Archivi categoria: Nigeria

l’e-book africano

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Questa settimana vorrei proporvi alcune delle ultime riflessioni che ho raccolto sul tema della crisi della libreria tradizionale, del comportamento degli editori sullo sviluppo degli e-book e dei dati di vendita che si stanno monitorando, aggiornando un tema che ad Alaska abbiamo trattato spesso. Di solito consideriamo il mercato anglosassone il campione di frontiera dei comportamenti di editori e lettori, e quello americano in particolare il campione di frontiera su tecnologia e vendite. L’Europa, come vi raccontavo qualche tempo fa, è ancora alle prese con le prime fasi della crisi di transizione, ma non ci chiediamo mai cosa sta succedendo al libro digitale in Africa, dove l’utilizzo di dispositivi mobili ha scavalcato l’arretratezza di diffusione dei computer, e dove si scrive e si legge molto e mercato al quale gli editori anglosassoni possono ambire. Oggi vi propongo un post di Ekenyerengozi Michael Chima, scrittore e blogger nigeriano, per The Creative Penn – non casualmente pubblicato poco dopo la morte del grande scrittore nigeriano Chinua Achebe. E qui trovate la spiegazione di cos’è il progetto Worldreader per la diffusione del libro elettronico in alcuni paesi africani.

Ecco la puntata di oggi:

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canzone di noi

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Alla morte del grande scrittore nigeriano Chinua Achebe, la rete ha reagito con una messe di ricordi, di ritratti critici, di affetto, a cominciare dagli scrittori africani più giovani che lo hanno ricordato, e da coloro che avevano incontrato Achebe nel corso degli anni e hanno recuperato i pezzi scritti su di lui cinque, dieci anni fa.
Qui il ricordo di Chimamanda Adichie, che risponde su Vanguard alla critiche politiche sui suoi ultimi libri, alla storia delle Nigeria “ricordata in modi diversi”. Qui Maya Jaggi per Salon, qui la grande rivista letteraria inglese Granta, qui Ella Wakatama Allfrey per il Guardian, e infine qui ciò che vi traduco oggi: il pezzo scritto dallo stesso Chinua Achebe per il New Statesman del 9 febbraio 1990, riproposto online tre giorni fa alla notizia della sua scomparsa.

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siamo aperti

Ben ritrovati a tutti e buon 2012, nel post qui sotto il podcast della conversazione sul 2011 nei social media che ho fatto con Claudia Vago (@tigella), mentre noi cominciamo l’anno con tre spunti – un nuovo Occupy sulla mappa – la Nigeria, dove #OccupyNigeria fa da catalizzatore alle proteste scattate con il taglio ai sussidi per la benzina (avevamo parlato della Nigeria qui, per il suo dramma con gli spargimenti di petrolio in mare da parte delle grandi compagnie petrolifere, mentre Forbes riporta brevemente, quasi due anni dopo il disastro della BP nel Golfo della Louisiana, che alcuni dipendenti dell’azienda potranno andare sotto processo penale). Su #OccupyNigeria immagino che torneremo, intanto un primo sguardo riassuntivo che viene da Linkiesta.
Proseguono le battaglie e i confronti sul SOPA, la legislazione anti-pirateria in Usa di cui vi ho parlato in diverse puntate. Adesso anche il Research Works Act, che riguarda le pretese dell’associazione americana editori sui contenuti delle pubblicazioni scientifiche che invece stanno sperimentando nuovi modelli su licenza Creative Commons:  Antonio Scalari per ValigiaBlu analizza la situazione della battaglia per il #freeaccess.
Infine, è uscito negli Stati Uniti il libro di memorie del leggendario musicista Gil Scott Heron, recentemente scomparso; lo ha letto Dwight Gardner e lo recensisce per il NYT online.

♫ Le musiche di oggi erano “The revolution will not be televised” e “I’m new here” di Gil Scott Heron

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ci mancava anche Alex

(foto di Kris Krug, da un progetto fotografico collettivo sul disastro BP qui su Flickr)

Leviamo gli ormeggi 3

Questa è l’ultima settimana di Alaska prima del palinsesto estivo, nella quale ci accingiamo a “salutare” alcuni blog e alcuni temi centrali della stagione. Vi ricordo che lunedì 5 luglio alle 12.40 riparte la nostra trasmissione con i diari di viaggio degli ascoltatori, Tre Uomini in Barca, che sarà naturalmente anche un blog, al quale potete iscrivervi mandando una mail per dire chi siete, dove pensate di andare quest’estate, da quando a quando, e con chi. In questi giorni ad Alaska mi raggiunge Leonardo “Leolino” Verzaro per varare la Barca come si deve.

