Alaska XL #33 | Il futuro non è scritto

Molly Craballe tiger at Salam school Zeitouna

(graffiti di Molly Crabapple alla scuola Salam di Zeitouna, confine turco-siriano; dettaglio della tigre ispirata a un racconto di Zachariah Tamar)

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Benvenuti a quella che sarà non solo l’ultima puntata di Alaska per questa stagione, ma l’ultima almeno per i prossimi sei mesi. Infatti, come qualcuno di voi già sa, nel mio percorso personale a Radio Popolare, che dura con poche interruzioni da 25 anni, mi prenderò un periodo sabbatico. In ogni caso, come diceva Joe Strummer dal quale prendiamo in prestito il titolo di questa puntata, “il futuro non è scritto” – continuerete a trovare tutto l’archivio di Alaska qui sul blog insieme a eventuali aggiornamenti e traduzioni, e potremo sentirci sempre via Twitter. Oggi voglio dare uno sguardo ad alcuni aspetti sia inquietanti che incoraggianti di come rete e tecnologia si stanno modificando verso il futuro – sfide aperte, grandi risultati, e preoccupazioni.

J.M Berger di The Atlantic ha preso in mano la questione della propaganda attraverso Twitter dell’ISIS (il gruppo sunnita Islamic State of Syria and Iraq), con i dettagli della loro cronaca dell’ingresso a Mosul in Iraq. Questo utilizzo universale della piattaforma anche a fini di mera propaganda e in alcuni casi per gruppi politici violenti mette a dura prova le decisioni di Twitter, che fino a qualche mese fa era noto per essere la piattaforma pù rispettosa del principio della libertà di espressione – come racconta qui Mathew Ingram, che poi affronta la questione di cosa possa significare la fuga di dirigenti di Twitter di queste settimane – una confusione (visibile anche agli utenti) sull’identità stessa della piattaforma.

♫ “Nightswimming” dei REM

Ecco la prima parte di oggi:

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Gli hacker escono finalmente dal guscio? Dal 18 al 20 luglio al Pennsylvania Hotel di New York tornerà HOPE (acronimo di Hackers on Planet Earth), la conferenza degli hacker arrivata alla sua decima edizione, che quest’anno sarà dedicata ai “dissidenti” – con Daniel Ellsberg, Thomas Drake, Andrew Blake, Cristopher Soghoian, Gabriella Coleman, e la Electronic Frontier Foundation. Il tema della “dissidenza” informatica, riportato in luce da Snowden e Manning, sta anche “aprendo” da mesi il mondo piuttosto esclusivo degli hacker a una platea molto più vasta.

Alle radici della storia di Hope (di cui trovate tutto il programma qui), ci sono Emmanuel Goldstein (pseudonimo di orwelliana memoria che è il nome d’arte del pioniere dell’hacking Eric Gordon Corley), la rivista 2600, e il talk show radiofonico Off the hook, andato in onda regolarmente su WBAI dal 1988 al 2012 e condotto dallo stesso Emmanuel. La nostra Marina Catucci è andata a trovarlo e lo ha intervistato, insieme a Kyle e a Rob Vincent. Potete riascoltare l’intervista qui sotto nel podcast.

♫ “Gioia e rivoluzione” nella versione degli Afterhours

Ecco la seconda parte di oggi:

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E a proposito di dissidenti, sono proprio tutti uguali e nobili ed eroici? Sì, purché tu non ce li abbia in casa – lo sostiene su Vanity Fair, con molta preoccupazione, l’artista e attivista Molly Crabapple (che in questi giorni ha dipinto le pareti della scuola di Zeitouna, al confine tra Siria e Turchia, e frequentata da bimbi siriani fuggiti dalla guerra). Il suo scritto è anche un modo per ricordarci il caso americano di Cecily McMillan di Occupy Wall Street, condannata a tre mesi di carcere per essersi difesa dal maltrattamento di un poliziotto.

Intanto, nella saga infinita delle rivelazioni sulla sorveglianza dell’NSA, Der Spiegel ha stilato la guida definitiva (anche se in continuo aggiornamento) al coinvolgimento tedesco, con i chiarimenti tratti dai file di Snowden, l’approfondimento di alcuni aspetti chiave, e la cronologia di articoli in proposito dello stesso Spiegel. E qualche segnale positivo di contrasto c’è, dalla timida ma unitaria opposizione di Apple e Cisco al fianco di Microsoft nel rifiutare un mandato americano di consegna per alcune email straniere, al voto bipartisan dei deputati del Congresso che con 293 voti contro 123 hanno fatto passare l’emendamento Massie-Lofgren: qui l’effetto che dovrebbe avere sulla chiusura delle “backdoor” di cui l’NSA approfitta per le sue ricerche, e qui il parere della Electronic Frontier Foundation.

Grazie a tutti di cuore per l’attenzione che avete dimostrato per questa quinta stagione di Alaska e per i risultati straordinari del blog, e anche a tutte le persone che hanno collaborato al programma in questi mesi o che mi hanno sostenuto in questi anni in tanti modi belli e importanti – in ogni nota e parola di quello che ho fatto ci sono anche loro. Ci vediamo nel futuro.

♫ “Satellite of love” di Lou Reed

Ecco la terza parte di oggi:

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Alaska XL #21 | la costituzione nascosta

66.	 Class room, Sultana Malak Palace, Heliopolis, Cairo. 2011

fotografia di Xenia Nikolskaya, Cairo.

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Oggi vi propongo tre lunghi testi integrali, realizzati nella versione italiana grazie al prezioso contributo ad Alaska di Alessandra Neve e Cristina Contini, e pubblicati anche nella raccolta di traduzioni che vedete nella colonna qui a destra. Si tratta di tre fonti e tre argomenti diversi, che però confluiscono in una serie di interrogativi e intrecci molto simili, e che credo si manifesteranno chiaramente alla lettura. Comincio dallo scritto più recente dell’attivista egiziano Alaa Abd El Fattah, che in queste ore ha superato il centesimo giorno di detenzione senza che sia nemmeno stata fissata una data per il suo processo. Partendo dalle proprie letture in cella, e dall’arrivo nel braccio dei detenuti politici del carcere di Tora di alcuni compagni torturati in un altro carcere, Alaa ha scritto un articolo in arabo per al-Wadi, intitolato “Autismo” e pubblicato il 4 marzo. Il concetto, potentissimo, di “costituzione nascosta”, è suo e l’ho preso in prestito per dare il titolo a questa puntata. La zia di Alaa, la scrittrice Ahdaf Soueif, come sempre lo ha tradotto in inglese pubblicandolo su Facebook. Io l’ho tradotto per voi in italiano.

