Alaska XL #4 | il grande nido vibrante

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(uno degli annunci di lavoro in bacheca a Ona13)

Arrivo direttamente da tre giorni alla conferenza annuale dell’ONA (Online News Association) che riunisce giornalisti digitali di tutto il mondo, sviluppatori e start-up – per studiare, confrontarsi e discutere sullo sviluppo digitale e il futuro dei media, i nuovi strumenti tecnologici per i giornalisti e i blogger, la legislazione e il codice etico di internet per l’informazione. La partenza per Atlanta ha coinciso con due notizie: quella che Glenn Greenwald lascia il Guardian accettando un’offerta di costruire una nuova testata fattagli dal miliardario di Silicon Valley Pierre Omidyar (di cui potete leggere sotto), e dall’Italia quella della sospensione del Festival del Giornalismo di Perugia, a cui tanti dei reporter stranieri aderenti all’Ona hanno partecipato negli ultimi anni (questa mattina la conferenza stampa ufficiale a Perugia, in cui gli organizzatori Arianna Ciccone e Chris Potter hanno rifiutato pubblicamente l’offerta last minute di un finanziamento regionale, annunciando invece una combinazione di sponsor + campagna di crowdfunding su Kickstarter – qui potete rivedere l’integrale della conferenza stampa).

A dominare la discussione di Ona13 è stata la questione della sorveglianza, articolata in vari modi. Dal keynote speech di Janine Gibson (direttrice Guardian America) insieme alla Electronic Frontier Foundation sulla divulgazione dei documenti di Snowden dell’NSA, alle discussioni sul criptaggio dei documenti, fino all’esperimento del Tow Center for Journalism diretto da Emily Bell che ha proposto un panel in una sala monitorata da sensori disseminati sul pavimento, e alla prima del film The Fifth Estate, che vorrebbe raccontare la dicotomia fra il modello virtuoso di trasparenza di Wikileaks e il deteriorarsi della figura di Julian Assange. Il keynote speech più affollato è stato quello del mago dei numeri Nate Silver, Andy Carvin ha svolto un laboratorio su come usare i social media per contrastare l’accelerazione del flusso delle breaking news; molti hackers e specialisti di software, sistemi di criptaggio e archiviazione sicura fino a un milione di documenti hanno raccontato le ultimissime novità. Amy Webb ha presentato come ogni anno le sue dieci previsioni per le tendenze digitali dell’anno prossimo, e centinaia di studenti di giornalismo hanno avuto accesso diretto ai loro possibili mentori e alle offerte di lavoro così come alle borse di studio della Knight Foundation e della Gannett Foundation. Più dell’anno scorso, l’associazione è sembrata interrogarsi su come implementare un codice etico che tenga conto delle differenze culturali e giuridiche dei vari paesi partecipanti e la maggiore varietà possibile di media, scavalcando il predominio americano della conferenza. Infine, alla tradizionale cena conclusiva della conferenza sono state assegnate le varie categorie di premi: poco spazio quest’anno per le start-up e per le radio indipendenti, molti riconoscimenti per i reportage multimediali sull’attentato alla Maratona di Boston, sull’uragano Sandy, sulle elezioni Usa 2012, un grosso premio al pionierismo multimediale di Snowfall del New York Times che dal dicembre 2012 ha già avuto molti emulatori, e naturalmente, due premi importanti agli autori degli scoop sull’NSA per il Guardian basati sui documenti di Edward Snowden.

♫ “Nightswimming” dei R.E.M.

Ecco la prima parte di oggi:

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Janine Gibson sull’NSA: “nessun giornale ce la farà da solo”

Proprio poche ore dopo l’annuncio che Greenwald lascia il Guardian per mettere in piedi una nuova impresa editoriale finanziata dal fondatore di eBay Pierre Omidyar (che non aveva fatto mistero in queste settimane della sua preoccupazione per i programmi di spionaggio dell’NSA), uno dei momenti più intensi della conferenza di Ona quest’anno è stato l’incontro, moderato da Emily Bell, con Janine Gibson (direttrice GuardianUS), Micah Flee (Electronic Frontier Foundation), e Nabiha Syed, avvocato specializzato in legislazione sui media e consulente del Guardian su Snowden. Janine Gibson, visibilmente provata da quelli che ha descritto come “quattro mesi che sembrano quattro anni”, ha raccontato alcuni retroscena molto densi del procedimento che ha portato il Guardian a raccogliere i documenti NSA di Edward Snowden. Qui trovate il video integrale. Qui lo Storify che ho preparato con i tweet durante la conferenza. Qui lo Storify di Andrea Iannuzzi. Qui un racconto esaustivo di Raffaella Menichini dalla conferenza.

