, lacrimogeni, proiettili di gomma, pallini da caccia). E il comico satirico Bassem Youssef ha chiuso il suo rapporto con le rete CBC che aveva bloccato il suo programma già dalla seconda puntata e sarebbe in trattative con una rete televisiva tedesca che fa capo alla Deutsche-Welle. Ma lo sguardo più obliquo e rivelatore su quello che sta accadendo in Egitto arriva dalla parte bassa della valle del Nilo (il cosiddetto Alto Egitto), dove Peter Hessler ha trascorso vari periodi per il New Yorker immerso negli “scavi archeologici della rivoluzione” (l’articolo originale è disponibile solo in abbonamento, ve lo traduco nel podcast qui sotto)

♫ “Pyramid Song” dei Radiohead

Ecco la terza parte di oggi:

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In quest’ultima parte della puntata di oggi, diamo un’occhiata ai materiali digitali che sono stati pubblicati in occasione del JFK50, cinquantesimo anniversario dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Il New York Times ha creato una favolosa indicizzazione navigabile (e twittabile contenuto per contenuto) del suo archivio delle edizioni cartacee di allora, lo trovate qui. Slate ha pubblicato la mappa interattiva di tutti i luoghi intitolati al presidente ucciso, mentre la radio pubblica americana NPR ha pubblicato la ricostruzione di cosa avvenne alla Boston Symphony Hall dove era previsto un concerto quando arrivò la notizia dell’assassinio. Ma il fatto che siano trascorsi cinquant’anni fa sì che questa storia diventi anche una storia di padri e figli: Steve Buttry ha creato un post sul suo blog in cui riflette sui vecchi quotidiani di allora conservati da suo padre, e Michael Horowitz scrive per il Daily Beast di come suo padre, sarto proprio come il signor Zapruder che girò il celebre Super8 dell’assassinio di Kennedy, aiutò a cucire l’abito rosa che Jackie Kennedy indossava quel giorno. E che Jackie non volle mai cambiarsi benché fosse macchiato di sangue e di materia cerebrale – Meghan O’Rourke per Slate cerca di ricostruire perché, e cosa rappresenti quella scelta oggi.

Infine, negli Stati Uniti d’oggi una straordinaria artista, inascoltata dai suoi rappresentanti al Congresso, ha deciso di dire la sua sull’incostituzionalità del carcere di Guantanamo con una canzone che vi faccio ascoltare oggi e un video girato insieme a Janelle Monae ed altri. E’ Esperanza Spalding, la canzone di chiama We are America, e qui trovate l’intervista che le ha fatto NPR, e la relativa trascrizione.

♫ “We are America” di Esperanza Spalding

Ecco la quarta parte di oggi:

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la BP sotto processo

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Ad aprile saranno tre anni dall’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon – la prima notizia di rilievo pubblico as essere stata condivisa intensamente sui social network. Dopo un rinvio lo scorso ottobre, è partito il processo, che arriva oggi al terzo giorno, non di fronte a una giuria ma di fronte a un giudice che sta studiando il caso da tre anni. Con un procedimento lungo e tortuoso, prima vengono presentati i casi dell’accusa, e più avanti si ascolterà la difesa della BP. Tom Fowler riassume per il blog del Wall Street Journal, e qui anche il New York Times

La canzone di oggi era “Whooping crane” di Lyle Lovett

Ecco la puntata di oggi:

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against the wind

(la mappa dei venti di Wind Map durante l’uragano Isaac – più sotto il link alla mappa aggiornata in diretta dei venti di Sandy)