♫ “Like a king” di Ben Harper

Ecco la prima parte di oggi:

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La tecnosociologa turca Zeynep Tupefkci, che insegna negli Stati Uniti, scrive spesso per la piattaforma gratuita Medium, che al suo interno ospita una testata precedente per testi di lungo formato, Matter, impaginata secondo gli stessi criteri. Per Matter, Zeynep ha pubblicato a fine febbraio, nel pieno dell’occupazione della Maidan di Kiev, un saggio/riflessione sulla sorveglianza digitale che sovrappone la sua posizione sulla raccolta di dati ai fini della campagna elettorale americana, la sua presenza all’occupazione di Gezi Park nella sua città natale, Istanbul, e l’influsso delle rivelazioni di Snowden sull’operato dell’NSA. A sottolineare il contrasto fra i vari piani del testo, Zeynep ha impaginato il suo scritto con le fotografie in bianco e nero scattate fra i lacrimogeni a Istanbul da Mstyslav Chernov. Ad aggiungere un ulteriore dimensione multimediale, in fondo al testo si trova anche il podcast audio con la lettura fatta da Jack Stewart. Nei credits alla fine del testo, Zeynep cita anche il lavoro di editing di Jim Giles and Bobbie Johnson, il fact-checking di Cameron Bird, e la correzione delle bozze di Tim Heffernan – facendo di questo singolo articolo una mini-produzione collettiva. Alessandra Neve ha realizzato la versione integrale del testo in italiano.

♫ “Gold Dust” di Tori Amos

Ecco la seconda parte di oggi:

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Qui la seconda metà della traduzione da Zeynep Tufeckci.

♫ “Elephant Gun” di Beirut

Ecco la terza parte di oggi:

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Nell’ambito dell’inchiesta del Parlamento Europeo sulla sorveglianza elettronica sui suoi cittadini, Edward Snowden ha risposto alle domande di alcuni parlamentari. Il Parlamento Europeo ha pubblicato l’integrale delle sue risposte scritte qui.  Cristina Contini lo ha tradotto in italiano per Alaska. 

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #16 | “we are not afraid„

Ammar_Abo_Bakr_graffiti_TheSquare_MohMahmoud

(uno dei graffiti di Ammar Abo Bakr a Mohammed Mahmoud, Cairo, utilizzati come transizioni nel montaggio del documentario The Square)

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Mentre la Tunisia approva con gioia la sua nuova costituzione (qui una prima traduzione in inglese del testo), e dopo la repressione violenta delle manifestazioni del 25 gennaio, l’Egitto stravolto ha vissuto in pochi giorni il cambiamento della roadmap con l’anticipazione delle presidenziali sulle parlamentari, la promozione del generale Sisi a maresciallo, il comunicato del Consiglio Supremo dell’Esercito che dà il via libera alla sua candidatura alle presidenziali, la nuova udienza per il presidente deposto Morsi, e l‘incriminazione ufficiale per terrorismo per 20 giornalisti, di varie nazionalità, fra i quali i reporter di Al Jazeera (fra di loro ci sono Abdallah el Shamy, arrestato lo scorso agosto mentre lavorava al sit-in dei Fratelli Musulmani a Rabaa, e fratello del fotografo Mosa’ab El Shamy, e Mohamed Fahmy, cioè @repent11 – qui la tv alTahrir fa circolare a scopi propagandistici il video girato al momento del loro arresto all’hotel Marriott del Cairo, montata con musiche da thriller ). Qui le accuse. Il tutto nell’apparente indifferenza internazionale, nonostante i ripetuti appelli delle associazioni per i diritti umani (qui l’opinione di Cynthia Schneider per la CNN sull’atteggiamento americano, dopo aver visto The Square). Jonathan Moremi ha parlato con gli uffici dei ministeri degli Esteri interessati dagli arresti dei giornalisti, scoprendo in particolare l’assoluta indifferenza del Canada. Il giovane giornalista Abdallah el Shamy (vedi sopra) scrive confermando che proseguirà il suo sciopero della fame. Venerdì prossimo, torna in tv lo show satirico di Bassem Youssef, che ha trovato una nuova casa – saudita.  Mahmoud Salem (@Sandmonkey) scrive di quanto (non) sia sicuro il paese nelle mani del generale maresciallo el Sisi (NB: dopo il suo pezzo, l’attivista Nazly Hussein è stata rilasciata). Bassem Sabry per Al Monitor ha quattro domande sul futuro del maresciallo Sisi.

♫ “Waist deep in the big muddy” di Pete Seeger

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Pete Seeger ha firmato, it’s “all for now”, come faceva lui – la firma col suo nome intrecciata alla sagoma di un piccolo banjo. Uno dei più grandi testimoni civili del nostro tempo, come il compagno di un tempo Woody Guthrie che ha contribuito a tener vivo nella memoria collettiva, era convinto che la canzone popolare di lotta fosse un software libero, e che la sua vitalità tornasse a riempirsi di senso ogni volta che qualcuno ne aveva bisogno. Mai nostalgico, sempre attento al presente, a 92 anni nell’inverno del 2011 aveva condotto i manifestanti di Occupy Wall Street per le strade di New York come un pifferaio magico, cantando We shall overcome. Molti musicisti suoi allievi e ammiratori gli hanno reso omaggio in questi giorni: qui il ricordo di Ani di Franco. Qui Springsteen, Mellencamp e Neil Young. Qui The New Republic con un’intervista inedita del 2007. Qui la trascrizione della storica testimonianza di Pete Seeger davanti alla Commissione sulle Attività Anti-Americane di McCarthy. Qui l’omaggio sul blog del New Yorker.

♫ “Whose side are you on?” di Pete Seeger nella versione di Ani di Franco

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Su iniziativa di due parlamentari norvegesi, e dopo altre due sollecitazioni, Edward Snowden è entrato nelle candidature per il Nobel per la Pace. Qui il video del dibattito “After Snowden” alla Columbia University. Intanto, altre rivelazioni sull’NSA continuano a fioccare (con il primo pezzo di Greenwald per la NBC – qui le orride slide dell’NSA), con il coinvolgimento di Angry Birds e la vulnerabilità delle app (qui il Post). Qui un buon riassunto del Guardian. Intanto, la televisione tedesca NDR, forte dell’interesse dei suoi spettatori per le vicende relative alla sorveglianza, è riuscita a realizzare un’intervista molto interessante in Russia con un Edward Snowden lucido e saggio – intervista che negli Stati Uniti è stata praticamente oscurata. Qui trovate l’originale in inglese della conversazione in video, qui la trascrizione. Alessandra Neve l’ha tradotta in italiano per noi, potete leggere qui la traduzione e ascoltarla nel podcast qui sotto.