Poche ore fa, invece, come anticipato da Greenwald, sono arrivate le rivelazioni su nuovi documenti che riguardano le intercettazioni dell’NSA su cittadini francesi, divulgate da Le Monde.

♫ “Jumpin’ Jack Flash” nella versione dei Gomez

Ecco la seconda parte di oggi:

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Pranzo al sacco con Nate Silver

Il keynote speech più atteso da giornalisti digitali, blogger e programmatori a Ona13 era sicuramente quello del mago dei numeri Nate Silver, esempio vivente della geniale sovrapposizione fra discipline che sta rivitalizzando il giornalismo. Presentato da Jim Roberts, che aveva lavorato con lui al New York Times, Nate Silver ha tenuto un discorso per convincere i giornalisti a dotarsi di competenze migliori sull’interpretazione di dati, numeri e statistiche; ha svelato come funzionerà il suo blog Five Thirty Eight (attualmente dedicato a proposte di lavoro per far parte del team…) a partire da febbraio con MSNBC; ha spiegato perché l’anno scorso aveva sfidato un anchorman televisivo a colpi di scommesse; ha consigliato caldamente la lettura di “Thinking fast and slow” di Daniel Kahneman; si è portato 9 slide sotto forma di meme coi gattini, ha fatto sorridere tutti e ha risposto a una gran quantità di domande dalla platea. Qui trovate l’audio integrale, e meglio ancora, il video integrale.

♫ “Snake eyes” dei Milk Carton Kids

Ecco la terza parte di oggi:

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Fratelli social

I fratelli Carvin hanno dominato a Ona13 la discussione sul UGC (user generated content), Eric Carvin dell’Associated Press con un incontro sul UGCGold, cioè i preziosi contenuti che si raccolgono sui social media (qui trovate la registrazione audio integrale), e Andy Carvin di NPR con un laboratorio di discussione per lanciare un movimento di Slow News – su come usare i social media per rallentare e rendere più trasparente il processo di verifica nelle breaking news anziché assecondarne l’accelerazione. Qui trovate il suo Storify che riassume l’incontro.

♫ “Dinosaur Act” dei Low

Ecco la quarta parte di oggi:

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la Siria in soggiorno

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Brown Moses (@Brown_Moses) è lo pseudonimo di Eliot Higgins, inglese, 34 anni. Disoccupato dall’anno scorso con una bimba di un anno e mezzo a cui badare, è diventato un’autorità sul movimento e l’identificazione delle armi impiegate in Siria (oltre che sullo scandalo intercettazioni in Inghilterra) senza muoversi dal divano del suo soggiorno a Leicester, e gratis. La Cnn parla di lui qui, qui trovate un’intervista video in cui spiega il suo lavoro, e il Guardian lo ha intervistato la settimana scorsa, appena prima che Higgins annunciasse che non riuscirà più a occuparsi del suo blog perché ha trovato un lavoro – mentre i tanti giornalisti che ha aiutato in questi mesi lanciano un appello a trovargli un posto pagato presso una testata internazionale perché possa continuare a fare il suo lavoro di ricerca.

La canzone di oggi era “One day” di Sven Dorau

Ecco la puntata di oggi:

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L’Esercito Elettronico Siriano è stato qui

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(il tweet “non autorizzato” sull’account di HRW – e ora cancellato dalla cronologia – spuntato al posto del loro report sulle cluster bombs in Siria)

Se ci fosse ancora qualche dubbio sulla potenza del contro-attivismo digitale del regime di Assad, e che la guerra in Siria abbia anche un braccio elettronico, ne giunge un’ennesima dimostrazione. Tre giorni fa il sito della grande organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch e il suo account Twitter sono stati hackerati dall’Esercito Elettronico Siriano, l’apparato digitale che contrasta l’attivismo anti-Assad online, rintraccia le ubicazioni degli attivisti e tenta di ostruire le comunicazioni degli insorti fra di loro e con l’esterno del paese. Max Fisher racconta per il Washington Post.