Centinaia di migliaia di persone preventivamente evacuate, stato di emergenza in gran parte della costa est, divieto di guida in Delaware, migliaia di voli nazionali e internazionali cancellati, autostrade chiuse, tutta la rete dei mezzi pubblici di New York chiusa da ieri sera, negozi svuotati, canili evacuati, previsioni di cadute della rete elettrica anche per diverse ore, appelli preoccupati dei meteorologi a seguire rigorosamente le istruzioni del Fema (la protezione civile americana tristemente nota per l’uragano Katrina), e gli appuntamenti della campagna elettorale cancellati o rimandati, a otto giorni dal voto, mentre il punto più critico potrebbe essere proprio Washington DC. E’ Sandy, l’uragano del nuovo tipo Frankenstorm, fatto di umidità tropicale ma anche di aria artica, che ieri ha già portato la neve in Virginia e onde altissime in New Jersey anche se la costa non era ancora stata sfiorata nemmeno dal bordo della tempesta. Su Twitter, oltre ai racconti comuni della preparazione alla tempesta e di una New York insolitamente deserta, si trova una quantità di risorse che non ha precedenti, soprattutto in contrasto con quei paesi dove in vista degli uragani non c’è né informazione né prevenzione: le mappe interattive e aggiornate in diretta, come quella dell’Huffington Post, le webcam dal vivo, come quella della Statua della Libertà (di cui vi faccio sentire l’audio), o la mappa della direzione e velocità dei venti aggiornata in tempo reale su Wind Map. Inoltre è possibile seguire tutti i profili di servizio, da quello del Fema a quello del servizio meteorologico di Washington  Capital Weather Gang. Il Wall Street Journal ha aperto un live blog, e come già fu per l’uragano Irene, ha deciso di togliere il paywall dalle sue pagine online finché l’uragano non sarà passato. Stessa cosa ha fatto il New York Times, che oggi ha una foto di New York al minuto mentre sta facendo giorno. Fra i reporter più particolari ci sono anche alcuni personaggi di Occupy Wall Street: oggi il celebre livestreamer di OWS, Tim Pool, tenterà di fare una diretta dell’uragano, mentre @OccuWeather sta twittando già da ieri a bordo di una grossa imbarcazione sull’Hudson con foto, riproduzioni degli sms che riceve dal servizio meteo, e video.

La canzone di oggi era “Against the wind” di Bob Seger

Ecco la puntata di oggi:

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una per tutti

(l’eclissi di luna fotografata ieri sera da Amer Sweidan da Amman, Giordania)

Ieri l’eclissi di luna si è cominciata a vedere man mano che faceva buio, da est verso ovest, e questo ha creato nella cronaca in tempo reale su Twitter un curioso effetto, che abbiamo seguito via via sulla timeline di Alaska: a twittare le prime immagini dell’eclissi sono stati infatti i tweep dall’Afghanistan e dal Pakistan. Nel giro di tre ore, l’intera rete connessa dalle rivolte arabe, di solito impegnata a twittare cronache di manifestazioni, di scontri e di guerra, è stata percorsa come da un’onda dai commenti e dalle fotografie in tempo reale. Dal Bahrain alla Siria, dallo Yemen alla Giordania, Palestina e Israele, Libano, Egitto e Tunisia, la comunità online a testa in su ha raccontato la luna che si faceva buia e rossa nel cielo di Gerusalemme, di Amman, di Karachi, del Cairo, di Beirut e sopra le montagne della Libia. E’ stato un lungo momento poetico in una narrazione che di solito di poetico ha poco, con meraviglia, domande esistenziali e il fascino di guardare tutti lo stesso evento naturale nello stesso momento – e non sono mancati anche battute, giochi e prese in giro. Oggi vi racconto qualche frammento di questa ondata che ha percorso Medio Oriente e Nord Africa, raccontata in tempo reale su Twitter.

Contemporaneamente al racconto dell’eclissi, su Twitter si snodava la parabola abbastanza eroica e temeraria di tre giovani donne del Bahrain, moglie, figlie e sorelle di detenuti politici, che si sono presentate all’ufficio delle Nazioni Unite a Manama per recapitare un appello per la liberazione dei prigionieri e il rispetto dei diritti umani in Bahrain. Zeinab Alkhawaja (su Twitter @angryarabiya), che ha padre e marito in carcere, Asma Darwish (su Twitter @eagertobefree), sorella del prigioniero Mohamed Darwish, al 12o giorno di sciopero della fame, e Susan Jawad (su Twitter @sparweezj), anche lei col marito in carcere –  hanno consegnato l’appello, ma quando hanno insistito per fermarsi nell’edificio anche “dopo l’orario di chiusura degli uffici”, la polizia che si era radunata all’esterno ha fatto ingresso nella sede locale Onu e le ha arrestate. Sono state portate a una stazione di polizia, interrogate separatamente e in seguito rilasciate, anche se dovranno rispondere di una denuncia (dai contorni molto vaghi, essendo che le sedi Onu dovrebbero essere santuari internazionali e non aziende con orari di chiusura) e non potranno lasciare il paese. Le ragazze sono andate volutamente alla ricerca di un caso eclatante da mostrare all’opinione pubblica, soprattutto quella americana, per attirare l’attenzione sulla situazione dei prigionieri politici in Bahrain. In ogni caso ci è voluto coraggio, e decine di migliaia di persone hanno potuto seguire i loro racconti intrecciati in inglese e le loro foto, spediti via Twitter dai cellulari in tempo reale, coadiuvati dai retweet della sorella di Zeinab Alkhawaja, Maryam, dagli Stati Uniti, e via via da quelli di altri cittadini del Bahrain e del reporter della Cnn Nic Robertson, che in questi giorni si trova a Manama. Vi racconto un po’ quello che hanno testimoniato della loro avventurosa spedizione.