♫ “We shall overcome” di Pete Seeger nella versione di Bruce Springsteen

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Il produttore di origine araba Ahmed Shihab El Din (che su Twitter conoscete come @ASE) viaggia di frequente e viene fermato in continuazione ai controlli in aeroporto, a volte per due o tre ore alla volta. E non è certo il solo, accompagnato com’è da tante altre persone di pelle scura, dai nomi non anglosassoni, spesso con i loro bambini. Stavolta, dopo una trasferta di lavoro a Davos e un viaggio lampo in Kuwait dai parenti, si è stufato e ha pubblicato su Huffington Post un resoconto demoralizzante, anche a nome di tutti coloro che subiscono il suo stesso destino, che diventa una riflessione sulla presunta “sicurezza”.

♫ “The ghost of Tom Joad” di Bruce Springsteen feat. Pete Seeger

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #12 | the Great NSA Xmas Show

E’ stata una settimana impressionante per le storie che riguardano la sorveglianza dell’NSA, tanto che ho deciso di dedicare loro l’intera puntata di Buon Natale e Buon Anno da parte di Alaska. Qui sopra potete vedere il video natalizio che l’American Civil Liberties Union ha creato per fare proseliti contro la National Security Agency. Ma andiamo con ordine.

aggiornamento del 29 dicembre: questa puntata potrete riascoltarla alle 12.40 di lunedì 30 dicembre. Anche se non li troverete nei podcast, in fondo al post trovate gli aggiornamenti (non pochi) della settimana fra il 23 e il 30 dicembre.

Il 13 dicembre esce anche in traduzione italiana, sull’Espresso online, la lettera firmata da varie persone che possono a buon titolo dirsi fonti e whistleblowers. Anche Juan Cole scrive una lettera, a Obama, per dirgli che nessun dissenso è possibile se tutti sono sorvegliati. Spunta qualche anticipazione sui risultati della commissione di studio dell’NSA formata da Obama ad agosto: i risultati potrebbero non essere scontati. Si discute di chi sarà il personaggio dell’anno secondo i lettori di Time, e fra i concorrenti c’è sicuramente il whistleblower Edward Snowden – il blog del Time dedicato al POY (Person of the Year) pubblica un piccolo racconto della cerimonia di consegna di un premio a Snowden in Russia. Dopo qualche allusione nella trasmissione televisiva americana 60 Minutes, sembra che dentro l’NSA siano divisi fra chi pensa che sia giusto garantire a Snowden l’amnistia, e chi lo vorrebbe ancora in carcere o impiccato. Intanto un membro civile dell’NSA, Inglis, decide di anticipare il momento di andare in pensione – lo racconta Foreign Policy. Ora del 16 dicembre, si sta discutendo di un’altra lettera, quella che Snowden ha inviato a un giornale brasiliano, che fa scrivere ad alcuni che fra le righe vi si potrebbe cogliere una reiterata richiesta di asilo al Brasile (il paese dove vive Glenn Greenwald) in cambio di informazioni. Greenwald smentisce che Snowden intendesse rinnovare la sua richiesta di asilo. Intanto Obama tiene un incontro con alcuni dei vertici delle grandi aziende tecnologiche americane, che stanno facendo lobbying al Congresso per riformare l’NSA.

♫ “The NSA is comin’ to town”

Ecco la prima parte di oggi:

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Lo stesso giorno, il giudice federale Richard Leon pubblica il primo parere a fronte di una delle molte cause intentate contro l’NSA per incostituzionalità (qui l’originale della sentenza, annotato da Spencer Ackerman per il Guardian).  E’ il primo verdetto contrario all’NSA dopo molti verdetti favorevoli negli anni a porte chiuse. E il giudice dà ragione al querelante: il sistema di sorveglianza dell’NSA è incostituzionale. Qui il resoconto del Washington Post, qui quello del Guardian,  qui Fabio Chiusi,  qui il senatore Wyden, qui NPR, qui la CNN,  qui il Washington Post, qui il Guardian, qui The New Republic. Il New Yorker pubblica un parere sulla possibilità di amnistia per Snowden. Il verdetto del giudice Leon sarà soltanto il primo di molti, ricorda l’AP, e la causa più vistosa contro l’NSA è quella intentata dall’American Civil Liberties Union (quella che il generale Alexander sosteneva al Congresso avesse libero accesso al monitoraggio dell’NSA). Qui la reazione dell’American Civil Liberties Union al verdetto del giudice Leon: “Edward Snowden è un patriota”.

Il 18 dicembre sembra una giornata tranquilla, fatta eccezione per l’apparizione di Glenn Greenwald in videoconferenza al Parlamento Europeo, dove risponde alle domande dei membri della Commissione sulle Libertà Civili (qui trovate una breve sintesi dello streaming integrale), rispiegando daccapo il metodo usato per lavorare sui file di Snowden, perché lui stesso non può viaggiare in Europa o rientrare negli Stati Uniti, come usciranno ancora delle storie sulla sorveglianza paese per paese, e come l’NSA e in Europa il GCHQ britannico siano di gran lunga le agenzie di sorveglianza più pericolose e potenti.  Nel primo pomeriggio americano viene annunciato che alle 4 verrà pubblicata (in anticipo rispetto alle previsioni, probabilmente a causa del verdetto del giudice Leon) la prima parte della relazione della piccola commissione di studio sull’ANSA istituita da Obama. Qualche giornale sembra avere già ricevuto una copia della relazione, sebbene sotto embargo fino alle 4, ma non il Guardian. Qui l’anticipazione del Washington Post, qui quella del New York Times. Dalle anticipazioni sembra di capire che il rapporto non sia affatto tenero con l’NSA. Il rapporto viene diramato alle 4 in punto: sono più di 300 pagine, con 46 raccomandazioni di riforma, più o meno condivisibili. Qui il testo integrale dal sito della Casa Bianca. Qui il parere a caldo di Politico. Intanto il Guardian americano ha pronto un liveblog che fornisce anche il contesto e le storie laterali di questi giorni che stanno intorno all’uscita anticipata della relazione. Fra le loro notizie a caldo, la reazione (negativa) di tre grandi compagnie telefoniche americane a una delle raccomandazioni, che a conservare i metadati degli utenti a tempo illimitato siano le compagnie stesse. Di fatto, la relazione conferma che tutte le rivelazioni nate dai file di Snowden sono vere, e anche se non lo nomina mai direttamente, sembra dargli ragione. Qui la trascrizione della discussione su Democracy Now!. Su alcuni punti particolarmente controversi, i difensori dei diritti civili sono molto critici: qui il parere della Electronic Frontier Foundation. Qui la New York Review of Books. Per Marcia Wheeler del Guardian, alcune questioni legali non sono chiare, e l’esistenza della commissione mira a lavare la coscienza dell’amministrazione Obama.  Reazioni anche dai Repubblicani, a cominciare dal padre del Patriot Act Sensenbrenner, fin dall’inizio contrarissimo ai sistemi dell’NSA. Intanto, in Inghilterra, Cameron è l’unico a non fare una piega – la relazione della commissione della Casa Bianca sull’NSA secondo lui non cambia nulla.