La canzone di oggi era “Shackled and drawn” di Bruce Springsteen

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l’ultimo chiude la porta

Free Syrian Army fighters run for cover as a tank shell explodes on a wall during heavy fighting in the Ain Tarma neighbourhood of Damascus

(gennaio, Ain Tarma, Damasco, foto di Goran Tomasevic per Reuters, la serie completa la potete vedere qui)

Damasco: Phil Sands, corrispondente fisso da Damasco per The National, ha dovuto abbandonare la Siria due settimane fa. Con lui se n’è andato dalla capitale l’ultimo corrispondente straniero a tempo pieno. Sands ha postato stamattina presto per l’edizione online del suo giornale una sorta di memoriale delle ultime ore trascorse a Damasco.

La canzone di oggi era “Ain’t no grave” di Johnny Cash

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perché

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Don McCullin ha 77 anni. E’ una leggenda della fotografia. Ha raccontato conflitti lontani e vicini fin dall’inizio degli anni Sessanta. Suoi i “blowup” dell’omonimo film di Antonioni.

Anthony Loyd di anni ne ha 46, e McCullin gli chiede di tornare in Siria per accompagnarlo.

Anthony è turbato – dalla soggezione, dalla responsabilità, dalla sfiducia in questo anziano che si espone al pericolo, e cerca di capire perché McCullin ha voluto tornare in uno scenario di guerra dopo 15 anni di lontananza.

Lo scopre. E lo racconta in un articolo mozzafiato per l’Australian online che oggi vi traduco.

La canzone di oggi era “Ho hey” dei Lumineers

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cartoline dal 2012

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(Tahrir il 27 novembre, via #ganobi)

Questa è l’ultima puntata di Alaska per il 2012, e ieri ho preparato per voi una cronologia di tweet-cartoline su Storify, con alcuni dei miei tweet e momenti e fotografie preferiti dell’anno – molto parziali, molto soggettivi, ma spero vi ricordino alcuni dei momenti che abbiamo passato insieme qui e su Twitter. Ripercorriamo l’anno rapidamente insieme, e potete trovarlo qui. Ci risentiamo dal 7 gennaio!

La canzone di oggi era “Shackled and drawn” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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il silenziatore


(la stampata del voto Onu sulla Palestina, paese per paese)


(il Transparency Report di Google di ieri sulla Siria)

Ieri (e scusate l’assenza di Alaska) giornata di grande movimento sulla rete: il voto all’Onu che ha approvato l’ingresso della Palestina come paese osservatore – prima volta a mia memoria che la lista stampata dei paesi con le specifiche di come hanno votato va online pochi minuti dopo il voto (e Twitter è andato in tilt appena arrivata la notizia); la cronaca dei lavori convulsi della Costituente zoppa in Egitto (dopo la fuoriuscita per protesta di tutte le rappresentanze laiche e copte) prolungati fino all’alba per battere sul tempo i limiti di legge e presentare la bozza oggi (qui Heba Morayef, direttrice di Human Rights Watch Egitto, sulle contraddizioni del testo in materia di tutela dei diritti) – mentre Tahrir si prepara oggi al bis della protesta di martedì e la contromanifestazione dei Fratelli Musulmani prevista per domani è stata spostata al campus dell’Università Americana per evitare scontri. Martedì silenzio stampa di tutti i canali tv privati e 11 giornali. E intanto in Siria, mentre venivano bloccati i voli sull’aeroporto di Damasco e per diverse ore era difficile anche contattare i numeri della rete fissa, la rete è stata tagliata. Grazie a Daniele Raineri del Foglio, l’indagine di Cloudflare, e Amy Chotzik del NYT su come gli host americani forniscano supporto alla rete governativa siriana nonostante il divieto della Casa Bianca. Qui un riassunto del rapporto della rete siriana con gli host canadesi.

Radio Popolare e Popolare Network vi aspettano domenica 2 dicembre per la diretta su seggi e risultati delle primarie del centrosinistra, dalle 10 alle 12.30, dalle 1830 alle 1930, e dalle 19.50 alle 0030. Tutti i contenuti audio sul nostro blog delle primarie nazionali e lombarde.

La canzone di oggi era “New age” nella versione di Tori Amos

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taccuino siriano

I taccuini da Homs dello scrittore franco-americano Jonathan Littell, entrato in Siria clandestinamente – che già vi citavo mentre uscivano in tempo reale tra gennaio e febbraio su le Monde e il New Yorker e poi su Repubblica – sono diventati un e-book anche in italiano (Einaudi). Oggi ve ne presento alcune parti.

