Alaska XL #30 | grey ladies

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(Ahmed Hassan)

“– WELL, IT’S NOT LIKE THE REVOLUTION ITSELF WAS EVER LEGAL. IT WAS ILLEGAL BUT WE DID IT ANYWAY.”

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Ben ritrovati ad Alaska, che da oggi subirà qualche lieve modifica (con la partenza alle 13 anziché 12.45, per lasciare spazio alla striscia quotidiana “A bola da vez” di Sara Milanese sulle città dei mondiali – i podcast diventeranno dunque 3 e non 4; poi il 26 maggio con la diretta e gli aggiornamenti sui risultati elettorali – ma intanto qui vi racconterò qui le elezioni in Egitto; e con la festività del 2 giugno) ma a parte questo andrà in onda regolarmente fino al 24 giugno compreso, con l’ultima puntata della stagione.

Oggi inevitabile riferirvi di cosa si è detto in rete della “cacciata” di Jill Abramson da direttrice esecutiva del New York Times, poche ore dopo la notizia delle dimissioni di Virginie Nougaryède da direttrice di Le Monde per forti contrasti con le redazioni, commentate qui dal Washington Post. Nelle stesse ore della notizia della “cacciata” di Abramson, è circolato il riservato punto interno sull’innovazione al New York Times, ora non più raggiungibile, ma commentato qui dal Nieman Lab.

Jill Abramson è stata sostituita in modo molto rapido da Dean Baquet, molto rispettato e primo afro-americano alla guida del giornale, ma la gestione pubblica della notizia dell’allontanamento della direttrice è stata gestita molto male dal giornale – lasciando spazio a voci sul fatto che il suo stipendio fosse più basso di quello del suo predecessore Bill Keller, o che sia stata “punita” per aver chiesto un aumento, o – peggio, che sia stata allontanata a causa della sua intenzione di creare un co-managing editor, ruolo che avrebbe proposto a Janine Gibson, già premio Pulitzer come direttrice del Guardian US e ora alla guida del Guardian online.

Così ha riportato la notizia lo stesso New York Times, ma il compito più difficile è toccato alla public editor Margaret Sullivan, che con un suo pezzo gradualmente aggiornato ha provato a verificare i fatti – trovandosi a dover anche rispondere alle accuse contenute nel post di Ken Auletta per il New Yorker che trovate qui.

Proprio Margaret Sullivan pochi giorni fa a Perugia aveva ricordato che il numero di donne nella redazione del New York Times era salito al 50% sotto la direzione di Jill Abramson. Slate fa un bel lavoro nel ricostruire chi sono e come Abramson le ha fatte sentire, e Emily Bell – scienziata del giornalismo e pioniera fra le donne ai vertici dei grandi giornali –  non le manda a dire.

♫ “Nostalgia” di Emily Barker (Wallander theme)

Ecco la prima parte di oggi:

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Qui diversi altri commenti: il New York Magazine, Politico qui e qui, The Nation (“Jill Abramson aveva ragione”, ma su alcune scelte che l’hanno vista in opposizione a Sultzberger), qui l’Observer sul fatto che Sultzberger non ami l’eccessiva visibilità personale dei suo dirigenti, qui New Republic che spera, visto il trattamento umiliante, che si scopra che Abramson rubava dalle casse del giornale.

Rachel Sklar ha messo insieme alcuni di questi link e alcuni tweet pubblicati nelle ore della notizia in questo Storify, e ha scritto un pezzo per Medium.

Qui una storia di retroscena di Capitalqui BuzzFeed, qui Vox, qui il Daily Beast.

E qui (da “dentro”) il parere su Medium di “NYT Fridge”…

♫ “Senza finestra” di Afterhours e Joan as Policewoman

Ecco la seconda parte di oggi:

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Manca una settimana alle elezioni presidenziali in Egitto, l’ex maresciallo Sisi – a parte tappezzare la città di manifesti, non ha accettato il confronto televisivo con il suo concorrente, Hamdeen Sabbahi, e intanto il processo farsa contro i giornalisti di Al Jazeera lascia tutto fermo, e il giovane Abdallah Elshamy, arrestato a Rabaa nove mesi fa e in sciopero della fame da 3, è stato nutrito forzatamente e trasferito in isolamento, e si è visto allungare ancora la detenzione senza accuse. Negli stessi giorni, dopo che i più importanti graffiti artist della rivoluzione hanno annunciato le loro azioni contro la campagna elettorale di el Sisi, lo straordinario artista contemporaneo Ganzeer (la nostra Laura Cappon lo aveva intervistato qui) è stato costretto a fuggire dal Cairo. Qui la notizia di al Ahram, qui la sua spiegazione diretta.

♫ “Amsterdam” di Daughter

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Alaska XL #29 | il giardino dei dubbi

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(Brown Moses che si prepara a salire sul palco del Teatro la Sapienza di Perugia)

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Come promesso, voglio dedicare la puntata di oggi ad alcuni dei filoni fra i tanti interessanti che sono stati affrontati qualche giorno fa alla settima edizione del Festival del Giornalismo di Perugia. Impossibile com’è pretendere di descriverli e riassumerli tutti, cercherò di dare spazio ad alcuni dei temi fra quelli che ho seguito direttamente e quelli che invece, come fanno in molti, ho recuperato online al mio ritorno – sotto forma di articoli scritti dai collaboratori stessi del festival o di video integrali dei panel.

Cominciamo da una relazione precedente all’inizio del festival. Si trattava, come sapete, della prima edizione al cui finanziamento ha contribuito una raccolta di fondi in crowdfunding. Qui un’analisi dei numeri e di come vari nuclei sui social media hanno contribuito a muoverli.

♫ “Tennessee” di Johnny Cash

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Come vi avevo raccontato qui qualche settimana fa, è vivo il dibattito su come il cosiddetto “giornalismo esplicativo” stia fiorendo nelle start-up che fanno concorrenza alle grandi testate, ma anche su come questo sembri in mano agli uomini, particolarmente quando si tratta di “brand” personali. Purtroppo Emily Bell, la più accesa nemica di quello che lei chiama “mansplanatory journalism”, ha dovuto rinunciare ad essere presente all’ultimo momento, ma vi propongo la riflessione di Vincenzo Marino di metà marzo e il video del panel “Where are the women?”.

Fra i protagonisti dell’edizione di quest’anno, Felix Salmon (appena passato dalla Reuters all’online del canale tv Fusion), qui intervistato da Giulia Saudelli, e Brown Moses (Eliott Higgins), il giovane blogger inglese che indaga sulle armi impiegate in Siria (che ho intervistato qui insieme a Matthew Ingram di GigaOM, che ha poi scritto un pezzo per raccontare l’incontro).