♫ “White Christmas” di Frank Sinatra

Ecco la seconda parte di oggi:

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Intanto, Pierre Omidyar ha pronto qualche annuncio sul nome e la struttura – molto interessante – della nuova impresa di informazione che ha affidato a Glenn Greenwald, tra profit e non-profit. Qui il comunicato dal blog temporaneo del gruppo, qui qualche dettaglio in più da Jay Rosen (già consulente del Guardian e ora anche consulente della nuova First Look Media), qui un’analisi di GigaOm. Qui un’accurata spiegazione di The Atlantic.

E qui vale la pena di recuperare uno scritto di Glenn Greenwald che era uscito all’inizio del mese, in risposta ad alcune polemiche innescate da Pando Daily, che lo accusava di aver “venduto” a Omidyar i file di Snowden. Al di là della polemica, le sue 15 pagine sono un ottimo promemoria delle questioni cruciali che riguardano il metodo di divulgazione dei file di Snowden, un nuovo modello di giornalismo con la stessa etica di quello tradizionale, e la risposta più articolata ai tifosi, invece, della divulgazione libera dei file (vedi polemica con Wikileaks delle settimane precedenti).  E mai come oggi è utile leggere la guru del giornalismo digitale, Emily Bell (già direttrice del Guardian online), che ricorda l’importanza di una rete sana di testate che collaborino fra di loro e proseguano le storie cominciate da altri.

♫ “Have yourself a merry little Christmas” di Cat Power

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Le rivelazioni dai file di Snowden intanto non si fermano: qui il New York Times, e qui il Guardian, su come Dragnet spii agenzie di aiuti internazionali e vertici delle aziende.  E le Nazioni Unite votano per la tutela della privacy contro la sorveglianza indiscriminata.  Lo scrittore Dave Eggers scrive un appello ai suoi colleghi perché prendano posizione contro l’NSA.

Ma non siete curiosi di sapere da chi sia composto il piccolo gruppo di “saggi” che ha prodotto le 300 pagine di relazione sull’NSA? Ce lo racconta il Daily Beast, mentre la NBC intervista uno dei membri, che racconta la sua incredulità quando ha capito l’ampiezza e il metodo della sorveglianza nel suo paese.

♫ “Winter Wonderland” di Elvis Presley

Ecco la quarta parte di oggi:

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Aggiornamento del 27 dicembre: la Reuters rivela che l’agenzia di sicurezza RSA avrebbe letteralmente venduto all’NSA per 10 milioni di dollari una backdoor per aggirare il suo sistema cifrato di protezione dei dati. L’agenzia nega, anche se non smentisce di aver ricevuto il denaro. Per il giorno di Natale, dopo il tradizionale discorso della regina, Channel 4 ha la consuetudine di trasmettere un discorso di Natale “alternativo”. Quest’anno l’ha chiesto a Edward Snowden, e il video è stato girato a Mosca da Laura Poitras. Qui il video (che YouTube ha bloccato), qui la trascrizione. Intanto Alessandra Neve ha tradotto per noi il post di Glenn Greenwald su giornalismo, denaro e metodo di divulgazione dei file.

Aggiornamento del 29 dicembre: il 28 dicembre una nuova sentenza federale rovescia l’orientamento del giudice Leon, e respinge la causa presentata dall’ACLU – le pratiche dell’NSA vengono dichiarate legali. Qui trovate il testo integrale della sentenza, postato dal Guardian. Qui trovate la reazione ufficiale dell’ACLU, che ricorrerà in appello. Qui Fabio Chiusi ha analizzato il testo della sentenza con l’ausilio di alcuni giuristi. Intanto Glenn Greenwald teneva il suo keynote speech alla conferenza degli hacker 30c3 in Germania: due sale piene per un totale di quasi 6000 spettatori, a cui Greenwald ha parlato in diretta video da Rio, visibilmente commosso, scegliendo di ri-raccontare la storia del lavoro suo e di Laura Poitras secondo la chiave dell’ottimismo. Qui trovate il video integrale. Sulla sua scelta di esaltare in modo trasparente un lavoro giornalistico “di parte” e “avversario del potere”, die Zeit rilancia la discussione. Steffen Konrath ha raccolto qualche reazione (via Arianna Ciccone/Journalism Fest).

Alaska XL #8 | alieni

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(il monumento alieno che l’esercito ha fatto erigere a Tahrir – inaugurato stamattina – per “commemorare i martiri”, parte del restyling della piazza e della riscrittura della storia in versione nazionalista – foto di @kikhote).

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Oggi parliamo del whistleblower Jeremy Hammond (condannato pochi giorni fa a 10 anni di carcere), di Google alle prese con l’NSA, di David Miranda, di orsi polari, di Arctic 30 e di sir Paul McCartney. Ma prima, l’onore dell’apertura di puntata a una ragazza che  come tanti in Gran Bretagna, per mantenersi fa due mestieri: la giornalista, e la cameriera. Nel secondo ruolo ha servito qualche giorno fa al tradizionale e sontuoso banchetto per il Lord Mayor, dove il primo ministro David Cameron ha sfoderato il suo appello all’austerità permanente. Seduto su un trono d’oro, dice Ruth Hardy, che tornata a casa ci ha scritto un bel pezzo per il Guardian.

♫ “Wait it out” di Imogen Heap

Ecco la prima parte di oggi:

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Ventotto anni, di Chicago. Si chiama Jeremy Hammond e ha confessato di aver hackerato per motivi politici i server di una grande azienda a cui ha sottratto un enorme database per consegnarlo a Wikileaks e Anonymous.  Tre giorni fa è stato condannato a dieci anni di prigione. Qui il racconto di Wired. Qui il messaggio di Alexa O’Brien, la reporter che ha creato tutte le cronache sul processo Manning.