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un fronte diverso

Oggi parliamo di Siria, anche se non ritorniamo sulle sanguinose vicende sul campo, che si fanno ancora più complicate e immerse in una dinamica bellica vera e propria alla luce della lettera aperta pubblicata da Human Rights Watch qualche giorno fa sugli abusi dei diritti umani commessi anche dal Libero Esercito Siriano, in contrasto con la sua immagine di combattente per la libertà (rapimenti, esecuzioni, violenze settarie – potete leggere un riassunto della lettera e un commento postato dal Los Angeles Times qui). Ieri sera la rivista Index on Censorship, che documenta la lotta per la libertà di espressione, ha assegnato i suoi premi annuali, fra i quali il premio per la difesa dei diritti umani al Bahrain Center for Human Rights, e quello per la libertà di espressione nell’arte al disegnatore siriano Ali Ferzat (di cui vi avevo raccontato qui), sopravvissuto qualche mese a una violentissima aggressione da parte della sicurezza segreta siriana. Ferzat era a Londra qualche giorno fa per presentare una mostra di suoi disegni e Sebastian Usher ha postato sul sito della BBC a proposito del loro incontro, in cui Ferzat ha spiegato la trasformazione dell’arte siriana a seguito della rivoluzione.

Intanto anche al Cairo si sono rifugiati in questi mesi molti attivisti siriani, e fra questi anche il tweep più attivo e famoso della rivolta siriana, che abbiamo seguito su Twitter fin dall’inizio con lo pseudonimo di @AlexanderPageSY. Personaggio determinato e controverso, Alexander Page si chiama in realtà Rami Jarrah, e ha raccontato da Damasco l’inizio e l’evoluzione delle proteste in Siria. Scoperto dai servizi di sicurezza del regime, lo scorso ottobre si è rifugiato al Cairo con tutta la famiglia e lì ha fondato con altri attivisti la piattaforma ANA (Activists News Association) il cui scopo è offrire supporto ai citizen journalists in Siria, metterli in collegamento con i giornalisti delle più importanti testate internazionali e in generale offrire informazioni di prima mano e credibili per ricostruire cosa accade all’interno del paese. l’ANA ha collaboratori in molti paesi del mondo, fra cui Cina e Stati Uniti e tre anche in Italia, mentre i suoi contatti in Siria sono circa 200. Ramy è nato a Cipro da genitori dissidenti del regime in esilio, ha vissuto a Londra da quando aveva due anni, ma al terzo anno di università è tornato a Damasco dove è stato costretto a rimanere per tre anni a causa di problemi burocratici; lì ha iniziato a lavorare per una compagnia di import export legata al regime di Assad, e dall’inizio delle rivolte (sino a ottobre 2011, quando è stato espulso dal paese) ha cominciato a usare i social media per raccontare le proteste. La nostra Laura Cappon lo ha incontrato per noi al Cairo pochi giorni fa.

♫ La canzone di oggi era “A sail” di Lisa Hannigan

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l’inenarrabile

via @ilpost, L’attivista siriano Khaled Abu-Salah davanti a un oleodotto bombardato dalle truppe siriane nel quartiere di Baba Amr, a Homs, il 15 febbraio 2012 (AP Photo/Local Coordination Committees in Syria, File)

“E’ la storia più difficile da raccontare che abbia mai trovato – non puoi sentirla addosso, non puoi sentirne l’odore, non puoi vederla”, ha detto del suo lavoro sulla Siria da Beirut la corrispondente di NPR Deborah Amos. Anche se oggi abbiamo se non altro più immagini (per esempio le foto degli insorti armati), del lavoro “in remoto” sulla Siria abbiamo raccontato, è stata una delle ultime affermazioni decisive del reporter Anthony Shadid prima di morire. Per Shadid si lavorava in remoto non solo quando si monitorava la situazione attraverso Skype e i social media, ma perfino una volta riusciti ad arrivare sul campo. E il ferimento e l’uccisione mirati di tanti reporter non ci aiutano a comporre un quadro complessivo di quello che sta accadendo. Una lettura obbligatoria sono i “taccuini siriani” che Jonathan Littell sta redigendo per la London Review of Books. Dopo tanti tributi altrui, Il fotografo Tyler Hicks, che ha portato il corpo del collega Anthony Shadid oltre il confine in Turchia, scrive delle loro ultime ore passate insieme. Ed Pilkington del Guardian online ha incontrato a New York il gruppo Avaaz che finora ha fornito sostegno esterno agli insorti ma man mano che la situazione diventa più simile a una guerra, si trova ad affrontare alcuni dilemmi.

♫ La canzone di oggi era “La tempesta è in arrivo”, nuovo singolo degli Afterhours (l’album esce il 17 aprile)

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