♫ “One day” di Sven Dorau

Ecco la seconda parte di oggi:

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I temi su cui il festival è tornato dopo averci in realtà lavorato tutto l’anno sono la Siria, l’Ucraina, il giornalismo nei paesi africani, il linguaggio d’odio e il cosiddetto cyberbullismo, un FOIA per l’Italia, il precariato, le misurazioni del numero di utenti, le storie di lungo formato (qui il video del panel a cui ho avuto il piacere di partecipare), la libertà di stampa e i pericoli che corrono i reporter, in particolare quelli che si occupano di esteri. Irene Macaione sintetizza il panel sul giornalismo basato sui dati in ambienti ostili, con Mario Tedeschini e Alessandro Cappai di Ona, e Angelica Peralta Ramos del quotidiano argentino La Nacion, e Giannina Segnini, del gruppo di giornalismo investigativo de La Nacion di San Josè. Qui l’intervista con Raju Narisetti, vicedirettore strategico della News Corp di Murdoch, su come si lavora su “temi ardui”; Andrea Iannuzzi ha scritto un ragionamento su quello che si è sentito al festival sul tema della misurazione degli utenti; Fabio Chiusi sintetizza il panel sulla mappatura di trasparenza e censura. Irene Macaione riassume i punti più importanti del panel dedicato al fact-checking (in Italia, questo sconosciuto, ma è sempre meno così), e Ciro Pellegrino ha moderato un incontro molto animato sulle condizioni di lavoro dei giornalisti precari.

♫ “These boots are made for walking” di Nancy Sinatra

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Fra i keynote speech, qui quello di Margaret Sullivan, public editor del New York Times, intervistata da Raffaella Menichini, qui quello di Wolfgang Blau, direttore delle strategie digitali del Guardian, che, come riassume Sofia Lotto Persio, si è interrogato sull’utilità e probabilità di una testata di stampa pan-europea.

Altro tema molto discusso, quello dell’utilizzo da parte delle testate di stampa del cosiddetto UGC (user generated content), il contenuto generato dagli utenti soprattutto nei momenti di grosse “breaking news” (come uragani, esplosioni, emergenze). Molto ancora da mettere a punto, perché le realtà legali e culturali paese per paese sono molto diverse, ma Claire Wardle sta scrivendo una lunga relazione per il Tow Center che corre parallela al lavoro che sta facendo Fergus Bell dell’Associare Press: la preparazione in crowdsourcing per la Online News Association di una sorta di codice etico universale sull’utilizzo dei materiali degli utenti. Qui il panel con loro che ho moderato, qui il riassunto di Sofia Lotto Persio sull’altro incontro con Fergus Bell e Claire Wardle, e qui Adeola Oribake intervista Craig Silverman del Poynter Institute sul futuro “manuale”.

Infine, tema caldissimo, naturalmente, quello delle conseguenze sul lavoro giornalistico dell’affare Snowden, al quale sono stati dedicati diversi incontri. Qui una sintesi del panel su ciò che i reporter hanno imparato dal “modello Wikileaks”, qui Rozina Sabur che racconta l’incontro sull’era post-Snowden, mentre qui sempre lei intervista uno dei panelist, il giornalista del Guardian James Ball.

♫ “Dove si va da qui” degli Afterhours

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #22 | fuori dal club

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Molto si muove nelle start-up del giornalismo, lo sapete, soprattutto negli Stati Uniti (che nella puntata di oggi rappresentano semplicemente la frontiera più avanzata della discussione). Proprio oggi, per esempio, si attende l’esordio della nuova squadra di Fivethirtyeight, il blog di statistica di Nate Silver trasferito dal New York Times a MSNBC. Ma fra i reclutamenti di quella che dovrebbe essere una vera e propria rivoluzione, le donne scarseggiano. Natasha Vargas-Cooper si è unita alle file molto maschili di The Intercept, ma solo nel quadro dell’arrivo di un John Cook di Gawker come direttore della nuova testata di Greenwald. Per adesso, non sembra che le lamentele di Melissa Bird su Medium di cui vi parlavo qualche puntata fa e le rassicurazioni di Andy Carvin abbiano sortito un grande effetto. Intanto, il Guardian può permettersi di guardare la faccenda dall’alto in basso perché (pur non essendo immune da sessismo nei livelli intermedi delle redazioni, come raccontato l’anno scorso al Festival del giornalismo di Perugia) da anni investe sulle donne di punta del giornalismo, incoraggiandole ad assumere ruoli di massima responsabilità – Emily Bell è stata la vera inventrice del Guardian online, e fino a qualche giorno fa era donna il direttore del Guardian Australia (Katharine Viner) e donna il direttore del Guardian americano (pioniere della vicenda NSA con Janine Gibson alla guida). Questa linea prosegue con le recentissime promozioni, che vedono il trasferimento di Katharine Viner al posto di Janine Gibson a New York, Emily Wilson a Sidney al posto di Viner, e il ritorno di Janine Gibson a Londra per dirigere il Guardian online. E’ legittimo dunque, che proprio dalle pagine del quotidiano britannico venga il j’accuse di Emily Bell, “le start-up del giornalismo non sono una rivoluzione se sono piene di tutti questi uomini bianchi” (vi traduco il suo pezzo nel podcast qui sotto).

♫ “Workin’ woman blues” di Valerie June

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Nel mondo dei programmatori le donne si stanno facendo largo con nomi di sempre maggiore spicco – come Julie Ann Horvath – ma nonostante si tratti di una cultura recente e tendenzialmente progressista, l’ambiente sembra di nuovo modellato sulla consueta impronta da club maschile. La stessa Horvath, molto rispettata, stava conducendo all’interno di GitHub un progetto di preparazione per donne programmatrici, con l’intento preciso di cambiare da dentro la cultura di chi scrive codice open-source. Secondo Daily Dot, che ha messo in fila una serie di suoi messaggi del 15 marzo, Horvath sta per lasciare GitHub, che accusa di una generica cultura sessista, e la sua direzione, per la quale allude più specificamente a molestie. Senza elementi più chiari, è difficile dire quale sia la situazione che Horvath si è trovata intorno sul posto di lavoro – uno spazio anonimo online è stato creato per controbattere alle sue accuse, che vengono viste da alcuni colleghi come un tentativo di macchiare la reputazione di GitHub – ma alcuni dei suoi commenti fanno molto male, a cominciare dalla sua affermazione che per una donna tentare di cambiare un sistema dall’interno sia impossibile, e l’unica alternativa sia quella di costruire ambienti ad hoc con una cultura diversa. La vicenda di Julie Ann Horvath mi ha fatto tornare in mente uno scritto molto intenso di Jennifer Gilbert per Medium: “programmare software ha fatto di me una donna” (ve lo traduco qui sotto nel podcast).