NSA, dopo le rivelazioni sul prelievo di dati senza mandato, le grandi aziende tecnologiche americane cominciano a fare lobbying sul Congresso.  Qui Google che racconta l’evoluzione nel tempo delle richieste di consegna da parte delle agenzie di sicurezza federali, qui Mother Jones su come si stanno mettendo in moto contro l’NSA Google, Yahoo, Facebook e Twitter, e per quali proposte di legge stanno facendo lobbying al Congresso. Intanto, Al Jazeera America ha raccontato come la CIA raccolga su vasta scala i dati delle transazioni bancarie, e l’impresa editoriale che il miliardario Pierre Omidyar ha affidato a Greenwald ha fatto tre nuovi acquisti in una sola settimana, che vanno ad aggiungersi a Greenwald, Poitras, Scahill, Segura e altri: Murtaza Hussain, commentatore di politica internazionale che scrive da Toronto; Ryan Devereux (che nella mia TL su Twitter conoscete come @rdevro), uno dei reporter più attenti nelle cronache di Occupy Wall Street: e infine, davvero a sorpresa, Micah Flee (di cui vi parlavo qui) che lascia la Electronic Frontier Foundation, portando a Omidyar il suo bagaglio di esperienza su tecnologia, privacy, libertà di espressione e diritti civili. Qui la sua comunicazione.

♫ “You only live twice” di Mark Lanegan

Ecco la seconda parte di oggi:

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Vi ricordate David Miranda, il giovane compagno brasiliano di Gleen Greenwald? Come sapete, ha fatto causa alle autorità aeroportuali di Londra per averlo trattenuto per nove ore sotto interrogatorio senza un’accusa lo scorso agosto sotto la normativa anti-terrorismo, mentre trasportava materiali criptati di Snowden da Berlino (dove li aveva presi in consegna da Laura Poitras) al Brasile (dove vive con Greenwald). Specialmente dalla destra inglese gli sono piovuti addosso i peggiori epiteti, compresa l’accusa di essere un inconsapevole e passivo “mulo”, la stessa parola che si usa per indicare i corrieri che trasportano la droga. Ventotto anni, cresciuto nella favela Jacarezinho sulla ferrovia di Rio nord, una storia personale dolorosissima, Miranda è tutto fuorché un attore passivo o sprovveduto, o un comprimario senza carattere. Lo ha scoperto Natasha Vargas Cooper, che ha trascorso settimane nella casa brasiliana di Greenwald e Miranda per scrivere questo intenso profilo per Buzzfeed, Il Terzo Uomo.

♫ “Street boy” di Rodriguez

Ecco la terza parte di oggi:

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Da qualche anno, ogni novembre, un team di associazioni e ricercatori per la tutela dell’Artico eseguono un monitoraggio della migrazione degli orsi polari – considerati ad alto rischio di estinzione – che si incamminano verso il mare e aspettano che ghiacci per trasferirsi in quelli che saranno i loro territori di caccia. Più il mare tarda a ghiacciare a causa del riscaldamento globale e più l’estensione delle aree ghiacciate si riduce, più la quantità di caccia di ogni orso è messa in pericolo, con ricadute sul letargo  e la riproduzione.  Ogni anno, Polar Bears International e altre associazioni creano modi interattivi perché le persone partecipino al monitoraggio e siano più coinvolte nella causa della tutela dell’Artico – quest’anno con le citizen webcam, una serie di piccole telecamere collocate e operate da comuni cittadini per contribuire al monitoraggio dei ricercatori in una sorta di grande “bearwatching” collettivo. Salon racconta qui il lavoro di questa strana stagione, e qui il Washington Post - mentre Valerie Abbott, una delle ricercatrici che lavorano al progetto, ha descritto le sue giornate di lavoro. Il pericolo rappresentato per gli orsi e per tutto l’habitat artico dall’ampliamento delle piattaforme e dei condotti di estrazione energetica è esattamente la ragione per cui gli attivisti di Greenpeace chiamati “Arctic 30″ hanno condotto le operazioni di protesta per cui la Russia li tiene in carcere da settembre. Qui trovate un tumblr delle loro lettere dal carcere. Dopo il loro trasferimento a San Pietroburgo, Paul McCartney ha scritto una lettera pubblica al presidente russo Putin.

♫ “Dream of the bear” di Iain Morrison

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #7 | prosa e poesia

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il mattino del debutto del titolo TWTR a Wall Street

Benvenuti alla nuova puntata XL di Alaska, oggi ripercorriamo alcune delle novità digitali più importanti della settimana – materiali sull’evolversi della vicenda NSA, debutto in borsa del titolo di Twitter – ma ci concediamo anche un po’ di respiro poetico con la nuova idea dello scrittore Alain De Botton e l’omaggio di Patti Smith a Lou Reed. Prima di addentrarci negli argomenti della settimana, però, due segnalazioni che riguardano il lavoro di Al Jazeera, entrambe di fatto da esplorare online: Al Jazeera America ha ottenuto (e pubblicato sul suo sito) i diari di Abu Zubaydah, uno dei prigionieri di Guantanamo di più alto profilo, che aiutano a illuminare gli ultimi dieci anni della cosiddetta “Guerra al terrore”, oltre che raccogliere la sua testimonianza sulle decine di volte in cui sotto interrogatorio ha subito la tortura del “waterboarding”. Intanto, Al Jazeera English ha portato a termine la seconda parte della sua indagine documentaria sull’avvelenamento da polonio del leader palestinese Arafat, e qui potete vedere il documentario integrale.

Il 10 novembre il nuovo titolo di borsa di Twitter ha debuttato, non senza le solite cerimonie di festeggiamento di Wall Street e una certa sorpresa per il guadagno del valore del titolo nella prima giornata rispetto alla quotazione iniziale. Il Washington Post raccoglie i pareri degli operatori su cosa questo potrebbe significare per il futuro (quotare Twitter pare una scommessa diversa e assai meno certa di quella di altre aziende “social”); Andrea Boda per Europa online fa un utile ragionamento del giorno dopo; e Vincenzo Marino ripercorre le tappe del successo di Twitter, che spiegano un po’ le grandi attese sul suo valore.

♫ “You make me want to wear dresses” di Lisa Germano

Ecco la prima parte di oggi:

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Molte novità sul fronte NSA:

1) dettagli interessanti sulla sorveglianza senza mandato né preavviso dell’NSA sul traffico dati di Google e Yahoo, che ha destato (un po’ tardive) le reazioni inferocite di Google. Qui il Washington Post, qui Fabio Chiusi sul suo blog sul Messaggero Veneto, qui la reazione di Eric Schmidt raccontata da Slate.

2) le prime udienze sul caso del fermo in aeroporto del compagno di Glenn Greenwald, David Miranda, sotto le leggi anti-terrorismo: qui il riassunto della Columbia Journalism Review, qui il lavoro di Carl Gardner sul suo Head of Legal;  qui e qui  le reazioni di ex e attuali funzionari dell’intelligence inglese che ritengono “pericolose” le rivelazioni di Snowden divulgate dal Guardian; qui il parere (opposto) del padre della rete Tim Berners Lee;

3) la prima audizione dei capi intelligence inglesi davanti alla commissione nazionale sull’intelligence (alcuni dei quali non si erano mai visti in pubblico prima).

