Alaska XL #16 | “we are not afraid„

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(uno dei graffiti di Ammar Abo Bakr a Mohammed Mahmoud, Cairo, utilizzati come transizioni nel montaggio del documentario The Square)

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Mentre la Tunisia approva con gioia la sua nuova costituzione (qui una prima traduzione in inglese del testo), e dopo la repressione violenta delle manifestazioni del 25 gennaio, l’Egitto stravolto ha vissuto in pochi giorni il cambiamento della roadmap con l’anticipazione delle presidenziali sulle parlamentari, la promozione del generale Sisi a maresciallo, il comunicato del Consiglio Supremo dell’Esercito che dà il via libera alla sua candidatura alle presidenziali, la nuova udienza per il presidente deposto Morsi, e l‘incriminazione ufficiale per terrorismo per 20 giornalisti, di varie nazionalità, fra i quali i reporter di Al Jazeera (fra di loro ci sono Abdallah el Shamy, arrestato lo scorso agosto mentre lavorava al sit-in dei Fratelli Musulmani a Rabaa, e fratello del fotografo Mosa’ab El Shamy, e Mohamed Fahmy, cioè @repent11 – qui la tv alTahrir fa circolare a scopi propagandistici il video girato al momento del loro arresto all’hotel Marriott del Cairo, montata con musiche da thriller ). Qui le accuse. Il tutto nell’apparente indifferenza internazionale, nonostante i ripetuti appelli delle associazioni per i diritti umani (qui l’opinione di Cynthia Schneider per la CNN sull’atteggiamento americano, dopo aver visto The Square). Jonathan Moremi ha parlato con gli uffici dei ministeri degli Esteri interessati dagli arresti dei giornalisti, scoprendo in particolare l’assoluta indifferenza del Canada. Il giovane giornalista Abdallah el Shamy (vedi sopra) scrive confermando che proseguirà il suo sciopero della fame. Venerdì prossimo, torna in tv lo show satirico di Bassem Youssef, che ha trovato una nuova casa – saudita.  Mahmoud Salem (@Sandmonkey) scrive di quanto (non) sia sicuro il paese nelle mani del generale maresciallo el Sisi (NB: dopo il suo pezzo, l’attivista Nazly Hussein è stata rilasciata). Bassem Sabry per Al Monitor ha quattro domande sul futuro del maresciallo Sisi.

♫ “Waist deep in the big muddy” di Pete Seeger

Ecco la prima parte di oggi:

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Pete Seeger ha firmato, it’s “all for now”, come faceva lui – la firma col suo nome intrecciata alla sagoma di un piccolo banjo. Uno dei più grandi testimoni civili del nostro tempo, come il compagno di un tempo Woody Guthrie che ha contribuito a tener vivo nella memoria collettiva, era convinto che la canzone popolare di lotta fosse un software libero, e che la sua vitalità tornasse a riempirsi di senso ogni volta che qualcuno ne aveva bisogno. Mai nostalgico, sempre attento al presente, a 92 anni nell’inverno del 2011 aveva condotto i manifestanti di Occupy Wall Street per le strade di New York come un pifferaio magico, cantando We shall overcome. Molti musicisti suoi allievi e ammiratori gli hanno reso omaggio in questi giorni: qui il ricordo di Ani di Franco. Qui Springsteen, Mellencamp e Neil Young. Qui The New Republic con un’intervista inedita del 2007. Qui la trascrizione della storica testimonianza di Pete Seeger davanti alla Commissione sulle Attività Anti-Americane di McCarthy. Qui l’omaggio sul blog del New Yorker.

♫ “Whose side are you on?” di Pete Seeger nella versione di Ani di Franco

Ecco la seconda parte di oggi:

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Su iniziativa di due parlamentari norvegesi, e dopo altre due sollecitazioni, Edward Snowden è entrato nelle candidature per il Nobel per la Pace. Qui il video del dibattito “After Snowden” alla Columbia University. Intanto, altre rivelazioni sull’NSA continuano a fioccare (con il primo pezzo di Greenwald per la NBC – qui le orride slide dell’NSA), con il coinvolgimento di Angry Birds e la vulnerabilità delle app (qui il Post). Qui un buon riassunto del Guardian. Intanto, la televisione tedesca NDR, forte dell’interesse dei suoi spettatori per le vicende relative alla sorveglianza, è riuscita a realizzare un’intervista molto interessante in Russia con un Edward Snowden lucido e saggio – intervista che negli Stati Uniti è stata praticamente oscurata. Qui trovate l’originale in inglese della conversazione in video, qui la trascrizione. Alessandra Neve l’ha tradotta in italiano per noi, potete leggere qui la traduzione e ascoltarla nel podcast qui sotto.