Vi ricordo anche che durante i mesi estivi potrete continuare a ricevere qlc aggiornamento da Alaska su Twitter.

Anche la Barca ha il suo twitter.

Nelle ultime dieci settimane è l’argomento che ha tenuto in scacco Alaska, non solo perché è il più grave disastro ambientale nella storia degli Stati Uniti, ma perché è il primo seguito, indagato e sorvegliato da decine di milioni di persone in tutto il mondo attraverso i blog e i social network, che forniscono un’abbondanza di informazioni e fotografie, e a volte riescono a raddrizzare in tempo reale qualcuno dei mille torti che la situazione sta creando. Ogni giorno, da quasi settanta giorni, e ogni giorno di questa estate che verrà, altri 100 mila barili di greggio fuoriescono nel Golfo del Messico, e dal sito dell’incidente alla piattaforma Deepwater Horizon raggiungono le profondità dell’oceano, le coste e le paludi di pesca della Louisiana, dell’Alabama, la foce del Mississippi, le spiagge della Florida, imprigionando e uccidendo pellicani, delfini, granchi, tartarughe e decine di altre specie protette, impedendo ai pescatori di guadagnarsi da vivere, paralizzando l’industria del turismo, e peggiorando la situazione con l’uso di sostanze chimiche per disperdere il petrolio.(prima relazione Epa sulla tossicità del Corexin). Nella speranza che le operazioni di emergenza della BP vadano a buon fine almeno ad agosto, chiudiamo queste settimane di analisi con alcune novità.

Vi avevo parlato dei continui riversamenti di greggio in Nigeria. Adesso da Global Voices arriva una mappa delle peggiori situazioni legate al petrolio in tutto il mondo: Nigeria, Egitto, Singapore, Perù, Venezuela, Stati Uniti, Taiwan (in italiano). Stephen Kinzer di MoJo si chiede se abbia senso boicottare le pompe di benzina negli Stati uniti e racconta la storia antica della BP e il suo ruolo in Iran. Qui sul Post la mappa della traiettoria del primo uragano della stagione, Alex, verso il Golfo del Messico. Sherman e Weber per Huffington Post raccontano la situazione che circonda il suo arrivo negli stati interessati, e così Anderson Cooper della CNN. Secondo alcuni studiosi del disastro della Exxon Valdez del 1989, la natura provvede a cancellare i risultati dei riversamenti di greggio molto meglio di quanto faccia l’uomo. Julia Whitty racconta di un forum di geologi ed esperti di petrolio che discutono del rischio che la perdita nel Golfo non si possa fermare. La BP ha un nuovo soprannome: Beyond Prosecution (al di là della legge): Josh Harkinson su come l’industria petrolifera e la Camera di Commercio della Louisiana abbiano convinto i legislatori dello stato ad andarci piano con la BP. Intanto MacMcClelland ha deciso di andare fino in fondo con la sua indagine su come la polizia e il servizio d’ordine della BP stiano impedendo a giornalisti e comuni cittadini di avvicinarsi ad ogni sito interessato dal disastro e di fare domande, servendosi di quella che sembra diventata una milizia privata in uniforme.

♫ La canzone di oggi era “Whooping crane” di Lyle Lovett

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Se non è BP è Shell, se non è Shell è Exxon

(Hannah Baage cammina nel corso inquinato del Gio Creek, nel Kegbara Dere – via New York Times)

Alaska vive anche su Twitter – diventa follower cliccando sul T-Rex qui a destra!

Il disastro del greggio nel Golfo del Messico sta risvegliando i ricordi di altri paesi che hanno subito disastri analoghi. Antonella Grati per Global Voices, traducendo dai post in coreano, riporta le riflessioni dei blogger sudcoreani del loro riversamento di greggio del dicembre 2007.

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Un’ascoltatrice nel microfono aperto di stamattina ci ha invitato ad approfondire la questione del greggio in Nigeria, che è il primo paese produttore di petrolio in Africa e tormentato da riversamenti continui che stanno facendo morire la costa e le paludi di mangrovie. Purtroppo le fonti in rete sulla situazione là sono molto poche, ma proprio oggi  se ne occupa in rete il New York Times, così vi traduco cosa dice Adam Bossiter che scrive direttamente da Bodo.