♫ “I don’t want to play in your yard” di Peggy Lee

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Intanto, sulla scia dell’8 marzo, a tornare sulle dibattutissime vicende sulle donne nella forza lavoro e l’equilibrio con la famiglia (tenute alte nella discussione dallo strano libro di Sheryl Sandberg, “Lean in”, che ha tenuto banco per tutto l’anno scorso), è stata Anne-Marie Slaughter, docente a Princeton e già direttore delle politiche del Dipartimento di Stato americano dal 2009 al 2011, a proporre un punto di vista un po’ meno manicheo.

♫ “The lions” di Erin McKeown

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Infine, Kevin Powell per bknation è riuscito a fare una lunga chiacchierata con bell hooks, poetessa, scrittrice, afro-americana, femminista, che ormai 61enne riflette su tutte le crepe che continuano ad aprirsi fra le questioni di genere e quelle di razza, sulle false vittorie delle donne di potere, ma soprattutto sul livellamento delle battaglie ideali operato dagli obbiettivi della cultura del consumo e del profitto (vi traduco l’intervista qui sotto nel podcast).

♫ “Trust in me” di Etta James

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Alaska XL #20 | the media issue

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(foto di Ilya Varlamov, Kiev, gennaio 2014)

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Mentre Russia e Ucraina giocano a Risiko, Sarah Kendzior su Politico se la prende con Buzzfeed per il richiamo spettacolare delle foto dalla Maidan di Kiev; Emily Bell sul Guardian le risponde. Intanto, alla villa di Yanukovich, i giornalisti hanno unito le forze per proseguire il lavoro sulle carte dell’ex presidente (yanukovichleaks.org, di cui vi parlavo la settimana scorsa) e Drew Sullivan ci racconta qualcosa di più sulla tradizione del giornalismo investigativo ucraino che ha portato a questo sforzo.

♫ “The Classic” di Joan as Policewoman

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Intanto il Newsweek cartaceo torna in edicola, Clay Shirky scatta una fotografia del calo di audience e pubblicità delle tv americane a favore di altri media, e la squadra originaria dei file di Snowden (Greenwald, Poitras – ora a The Intercept – e MacAskill, al Guardian) riceve il prestigioso premio Polk per il lavoro fatto per il Guardian mentre su The Intercept esce la nuova storia sulle infiltrazioni e falsificazioni del GCHQ. Ben Cardew per il Guardian si chiede se The Intercept stia invitando tutti a confrontarsi con un nuovo modello di mezzo di informazione. E Greenwald risponde alle ennesime provocazioni di Pando (sul coinvolgimento di Pierre Omidyar nello scenario politico ucraino), con un lungo pezzo su come misurare l’indipendenza del giornalismo anche quando a finanziarlo sono miliardari con interessi politici.

♫ “Helpless” (Neil Young) di KD Lang

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Scandali, intercettazioni, legge su Internet – la Turchia alle prese con i suoi fitti intrecci fra media, interessi economici e trasformazioni politiche. Il blog Econoscale disegna per noi tutto il panorama dei media turchi.

♫ “The Curse” di Agnes Obel

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Mentre i giornalisti di Al Jazeera arrestati in Egitto sono in carcere ormai da due mesi, vale la pena di segnalare la relazione di Human Rights Watch sulla repressione della stampa nel paese.

♫ “Snake Eyes” dei Milk Carton Kids

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Alaska XL #12 | the Great NSA Xmas Show

E’ stata una settimana impressionante per le storie che riguardano la sorveglianza dell’NSA, tanto che ho deciso di dedicare loro l’intera puntata di Buon Natale e Buon Anno da parte di Alaska. Qui sopra potete vedere il video natalizio che l’American Civil Liberties Union ha creato per fare proseliti contro la National Security Agency. Ma andiamo con ordine.

aggiornamento del 29 dicembre: questa puntata potrete riascoltarla alle 12.40 di lunedì 30 dicembre. Anche se non li troverete nei podcast, in fondo al post trovate gli aggiornamenti (non pochi) della settimana fra il 23 e il 30 dicembre.

Il 13 dicembre esce anche in traduzione italiana, sull’Espresso online, la lettera firmata da varie persone che possono a buon titolo dirsi fonti e whistleblowers. Anche Juan Cole scrive una lettera, a Obama, per dirgli che nessun dissenso è possibile se tutti sono sorvegliati. Spunta qualche anticipazione sui risultati della commissione di studio dell’NSA formata da Obama ad agosto: i risultati potrebbero non essere scontati. Si discute di chi sarà il personaggio dell’anno secondo i lettori di Time, e fra i concorrenti c’è sicuramente il whistleblower Edward Snowden – il blog del Time dedicato al POY (Person of the Year) pubblica un piccolo racconto della cerimonia di consegna di un premio a Snowden in Russia. Dopo qualche allusione nella trasmissione televisiva americana 60 Minutes, sembra che dentro l’NSA siano divisi fra chi pensa che sia giusto garantire a Snowden l’amnistia, e chi lo vorrebbe ancora in carcere o impiccato. Intanto un membro civile dell’NSA, Inglis, decide di anticipare il momento di andare in pensione – lo racconta Foreign Policy. Ora del 16 dicembre, si sta discutendo di un’altra lettera, quella che Snowden ha inviato a un giornale brasiliano, che fa scrivere ad alcuni che fra le righe vi si potrebbe cogliere una reiterata richiesta di asilo al Brasile (il paese dove vive Glenn Greenwald) in cambio di informazioni. Greenwald smentisce che Snowden intendesse rinnovare la sua richiesta di asilo. Intanto Obama tiene un incontro con alcuni dei vertici delle grandi aziende tecnologiche americane, che stanno facendo lobbying al Congresso per riformare l’NSA.

♫ “The NSA is comin’ to town”

Ecco la prima parte di oggi:

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Lo stesso giorno, il giudice federale Richard Leon pubblica il primo parere a fronte di una delle molte cause intentate contro l’NSA per incostituzionalità (qui l’originale della sentenza, annotato da Spencer Ackerman per il Guardian).  E’ il primo verdetto contrario all’NSA dopo molti verdetti favorevoli negli anni a porte chiuse. E il giudice dà ragione al querelante: il sistema di sorveglianza dell’NSA è incostituzionale. Qui il resoconto del Washington Post, qui quello del Guardian,  qui Fabio Chiusi,  qui il senatore Wyden, qui NPR, qui la CNN,  qui il Washington Post, qui il Guardian, qui The New Republic. Il New Yorker pubblica un parere sulla possibilità di amnistia per Snowden. Il verdetto del giudice Leon sarà soltanto il primo di molti, ricorda l’AP, e la causa più vistosa contro l’NSA è quella intentata dall’American Civil Liberties Union (quella che il generale Alexander sosteneva al Congresso avesse libero accesso al monitoraggio dell’NSA). Qui la reazione dell’American Civil Liberties Union al verdetto del giudice Leon: “Edward Snowden è un patriota”.