♫ “We shall overcome” di Pete Seeger nella versione di Bruce Springsteen

Ecco la terza parte di oggi:

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Il produttore di origine araba Ahmed Shihab El Din (che su Twitter conoscete come @ASE) viaggia di frequente e viene fermato in continuazione ai controlli in aeroporto, a volte per due o tre ore alla volta. E non è certo il solo, accompagnato com’è da tante altre persone di pelle scura, dai nomi non anglosassoni, spesso con i loro bambini. Stavolta, dopo una trasferta di lavoro a Davos e un viaggio lampo in Kuwait dai parenti, si è stufato e ha pubblicato su Huffington Post un resoconto demoralizzante, anche a nome di tutti coloro che subiscono il suo stesso destino, che diventa una riflessione sulla presunta “sicurezza”.

♫ “The ghost of Tom Joad” di Bruce Springsteen feat. Pete Seeger

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #15 | mortali

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(la foto di Mostafa Sheshtawy ai Cabinet Clashes, Cairo, dicembre 2011, di cui ci parla nell’intervista di oggi)

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Attivisti e giornalisti ancora in carcere, decine di arresti al primo tentativo dei manifestanti di tornare a Tahrir, tre bombe esplose al Cairo alla vigilia del terzo anniversario del #Jan25, l’anniversario stesso tragicamente macchiato dal divieto di manifestare per tutti tranne i tifosi del generale Sisi a Tahrir, con più di 50 morti nei cortei attaccati dalla polizia e più di 1000 arresti. L’indomani, domenica, il presidente ad interim Mansour annuncia, come previsto, il sovvertimento della roadmap, anticipando le presidenziali sulle parlamentari. Fra propaganda militare, road map incerta, e repressione dei Fratelli Musulmani e dei giovani attivisti laici, l’Egitto si trova nel punto più doloroso e pericoloso di questi tre anni. All’Arab Bloggers Meeting, i blogger hanno tenuto delle poltrone vuote in onore dei loro colleghi in carcere o in clandestinità, fra i quali Alaa Abd El Fattah. In carcere ormai da 60 giorni, Alaa ha scritto il 24 dicembre alle sue sorelle, Mona e Sanaa, una lettera che solo in questi giorni è stata tradotta dall’arabo – largamente interpretata come lo scoramento di tutta la rivoluzione. Alessandra Neve l’ha tradotta per noi dalla versione inglese. Il giornalista australiano Peter Greste, arrestato dopo sole due settimane di servizio al Cairo e detenuto nel carcere di Tora senza accuse né processo insieme a Mohamed Fahmy, ha scritto finalmente una lettera, lucidissima, sulle circostanze del suo arresto e i suoi sentimenti sulla libertà di stampa in Egitto. Ahmed Maher del movimento 6 aprile, dopo le faticose trattative con le autorità carcerarie per il diritto a scrivere, fa pubblicare alcuni scritti su un nuovo blog. Intanto, in coda alla traduzione/divulgazione della lettera del fratello Alaa del 24 dicembre, Mona Seif aveva scritto, “ci siamo sempre sentiti liberi di esprimere anche i momenti in cui eravamo stanchi e scoraggiati, ma vedrete che presto arriverà dal carcere qualcosa di più forte”.

