Alaska XL #33 | Il futuro non è scritto

Molly Craballe tiger at Salam school Zeitouna

(graffiti di Molly Crabapple alla scuola Salam di Zeitouna, confine turco-siriano; dettaglio della tigre ispirata a un racconto di Zachariah Tamar)

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Benvenuti a quella che sarà non solo l’ultima puntata di Alaska per questa stagione, ma l’ultima almeno per i prossimi sei mesi. Infatti, come qualcuno di voi già sa, nel mio percorso personale a Radio Popolare, che dura con poche interruzioni da 25 anni, mi prenderò un periodo sabbatico. In ogni caso, come diceva Joe Strummer dal quale prendiamo in prestito il titolo di questa puntata, “il futuro non è scritto” – continuerete a trovare tutto l’archivio di Alaska qui sul blog insieme a eventuali aggiornamenti e traduzioni, e potremo sentirci sempre via Twitter. Oggi voglio dare uno sguardo ad alcuni aspetti sia inquietanti che incoraggianti di come rete e tecnologia si stanno modificando verso il futuro – sfide aperte, grandi risultati, e preoccupazioni.

J.M Berger di The Atlantic ha preso in mano la questione della propaganda attraverso Twitter dell’ISIS (il gruppo sunnita Islamic State of Syria and Iraq), con i dettagli della loro cronaca dell’ingresso a Mosul in Iraq. Questo utilizzo universale della piattaforma anche a fini di mera propaganda e in alcuni casi per gruppi politici violenti mette a dura prova le decisioni di Twitter, che fino a qualche mese fa era noto per essere la piattaforma pù rispettosa del principio della libertà di espressione – come racconta qui Mathew Ingram, che poi affronta la questione di cosa possa significare la fuga di dirigenti di Twitter di queste settimane – una confusione (visibile anche agli utenti) sull’identità stessa della piattaforma.

♫ “Nightswimming” dei REM

Ecco la prima parte di oggi:

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Gli hacker escono finalmente dal guscio? Dal 18 al 20 luglio al Pennsylvania Hotel di New York tornerà HOPE (acronimo di Hackers on Planet Earth), la conferenza degli hacker arrivata alla sua decima edizione, che quest’anno sarà dedicata ai “dissidenti” – con Daniel Ellsberg, Thomas Drake, Andrew Blake, Cristopher Soghoian, Gabriella Coleman, e la Electronic Frontier Foundation. Il tema della “dissidenza” informatica, riportato in luce da Snowden e Manning, sta anche “aprendo” da mesi il mondo piuttosto esclusivo degli hacker a una platea molto più vasta.

Alle radici della storia di Hope (di cui trovate tutto il programma qui), ci sono Emmanuel Goldstein (pseudonimo di orwelliana memoria che è il nome d’arte del pioniere dell’hacking Eric Gordon Corley), la rivista 2600, e il talk show radiofonico Off the hook, andato in onda regolarmente su WBAI dal 1988 al 2012 e condotto dallo stesso Emmanuel. La nostra Marina Catucci è andata a trovarlo e lo ha intervistato, insieme a Kyle e a Rob Vincent. Potete riascoltare l’intervista qui sotto nel podcast.

♫ “Gioia e rivoluzione” nella versione degli Afterhours

Ecco la seconda parte di oggi:

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E a proposito di dissidenti, sono proprio tutti uguali e nobili ed eroici? Sì, purché tu non ce li abbia in casa – lo sostiene su Vanity Fair, con molta preoccupazione, l’artista e attivista Molly Crabapple (che in questi giorni ha dipinto le pareti della scuola di Zeitouna, al confine tra Siria e Turchia, e frequentata da bimbi siriani fuggiti dalla guerra). Il suo scritto è anche un modo per ricordarci il caso americano di Cecily McMillan di Occupy Wall Street, condannata a tre mesi di carcere per essersi difesa dal maltrattamento di un poliziotto.

Intanto, nella saga infinita delle rivelazioni sulla sorveglianza dell’NSA, Der Spiegel ha stilato la guida definitiva (anche se in continuo aggiornamento) al coinvolgimento tedesco, con i chiarimenti tratti dai file di Snowden, l’approfondimento di alcuni aspetti chiave, e la cronologia di articoli in proposito dello stesso Spiegel. E qualche segnale positivo di contrasto c’è, dalla timida ma unitaria opposizione di Apple e Cisco al fianco di Microsoft nel rifiutare un mandato americano di consegna per alcune email straniere, al voto bipartisan dei deputati del Congresso che con 293 voti contro 123 hanno fatto passare l’emendamento Massie-Lofgren: qui l’effetto che dovrebbe avere sulla chiusura delle “backdoor” di cui l’NSA approfitta per le sue ricerche, e qui il parere della Electronic Frontier Foundation.

Grazie a tutti di cuore per l’attenzione che avete dimostrato per questa quinta stagione di Alaska e per i risultati straordinari del blog, e anche a tutte le persone che hanno collaborato al programma in questi mesi o che mi hanno sostenuto in questi anni in tanti modi belli e importanti – in ogni nota e parola di quello che ho fatto ci sono anche loro. Ci vediamo nel futuro.