Sulla timeline del Twitter di Alaska le voci dell’attivismo web – rivolte arabe, Milano, #italianrevolution.

♫ La canzone di oggi era “I’ll rise” di Ben Harper (da una poesia di Maya Angelou)

Ecco la puntata di oggi:

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tre doni

Come i Re Magi, anche Alaska porta tre doni da posare sotto il vostro albero virtuale prima di lasciarci per le vacanze e risentirci martedì 11 gennaio – un modo affettuoso per farvi gli auguri, per sognare qualcosa per il prossimo anno, e per congedarci temporaneamente dalle centinaia e centinaia di blogger sul cui lavoro si è basata la trasmissione per tutto quest’anno.

Il primo dono è un libro di Simon Winchester, che pare collocarsi nel solco di Sogni Artici di Barry Lopez – Atlantic, una nuova storia completa dell’Atlantico vivo come fosse una persona, e raccomandato caldissimamente da Michael Korda qui (e ve lo traduco in italiano qui sotto nel podcast)

Il secondo dono è una tirata insonne di Marjan Bantes a cui è scoppiata una collera furiosa contro la plastica di cui è zeppa la nostra vita quotidiana, una di quelle cose da ricordarci per l’anno nuovo, da un blog di riflessioni politiche sul design – Design Observer – che esploriamo oggi per la prima volta.

Il terzo dono è un post della direttrice dell’Unità, Concita de Gregorio, si chiama “Grazie, figli”, e non c’è neanche bisogno di spiegare di cosa parla. Buon Natale e buon Anno Nuovo da Alaska.

♫ Le musiche di oggi erano “New York State Of Mind” di Billy Joel e Bruce Springsteen alla Hall of Fame 2009 e “Let it snow” di Michael Bublé

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la speranza delle isole

Proprio mentre stiamo per andare in onda, Assange viene arrestato a Londra per essere interrogato dalla Metropolitan Police, a seguito del mandato di arresto europeo e della richiesta svedese di estradizione per presunto stupro. Una delle principali conseguenze dell’ondata di interesse mediatico per le rivelazioni di Wikileaks è stata l’oscuramento del vertice internazionale sull’ambiente in corso a Cancun, complici anche le previsioni della vigilia che davano il vertice come una serie di incontri puramente simbolici, in attesa di un nuovo tentativo globale di accordo sulle emissioni forse fra due anni dopo il fallimento di Copenaghen. Lo stesso Guardian, di solito attentissimo ai vertici sull’ambiente, è attualmente troppo impegnato a stare fra i protagonisti dello scandalo Wikileaks (e lo infila anche nella sezione ambiente, ecco le rivelazioni su come gli Usa hanno cercato di manovrare a Copenaghen per raggiungere un accordo – al contempo ci ricorda – ha ha – che non è possibile raggiungere accordi sulle emissioni senza patti dietro le quinte, cioè senza la segretezza degli accordi diplomatici).

Ma al vertice qualcosa si muove. Kate Sheppard racconta da Cancun le caute trattative per un accordo preliminare a quello globale sulle emissioni. Ma soprattutto, col vertice che si svolge nel cuore delle nazioni caraibiche, e gli effetti del cambiamento climatico appena fuori dalle finestre del vertice, affiorano storie inquietanti sul destino di chi in quei mari ci abita. Lisa Paravisini racconta come il mar dei Caraibi sia il principale testimone del cambiamento climatico (compresa la mutazione delle barriere coralline) e soprattutto la storia delle isole Marshall: se dovessero scomparire per l’innalzamento del livello dei mari, saranno ancora considerate un popolo e una nazione? Avranno ancora il loro seggio alle Nazioni Unite? Lisa scopre che non esiste legislazione per i profughi ambientali  (vi traduco tutto qui sotto nel podcast).

♫ Le musiche di oggi erano “Written on the forehead” di PJ Harvey e “Just breathe” dei Pearl Jam

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lottare contro i mulini a vento

(Arthur Mee e Holland Thompson, dal The Book of Knowledge, 1912)

Global Voices in Italiano (Juliana Rincon Parra tradotta da Stefano Ignone) ci racconta la maxi-operazione che la RAE spagnola ha lanciato su YouTube: ognuno può scegliere uno dei 2.149 spezzoni in cui è stato suddiviso il Don Chisciotte e leggerlo in video per caricarlo poi in condivisione; chi di voi riesce a leggere in spagnolo può partecipare! Qui sotto nel podcast vi racconto la storia e vi faccio sentire un frammento, ma qui potete leggere il post integrale con i link a molti spezzoni diversi.