♫ “Jan 25″ di Omar Effendum

Ecco la prima parte di oggi:

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Giovedì, la vigilia dell’anniversario del #Jan25 incupita dalle bombe, è arrivato l’originale in arabo di uno scritto a quattro mani di Alaa e Ahmed Douma del movimento 6 aprile, detenuti in celle attigue. E’ un’analisi dei luoghi comuni sulla disperazione che viene intesa come tradimento, dell’umanità della vita in carcere, e un’impietosa disamina delle sconfitte dei rivoluzionari attraverso l’esplorazione delle quattro piazze in cui ha finito per polarizzarsi Tahrir:  la Tahrir rivoluzionaria, l’Abbaseya salafita del 2011-12, la Rabaa dei Fratelli Musulmani dell’estate scorsa, e la piazza del Mandato popolare ai militari di oggi. Come sempre, la scrittrice Ahdaf Soueif (dopo un notevole scambio di opinioni online sull’esatta trasposizione di alcuni termini in arabo) lo ha tradotto in inglese perché venisse pubblicato il 25 gennaio da Mada Masr. A quattro mani con Alessandra Neve lo abbiamo tradotto per voi in italiano dalla sua versione.

♫ “Love is noise” dei Verve

Ecco la seconda parte di oggi:

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Mostafa Sheshtawy è uno dei tre fotografi più importanti e di talento emersi dalla documentazione della rivoluzione egiziana, pubblicati dalle grandi testate internazionali (qui su Flickr potete vedere il suo lavoro). Giovanissimo, nato e cresciuto in Qatar da genitori egiziani e poi rimasto in Egitto dopo gli studi per seguire la rivoluzione, Mostafa è venuto a trovarci a Radio Popolare in occasione del suo passaggio da Milano. Ho discusso con lui della sua esperienza, di fotografia e citizen journalism, dei suoi progetti per il futuro e della foschia tragica che avvolge l’Egitto. Qui sotto la prima metà dell’intervista.

♫ “Home” di Alexi Murdoch

Ecco la terza parte di oggi:

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Qui la seconda metà dell’intervista con il fotografo egiziano Mostafa Sheshtawy.

♫ “Whatevers on your mind” dei Gomez

Ecco la quarta parte di oggi:

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NB: Il 23 gennaio Edward Snowden ha tenuto una sessione di domande e risposte con gli utenti Twitter che trovate conservate qui. Alessandra Neve l’ha tradotta.

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Alaska XL #14 | porti delle nebbie

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(foto via Gothamist)

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Oggi dedichiamo grosso modo la prima parte della trasmissione a fare un punto delle vicende legate alle rivelazioni di Edward Snowden sulla sorveglianza elettronica dell’NSA – che continuano a tenere banco con il discorso di Obama di venerdì scorso, le misure di contenimento che ora dovranno essere discusse dal Congresso, il coinvolgimento degli altri paesi, la rigida posizione inglese, il destino dei whistleblower e di Snowden in particolare (qui l’opinione di Daniel Ellsberg, che 40 anni fa rivelò i Pentagon Papers), le questioni legate ai sistemi di cifraggio delle comunicazioni, il rapporto fra governo federale e aziende private alle cui infrastrutture le agenzie federali si appoggiano di fatto per la sorveglianza, e la discussione etica su nuovo giornalismo e sui diritti civili elettronici. Nella seconda parte daremo un’occhiata a due documentari di cui è stato appena annunciato l’ingresso fra le nomination all’Oscar, entrambi molto legati alla vita della rete e ai temi che discutiamo qui, e vi racconterò una storia emblematica di tecnologia in Sudafrica.

Dopo la divulgazione a dicembre dei risultati della commissione sull’NSA da lui stesso istituita, Obama ha parlato venerdì, con un discorso diventato indispensabile dopo le rivelazioni di Snowden emerse in questi sei mesi, e allo stesso tempo ancora più vago di quanto ci si potesse aspettare (qui trovate la trascrizione). Incerto e a disagio, Obama ha tentato di rassicurare il cittadino medio americano, ammettendo la necessità di limiti alla sorveglianza (così tipica degli assetti sociali a cui i suoi stessi modelli un tempo si ribellarono) ma ribadendone la necessità per l’anti-terrorismo, e sostanzialmente mentendo o restando evasivo sulle parti più importanti della vicenda. Le vaghe modifiche alla procedura che ha annunciato non risolvono il problema di fondo – che sia sbagliato e illegale raccogliere indiscriminatamente (e conservare) centinaia di milioni di metadati di comuni cittadini. Qui il punto di ProPublica, qui il punto di Freedom of the Press (di cui Snowden è entrato a far parte), qui quello di Glenn Greenwald. La sera prima del discorso di Obama, sono arrivate le nuove rivelazioni sull’impressionante programma Dishfire per la raccolta quotidiana di centinaia di milioni di sms, divulgate dal britannico Channel 4 insieme al Guardian.