♫ “Satellite of love” di Lou Reed

Ecco la terza parte di oggi:

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Alaska XL #30 | grey ladies

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(Ahmed Hassan)

“– WELL, IT’S NOT LIKE THE REVOLUTION ITSELF WAS EVER LEGAL. IT WAS ILLEGAL BUT WE DID IT ANYWAY.”

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Ben ritrovati ad Alaska, che da oggi subirà qualche lieve modifica (con la partenza alle 13 anziché 12.45, per lasciare spazio alla striscia quotidiana “A bola da vez” di Sara Milanese sulle città dei mondiali – i podcast diventeranno dunque 3 e non 4; poi il 26 maggio con la diretta e gli aggiornamenti sui risultati elettorali – ma intanto qui vi racconterò qui le elezioni in Egitto; e con la festività del 2 giugno) ma a parte questo andrà in onda regolarmente fino al 24 giugno compreso, con l’ultima puntata della stagione.

Oggi inevitabile riferirvi di cosa si è detto in rete della “cacciata” di Jill Abramson da direttrice esecutiva del New York Times, poche ore dopo la notizia delle dimissioni di Virginie Nougaryède da direttrice di Le Monde per forti contrasti con le redazioni, commentate qui dal Washington Post. Nelle stesse ore della notizia della “cacciata” di Abramson, è circolato il riservato punto interno sull’innovazione al New York Times, ora non più raggiungibile, ma commentato qui dal Nieman Lab.

Jill Abramson è stata sostituita in modo molto rapido da Dean Baquet, molto rispettato e primo afro-americano alla guida del giornale, ma la gestione pubblica della notizia dell’allontanamento della direttrice è stata gestita molto male dal giornale – lasciando spazio a voci sul fatto che il suo stipendio fosse più basso di quello del suo predecessore Bill Keller, o che sia stata “punita” per aver chiesto un aumento, o – peggio, che sia stata allontanata a causa della sua intenzione di creare un co-managing editor, ruolo che avrebbe proposto a Janine Gibson, già premio Pulitzer come direttrice del Guardian US e ora alla guida del Guardian online.

Così ha riportato la notizia lo stesso New York Times, ma il compito più difficile è toccato alla public editor Margaret Sullivan, che con un suo pezzo gradualmente aggiornato ha provato a verificare i fatti – trovandosi a dover anche rispondere alle accuse contenute nel post di Ken Auletta per il New Yorker che trovate qui.

Proprio Margaret Sullivan pochi giorni fa a Perugia aveva ricordato che il numero di donne nella redazione del New York Times era salito al 50% sotto la direzione di Jill Abramson. Slate fa un bel lavoro nel ricostruire chi sono e come Abramson le ha fatte sentire, e Emily Bell – scienziata del giornalismo e pioniera fra le donne ai vertici dei grandi giornali –  non le manda a dire.

♫ “Nostalgia” di Emily Barker (Wallander theme)

Ecco la prima parte di oggi:

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Qui diversi altri commenti: il New York Magazine, Politico qui e qui, The Nation (“Jill Abramson aveva ragione”, ma su alcune scelte che l’hanno vista in opposizione a Sultzberger), qui l’Observer sul fatto che Sultzberger non ami l’eccessiva visibilità personale dei suo dirigenti, qui New Republic che spera, visto il trattamento umiliante, che si scopra che Abramson rubava dalle casse del giornale.

Rachel Sklar ha messo insieme alcuni di questi link e alcuni tweet pubblicati nelle ore della notizia in questo Storify, e ha scritto un pezzo per Medium.

Qui una storia di retroscena di Capitalqui BuzzFeed, qui Vox, qui il Daily Beast.

E qui (da “dentro”) il parere su Medium di “NYT Fridge”…

♫ “Senza finestra” di Afterhours e Joan as Policewoman

Ecco la seconda parte di oggi:

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Manca una settimana alle elezioni presidenziali in Egitto, l’ex maresciallo Sisi – a parte tappezzare la città di manifesti, non ha accettato il confronto televisivo con il suo concorrente, Hamdeen Sabbahi, e intanto il processo farsa contro i giornalisti di Al Jazeera lascia tutto fermo, e il giovane Abdallah Elshamy, arrestato a Rabaa nove mesi fa e in sciopero della fame da 3, è stato nutrito forzatamente e trasferito in isolamento, e si è visto allungare ancora la detenzione senza accuse. Negli stessi giorni, dopo che i più importanti graffiti artist della rivoluzione hanno annunciato le loro azioni contro la campagna elettorale di el Sisi, lo straordinario artista contemporaneo Ganzeer (la nostra Laura Cappon lo aveva intervistato qui) è stato costretto a fuggire dal Cairo. Qui la notizia di al Ahram, qui la sua spiegazione diretta.