Il 18 dicembre sembra una giornata tranquilla, fatta eccezione per l’apparizione di Glenn Greenwald in videoconferenza al Parlamento Europeo, dove risponde alle domande dei membri della Commissione sulle Libertà Civili (qui trovate una breve sintesi dello streaming integrale), rispiegando daccapo il metodo usato per lavorare sui file di Snowden, perché lui stesso non può viaggiare in Europa o rientrare negli Stati Uniti, come usciranno ancora delle storie sulla sorveglianza paese per paese, e come l’NSA e in Europa il GCHQ britannico siano di gran lunga le agenzie di sorveglianza più pericolose e potenti.  Nel primo pomeriggio americano viene annunciato che alle 4 verrà pubblicata (in anticipo rispetto alle previsioni, probabilmente a causa del verdetto del giudice Leon) la prima parte della relazione della piccola commissione di studio sull’ANSA istituita da Obama. Qualche giornale sembra avere già ricevuto una copia della relazione, sebbene sotto embargo fino alle 4, ma non il Guardian. Qui l’anticipazione del Washington Post, qui quella del New York Times. Dalle anticipazioni sembra di capire che il rapporto non sia affatto tenero con l’NSA. Il rapporto viene diramato alle 4 in punto: sono più di 300 pagine, con 46 raccomandazioni di riforma, più o meno condivisibili. Qui il testo integrale dal sito della Casa Bianca. Qui il parere a caldo di Politico. Intanto il Guardian americano ha pronto un liveblog che fornisce anche il contesto e le storie laterali di questi giorni che stanno intorno all’uscita anticipata della relazione. Fra le loro notizie a caldo, la reazione (negativa) di tre grandi compagnie telefoniche americane a una delle raccomandazioni, che a conservare i metadati degli utenti a tempo illimitato siano le compagnie stesse. Di fatto, la relazione conferma che tutte le rivelazioni nate dai file di Snowden sono vere, e anche se non lo nomina mai direttamente, sembra dargli ragione. Qui la trascrizione della discussione su Democracy Now!. Su alcuni punti particolarmente controversi, i difensori dei diritti civili sono molto critici: qui il parere della Electronic Frontier Foundation. Qui la New York Review of Books. Per Marcia Wheeler del Guardian, alcune questioni legali non sono chiare, e l’esistenza della commissione mira a lavare la coscienza dell’amministrazione Obama.  Reazioni anche dai Repubblicani, a cominciare dal padre del Patriot Act Sensenbrenner, fin dall’inizio contrarissimo ai sistemi dell’NSA. Intanto, in Inghilterra, Cameron è l’unico a non fare una piega – la relazione della commissione della Casa Bianca sull’NSA secondo lui non cambia nulla.

♫ “White Christmas” di Frank Sinatra

Ecco la seconda parte di oggi:

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Intanto, Pierre Omidyar ha pronto qualche annuncio sul nome e la struttura – molto interessante – della nuova impresa di informazione che ha affidato a Glenn Greenwald, tra profit e non-profit. Qui il comunicato dal blog temporaneo del gruppo, qui qualche dettaglio in più da Jay Rosen (già consulente del Guardian e ora anche consulente della nuova First Look Media), qui un’analisi di GigaOm. Qui un’accurata spiegazione di The Atlantic.

E qui vale la pena di recuperare uno scritto di Glenn Greenwald che era uscito all’inizio del mese, in risposta ad alcune polemiche innescate da Pando Daily, che lo accusava di aver “venduto” a Omidyar i file di Snowden. Al di là della polemica, le sue 15 pagine sono un ottimo promemoria delle questioni cruciali che riguardano il metodo di divulgazione dei file di Snowden, un nuovo modello di giornalismo con la stessa etica di quello tradizionale, e la risposta più articolata ai tifosi, invece, della divulgazione libera dei file (vedi polemica con Wikileaks delle settimane precedenti).  E mai come oggi è utile leggere la guru del giornalismo digitale, Emily Bell (già direttrice del Guardian online), che ricorda l’importanza di una rete sana di testate che collaborino fra di loro e proseguano le storie cominciate da altri.

♫ “Have yourself a merry little Christmas” di Cat Power

Ecco la terza parte di oggi:

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Le rivelazioni dai file di Snowden intanto non si fermano: qui il New York Times, e qui il Guardian, su come Dragnet spii agenzie di aiuti internazionali e vertici delle aziende.  E le Nazioni Unite votano per la tutela della privacy contro la sorveglianza indiscriminata.  Lo scrittore Dave Eggers scrive un appello ai suoi colleghi perché prendano posizione contro l’NSA.

Ma non siete curiosi di sapere da chi sia composto il piccolo gruppo di “saggi” che ha prodotto le 300 pagine di relazione sull’NSA? Ce lo racconta il Daily Beast, mentre la NBC intervista uno dei membri, che racconta la sua incredulità quando ha capito l’ampiezza e il metodo della sorveglianza nel suo paese.

♫ “Winter Wonderland” di Elvis Presley

Ecco la quarta parte di oggi:

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Aggiornamento del 27 dicembre: la Reuters rivela che l’agenzia di sicurezza RSA avrebbe letteralmente venduto all’NSA per 10 milioni di dollari una backdoor per aggirare il suo sistema cifrato di protezione dei dati. L’agenzia nega, anche se non smentisce di aver ricevuto il denaro. Per il giorno di Natale, dopo il tradizionale discorso della regina, Channel 4 ha la consuetudine di trasmettere un discorso di Natale “alternativo”. Quest’anno l’ha chiesto a Edward Snowden, e il video è stato girato a Mosca da Laura Poitras. Qui il video (che YouTube ha bloccato), qui la trascrizione. Intanto Alessandra Neve ha tradotto per noi il post di Glenn Greenwald su giornalismo, denaro e metodo di divulgazione dei file.

Aggiornamento del 29 dicembre: il 28 dicembre una nuova sentenza federale rovescia l’orientamento del giudice Leon, e respinge la causa presentata dall’ACLU – le pratiche dell’NSA vengono dichiarate legali. Qui trovate il testo integrale della sentenza, postato dal Guardian. Qui trovate la reazione ufficiale dell’ACLU, che ricorrerà in appello. Qui Fabio Chiusi ha analizzato il testo della sentenza con l’ausilio di alcuni giuristi. Intanto Glenn Greenwald teneva il suo keynote speech alla conferenza degli hacker 30c3 in Germania: due sale piene per un totale di quasi 6000 spettatori, a cui Greenwald ha parlato in diretta video da Rio, visibilmente commosso, scegliendo di ri-raccontare la storia del lavoro suo e di Laura Poitras secondo la chiave dell’ottimismo. Qui trovate il video integrale. Sulla sua scelta di esaltare in modo trasparente un lavoro giornalistico “di parte” e “avversario del potere”, die Zeit rilancia la discussione. Steffen Konrath ha raccolto qualche reazione (via Arianna Ciccone/Journalism Fest).