♫ “Wise up ghost” di Elvis Costello & The Roots

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Come sapete, in Italia non c’è una grande attività di stampa sulle rivelazioni sull’NSA e sulle questioni della sorveglianza elettronica, fatto salvo per il lavoro di Stefania Maurizi con Greenwald per l’Espresso e, come vi ho raccontato in varie occasioni, quello di Fabio Chiusi, che conoscete per il suo blog Il Nichilista e per il suo lavoro per il Messaggero Veneto e Repubblica. Chiusi ha pubblicato proprio venerdì scorso, in collaborazione con Valigia Blu, un ebook gratuito che riesce a riassumere punto per punto per i lettori italiani la vicenda per come si è dipanata fin qui. Mi è sembrata un’ottima occasione per averlo finalmente ospite ad Alaska, e ci colleghiamo in diretta con lui per fare il punto della situazione (potete riascoltare la conversazione nel podcast qui sotto).

♫ “Sirens” dei Pearl Jam

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Erano in pole position, ma la conferma è arrivata da poco: Dirty Wars di Jeremy Scahill e The Square di Jehane Noujaim sono candidati all’Oscar nella categoria Miglior Documentario. In modi diversi, sono due film importanti per la vita della rete e per la possibilità di raccontare la Storia con la S maiuscola in tempo reale. Jeremy Scahill, come sapete, è un celebre reporter che indaga sulle parti più segrete dell’apparato militare americano in Iraq, Afghanistan e Yemen, e che farà parte della redazione della nuova testata di Pierre Omidyar affidata a Greenwald – Dirty Wars traduce in una storia per immagini l’indagine che aveva pubblicato nel suo libro Dirty Wars. Jehane Noujaim, già regista di Control Room (documentario su Al Jazeera), egiziano-americana, ha girato The Square con il suo team tutto in presa diretta a Tahrir e ha vinto il premio del pubblico al Sundance Festival con una versione incompiuta del documentario, che ha rimontato in questi mesi, comprimendone ulteriormente la cronologia per arrivare fino al primo massacro dei Fratelli Musulmani, quello davanti alla sede della Guardia Repubblicana dopo il colpo di stato. Entrambi i film – diversi ma uniti da una forte scelta narrativa in soggettiva – sono stati proiettati nei festival più importanti e arriveranno nei vari paesi con modalità diverse. The Square, come vi avevo raccontato, è stato finanziato attraverso il crowdfunding con un progetto su Kickstarter e il contratto di distribuzione è stato stipulato con Netflix (che vincerebbe così il suo primo Oscar, nel caso) – in Egitto è ancora in attesa del visto della censura e gli egiziani hanno potuto vederlo soltanto in una breve finestra temporale ieri sera quando una versione in bassa qualità – ora rimossa – è comparsa su YouTube, e per l’Italia bisognerà aspettare un bel po’. Di Dirty Wars, per chi se lo fosse perso nella rara proiezione al Milano Film Festival, si può invece acquistare o noleggiare il download in sterline direttamente dal sito ufficiale. Qui Yasmine Rashidi dal Cairo su The Square per il New Yorker, qui l’intervista a Jeremy Scahill di Democracy Now!. Li ho visti entrambi e vi racconto un po’ le mie impressioni (potete recuperare l’audio qui sotto nel podcast).

♫ “Hunter of Invisible Game” di Bruce Springsteen

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Un’azienda tecnologica sudafricana di enorme successo ma dalle radici che affondano nel passato cupo del paese. E’ la Naspers, e la racconta John McDulin per Quartz.