4) una discussione interessante a Londra (#stopbuggingus) su sorveglianza e libertà di stampa con i dirigenti del Guardian, Google, Human Rights Watch e diversi parlamentari britannici (qui una sintesi), che sostengono che le agenzie di intelligence hanno “mentito al Parlamento”.

5) la forma che sta prendendo il dibattito legislativo al Congresso americano sul futuro dell’NSA: qui un parere di qualche settimana fa sui punti della proposta di legge Sensebrenner, ritenuta dal deputato Justin Amash l’unica possibilità sensata di modificare il raggio e il metodo dell’agenzia di sicurezza, mentre Dianne Feinstein continua a dimostrare di non capirci molto., e perfino dall’interno della Casa Bianca arriva qualche segnale di malumore.

6) la notizia che il direttore del Guardian Alan Rusbridger verrà sentito in Parlamento a dicembre sul coinvolgimento del suo giornale nelle rivelazioni di Snowden. Qui Huffington Post, qui il Guardian.

7) la notizia che Snowden si fece dare fra 20 e 25 password da colleghi dell’NSA per poter accedere alla parte di documenti in loro possesso, ottenendole con una certa facilità.

8) le prossime rivelazioni, secondo quello che ha detto Greenwald alla Cbc, riguarderanno la sorveglianza americana sul Canada.

♫ “Nothing but time” di Cat Power

Ecco la seconda parte di oggi:

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Lo scrittore e filosofo del tempo reale Alain De Botton è convinto della potenza didattica della filosofia e dell’arte in tempi difficili, e come sapete ha fondato a Londra un luogo di incontro e apprendimento, la School of life, che rovescia la questione del “self-help” in nuovo apprendimento. Luogo di ritrovo, caffè, scuola, negozio ed editore, la School of Life coinvolge come docenti persone che arrivano dal mondo della filosofia come da quello della tecnologia, e di fatto sostiene anche le imprese editoriali di ogni autore, a cominciare naturalmente da quelle del suo fondatore. De Botton non è nuovo ad iniziative particolari per il lancio di un suo nuovo libro, e stavolta – per Art as Therapy, che utilizza le opere d’arte come spunti di riflessione e di elevazione per la nostra vita di tutti i giorni – ha creato un sito da esplorare attraverso alcune domande comuni sull’amore, il lavoro, il successo e il fallimento, creando una serie di percorsi molto belli fra opere d’arte anche non molto conosciute, una sorta di vetrina per i contenuti del suo libro che diventa però anche un’esperienza online. Qui Sara Elkamel – giovane giornalista cairota che ha passato gli ultimi venerdì sera chiusa in casa dalle 19 per via del coprifuoco – sull’intervento di De Botton alla Cooper Union in un libero venerdì sera, qui Wired, e dalle “risposte” del sito vi traggo qualche esempio.

♫ “Kiss me” di Tom Waits

Ecco la terza parte di oggi:

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Fra tutti i commenti alla morte di Lou Reed da chi gli era vicino (ricordiamo quelli straordinari di sua moglie Laurie Anderson e del suo compagno musicale John Cale), quello che più si attendeva e che tardava ad arrivare era quello di Patti Smith. Poetessa urbana come lui, cresciuta con la musica dei Velvet Underground, e suo malgrado sacerdotessa di tutti i lutti del rock, Patti Smith ha scritto una cosa piccola ma straordinariamente densa sul calibro del suo amico e collega, che è stata pubblicata dal New Yorker, e che oggi vi traduco.

♫ “Beginning of a great adventure” di Lou Reed

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #5 | l’ultima grande balena americana

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(uno degli striscioni della manifestazione di sabato scorso a Washington contro lo spionaggio indiscriminato dell’NSA)

Le musiche di oggi sono tutte di Lou Reed.

Nella settimana appena trascorsa tante novità. Le donne saudite, per quanto ostacolate in tutti i modi, sono tornate al volante il 26 ottobre per una prima ripresa della loro campagna Women2drive. Qui potete vedere il video che l’artista satirico saudita Hisham Fageeh ha dedicato loro, una deliziosa parodia di No Woman No Cry di Bob Marley. Le rivelazioni dai files di Snowden stanno movimentando la scena diplomatica internazionale (il seguito sulla Germania, quelle nuove su Francia e Spagna, la coda italiana), e sabato a Washington, mentre circolava questo video, e mentre il sito ufficiale della NSA era “tango down”, si è svolta una piccola manifestazione di protesta alla quale è stato letto un messaggio di Edward Snowden che trovate qui. Qui un parere negativo di Slate sulla manifestazione. A due giorni di distanza uno dall’altro, Foreign Policy e il New York Times hanno pubblicato ciascuno un’opinione che risponde a coloro che sostengono che “sapevamo tutti benissimo di essere spiati”, e che “tutti spiano”. Oggi ve le traduco.

♫ “Last great American whale” di Lou Reed

Ecco la prima parte di oggi:

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Tornare a ridere

In Egitto è tornato in onda per la prima volta dopo il colpo di stato del 3 luglio il grande comico satirico Bassem Youssef (il “Jon Stewart egiziano”) che conta mediamente più di sedici milioni di spettatori e raccoglie per CBC diciotto minuti filati di pubblicità soltanto in apertura del programma. Non solo è stata la prima volta che gli egiziani hanno ritrovato qualcosa per cui riuscire a ridere, ma tutti erano in attesa di vedere come se la sarebbe cavata Youssef con la satira nei confronti dell’esercito e dell’intoccabile generale Sisi. Youssef, che aveva abituato alla sua presa in giro corrosiva del governo dei Fratelli Musulmani, aveva rilasciato qualche dichiarazione di dubbio gusto nei giorni del massacro di Rabaa e si era preso alcuni mesi di pausa. Lo show dell’altra sera era costruito in crescendo, con una zampata finale: dopo una lunga presa in giro della mania popolare per il generale Sisi, Bassem Youssef è arrivato al generale stesso, e ha concluso con alcuni minuti serissimi in cui ha affermato che “non possiamo sostituire il fascismo religioso con il fascismo nazionalista, con la scusa della lotta al ‘terrorismo’”. La “spinta” dello show sembrava calibrata per riuscire a restare in onda almeno per un’altra puntata, testando le acque della censura. Per alcuni, l’irruenza e la precisione del suo messaggio hanno di fatto riaperto e legittimato con l’illuminazione dei paradossi attuali della società egiziana la strada per il dibattito politico e per il messaggio della “terza piazza” (né con i Fratelli Musulmani né con l’esercito) dopo tanti mesi di rigida polarizzazione del discorso. Meno di ventiquattro ore dopo il suo show, erano già partite due denunce nei suoi confronti, che poi sono diventate quattro – tutte private, ma che costringono il procuratore generale a prenderle in esame. Inoltre, a prendere le distanze da Youssef è stato anche il canale tv che trasmette il suo programma. Vi racconto tutto grazie a Mada Masr (Egitto), Zeinobia (Egitto, con il link alla puntata su YouTube), Buzzfeed (Usa) e il Telegraph (Inghilterra).