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Ieri cadevano i sei mesi esatti dal disastro del petrolio nel Golfo. Kate Sheppard di MoJo, anche se si è tolta le galosce con cui era andata a visitare le spiagge piene di greggio quest’estate, fa il punto su com’è la situazione adesso che è sparita dai titoli dei giornali (ve la traduco qui sotto nel podcast). presto torniamo a parlare di compagnie petrolifere, anche perché la loro ombra si cela dietro ad alcuni appuntamenti legati alle elezioni di metà mandato.

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The Great Penguin Rescue (Il Grande Salvataggio dei Pinguini) è un nuovo libro di Dyan di Napoli che viene recensito da Tim Flannery sulla New York Review of Books (online con due settimane d’anticipo rispetto all’uscita cartacea). Racconta la storia di uno storico salvataggio di pinguini in Sudafrica nel 2000 a seguito di una fuoriuscita di petrolio al largo delle coste di Cape Town.  Si tratta del più grande salvataggio di animali selvatici mai avvenuto, e la di Napoli vi aveva partecipato come veterinaria specializzata insieme a migliaia di volontari. Una storia lacerante e quantomento istruttiva, vi traduco qualche spezzone dell’articolo di Tim Flannery qui sotto nel podcast, e potete leggere il suo articolo integrale qui.

♫ Le canzoni di oggi erano “Stella d’argento” di Brunori Sas e “Creep along Moses” di Mavis Staples

Ecco la puntata di oggi:

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ci mancava anche Alex

(foto di Kris Krug, da un progetto fotografico collettivo sul disastro BP qui su Flickr)

Leviamo gli ormeggi 3

Questa è l’ultima settimana di Alaska prima del palinsesto estivo, nella quale ci accingiamo a “salutare” alcuni blog e alcuni temi centrali della stagione. Vi ricordo che lunedì 5 luglio alle 12.40 riparte la nostra trasmissione con i diari di viaggio degli ascoltatori, Tre Uomini in Barca, che sarà naturalmente anche un blog, al quale potete iscrivervi mandando una mail per dire chi siete, dove pensate di andare quest’estate, da quando a quando, e con chi. In questi giorni ad Alaska mi raggiunge Leonardo “Leolino” Verzaro per varare la Barca come si deve.

Vi ricordo anche che durante i mesi estivi potrete continuare a ricevere qlc aggiornamento da Alaska su Twitter.

Anche la Barca ha il suo twitter.

Nelle ultime dieci settimane è l’argomento che ha tenuto in scacco Alaska, non solo perché è il più grave disastro ambientale nella storia degli Stati Uniti, ma perché è il primo seguito, indagato e sorvegliato da decine di milioni di persone in tutto il mondo attraverso i blog e i social network, che forniscono un’abbondanza di informazioni e fotografie, e a volte riescono a raddrizzare in tempo reale qualcuno dei mille torti che la situazione sta creando. Ogni giorno, da quasi settanta giorni, e ogni giorno di questa estate che verrà, altri 100 mila barili di greggio fuoriescono nel Golfo del Messico, e dal sito dell’incidente alla piattaforma Deepwater Horizon raggiungono le profondità dell’oceano, le coste e le paludi di pesca della Louisiana, dell’Alabama, la foce del Mississippi, le spiagge della Florida, imprigionando e uccidendo pellicani, delfini, granchi, tartarughe e decine di altre specie protette, impedendo ai pescatori di guadagnarsi da vivere, paralizzando l’industria del turismo, e peggiorando la situazione con l’uso di sostanze chimiche per disperdere il petrolio.(prima relazione Epa sulla tossicità del Corexin). Nella speranza che le operazioni di emergenza della BP vadano a buon fine almeno ad agosto, chiudiamo queste settimane di analisi con alcune novità.