♫ “We live again” di Beck

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Alaska XL #13 | Il Gospel delle Pistole

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Ben ritrovati, buon anno nuovo, e ancora un ringraziamento ai quasi 900 nuovi abbonati a Radio Popolare. Vi ho lasciato con uno speciale sugli ultimi eventi che riguardavano l’NSA e le rivelazioni sulla sorveglianza elettronica, e le riprenderemo con un aggiornamento nella quarta parte della puntata di oggi. Intanto quasi tutti i più importanti attivisti della rivoluzione egiziana sono in carcere, manifestare è vietato, centinaia di detenuti politici dei Fratelli Musulmani e non sono in sciopero della fame, gli arresti non stanno risparmiando neanche i giornalisti, e fra due giorni si vota per la costituzione-farsa che dovrebbe aprire il percorso della roadmap che potrebbe culminare nella candidatura del maresciallo Sisi alle elezioni. Ma prima, il piccolo racconto su una realtà poco conosciuta – quella dei rapporti fra le case produttrici di armi da fuoco e le riviste di settore – da cui la puntata di oggi prende il titolo: la cacciata dalla rivista Guns & Ammo del noto commentatore ed esperto di armi Dick Metcalf.

♫ “Elephant Gun” di Beirut

Ecco la prima parte di oggi:

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Alaa Abd El Fattah è in carcere dal 28 novembre, e una data per il verdetto a suo carico non è ancora stata fissata. Ahmed Maher, Ahmed Douma e Mohamed Adel del movimento 6 aprile stanno scontando la loro condanna a tre anni di carcere. Il 30 dicembre sono stati arrestati all’hotel Marriott il giornalista egiziano-canadese Mohamed Fahmy, esperto di Sinai che lavora per CNN e Al Jazeera e che su Twitter conoscete come @Repent11, insieme al giornalista australiano Peter Greste e a un collega egiziano, tutti adesso detenuti nel carcere di Tora accanto ad Alaa e ai metri del 6 aprile. 450 membri in carcere dei Fratelli Musulmani hanno cominciato uno sciopero della fame, e Ahmed Maher e gli altri stanno usando lo stesso sistema per negoziare con le autorità carcerarie le condizioni della loro detenzione (visite, libri, ore d’aria, strumenti per la scrittura). E’ evidente il tentativo di tenere attivisti, blogger e reporter lontani dal referendum e dal terzo anniversario del #Jan25, la repressione contro le manifestazioni di queste settimane nelle università, l’intimidazione dei giovani eroi della rivoluzione attraverso la diffamazione con finte intercettazioni (quelle che in queste ore hanno spinto Wael Ghonim ad annunciare che lascerà di nuovo l’Egitto in esilio volontario). Tutto ciò che la rivoluzione aveva fatto salire in superficie sta tornando nella clandestinità. Oggi voglio dedicare questa parte centrale di Alaska a quello che in tanti hanno scritto per questi detenuti politici e simboli della rivoluzione, nella generale indifferenza internazionale.

Omar Robert Hamilton, regista di documentari, fra i creatori dei collettivi Mosireen e Kazeboon, è figlio della scrittrice Ahdaf Soueif e cugino di Alaa, e sta cercando di tenere viva la campagna per la sua liberazione. Il 2 gennaio ha scritto una riflessione straziante per Mada Masr sulla prigionia di Alaa e lo stato in cui versa la rivoluzione. Ve l’ho tradotta qui.

♫ “Slow Revolution” di Alexi Murdoch

Ecco la seconda parte di oggi:

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La nostra Laura Cappon è andata a trovarle Omar Robert Hamilton a casa sua, per conoscere le condizioni della carcerazione di Alaa e per parlare un po’ della situazione di questi giorni (trovate l’audio nel podcast qui sotto).