♫ “Amsterdam” di Daughter

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Alaska XL #29 | il giardino dei dubbi

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(Brown Moses che si prepara a salire sul palco del Teatro la Sapienza di Perugia)

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Come promesso, voglio dedicare la puntata di oggi ad alcuni dei filoni fra i tanti interessanti che sono stati affrontati qualche giorno fa alla settima edizione del Festival del Giornalismo di Perugia. Impossibile com’è pretendere di descriverli e riassumerli tutti, cercherò di dare spazio ad alcuni dei temi fra quelli che ho seguito direttamente e quelli che invece, come fanno in molti, ho recuperato online al mio ritorno – sotto forma di articoli scritti dai collaboratori stessi del festival o di video integrali dei panel.

Cominciamo da una relazione precedente all’inizio del festival. Si trattava, come sapete, della prima edizione al cui finanziamento ha contribuito una raccolta di fondi in crowdfunding. Qui un’analisi dei numeri e di come vari nuclei sui social media hanno contribuito a muoverli.

♫ “Tennessee” di Johnny Cash

Ecco la prima parte di oggi:

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Come vi avevo raccontato qui qualche settimana fa, è vivo il dibattito su come il cosiddetto “giornalismo esplicativo” stia fiorendo nelle start-up che fanno concorrenza alle grandi testate, ma anche su come questo sembri in mano agli uomini, particolarmente quando si tratta di “brand” personali. Purtroppo Emily Bell, la più accesa nemica di quello che lei chiama “mansplanatory journalism”, ha dovuto rinunciare ad essere presente all’ultimo momento, ma vi propongo la riflessione di Vincenzo Marino di metà marzo e il video del panel “Where are the women?”.

Fra i protagonisti dell’edizione di quest’anno, Felix Salmon (appena passato dalla Reuters all’online del canale tv Fusion), qui intervistato da Giulia Saudelli, e Brown Moses (Eliott Higgins), il giovane blogger inglese che indaga sulle armi impiegate in Siria (che ho intervistato qui insieme a Matthew Ingram di GigaOM, che ha poi scritto un pezzo per raccontare l’incontro).

♫ “One day” di Sven Dorau

Ecco la seconda parte di oggi:

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I temi su cui il festival è tornato dopo averci in realtà lavorato tutto l’anno sono la Siria, l’Ucraina, il giornalismo nei paesi africani, il linguaggio d’odio e il cosiddetto cyberbullismo, un FOIA per l’Italia, il precariato, le misurazioni del numero di utenti, le storie di lungo formato (qui il video del panel a cui ho avuto il piacere di partecipare), la libertà di stampa e i pericoli che corrono i reporter, in particolare quelli che si occupano di esteri. Irene Macaione sintetizza il panel sul giornalismo basato sui dati in ambienti ostili, con Mario Tedeschini e Alessandro Cappai di Ona, e Angelica Peralta Ramos del quotidiano argentino La Nacion, e Giannina Segnini, del gruppo di giornalismo investigativo de La Nacion di San Josè. Qui l’intervista con Raju Narisetti, vicedirettore strategico della News Corp di Murdoch, su come si lavora su “temi ardui”; Andrea Iannuzzi ha scritto un ragionamento su quello che si è sentito al festival sul tema della misurazione degli utenti; Fabio Chiusi sintetizza il panel sulla mappatura di trasparenza e censura. Irene Macaione riassume i punti più importanti del panel dedicato al fact-checking (in Italia, questo sconosciuto, ma è sempre meno così), e Ciro Pellegrino ha moderato un incontro molto animato sulle condizioni di lavoro dei giornalisti precari.

♫ “These boots are made for walking” di Nancy Sinatra

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Fra i keynote speech, qui quello di Margaret Sullivan, public editor del New York Times, intervistata da Raffaella Menichini, qui quello di Wolfgang Blau, direttore delle strategie digitali del Guardian, che, come riassume Sofia Lotto Persio, si è interrogato sull’utilità e probabilità di una testata di stampa pan-europea.

Altro tema molto discusso, quello dell’utilizzo da parte delle testate di stampa del cosiddetto UGC (user generated content), il contenuto generato dagli utenti soprattutto nei momenti di grosse “breaking news” (come uragani, esplosioni, emergenze). Molto ancora da mettere a punto, perché le realtà legali e culturali paese per paese sono molto diverse, ma Claire Wardle sta scrivendo una lunga relazione per il Tow Center che corre parallela al lavoro che sta facendo Fergus Bell dell’Associare Press: la preparazione in crowdsourcing per la Online News Association di una sorta di codice etico universale sull’utilizzo dei materiali degli utenti. Qui il panel con loro che ho moderato, qui il riassunto di Sofia Lotto Persio sull’altro incontro con Fergus Bell e Claire Wardle, e qui Adeola Oribake intervista Craig Silverman del Poynter Institute sul futuro “manuale”.

Infine, tema caldissimo, naturalmente, quello delle conseguenze sul lavoro giornalistico dell’affare Snowden, al quale sono stati dedicati diversi incontri. Qui una sintesi del panel su ciò che i reporter hanno imparato dal “modello Wikileaks”, qui Rozina Sabur che racconta l’incontro sull’era post-Snowden, mentre qui sempre lei intervista uno dei panelist, il giornalista del Guardian James Ball.

♫ “Dove si va da qui” degli Afterhours

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #27 | non neutrali

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(Simon Ostrovski di Vice pochi minuti dopo la sua liberazione giovedì, fotografato dai colleghi che lo portavano in macchina a Donetsk).