Alaska XL #6 | è per il vostro bene

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(gli occhiali della protesta di CodePink alle spalle del generale Alexander)

E’ stata una settimana importante per le vicende legate alle rivelazioni sulla sorveglianza dell’NSA. Nella terza parte trovate una ricognizione delle tappe più importanti, ma cominciamo da un contributo importante alla discussione. Il 21 ottobre è uscito un lungo pezzo del direttore del Guardian Alan Rusbridger per la New York Review of Books intitolato “le rivelazioni di Snowden e il pubblico”. Alessandra Neve ne ha fatto una traduzione integrale per noi.

♫ “Nostro anche se ci fa male” degli Afterhours

Ecco la prima parte di oggi:

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Seconda parte della lettura della traduzione di Alessandra Neve di “Le rivelazioni di Snowden e il pubblico” di Alan Rusbridger (New York Review of Books)

♫ “Postcards from Italy” di Beirut

Ecco la seconda parte di oggi:

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Il 22 ottobre, fra le molte richieste politiche di trasparenza e di riforma del raggio e dei metodi della sorveglianza NSA, è uscita anche una lettera di Human Rights Watch che potete leggere qui.

Il 28 ottobre Sarah Marshall ha raccontato il metodo con cui  ProPublica, il Guardian e il New York Times hanno impostato la collaborazione sullo studio dei file di Snowden.  Intanto il Guardian cominciava a lanciare il suo progetto interattivo sugli “NSA Files decoded” con un’anticipazione: su Facebook ci vogliono solo tre gradi di separazione da un sospetto per essere soggetti a un’investigazione dell’NSA senza mandato.  Lo stesso giorno, Cameron non faceva mistero delle sue intenzioni nei confronti dei giornali che si occupano dell’NSA.  Il blog del New Yorker postava un pezzo su Obama e la domanda “chi sorveglia i sorveglianti?”.  Ma il pezzo più interessante del 28 ottobre è probabilmente la conversazione scritta fra Greenwald e Keller sulle differenze fra giornalismo “old school” e attivismo-giornalismo investigativo, uno scambio di vedute commentato qui da Matthew Ingram. Qui Margaret Sullivan del NYT con un giro di opinioni sul rapporto fra rivelazioni di Snowden e libertà di stampa.  Qui Vice su come il Department of Homeland Security abbia sequestrato i materiali della giornalista Audrey Hudson senza nemmeno l’ombra di un mandato.

Intanto veniva lanciato il sito per raccogliere fondi per la difesa legale di Snowden, e Pierre Omidyar annunciava nuovi acquisti per la futura testata online che ha affidato a Greenwald. Qui la Columbia Journalism Review,  qui Jeremy Scahill (autore di Dirty Wars) che parla della nuova testata di Omidyar alla quale parteciperà anche lui, e qui l’annuncio dell’arrivo dei reporter investigativi Dan Froomkin e  Liliana Segura.

Il 29 ottobre è uscito questo editoriale del New York Times,  mentre si svolgeva l’audizione del generale Alexander e del direttore Clapper davanti alla commissione sull’intelligence del congresso americano. I dirigenti dell’NSA hanno anche rigettato le accuse di spionaggio nei confronti dei leader europei, dicendo che sono proprio i servizi europei a farsene carico. Qui potete rivedere l’integrale video dell’audizione (abbastanza inquietante, sia le domande che le risposte), sennò qui trovate un riassunto del Guardian.

il 30 ottobre spunta un altro frammento del puzzle, l’utilizzo dell’11 settembre per accattivarsi simpatie per la sorveglianza anti-terrorismo. Il 31 ottobre Greenwald nel suo blog per il Guardian prende commiato, mentre Google e Yahoo scoprono che non c’è nemmeno bisogno della loro già ligia collaborazione per far accedere l’NSA ai dati dei loro utenti, perché l’NSA se li prende direttamente dalle fibre ottiche, come conferma anche il Washington Post. Qui lo schemino degli impiegati dell’NSA che felicemente segnala dove si incrociano i metadati di Google. E il 1° novembre salta fuori che i paesi europei fanno a gara a chi è più bravo a contribuire alla sorveglianza dell’NSA, salvo l’Italia per l’incapacità dei suoi enti preposti a mettersi d’accordo fra di loro. Qui Atlantic Wire il 3 novembre  sulla raccolta di dati di geolocalizzazione senza bisogno di un mandato.

Dopo l’apparente proposta della Germania a Snowden perché testimoni nella loro inchiesta sull’operato dell’NSA, lo stesso Snowden ha indirizzato una lettera al parlamento tedesco attraverso il deputato dei Verdi Hans-Christian Ströbele, messaggio che in realtà è diretto alle autorità americane, qui il testo in inglese. Der Spiegel ha dedicato l’ultimo numero alla vicenda NSA con una copertina dedicata all’urgenza di offrire asilo a Edward Snowden.

E infine, sabato scorso il Guardian ha pubblicato i lungamente annunciati “NSA Files decoded”, un luogo interattivo (con una grafica straordinaria nel solco di Snowfall) che vuole spiegare la relazione fra le rivelazioni di Snowden sul funzionamento dell’NSA e le ricadute per gli utenti.

Il 24 ottobre Glenn Greenwald, invitato ai Frontline Club Awards di Londra, non potendo partecipare di persona per ragioni di sicurezza, ha inviato un videomessaggioAlessandra Neve ha preparato per noi la trascrizione del messaggio e la sua traduzione in italiano.