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In queste ore il repubblicano Barton viene ridicolizzato in rete per la sua gaffe di stanotte (ha chiesto lui scusa alla BP durante l’udienza di Tony Hayward…) – perfino Robert Gibbs, capo ufficio stampa della Casa Bianca, si è messo a twittare su Barton, chiedendosi se – nel caso che fossero i Repubblicani ad avere la maggioranza – il posto di supervisore della grande industria petrolifera non verrebbe dato proprio al così disponibile Barton.  Qui il commento del blog di Richard Adams.

♫ Le musiche di oggi erano “Free to walk” di Jeffrey Lee Pearce nella versione di Nick Cave e Debbie Harry e “Breathe” dei Pearl Jam

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la quarta colonna

(Yinka Shonibare con il modellino della sua nave in bottiglia per Trafalgar Square. L’opera vera e propria misurerà 5 metri per 2 metri e mezzo)

Oggi, Inghilterra…

La stampa anglosassone è spesso associata a un mito di obbiettività; il che non significa affatto, però, che i media non si schierino, ma piuttosto che dichiarino in modo trasparente con chi sono schierati, in modo da permettere ai lettori di filtrare con consapevolezza l’orientamento degli articoli – cosa resa più facile quando lo scontro fra le coalizioni individua anche la figura del Primo Ministro. Il 6 maggio in Inghilterra si tengono le elezioni nazionali, particolarmente interessanti perché nelle ultime settimane, grazie ad alcuni confronti televisivi particolarmente riusciti, al Brown uscente che arranca alla testa dei Labour, e al rampante Cameron a capo della rimonta dei Tories (in testa nei sondaggi con una percentuale che secondo i rilevatori sta fra il 30% e il 34%), si è affiancato il new boy della politica inglese, Nick Clegg dei Liberal-Democratici, che oggi sono dati fra il 28 e il 30% e per alcuni potrebbero sorpassare i laburisti. La situazione politica inglese ci offre qualche spunto di confronto con la nostra, tenuto conto delle debite diffreenze (da quella della radicale separazione fra classi sociali al fatto che diversi deputati e candidati al Parlamento sono già di origine asiatica o africana) e quella della stampa potrebbe essere uno. Di elezione in elezione, i quotidiani britannici cambiano o meno orientamento anche a seconda dei passaggi di proprietà e del momento storico, ma in linea di massima si attestano sulla posizione dell’editore. Così l’Express è sempre stato filo-Conservatore salvo che per le elezioni del 2001; il Mail è sempre stato filo-Conservatore; il Mirror è sempre stato filo-Laburista; il Telegraph sempre filo-Conservatore; e l’Independent ha cominciato a schierarsi solo alle storiche elezioni del 1997 (e da allora è sempre stato con i Labour, o con i Labour e i LiberalDemocratici). I due maggiori quotidiani, invece,  - il Times e il Guardian – hanno variato costantemente il loro orientamento sulle elezioni dal ’45 in poi, con una propensione del Times per i Tories e del Guardian per i Labour e i LiberalDemocratici, anche se entrambi i quotidiani hanno sostenuto almeno una volta tutti e tre i partiti principali.

Così, alla vigilia del terzo dei tre confronti tv previsti (già andati in onda quello su politica interna e politica estera, tutti vinti da Clegg nei sondaggi, manca quello su economia e tasse che andrà in onda il 29 aprile), il direttore del Guardian, Alan Rusbridger, annunciava qualche giorno fa una riunione di tutto lo staff per decidere come si sarebbe orientato il giornale in queste ultime settimane di campagna elettorale (vi traduco l’annuncio nel podcast qui sotto). Per i lettori era possibile aggiungere il proprio parere (che il giornale prometteva di rappresentare nella sua discussione interna)  oltre che commentare in un thread (oggi chiuso) che ha toccato 1666 commenti. Questo ci pone una questione interessante: sempre più spesso, soprattutto dopo la guerra in Iraq, elezioni nazionali che rivestono una rilevanza globale destano anche l’interesse di chi vive fuori dal paese. Ricordate la forte spinta europea all’elezione di Barack Obama, che lo indusse perfino a un viaggio elettorale all’estero quando era ancora solo candidato? Il Guardian è un quotidiano globale non solo nell’attitudine, ma anche nei numeri, come vi avevo raccontato qui.  Viene letto in inglese online da milioni di utenti in tutto il mondo, che a volte lo preferiscono al loro quotidiano nazionale o regionale più letto, e che adesso possono unire i loro desideri a quelli dei lettori inglesi. Secondo voi andremo sempre di più verso elezioni nazionali condizionate dalle aspirazioni globali? E cosa può capire un utente globale della rete delle questioni interne di un altro paese? La rete finirà per mettere ogni paese di fronte a un’opinione pubblica che travalica quella nazionale?