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Non ci sentiamo in onda da due settimane, quindi ben ritrovati ad Alaska – e molte cose sono accadute nel frattempo, dalla pericolosa situazione in Ucraina alle rivelazioni che confermano il ruolo del movimento Tamarrod nell’ascesa dell’ex generale Sisi alla candidatura alle presidenziali egiziane, dalla morte dello scrittore Gabriel Garcia Marquez al premio Pulitzer per il “servizio pubblico” conferito congiuntamente alle redazioni del Guardian e del Washington Post per il lavoro svolto sull’NSA e i file di Snowden – e molto altro. Oggi voglio proporvi alcuni filoni che si intrecciano fra loro, mentre lunedì prossimo potremo vedere insieme quali saranno state le cose più interessanti emerse dal Festival del Giornalismo di Perugia, che comincia il 30 aprile.

Simon Ovstroski, uno dei reporter che seguiamo più assiduamente su Twitter e su Vice sulla crisi ucraina, ha passato una brutta avventura – sequestrato lunedì scorso, minacciato e poi liberato giovedì da uomini armati a Sloviansk, nell’est dell’Ucraina. Simon ha scritto per Vice un breve resoconto di quello che gli è accaduto. Intanto Robert Myles per All Voices racconta che il cerchio russo su Internet si sta stringendo.

♫ “Senza finestra” di Afterhours e Joan as Policewoman

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Uno schiaffo in faccia a detrattori e accusatori – il Pulitzer ha premiato congiuntamente Guardian e Washington Post per il “servizio pubblico” reso sui file di Snowden. Si tratta della prima volta che del premio americano viene insignita la “filiale” americana di un quotidiano straniero, anche se restano fuori dal premio altri attori fondamentali della vicenda, come Pro Publica. Roy Greenslade sul suo blog per il Guardian sottolinea la mancanza di reazioni in Inghilterra, dove il Guardian affronta ancora molte difficoltà legali; qui Jay Rosen sul suo PressThink a proposito degli “esclusi”; qui lo stesso Edward Snowden appena saputo la notizia del Pulitzer, che conferma la testarda convinzione di aver fatto bene ad affidare i file grezzi ai giornalisti che li hanno poi elaborati.

Lo stesso Snowden, che ancora per qualche tempo ha rifugio in Russia sebbene abbia fatto numerosi appelli per trovare un altro paese disposto a ospitarlo, è spuntato nel “domanda e risposta” ufficiale di Putin qualche giorno più tardi – gli ha chiesto se la Russia sia o meno coinvolta nello spionaggio elettronico, cosa che naturalmente Putin ha negato. Accusato di aver offerto su un piatto d’argento a Putin l’occasione di lavarsi le mani del coinvolgimento russo nelle vicende della sorveglianza elettronica, Snowden spiega invece qui le sue ragioni.

♫ “Heart is a drum” di Beck

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Intanto la Commissione Federale americana per le Comunicazioni ha annunciato che sta elaborando nuove normative sulla regolazione di Internet, in particolare sulle “autostrade privilegiate” per le aziende che pagano di più. Questa viene vista da più parti come una gravissima infrazione della “neutralità della rete“, ma la vicenda è assai più complessa: The Atlantic (Alexis Madrigal e Adrienne LaFrance) ha fatto un bel lavoro di ricerca su chi dice cosa, e su quale potrebbe essere la radice semantica del guaio in cui rischiamo di trovarci oggi.

♫ “Dream about flying” di Alexi Murdoch

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Dopo la puntata monografica su Amazon di qualche settimana fa, ci sono altre novità. Su The Upshot (il nuovo “sostituto” di Fivethirtyeight sul New York Times – di entrambi vi parlerò in una apposita puntata) si legge dello scontro fra fornitori di contenuti e fornitori di viabilità via cavo negli Stati Uniti, fra questi anche Amazon. Inoltre – e credo ne resterete sorpresi anche voi nell’apprendere che il padre della licenza Creative Commons e attivista della rete Lawrence Lessig suggerisce fra i modi per finanziare CC una cosa che si chiama Amazon Smile (chi acquista può scegliere di far accantonare ad Amazon una piccola percentuale del suo acquisto a un ente benefico o non profit di sua preferenza). E infine, l’Huffington Post, e in particolare Dave Jamieson, ha pubblicato un approfondimento fantastico (di cui si è parlato pochissimo) su quelli che chiama “i veri droni di Amazon”: i gli autisti/contractor privati che si occupano delle consegne dei pacchi, con accordi capestro.

♫ “On my way” di Valerie June

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Alaska XL #26 | #heartbleed

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L’8 aprile abbiamo fatto la conoscenza di Heartbleed, la più grossa e pericolosa falla di Internet mai rilevata, e che esiste da un pezzo; nella fattispecie, una falla di OpenSSL, il sistema di criptaggio delle comunicazioni e transazioni online più usato nel mondo. Nei giorni successivi sono saltati fuori dettagli anche più preoccupanti, come il fatto che l’NSA possa aver scoperto la falla quasi subito e l’abbia sfruttata ai fini delle sue operazioni di sorveglianza. Ma prima, per capire cos’è Heartbleed (e perché la prima reazione allarmistica è stata “cambiate tutte le password!”), si può cominciare da Il Post, che l’ha spiegata il 9 aprile. Qualcuno ha anche provato a illustrarne il funzionamento attraverso vignette a fumetti, come xKcd.