♫ “Walk on the wild side” di Lou Reed

Ecco la seconda parte di oggi:

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Di precise parole si vive

Questa terza porte la voglio dedicare a due scrittori: la canadese Alice Munro, che due settimane fa, a 82 anni, ha vinto il premio Nobel per la Letteratura nel giubilo della rete, e l’americano Dave Eggers, che ha pubblicato il suo nuovo romanzo, The Circle, ambientato in una sorta di metafora di Silicon Valley e del mondo del web. Moltissimi gli omaggi ad Alice Munro dai colleghi e dalle sezioni culturali dei media. Qui la stessa Munro, svegliata con la notizia dalla Cbc, e sorpresissima dal fatto di essere solo la tredicesima donna su 110 Nobel per la letteratura finora assegnati. Qui il Los Angeles Times sulla “riapertura” da parte del New Yorker di uno dei racconti di Munro pubblicati dalla rivista nel corso degli anni,  e ora ripubblicato anche sul cartaceo per l’occasione: The bear came over the mountain. Qui lo stesso New Yorker con una raccolta di commenti a caldo dopo il Nobel da Margaret Atwood (amica e connazionale di Munro), Julian Barnes, Sheila Heti, Jhumpa Lahiri, Joyce Carol Oates e altri. Qui il Globe & Mail su come “la canadese tranquilla” ha conquistato il mondo. Qui Susanna Basso, traduttrice italiana di Alice Munro, sulla rivista Tradurre.

Intanto tiepida, invece, la reazione all’ultimo romanzo di Dave Eggers, The Circle, un tantino reazionario secondo chi vive parecchio nella rete – forse a dimostrazione, più che altro, che Eggers è ancora fortissimo nella non-fiction (oltre che nei suoi bellissimi progetti filantropici) ma debole nella fiction. Qui l’opinione di Maria Bustillos per Medium (che intanto sabato scorso ha annunciato di essere uscito dalla sua versione beta, pronto a pubblicare materiali di tutti), e qui quella di Serena Danna sul suo blog per il Corriere.

♫ “Perfect day” di Lou Reed

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Cosa vuole Pierre

Infine, mentre sembra che perfino le testate digitali siano molto intimorite dall’annuncio della nascita della nuova impresa di Pierre Omidyar di eBay nel campo dell’informazione, dopo il primo annuncio (che riguardava più che altro la partenza di Glenn Greenwald dal Guardian) Omidyar ha raccontato qualche dettaglio in più. Qui l’Economist (benevolo) su come a Omidyar piace spendere i suoi soldi per beneficenza (ha creato un modello alternativo a quello dei magnati americani dell’ultimo secolo), qui Jim Romenesko che riprende l’intervista a Omidyar di NPR, di cui trovate audio e trascrizione qui.

♫ “Satellite of love” di Lou Reed

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Alaska XL #4 | il grande nido vibrante

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(uno degli annunci di lavoro in bacheca a Ona13)

Arrivo direttamente da tre giorni alla conferenza annuale dell’ONA (Online News Association) che riunisce giornalisti digitali di tutto il mondo, sviluppatori e start-up – per studiare, confrontarsi e discutere sullo sviluppo digitale e il futuro dei media, i nuovi strumenti tecnologici per i giornalisti e i blogger, la legislazione e il codice etico di internet per l’informazione. La partenza per Atlanta ha coinciso con due notizie: quella che Glenn Greenwald lascia il Guardian accettando un’offerta di costruire una nuova testata fattagli dal miliardario di Silicon Valley Pierre Omidyar (di cui potete leggere sotto), e dall’Italia quella della sospensione del Festival del Giornalismo di Perugia, a cui tanti dei reporter stranieri aderenti all’Ona hanno partecipato negli ultimi anni (questa mattina la conferenza stampa ufficiale a Perugia, in cui gli organizzatori Arianna Ciccone e Chris Potter hanno rifiutato pubblicamente l’offerta last minute di un finanziamento regionale, annunciando invece una combinazione di sponsor + campagna di crowdfunding su Kickstarter – qui potete rivedere l’integrale della conferenza stampa).

A dominare la discussione di Ona13 è stata la questione della sorveglianza, articolata in vari modi. Dal keynote speech di Janine Gibson (direttrice Guardian America) insieme alla Electronic Frontier Foundation sulla divulgazione dei documenti di Snowden dell’NSA, alle discussioni sul criptaggio dei documenti, fino all’esperimento del Tow Center for Journalism diretto da Emily Bell che ha proposto un panel in una sala monitorata da sensori disseminati sul pavimento, e alla prima del film The Fifth Estate, che vorrebbe raccontare la dicotomia fra il modello virtuoso di trasparenza di Wikileaks e il deteriorarsi della figura di Julian Assange. Il keynote speech più affollato è stato quello del mago dei numeri Nate Silver, Andy Carvin ha svolto un laboratorio su come usare i social media per contrastare l’accelerazione del flusso delle breaking news; molti hackers e specialisti di software, sistemi di criptaggio e archiviazione sicura fino a un milione di documenti hanno raccontato le ultimissime novità. Amy Webb ha presentato come ogni anno le sue dieci previsioni per le tendenze digitali dell’anno prossimo, e centinaia di studenti di giornalismo hanno avuto accesso diretto ai loro possibili mentori e alle offerte di lavoro così come alle borse di studio della Knight Foundation e della Gannett Foundation. Più dell’anno scorso, l’associazione è sembrata interrogarsi su come implementare un codice etico che tenga conto delle differenze culturali e giuridiche dei vari paesi partecipanti e la maggiore varietà possibile di media, scavalcando il predominio americano della conferenza. Infine, alla tradizionale cena conclusiva della conferenza sono state assegnate le varie categorie di premi: poco spazio quest’anno per le start-up e per le radio indipendenti, molti riconoscimenti per i reportage multimediali sull’attentato alla Maratona di Boston, sull’uragano Sandy, sulle elezioni Usa 2012, un grosso premio al pionierismo multimediale di Snowfall del New York Times che dal dicembre 2012 ha già avuto molti emulatori, e naturalmente, due premi importanti agli autori degli scoop sull’NSA per il Guardian basati sui documenti di Edward Snowden.