♫ “Heaven” dei Milk Carton Kids

Ecco la terza parte di oggi:

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Andiamo al Cairo, dove fra l’altro oggi è cominciato il processo al presidente deposto Morsi. Mercoledì scorso al Cairo il comico Bassem Youssef ha regolarmente registrato la seconda puntata del suo show satirico ElBernameg per la CBC, che la settimana scorsa si era dissociata dai contenuti della prima puntata. Come vi raccontavo la settimana scorsa, il primo episodio, benché attentissimo a criticare il regime militare solo indirettamente, aveva ridestato le speranze della “terza piazza” su una riapertura del discorso pubblico nella polarizzazione di questi mesi, ma anche provocato quattro denunce private a cui il Procuratore generale egiziano dovrà dare seguito, mentre il generale Sisi, interpellato, faceva mostra di grande magnanimità difendendo, almeno sulla carta, la libertà di espressione. A sorpresa, mentre il comico si trovava negli Emirati Arabi, alle 22 di venerdì sera, ora della messa in onda dell’episodio, un conduttore della CBC annunciava in tempo reale che lo show non sarebbe andato in onda, sospeso indefinitamente. Nonostante gli spaventosi segnali di intimidazione nei confronti di stampa e tv negli ultimi mesi, soltanto questo evento ha creato una vera e propria sollevazione d’opinione, grazie all’immensa popolarità di Bassem Youssef. Chi era presente alle registrazioni del programma afferma che Youssef non avesse sketch particolarmente mirati sull’esercito ma fosse invece durissimo con la rete televisiva, che non lo aveva sostenuto dopo la prima puntata. Questo fa pensare a un braccio di ferro tra il comico e la CBC, particolarmente timorosa e forse autocensurata senza neppure bisogno di un intervento dall’alto. La rete ha comunicato le ragioni della sospensione del programma (16 milioni di telespettatori, 3 milioni di visualizzazioni su YouTube per ogni episodio, e un’enorme raccolta pubblicitaria) in modo confuso e contraddittorio, citando “infrazioni del contratto” e “disparità di vedute” con il comico. Diversi conduttori della CBC hanno pubblicato un comunicato di solidarietà con Bassem Youssef, mentre il team del comico ha risposto sabato alla notizia della sospensione con un comunicato (per ora solo in arabo) molto equilibrato che smentisce tutte le adduzioni della rete sulle condizioni del contratto.

Intanto nello scenario dell’informazione egiziana, pesantemente intimidita e censurata mentre alcuni canali tv abbracciavano la propaganda di stato, svolge quietamente ma ostinatamente il suo lavoro Mada Masr, quotidiano online nato dalle ceneri dell’Egypt Independent e voce della “terza piazza”. La nostra Laura Cappon è andata a visitare la loro redazione, e si è fatta raccontare il lavoro del giornale e il clima politico dalla giornalista Lina Attalah.

Ieri è arrivata la notizia del trasferimento al carcere di San Pietroburgo dei 28 attivisti di Greenpeace, un regista e un fotografo (detti “Arctic 30“) detenuti a Murmansk prima con l’accusa di “pirateria” (che poteva costare loro fino a 15 anni di carcere) e ora, dopo il 23 ottobre, di “vandalismo” (fino a 7 anni). Sul sito di Greenpeace trovate le fotografie delle loro celle a Murmansk. I 30 erano stati arrestati a metà settembre dalla guardia costiera russa che aveva scortato in porto l’imbarcazione Arctic Sunrise con la quale Greenpeace svolge le sue azioni di protesta contro la piattaforma petrolifera offshore Prirazlomnaya del gigante russo dell’energia Gazprom. Una delle detenute, Alexandra Harris (britannica che abita in Australia) ha scritto una lettera alla sua famiglia in cui racconta la sua prigionia, vi propongo la traduzione nel podcast qui sotto.

In chiusura, due notizie brevi: il Festival del Giornalismo ha lanciato la sua campagna di crowdfunding, si svolgerà a Perugia dal 30 aprile 2014 e potete contribuire qui.

E dopo l’annuncio della FAA di qualche settimana fa, sui voli negli Stati Uniti è stato eliminato il divieto di utilizzare palmari e tablet anche nelle fasi di decollo e atterraggio.

♫ “The Curse” di Agnes Obel

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #5 | l’ultima grande balena americana

yeswescan washington 26 ott 13

(uno degli striscioni della manifestazione di sabato scorso a Washington contro lo spionaggio indiscriminato dell’NSA)

Le musiche di oggi sono tutte di Lou Reed.

Nella settimana appena trascorsa tante novità. Le donne saudite, per quanto ostacolate in tutti i modi, sono tornate al volante il 26 ottobre per una prima ripresa della loro campagna Women2drive. Qui potete vedere il video che l’artista satirico saudita Hisham Fageeh ha dedicato loro, una deliziosa parodia di No Woman No Cry di Bob Marley. Le rivelazioni dai files di Snowden stanno movimentando la scena diplomatica internazionale (il seguito sulla Germania, quelle nuove su Francia e Spagna, la coda italiana), e sabato a Washington, mentre circolava questo video, e mentre il sito ufficiale della NSA era “tango down”, si è svolta una piccola manifestazione di protesta alla quale è stato letto un messaggio di Edward Snowden che trovate qui. Qui un parere negativo di Slate sulla manifestazione. A due giorni di distanza uno dall’altro, Foreign Policy e il New York Times hanno pubblicato ciascuno un’opinione che risponde a coloro che sostengono che “sapevamo tutti benissimo di essere spiati”, e che “tutti spiano”. Oggi ve le traduco.

♫ “Last great American whale” di Lou Reed

Ecco la prima parte di oggi:

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Tornare a ridere

In Egitto è tornato in onda per la prima volta dopo il colpo di stato del 3 luglio il grande comico satirico Bassem Youssef (il “Jon Stewart egiziano”) che conta mediamente più di sedici milioni di spettatori e raccoglie per CBC diciotto minuti filati di pubblicità soltanto in apertura del programma. Non solo è stata la prima volta che gli egiziani hanno ritrovato qualcosa per cui riuscire a ridere, ma tutti erano in attesa di vedere come se la sarebbe cavata Youssef con la satira nei confronti dell’esercito e dell’intoccabile generale Sisi. Youssef, che aveva abituato alla sua presa in giro corrosiva del governo dei Fratelli Musulmani, aveva rilasciato qualche dichiarazione di dubbio gusto nei giorni del massacro di Rabaa e si era preso alcuni mesi di pausa. Lo show dell’altra sera era costruito in crescendo, con una zampata finale: dopo una lunga presa in giro della mania popolare per il generale Sisi, Bassem Youssef è arrivato al generale stesso, e ha concluso con alcuni minuti serissimi in cui ha affermato che “non possiamo sostituire il fascismo religioso con il fascismo nazionalista, con la scusa della lotta al ‘terrorismo’”. La “spinta” dello show sembrava calibrata per riuscire a restare in onda almeno per un’altra puntata, testando le acque della censura. Per alcuni, l’irruenza e la precisione del suo messaggio hanno di fatto riaperto e legittimato con l’illuminazione dei paradossi attuali della società egiziana la strada per il dibattito politico e per il messaggio della “terza piazza” (né con i Fratelli Musulmani né con l’esercito) dopo tanti mesi di rigida polarizzazione del discorso. Meno di ventiquattro ore dopo il suo show, erano già partite due denunce nei suoi confronti, che poi sono diventate quattro – tutte private, ma che costringono il procuratore generale a prenderle in esame. Inoltre, a prendere le distanze da Youssef è stato anche il canale tv che trasmette il suo programma. Vi racconto tutto grazie a Mada Masr (Egitto), Zeinobia (Egitto, con il link alla puntata su YouTube), Buzzfeed (Usa) e il Telegraph (Inghilterra).