Election 2010 constituency map

(clicca sulla mappa per il link allo “swingometro” delle elezioni inglesi)

Nel frattempo, grazie alle notizie che circolano in rete sappiamo che il 24 maggio verrà inaugurata la nuova installazione di arte contemporanea sulla cosiddetta Quarta Colonna di Trafalgar Square a Londra, la celebre piazza dominata dalla statua dell’ammiraglio Nelson attorniata dai quattro leoni di pietra. Il quarto piedistallo di per sé ha una storia interessante: venne costruito come le altre tre colonne con l’idea originaria di ospitarvi altrettanti monumenti equestri e poi statue più semplici, ma dopo la sua erezione nel 1841 rimase senza monumento per mancanza di fondi. Alla fine degli anni Novanta la Royal Society of Arts ha cominciato ad utilizzarla per il Forth Plinth Project, affidando la realizzazione dell’opera da mettere in cima alla colonna ad alcuni esponenti dell’arte contemporanea britannica, prima Mark Wallinger, poi Bill Woodrow e poi Rachel Whiteread. Nei primi anni Duemila la colonna è stata usata anche senza permesso come piattaforma per vari messaggi pubblicitari, finché nel 2003 Wendy Woods, la vedova del giornalista anti-apartheid Donald Woods, si è proposta di trovare i fondi per realizzare un monumento permanente a Nelson Mandela, visto che la quarta colonna sorge sul lato della piazza dove si trova l’Alta Commissione del Sudafrica (e per chi se lo ricorda, dove negli anni Ottanta si svolgevano tutte le manifestazioni e i volantinaggi anti-apartheid). La sua proposta ha messo in moto la decisione definitiva di affidare ad artisti contemporanei installazioni provvisorie a rotazione, sull’esempio già lanciato dalla Royal Society of Arts. A commissionare i lavori adesso è il sindaco col Consiglio della Greater London, e i lavori in cima al quarto piedistallo sono stati finora firmati da diversi artisti ma hanno continuato ad alternarsi a statue provvisorie “più accessibili ai cittadini comuni”, come auspicava qualche nostalgico dei monumenti alle imprese coloniali. L’opera contemporanea che ha destato più curiosità è stata l’installazione umana collettiva di Antony Gormley nel 2009. Ma veniamo all’oggi:  da maggio, in cima alla quarta colonna troneggerà una gigantesca nave in bottiglia, e sarà la prima opera pubblica del Fourth Plinth realizzata da un artista inglese di colore. Yinka Shonibare, classe 1962, nigeriano nato a Londra e vissuto a Lagos fino all’università, già amatissimo candidato al Turner Prize nel 2004, ha realizzato una nave in bottiglia – la prima opera della quarta colonna a fare esplicitamente riferimento alla storia navale celebrata dalla piazza – con le vele cucite nei tessuti africani multicolori che sono il suo marchio distintivo. A loro volta simbolo della produzione africana trasformata dal colonialismo, i tessuti che Yinka Shonibare compera al mercato di Brixton sono realizzati ancora con la tintura a cera dei colonialisti olandesi, e nel corso del tempo lui li ha utilizzati per realizzare imitazioni di abiti vittoriani e altre opere incentrate sul concetto di identità etnica e di multiculturalismo. Nella cornice del lavoro di Yinka Shonibare, le dimensioni della nave in bottiglia, che misurerà cinque metri di lunghezza e sarà alta due metri e mezzo, non sono affatto un dettaglio. L’artista anglo-nigeriano ha riportato una forte disabilità dopo una malattia di gioventù, e ancora oggi è semiparalizzato. Per ovviare alle difficoltà manuali che questo gli procura nel suo lavoro, oltre ad avvalersi dell’aiuto di alcuni collaboratori di solito suddivide il lavoro per le opere più grandi in una serie di opere più piccole, montandole man mano nel risultato finale. Se andrete a Londra e alzerete il naso sulla quarta colonna di Trafalgar Square, forse vi tornerà in mente.

Le musiche di oggi erano “Coffee & Tv” dei Blur e “I’m new here” di Gil Scott Heron (che NON suona più domani al Conservatorio di Milano, ma il 12 luglio al Castello di Vigevano )

Ecco la puntata di oggi:

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