♫ “Nightswimming” dei R.E.M.

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Janine Gibson sull’NSA: “nessun giornale ce la farà da solo”

Proprio poche ore dopo l’annuncio che Greenwald lascia il Guardian per mettere in piedi una nuova impresa editoriale finanziata dal fondatore di eBay Pierre Omidyar (che non aveva fatto mistero in queste settimane della sua preoccupazione per i programmi di spionaggio dell’NSA), uno dei momenti più intensi della conferenza di Ona quest’anno è stato l’incontro, moderato da Emily Bell, con Janine Gibson (direttrice GuardianUS), Micah Flee (Electronic Frontier Foundation), e Nabiha Syed, avvocato specializzato in legislazione sui media e consulente del Guardian su Snowden. Janine Gibson, visibilmente provata da quelli che ha descritto come “quattro mesi che sembrano quattro anni”, ha raccontato alcuni retroscena molto densi del procedimento che ha portato il Guardian a raccogliere i documenti NSA di Edward Snowden. Qui trovate il video integrale. Qui lo Storify che ho preparato con i tweet durante la conferenza. Qui lo Storify di Andrea Iannuzzi. Qui un racconto esaustivo di Raffaella Menichini dalla conferenza.

Poche ore fa, invece, come anticipato da Greenwald, sono arrivate le rivelazioni su nuovi documenti che riguardano le intercettazioni dell’NSA su cittadini francesi, divulgate da Le Monde.

♫ “Jumpin’ Jack Flash” nella versione dei Gomez

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Pranzo al sacco con Nate Silver

Il keynote speech più atteso da giornalisti digitali, blogger e programmatori a Ona13 era sicuramente quello del mago dei numeri Nate Silver, esempio vivente della geniale sovrapposizione fra discipline che sta rivitalizzando il giornalismo. Presentato da Jim Roberts, che aveva lavorato con lui al New York Times, Nate Silver ha tenuto un discorso per convincere i giornalisti a dotarsi di competenze migliori sull’interpretazione di dati, numeri e statistiche; ha svelato come funzionerà il suo blog Five Thirty Eight (attualmente dedicato a proposte di lavoro per far parte del team…) a partire da febbraio con MSNBC; ha spiegato perché l’anno scorso aveva sfidato un anchorman televisivo a colpi di scommesse; ha consigliato caldamente la lettura di “Thinking fast and slow” di Daniel Kahneman; si è portato 9 slide sotto forma di meme coi gattini, ha fatto sorridere tutti e ha risposto a una gran quantità di domande dalla platea. Qui trovate l’audio integrale, e meglio ancora, il video integrale.

♫ “Snake eyes” dei Milk Carton Kids

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Fratelli social

I fratelli Carvin hanno dominato a Ona13 la discussione sul UGC (user generated content), Eric Carvin dell’Associated Press con un incontro sul UGCGold, cioè i preziosi contenuti che si raccolgono sui social media (qui trovate la registrazione audio integrale), e Andy Carvin di NPR con un laboratorio di discussione per lanciare un movimento di Slow News – su come usare i social media per rallentare e rendere più trasparente il processo di verifica nelle breaking news anziché assecondarne l’accelerazione. Qui trovate il suo Storify che riassume l’incontro.

♫ “Dinosaur Act” dei Low

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chi è il fuorilegge?

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(il sedile vuoto di Snowden sul volo Aeroflot SU 150 di ieri per l’Avana)

Ultima settimana della stagione per Alaska, che concluderemo con l’ultimo collegamento in diretta con Tahrir prima dell’appuntamento di massa del 30 giugno per chiedere le dimissioni del presidente Morsi. Intanto però, nugoli di giornalisti si imbarcano su un volo da Mosca per l’Avana convinti dalle voci dell’Aeroflot sul biglietto aereo del whistleblower Edward Snowden, e trovano il suo posto vuoto e le autorità di Cuba pronte a rispedirli indietro. Contemporaneamente, le autorità di Hong Kong rendono pubblico un testo che spiega come mai hanno rifiutato una richiesta di cattura da parte delle autorità americane, e Wikileaks conferma di essersi è occupata dell’assistenza legale e di viaggio verso l’asilo politico, ed è possibile ipotizzare un coinvolgimento delle autorità ecuadoregne che stanno dando asilo a Julian Assange; in ogni caso, la vasta pubblicità sui movimenti di Snowden (che nessuno riesce a capire dove sia) sembra indirizzata da una parte a rendere difficile alle autorità americane catturarlo senza l’attenzione dell’opinione pubblica, dall’altra a confondere le idee sul suo percorso. Intanto le speculazioni abbondano (Snowden ha forse “regalato” qualche segretuccio americano a Hong Kong e alla Russia in cambio del passaggio sicuro?), i campi pro e contro si polarizzano (come se si trattasse di decidere se è stato Snowden a tradire e infrangere la legge e non il governo Usa), e nuove rivelazioni dai materiali in possesso del whistleblower vengono promesse dal Guardian, che sta giocando una partita a scacchi abbastanza mirabile. Glenn Greenwald, per ora, argomenta sull’accusa formale degli Stati Uniti nei confronti di Snowden.

La canzone di oggi era “Wanna be on your mind” di Valerie June

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carezzare una fenice*

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(uno dei meme creati ieri in tempo reale dopo la frase di Snowden sulla Cina*)

Ieri il Guardian, attraverso una connessione indiretta (per sicurezza) al blog di Glenn Greenwald, ha “messo a disposizione” il discusso whistleblower 29enne Edward Snowden perché rispondesse alle domande di lettori e utenti. Le domande arrivavano anche via Twitter con l’hashtag #asksnowden e l’ex contractor della CIA, che nel linguaggio si è rivelato un vero geek, rispondeva per gruppi di concetti (anche se su alcune domande è stato evasivo). Il tutto sul lindo blog del Guardian in scorrimento aggiornato per la durata di due ore. In Italia, Tiziano Toniutti e Raffaella Menichini per Repubblica.it hanno tenuto un blog simultaneo in traduzione. Molte delle domande, per la verità arrivavano da giornalisti e commentatori di nome – prima quelle dei suoi referenti degli scoop (Greenwald e MacCaskill) per lanciare la conversazione e smistare le prime domande dei lettori, poi quelle dei colleghi. Oggi diamo uno sguardo d’insieme e un’occhiata alle risposte più interessanti.

(*il titolo viene dalla dichiarazione sul presunto favorire la Cina con le sue rivelazioni – “se avessi voluto vendere queste informazioni alla Cina, adesso sarei in un palazzo a carezzare una fenice”, ha detto Snowden. “Petting a phoenix” è diventato un meme e un trending topic di Twitter)

Ecco la puntata di oggi:

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