♫ “Walk on the wild side” di Lou Reed

Ecco la seconda parte di oggi:

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Di precise parole si vive

Questa terza porte la voglio dedicare a due scrittori: la canadese Alice Munro, che due settimane fa, a 82 anni, ha vinto il premio Nobel per la Letteratura nel giubilo della rete, e l’americano Dave Eggers, che ha pubblicato il suo nuovo romanzo, The Circle, ambientato in una sorta di metafora di Silicon Valley e del mondo del web. Moltissimi gli omaggi ad Alice Munro dai colleghi e dalle sezioni culturali dei media. Qui la stessa Munro, svegliata con la notizia dalla Cbc, e sorpresissima dal fatto di essere solo la tredicesima donna su 110 Nobel per la letteratura finora assegnati. Qui il Los Angeles Times sulla “riapertura” da parte del New Yorker di uno dei racconti di Munro pubblicati dalla rivista nel corso degli anni,  e ora ripubblicato anche sul cartaceo per l’occasione: The bear came over the mountain. Qui lo stesso New Yorker con una raccolta di commenti a caldo dopo il Nobel da Margaret Atwood (amica e connazionale di Munro), Julian Barnes, Sheila Heti, Jhumpa Lahiri, Joyce Carol Oates e altri. Qui il Globe & Mail su come “la canadese tranquilla” ha conquistato il mondo. Qui Susanna Basso, traduttrice italiana di Alice Munro, sulla rivista Tradurre.

Intanto tiepida, invece, la reazione all’ultimo romanzo di Dave Eggers, The Circle, un tantino reazionario secondo chi vive parecchio nella rete – forse a dimostrazione, più che altro, che Eggers è ancora fortissimo nella non-fiction (oltre che nei suoi bellissimi progetti filantropici) ma debole nella fiction. Qui l’opinione di Maria Bustillos per Medium (che intanto sabato scorso ha annunciato di essere uscito dalla sua versione beta, pronto a pubblicare materiali di tutti), e qui quella di Serena Danna sul suo blog per il Corriere.

♫ “Perfect day” di Lou Reed

Ecco la terza parte di oggi:

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Cosa vuole Pierre

Infine, mentre sembra che perfino le testate digitali siano molto intimorite dall’annuncio della nascita della nuova impresa di Pierre Omidyar di eBay nel campo dell’informazione, dopo il primo annuncio (che riguardava più che altro la partenza di Glenn Greenwald dal Guardian) Omidyar ha raccontato qualche dettaglio in più. Qui l’Economist (benevolo) su come a Omidyar piace spendere i suoi soldi per beneficenza (ha creato un modello alternativo a quello dei magnati americani dell’ultimo secolo), qui Jim Romenesko che riprende l’intervista a Omidyar di NPR, di cui trovate audio e trascrizione qui.

♫ “Satellite of love” di Lou Reed

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #1 | battaglie

Ben ritrovati, nel nuovo palinsesto di Radio Popolare Alaska riprende con un nuovo formato di quasi due ore, “extralarge” e settimanale ogni lunedì dalle 12.40 alle 14.30, in replica in formato “medium” il lunedì sera alle 21.30. Per rendervi più comoda la fruizione degli argomenti della puntata, i podcast saranno quattro, uno per ogni sezione del programma. Avremo più tempo per esplorare i contributi della rete scelti di volta in volta, e la playlist delle musiche sarà sempre segnalata nel post settimanale.

 

(la fotografia scattata da Andy Carvin alla schermata di Fox News il 7 settembre, mentre infuriava la discussione sull’intervento in Siria dopo l’utilizzo di armi chimiche da parte del regime di Assad – la mappa, sulla quale si basavano le discussioni geopolitiche del giorno, è ovviamente tutta sbagliata)

Recap

Da quando ci siamo lasciati a fine giugno, i contributi importanti dalla rete e sulla rete sono stati moltissimi – alcuni riusciremo a esplorarli in questa prima puntata, altri ci accompagneranno ancora nelle prossime settimane insieme a notizie più fresche. Il soldato Bradley Manning, reo confesso di aver fornito materiali riservati di prim’ordine a Wikileaks, è stato condannato a decine di anni di prigione e ha annunciato che cambierà sesso, in Egitto alle proteste del 30 giugno è seguito un colpo di stato popolare con la collaborazione dell’esercito, più di mille morti nello sgombero dei sit-in dei Fratelli Musulmani, l’arresto dei loro leader, il congelamento dei loro beni e la messa fuorilegge del movimento, la legge marziale, decine di arresti di giornalisti e attivisti, la chiusura di Al Jazeera Egitto, l’attentato al Ministro degli Interni, una paranoia sulla “guerra al terrorismo” avallata dai media di stato e privati, un rafforzamento degli episodi violenti nel Sinai, e in sottofondo i lenti preparativi della Costituente che dovrà emendare la Costituzione prima di indire nuove elezioni. In Siria, a cavallo dei giorni del rientrato allarme sull’intervento americano, è stato liberato il giornalista italiano Domenico Quirico, che ha subito pubblicato un e-book che racconta la sua dura esperienza. Gli attivisti di Greenpeace della nave Arctic Sunrise, che si battono contro il passaggio del nuovo gasdotto nell’Artico, sono stati arrestati e processati dai russi. Sono partite le trasmissioni di Al Jazeera America, l’Huffington Post e altre testate, nell’impossibilità di riuscire a moderarli, hanno deciso di chiudere l’accesso ai commenti, Storify è stato acquistato il 10 settembre, Twitter ha annunciato di essere in attesa di essere quotato in borsa, il progetto futuribile di Reuters Next ha annunciato la chiusura, BlackBerry è stata venduta, e naturalmente Jeff Bezos di Amazon ha comprato il Washington Post. In Grecia il rapper Killah P è stato ucciso da militanti di Alba Dorata e i leader del partito sono stati arrestati, in Turchia dopo il ramadan sono riprese le manifestazioni di protesta. Apple non ha fatto in tempo ad annunciare il nuovo riconoscimento dell’utente iPhone su iOS7 con l’impronta digitale che qualcuno l’aveva già hackerato, l’eroina della battaglia contro gli anti-abortisti Wendy Davis ha annunciato che si candiderà a governatore del Texas, Twitter ha chiuso a ripetizione gli account degli Shabab che raccontavano da dentro il loro assedio al centro commerciale Westgate di Nairobi, le donne saudite hanno ripreso la loro campagna per il diritto a guidare l’automobile da sole, in Bahrain è stata approvata una legge che restringe ulteriormente in diritto di manifestazione, Lo scrittore Jonathan Franzen ha sollevato un polverone con un pezzo parecchio conservatore che è diventato virale, e infine, in Yemen è morto nel sonno, giovanissimo, uno degli attivisti più luminosi di tutta la primavera araba, Ibrahim Mothana. E naturalmente, continua la storia più enorme sulla raccolta dei dati da email e telefonate, la sorveglianza internazionale delle agenzie di sicurezza americane, e la guerra ai reporter che la stanno raccontando….