♫ “Amsterdam” di Daughter

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Dopo settimane di trattative per ottenere le adeguate rassicurazioni di non venire arrestati o deportati, Glenn Greenwald e Laura Poitras riuscivano a rientrare negli Stati Uniti per la prima volta da quando hanno portato al mondo le rivelazioni di Edward Snowden sull’NSA. Lo hanno fatto per ritirare, insieme a Ewen MacCaskill del Guardian, il prestigioso premio Polk per il lavoro svolto sull’NSA. Janine Gibson, rientrata a Londra per dirigere il Guardian online dopo essere stata il loro direttore al Guardian americano nella fase cruciale delle rivelazioni di Snowden, guardando il video della loro premiazione li ha descritti come “i tre moschettieri di Hong Kong”. Nelle stesse ore emergeva che di Heartbleed l’NSA sapeva tutto (Bloomberg qui), e che potrebbe aver usato la fragilità della falla (senza denunciarla né invitare a correggerla) per aiutarsi nelle proprie operazioni di sorveglianza. Qui Julian Sanchez per il Guardian, qui John Naughton sull’errore umano dei programmatori e la responsabilità delle grandi aziende, qui ProPublica su cosa significa Heartbleed per le redazioni giornalistiche, qui il commento di Rusty Foster per i blog del New Yorker con le dichiarazioni di Bruce Schneier.

♫ “Trust in me” di Etta James

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In Egitto non si può più manifestare, ma intanto l’accesso alla rete si allarga, e quello che nel 2011 era il primato rivoluzionario di Twitter viene scavalcato da nuove ondate di spinta promozionale di segni diversi, riattivate dalla candidatura alle presidenziali dell’ex maresciallo Sisi, dalla voce dei Fratelli Musulmani e dalla campagna elettorale in generale. La nostra Laura Cappon al Cairo ha chiesto a uno dei più influenti blogger e attivisti egiziani di raccontarci che cosa sta succedendo, The Big Pharaoh (potete ascoltare l’intervista integrale nel podcast qui sotto).

♫ “Toumast Tincha” dei Tinariwen

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David Byrne – musicista, fotografo, regista, artista visivo, sperimentatore progressista e cronista della newyorchesità, comincia a essere un tantino spaventato da quello che sta succedendo alla rete. I suoi committenti per le arti visive, quelli di Creative Time, gli hanno chiesto di scrivere un pezzo per spiegare le sue preoccupazioni, che è poi stato ripreso dal Guardian.

♫ “One fine day” di David Byrne e Brian Eno

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Alaska XL #25 | Amazonia

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Oggi ci dedichiamo a una quantità di scritti che la rete ha proposto nelle ultime settimane sulle vicende del colosso di vendita online Amazon, ma prima voglio aggiornarvi su alcuni altri filoni che seguiamo ad Alaska. Per quello che riguarda il destino dei prigionieri politici egiziani, ieri la nuova udienza del processo contro Alaa Abd El Fattah e i 23 arrestati per la manifestazione al consiglio della Shura è stata aggiornata al 10 maggio. Oggi l’udienza d’appello per i leader del movimento 6 aprile – Maher, Douma e Adel – si è rapidamente conclusa con la conferma della loro condanna a tre anni di carcere. Il movimento 6 aprile celebrava proprio ieri i sei anni dalla sua nascita nelle fabbriche di Mahalla, considerata l’origine della rivoluzione egiziana, e lo ha fatto con alcune migliaia di persone sui gradini del sindacato dei giornalisti al Cairo dopo una conferenza stampa, rinunciando poi al corteo che aveva indetto perché Tahrir era rigidamente presidiata dalla polizia. Oggi è anche il centesimo giorno di carcere per i tre giornalisti di Al Jazeera arrestati al Marriott, e il 76° giorno di sciopero della fame per il giornalista di Al Jazeera Abdallah el Shamy, in carcere da otto mesi senza accuse né processo. Lina Attalah di Mada Masr ha scritto un resoconto di una visita nel braccio dei detenuti politici.

Per quello che riguarda le vicende legate alle rivelazioni di Snowden sul’NSA, proseguono per varie testate, e conto di dedicare una delle prossime puntate ad aggiornarvi.

♫ “Heavy hands” di Cold Specks

Ecco la prima parte di oggi:

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Da quando Jeff Bezos è diventato anche proprietario del Washington Post, se possibile si trova sotto i riflettori più di prima. E i suoi roboanti annunci di nuove stupefacenti invenzioni per la spedizione dei pacchi, come il drone di Amazon, tengono alta l’attenzione. Per quanto Amazon sia ormai dichiaratamente un supermercato in cui si trova di tutto, il suo peso ha ancora un influsso sia sulla dicotomia fra lettura in digitale o cartaceo sia, e non solo negli Stati Uniti, sul futuro delle librerie ma soprattutto sulla cultura del libro. Qualche settimana fa il New Yorker ha proposto un lungo studio di George Packer, molto critico, della situazione di Amazon; lo traduco anche per chi non è abbonato alla rivista e perché ha dato il via a una nuova serie di commenti e discussioni, che come sentirete ruotano molto anche intorno alla segretezza dell’azienda e al fatto che anche fra gli editori si sentono sempre e solo le stesse voci dissenzienti. Nel podcast qui sotto la prima parte.