Vi avevo parlato dei continui riversamenti di greggio in Nigeria. Adesso da Global Voices arriva una mappa delle peggiori situazioni legate al petrolio in tutto il mondo: Nigeria, Egitto, Singapore, Perù, Venezuela, Stati Uniti, Taiwan (in italiano). Stephen Kinzer di MoJo si chiede se abbia senso boicottare le pompe di benzina negli Stati uniti e racconta la storia antica della BP e il suo ruolo in Iran. Qui sul Post la mappa della traiettoria del primo uragano della stagione, Alex, verso il Golfo del Messico. Sherman e Weber per Huffington Post raccontano la situazione che circonda il suo arrivo negli stati interessati, e così Anderson Cooper della CNN. Secondo alcuni studiosi del disastro della Exxon Valdez del 1989, la natura provvede a cancellare i risultati dei riversamenti di greggio molto meglio di quanto faccia l’uomo. Julia Whitty racconta di un forum di geologi ed esperti di petrolio che discutono del rischio che la perdita nel Golfo non si possa fermare. La BP ha un nuovo soprannome: Beyond Prosecution (al di là della legge): Josh Harkinson su come l’industria petrolifera e la Camera di Commercio della Louisiana abbiano convinto i legislatori dello stato ad andarci piano con la BP. Intanto MacMcClelland ha deciso di andare fino in fondo con la sua indagine su come la polizia e il servizio d’ordine della BP stiano impedendo a giornalisti e comuni cittadini di avvicinarsi ad ogni sito interessato dal disastro e di fare domande, servendosi di quella che sembra diventata una milizia privata in uniforme.

♫ La canzone di oggi era “Whooping crane” di Lyle Lovett

Ecco la puntata di oggi:

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quel che resta di Haiti

Leviamo gli ormeggi 1

Questa è l’ultima settimana di Alaska prima del palinsesto estivo, nella quale ci accingiamo a “salutare” alcuni blog e alcuni temi centrali della stagione. Vi ricordo che lunedì 5 luglio alle 12.40 riparte la nostra trasmissione con i diari di viaggio degli ascoltatori, Tre Uomini in Barca, che sarà naturalmente anche un blog, al quale potete iscrivervi mandando una mail per dire chi siete, dove pensate di andare quest’estate, da quando a quando, e con chi. In questi giorni ad Alaska mi raggiunge Leonardo “Leolino” Verzaro per varare la Barca come si deve.

Vi ricordo anche che durante i mesi estivi potrete continuare a ricevere qlc aggiornamento da Alaska su Twitter.

Anche la Barca ha il suo twitter.

Un aggiornamento sulla questione “caccia alle balene”: il meeting dell’IWC ad Agadir si è concluso con un nulla di fatto, rimandando il voto sulla proposta di regolamentazione della caccia al prossimo anno. Qui il post originale che spiega com’è andata.

Ma veniamo ai post di oggi – come promesso torniamo ad Haiti, scesa di molto nella priorità delle cronache ma ancora attanagliata dagli effetti del terremoto, e dagli interrogativi sul suo futuro. Repeating Islands non l’ha mai persa di vista, e oggi vi traduco una sintesi di alcuni post del grande tumbler caraibico (da riascoltare qui sotto nel podcast).

MADRE fa parte di una coalizione di associazioni che cercano di creare una situazione di giustizia per le donne di Haiti. Dopo il terremoto, la violenza sulle donne è fuori controllo. Lisa Paravisini fa un riassunto della situazione fuori e dentro i campi profughi.

Sempre Lisa si appoggia a un articolo della rivista Time per raccontare il problema di come rimuovere le macerie causate dal terremoto.

Di pochi giorni fa una panoramica sui primi passi per avvicinarsi a nuove elezioni, dopo che il terremoto ha ucciso molti membri dell’amministrazione e distrutto infrastrutture ed uffici governativi.

Di ieri il racconto di Emily Troutman da Port-au-Prince su come le tende dei campi profughi non possano reggere le forti piogge.

♫ La canzone di oggi era “Simbo Dlo” di Ti Coca

Ecco la puntata di oggi:

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moby dick

Si chiude oggi ad Agadir, in Marocco, il meeting annuale della International Whaling Commission sulla caccia alle balene. Facciamo il punto con tre post in ordine cronologico.

Tangenti del Giappone per cacciare le balene, da Il Post.

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La posizione della Francia secondo l’associazione ambientalista Sea Shepherd (quella del capitano Bethune sotto processo in Giappone) che tenta di portarsi dietro la Comunità Europea per una difesa più rigida delle balene (tradotto qui sotto nel podcast)

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Caccia regolamentata anziché moratoria? Trattativa in fase di stallo. La proposta della IWC con le varie posizioni raccontata dal Post.

♫ Le musiche di oggi erano “Who is it?” di Bjork e “Timshel” di Mumford & Sons (che a settembre arrivano anche a Milano!)

Ecco la puntata di oggi:

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