♫ Eddie Vedder e Neil Finn, “Throw your arms around me”

Ecco la prima parte di oggi:

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Il Quinto Stato

Molte novità sulla vicenda Snowden/NSA, a cominciare dal lungo fermo e interrogatorio all’aeroporto di Heathrow di David Miranda, compagno del giornalista Glenn Greenwald, alla distruzione dei computer da parte del governo alla sede del Guardian, alla concessione dell’asilo in Russia allo stesso Snowden, e ai frammenti del puzzle sulle politiche di sorveglianza dell’NSA – che arrivano a puntate dallo stesso Snowden, dalla nuova collaborazione del New York Times con il Guardian, e dalle udienze al Senato americano, dove le domande dei senatori informati sono più rivelatrici delle risposte che ricevono. Nelle prossime puntate vi proporrò alcune riflessioni circolate in rete sulla questione del criptaggio, intanto qui trovate la bellissima cronologia preparata dalla Electronic Frontier Foundation, che si era già fatta portatrice di molte interrogazioni al Congresso prima che arrivassero le rivelazioni di Snowden. Molti di voi durante l’estate hanno letto la traduzione che Alessandra Neve ci ha fatto del profilo di Laura Poitras, giornalista sorvegliata e sorvegliante, cruciale nella vicenda Snowden/Greenwald, e oggi ve la propongo in audio.

♫ Valerie June, “Working Woman Blues”

Ecco la seconda parte di oggi:

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Lo Stato Profondo

La rivoluzione in Egitto non è mai stata in crisi come adesso. Qualche giorno fa i rivoluzionari della cosiddetta Terza Piazza, che non si riconosce nei Fratelli Musulmani ma nemmeno nella loro repressione da parte dell’esercito, hanno dato vita a un nuovo movimento politico, Path for The Revolution, che si ripromette di creare un percorso alternativo rispetto alle forze islamiste e all’ubriacatura nazionalista nasseriana di queste settimane guidata dall’esercito. Moltissime le riflessioni sui blog e sui quotidiani in rete in queste settimane, al di là delle semplificazioni della stampa mainstream che ha già abbandonato di nuovo l’Egitto dopo la calma apparente seguita agli ultimi scontri alla moschea di Ramses. Ho scelto quelle – mozzafiato – di Paola Caridi, quella della scrittrice Ahdaf Soueif, e quella di suo figlio, il giovane regista Omar Robert Hamilton.

♫ Rodriguez, “Street Boy”

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Today in 1963

Chiudiamo la puntata di oggi con un’occhiata al progetto della radio pubblica NPR chiamato “Today in 1963″, che per tutto il 2013 segnerà gli eventi storici di cinquant’anni fa – il discorso di Martin Luther King a Washington (I have a dream), l’uccisione di JFK a Dallas a novembre – raccontandoli su Twitter come se stessero avvenendo in tempo reale. Un’operazione che richiede una straordinaria sceneggiatura per riprodurre fedelmente come in un livetweeting dichiarazioni, fotografie, momenti d’archivio, voci, episodi, orari esatti. Creato da CodeSwitch, il blog di NPR che si occupa di questioni etniche e razziali, lo racconta qui The Root

♫ Agnes Obel, “The curse” (dal nuovo album “Aventine”, che esce oggi)

Ecco la quarta parte di oggi:

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carezzare una fenice*

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(uno dei meme creati ieri in tempo reale dopo la frase di Snowden sulla Cina*)

Ieri il Guardian, attraverso una connessione indiretta (per sicurezza) al blog di Glenn Greenwald, ha “messo a disposizione” il discusso whistleblower 29enne Edward Snowden perché rispondesse alle domande di lettori e utenti. Le domande arrivavano anche via Twitter con l’hashtag #asksnowden e l’ex contractor della CIA, che nel linguaggio si è rivelato un vero geek, rispondeva per gruppi di concetti (anche se su alcune domande è stato evasivo). Il tutto sul lindo blog del Guardian in scorrimento aggiornato per la durata di due ore. In Italia, Tiziano Toniutti e Raffaella Menichini per Repubblica.it hanno tenuto un blog simultaneo in traduzione. Molte delle domande, per la verità arrivavano da giornalisti e commentatori di nome – prima quelle dei suoi referenti degli scoop (Greenwald e MacCaskill) per lanciare la conversazione e smistare le prime domande dei lettori, poi quelle dei colleghi. Oggi diamo uno sguardo d’insieme e un’occhiata alle risposte più interessanti.

(*il titolo viene dalla dichiarazione sul presunto favorire la Cina con le sue rivelazioni – “se avessi voluto vendere queste informazioni alla Cina, adesso sarei in un palazzo a carezzare una fenice”, ha detto Snowden. “Petting a phoenix” è diventato un meme e un trending topic di Twitter)

Ecco la puntata di oggi:

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metterci la faccia

Edward Snowden ha 29 anni, guadagnava 200mila dollari l’anno lavorando per le agenzie di sicurezza americane, oggi è un fuggiasco, ed è lui la fonte del continuo flusso di rivelazioni del Guardian (qui la sintesi molto bella di Mathew Ingram) sulla raccolta indiscriminata di dati sul traffico telefonico ed elettronico di cittadini americani e stranieri organizzata dal governo Usa con un’interpretazione indiscriminata delle leggi anti-terrorismo. Come sapete, si è rivelato lui stesso con una video-intervista in un hotel di Hong Kong (che intanto ha lasciato) concessa ai destinatari delle sue rivelazioni, Glenn Greenwald (autore degli scoop per il Guardian) e Laura Poitras (a sua volta autrice del co-scoop del Washington Post, qui il suo profilo su Salon). Siccome molti scrivono delle dichiarazioni che ha rilasciato ma non era disponibile finora una traduzione integrale in italiano, l’abbiamo creata in crowsourcing per voi grazie al lavoro stupendo per Alaska e Radio Popolare fatto da Raffaella Brignardello e Alessandra Neve, che ringrazio infinitamente.

Ecco la puntata di oggi:

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