♫ “Tennessee” di Johnny Cash

Ecco la seconda parte di oggi:

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Qui la seconda metà dell’indagine di George Packer su Amazon per il New Yorker.

♫ “Breathless” di Cat Power (Nick Cave)

Ecco la terza parte di oggi:

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Poco dopo aver pubblicato il suo monumentale articolo su Amazon, George Packer ha scritto per il New Yorker una sorta di piccolo seguito, raccontando la frustrazione di trovare pochissimi interlocutori di Amazon passati e presenti disposti a parlare, così come nel mondo dell’editoria. Laura Bennett ha continuato la storia su The New Republic, descrivendo fra l’altro chi sono i “soliti noti” disposti a parlare. Infine, Andrew Leonard per Salon, dati alla mano e per il secondo anno consecutivo, sfata, la leggenda per cui grandi catene e Amazon starebbero riducendo sempre più l’attività delle piccole librerie.

♫ “Danse Carribe” di Andrew Bird

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #23 | la resa dei conti

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(una delle centinaia di meme creati in questi giorni in Turchia per protestare contro il blocco di Twitter da parte del governo in piena campagna elettorale)

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Ieri, inaspettatamente e grazie alle forti pressioni di questi mesi, alla prima udienza del suo processo dopo 114 giorni nel braccio politico del carcere di Tora, al blogger egiziano Alaa Abd El Fattah è stata accordata la libertà su cauzione. Dopo due giorni di sparizione in cella di isolamento, e ancora tecnicamente sotto processo e senza certezza di assoluzione alla prossima udienza del 6 aprile (per aver infranto la legge anti-manifestazioni), se non altro Alaa ha potuto riabbracciare la sua famiglia, e non ha perso un attimo, visto che da stamattina sta twittando sui casi delle altre decine di migliaia di detenuti politici egiziani. Un gruppo di loro, quello dei reporter di Al Jazeera, è di nuovo in aula oggi, preceduto da due lettere rassicuranti del presidente a interim Mansour alle loro famiglie. Una delle questioni tragicamente messe in luce da Alaa è che i prigionieri politici hanno gradi troppo diversi di visibilità (gli stranieri più dei locali, i giornalisti più degli altri, le persone più note rispetto a quelle meno note) e che non è possibile fare una pressione sensata per la libertà di espressione e di manifestazione se non si difendono anche i diritti dei Fratelli Musulmani (benché Alaa sia politicamente in forte disaccordo con loro). A questo si aggiunge che i Fratelli Musulmani fanno propaganda solo per se stessi, reiterando il loro isolamento, e spesso sulle situazioni dei loro prigionieri mancano informazioni esatte. In una catena di eventi raccapricciante, dopo gli ammorbidimenti verso Alaa e i giornalisti di Al Jazeera che sono più visibili a livello internazionale, stamattina è arrivata la notizia della condanna a morte di 529 imputati di simpatie islamiste. Laura Cappon era in aula ieri alla notizia del rilascio su cauzione di Alaa, nella stessa Accademia di Polizia dove oggi si svolge il processo ai giornalisti di Al Jazeera; la sentiamo in diretta (qui sotto nel podcast) insieme alle voci della sorella e del padre di Alaa che ha raccolto per noi. Qui il brevissimo video che documenta il momento della scarcerazione di Alaa ieri sera.

♫ “Dove si va da qui” degli Afterhours

Ecco la prima parte di oggi:

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Qui nel podcast la seconda parte della diretta con Laura Cappon dal Cairo.

♫ “Crucify your mind” di Rodriguez

Ecco la seconda parte di oggi:

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Dopo il blocco di Twitter in Turchia (in piena campagna elettorale) e la straordinaria iniziativa degli utenti turchi che hanno aggirato il blocco attraverso i DNS (anche questi ostacolati dal governo), vi propongo qualche riflessione dalla rete sulla mossa di Erdogan, annunciata giorni prima. Qui Heather Timmons per Quartz, qui Kevin Rawlinson per il Guardian, qui Zeynep Tufekci su Medium.

♫ “Slow revolution” di Alexi Murdoch

Ecco la terza parte di oggi:

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Mentre proseguono le rivelazioni basate sui file trafugati da Snowden all’NSA, Natasha Lennard su The New Inquiry fa una lunga riflessione sul rapporto fra libertà della rete, attivismo e sorveglianza, che vi traduco qui sotto nel podcast.

♫ “We know who u R” di Nick Cave & the Bad Seeds

Ecco la prima parte di oggi:

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Alaska XL #22 | fuori dal club

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Molto si muove nelle start-up del giornalismo, lo sapete, soprattutto negli Stati Uniti (che nella puntata di oggi rappresentano semplicemente la frontiera più avanzata della discussione). Proprio oggi, per esempio, si attende l’esordio della nuova squadra di Fivethirtyeight, il blog di statistica di Nate Silver trasferito dal New York Times a MSNBC. Ma fra i reclutamenti di quella che dovrebbe essere una vera e propria rivoluzione, le donne scarseggiano. Natasha Vargas-Cooper si è unita alle file molto maschili di The Intercept, ma solo nel quadro dell’arrivo di un John Cook di Gawker come direttore della nuova testata di Greenwald. Per adesso, non sembra che le lamentele di Melissa Bird su Medium di cui vi parlavo qualche puntata fa e le rassicurazioni di Andy Carvin abbiano sortito un grande effetto. Intanto, il Guardian può permettersi di guardare la faccenda dall’alto in basso perché (pur non essendo immune da sessismo nei livelli intermedi delle redazioni, come raccontato l’anno scorso al Festival del giornalismo di Perugia) da anni investe sulle donne di punta del giornalismo, incoraggiandole ad assumere ruoli di massima responsabilità – Emily Bell è stata la vera inventrice del Guardian online, e fino a qualche giorno fa era donna il direttore del Guardian Australia (Katharine Viner) e donna il direttore del Guardian americano (pioniere della vicenda NSA con Janine Gibson alla guida). Questa linea prosegue con le recentissime promozioni, che vedono il trasferimento di Katharine Viner al posto di Janine Gibson a New York, Emily Wilson a Sidney al posto di Viner, e il ritorno di Janine Gibson a Londra per dirigere il Guardian online. E’ legittimo dunque, che proprio dalle pagine del quotidiano britannico venga il j’accuse di Emily Bell, “le start-up del giornalismo non sono una rivoluzione se sono piene di tutti questi uomini bianchi” (vi traduco il suo pezzo nel podcast qui sotto).

♫ “Workin’ woman blues” di Valerie June

Ecco la prima parte di oggi:

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Nel mondo dei programmatori le donne si stanno facendo largo con nomi di sempre maggiore spicco – come Julie Ann Horvath – ma nonostante si tratti di una cultura recente e tendenzialmente progressista, l’ambiente sembra di nuovo modellato sulla consueta impronta da club maschile. La stessa Horvath, molto rispettata, stava conducendo all’interno di GitHub un progetto di preparazione per donne programmatrici, con l’intento preciso di cambiare da dentro la cultura di chi scrive codice open-source. Secondo Daily Dot, che ha messo in fila una serie di suoi messaggi del 15 marzo, Horvath sta per lasciare GitHub, che accusa di una generica cultura sessista, e la sua direzione, per la quale allude più specificamente a molestie. Senza elementi più chiari, è difficile dire quale sia la situazione che Horvath si è trovata intorno sul posto di lavoro – uno spazio anonimo online è stato creato per controbattere alle sue accuse, che vengono viste da alcuni colleghi come un tentativo di macchiare la reputazione di GitHub – ma alcuni dei suoi commenti fanno molto male, a cominciare dalla sua affermazione che per una donna tentare di cambiare un sistema dall’interno sia impossibile, e l’unica alternativa sia quella di costruire ambienti ad hoc con una cultura diversa. La vicenda di Julie Ann Horvath mi ha fatto tornare in mente uno scritto molto intenso di Jennifer Gilbert per Medium: “programmare software ha fatto di me una donna” (ve lo traduco qui sotto nel podcast).

♫ “I don’t want to play in your yard” di Peggy Lee

Ecco la seconda parte di oggi:

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Intanto, sulla scia dell’8 marzo, a tornare sulle dibattutissime vicende sulle donne nella forza lavoro e l’equilibrio con la famiglia (tenute alte nella discussione dallo strano libro di Sheryl Sandberg, “Lean in”, che ha tenuto banco per tutto l’anno scorso), è stata Anne-Marie Slaughter, docente a Princeton e già direttore delle politiche del Dipartimento di Stato americano dal 2009 al 2011, a proporre un punto di vista un po’ meno manicheo.

♫ “The lions” di Erin McKeown

Ecco la terza parte di oggi:

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Infine, Kevin Powell per bknation è riuscito a fare una lunga chiacchierata con bell hooks, poetessa, scrittrice, afro-americana, femminista, che ormai 61enne riflette su tutte le crepe che continuano ad aprirsi fra le questioni di genere e quelle di razza, sulle false vittorie delle donne di potere, ma soprattutto sul livellamento delle battaglie ideali operato dagli obbiettivi della cultura del consumo e del profitto (vi traduco l’intervista qui sotto nel podcast).

♫ “Trust in me” di Etta James

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #21 | la costituzione nascosta

66.	 Class room, Sultana Malak Palace, Heliopolis, Cairo. 2011

fotografia di Xenia Nikolskaya, Cairo.

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Oggi vi propongo tre lunghi testi integrali, realizzati nella versione italiana grazie al prezioso contributo ad Alaska di Alessandra Neve e Cristina Contini, e pubblicati anche nella raccolta di traduzioni che vedete nella colonna qui a destra. Si tratta di tre fonti e tre argomenti diversi, che però confluiscono in una serie di interrogativi e intrecci molto simili, e che credo si manifesteranno chiaramente alla lettura. Comincio dallo scritto più recente dell’attivista egiziano Alaa Abd El Fattah, che in queste ore ha superato il centesimo giorno di detenzione senza che sia nemmeno stata fissata una data per il suo processo. Partendo dalle proprie letture in cella, e dall’arrivo nel braccio dei detenuti politici del carcere di Tora di alcuni compagni torturati in un altro carcere, Alaa ha scritto un articolo in arabo per al-Wadi, intitolato “Autismo” e pubblicato il 4 marzo. Il concetto, potentissimo, di “costituzione nascosta”, è suo e l’ho preso in prestito per dare il titolo a questa puntata. La zia di Alaa, la scrittrice Ahdaf Soueif, come sempre lo ha tradotto in inglese pubblicandolo su Facebook. Io l’ho tradotto per voi in italiano.

♫ “Like a king” di Ben Harper

Ecco la prima parte di oggi:

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La tecnosociologa turca Zeynep Tupefkci, che insegna negli Stati Uniti, scrive spesso per la piattaforma gratuita Medium, che al suo interno ospita una testata precedente per testi di lungo formato, Matter, impaginata secondo gli stessi criteri. Per Matter, Zeynep ha pubblicato a fine febbraio, nel pieno dell’occupazione della Maidan di Kiev, un saggio/riflessione sulla sorveglianza digitale che sovrappone la sua posizione sulla raccolta di dati ai fini della campagna elettorale americana, la sua presenza all’occupazione di Gezi Park nella sua città natale, Istanbul, e l’influsso delle rivelazioni di Snowden sull’operato dell’NSA. A sottolineare il contrasto fra i vari piani del testo, Zeynep ha impaginato il suo scritto con le fotografie in bianco e nero scattate fra i lacrimogeni a Istanbul da Mstyslav Chernov. Ad aggiungere un ulteriore dimensione multimediale, in fondo al testo si trova anche il podcast audio con la lettura fatta da Jack Stewart. Nei credits alla fine del testo, Zeynep cita anche il lavoro di editing di Jim Giles and Bobbie Johnson, il fact-checking di Cameron Bird, e la correzione delle bozze di Tim Heffernan – facendo di questo singolo articolo una mini-produzione collettiva. Alessandra Neve ha realizzato la versione integrale del testo in italiano.

♫ “Gold Dust” di Tori Amos

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Qui la seconda metà della traduzione da Zeynep Tufeckci.

♫ “Elephant Gun” di Beirut

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Nell’ambito dell’inchiesta del Parlamento Europeo sulla sorveglianza elettronica sui suoi cittadini, Edward Snowden ha risposto alle domande di alcuni parlamentari. Il Parlamento Europeo ha pubblicato l’integrale delle sue risposte scritte qui.  Cristina Contini lo ha tradotto in italiano per Alaska. 

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #20 | the media issue

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(foto di Ilya Varlamov, Kiev, gennaio 2014)

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Mentre Russia e Ucraina giocano a Risiko, Sarah Kendzior su Politico se la prende con Buzzfeed per il richiamo spettacolare delle foto dalla Maidan di Kiev; Emily Bell sul Guardian le risponde. Intanto, alla villa di Yanukovich, i giornalisti hanno unito le forze per proseguire il lavoro sulle carte dell’ex presidente (yanukovichleaks.org, di cui vi parlavo la settimana scorsa) e Drew Sullivan ci racconta qualcosa di più sulla tradizione del giornalismo investigativo ucraino che ha portato a questo sforzo.

♫ “The Classic” di Joan as Policewoman

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Intanto il Newsweek cartaceo torna in edicola, Clay Shirky scatta una fotografia del calo di audience e pubblicità delle tv americane a favore di altri media, e la squadra originaria dei file di Snowden (Greenwald, Poitras – ora a The Intercept – e MacAskill, al Guardian) riceve il prestigioso premio Polk per il lavoro fatto per il Guardian mentre su The Intercept esce la nuova storia sulle infiltrazioni e falsificazioni del GCHQ. Ben Cardew per il Guardian si chiede se The Intercept stia invitando tutti a confrontarsi con un nuovo modello di mezzo di informazione. E Greenwald risponde alle ennesime provocazioni di Pando (sul coinvolgimento di Pierre Omidyar nello scenario politico ucraino), con un lungo pezzo su come misurare l’indipendenza del giornalismo anche quando a finanziarlo sono miliardari con interessi politici.

♫ “Helpless” (Neil Young) di KD Lang

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Scandali, intercettazioni, legge su Internet – la Turchia alle prese con i suoi fitti intrecci fra media, interessi economici e trasformazioni politiche. Il blog Econoscale disegna per noi tutto il panorama dei media turchi.

♫ “The Curse” di Agnes Obel

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Mentre i giornalisti di Al Jazeera arrestati in Egitto sono in carcere ormai da due mesi, vale la pena di segnalare la relazione di Human Rights Watch sulla repressione della stampa nel paese.

♫ “Snake Eyes” dei Milk Carton Kids

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