E se Alaa sta lottando in carcere per il diritto a scrivere lettere, molti altri ne stanno scrivendo per lui e per gli altri detenuti politici. Qui Shahira Hamin per Index On Censorship che scrive dell’arresto dei giornalisti di Al Jazeera. Qui Alia Manallam che scrive di Alaa. Qui Bilal Fadl che scrive un breve messaggio per Alaa. Qui Nancy Youssef che per McClatchy si è finta un’amica del reporter Mohamed Fahmy ed è riuscita a fargli visita in carcere. Qui Robert Mackey per The Lede sulla situazione complessiva dei detenuti d’opinione di queste settimane. Qui l’attore Holt McCallany che chiede la liberazione di Ahmed Maher. Qui la dichiarazione su Facebook di Ahmed Maher, Ahmed Douma e Mohamed Adel sulla loro trattativa con le autorità carcerarie attraverso lo sciopero della fame. Qui Wael Eskandar sulle false intercettazioni telefoniche e il tentativo di diffamazione degli attivisti del #Jan25, e qui un riassunto di Egyptian Chronicles sulla dichiarazione con cui Wael Ghonim annuncia su Facebook che lascerà l’Egitto. Qui l’editoriale con cui il Toronto Daily Star chiede al governo canadese di intervenire per la liberazione di Mohamed Fahmy. Qui la petizione di 40 giornalisti internazionali per chiedere alle autorità egiziane la liberazione dei colleghi incarcerati. Qui Lina Attalah, e qui Jillian C. York, che scrivono entrambe di Alaa. Qui il racconto dell’arresto di Alaa scritto su Facebook da sua moglie Manal il 9 gennaio e tradotto dall’arabo da Ahdaf Soueif.

♫ “Heaven” dei Milk Carton Kids

Ecco la terza parte di oggi:

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E come va la vicenda NSA-Snowden? L’anno si è chiuso con alcune riflessioni interessanti (qui Jay Rosen, qui su ProPublica il prospetto di tutte le cause contro l’NSA dal 2006 ad oggi, qui la riflessione di Murtaza Hussain per Al Jazeera su come la vera rivelazione di Snowden sia stata la straordinaria irrilevanza della massiccia raccolta di metadati ai fini dell’anti-terrorismo), e con il clamoroso resoconto di Jacob Appelbaum sulla militarizzazione di internet alla conferenza degli hacker 30c3 in Germania (qui il video, qui la trascrizione). L’anno nuovo si è aperto con le centinaia di accademici di tutto il mondo firmatari di un appello contro la sorveglianza di massa, con un editoriale del Guardian a favore del perdono per Snowden il 1° gennaio, seguito il giorno dopo da un assai meno ovvio editoriale dello stesso tenore del New York Times, che in precedenza non era stato così deciso e anzi a tratti sfavorevole. Subito dopo, la public editor del NYT Margaret Sullivan ha raccontato da quante settimane al giornale si discuteva se pubblicare o no quell’editoriale. A rappresentare il punto di vista esattamente contrario alla clemenza a Snowden ci pensa Fred Kaplan per Slate. In chiusura, una bella intervista di Natasha Lennard con Glenn Greenwald per Salon su come “la sorveglianza genera conformismo”.

♫ “Throw your arms around me” di Eddie Vedder & Neil Finn

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #12 | the Great NSA Xmas Show

E’ stata una settimana impressionante per le storie che riguardano la sorveglianza dell’NSA, tanto che ho deciso di dedicare loro l’intera puntata di Buon Natale e Buon Anno da parte di Alaska. Qui sopra potete vedere il video natalizio che l’American Civil Liberties Union ha creato per fare proseliti contro la National Security Agency. Ma andiamo con ordine.

aggiornamento del 29 dicembre: questa puntata potrete riascoltarla alle 12.40 di lunedì 30 dicembre. Anche se non li troverete nei podcast, in fondo al post trovate gli aggiornamenti (non pochi) della settimana fra il 23 e il 30 dicembre.

Il 13 dicembre esce anche in traduzione italiana, sull’Espresso online, la lettera firmata da varie persone che possono a buon titolo dirsi fonti e whistleblowers. Anche Juan Cole scrive una lettera, a Obama, per dirgli che nessun dissenso è possibile se tutti sono sorvegliati. Spunta qualche anticipazione sui risultati della commissione di studio dell’NSA formata da Obama ad agosto: i risultati potrebbero non essere scontati. Si discute di chi sarà il personaggio dell’anno secondo i lettori di Time, e fra i concorrenti c’è sicuramente il whistleblower Edward Snowden – il blog del Time dedicato al POY (Person of the Year) pubblica un piccolo racconto della cerimonia di consegna di un premio a Snowden in Russia. Dopo qualche allusione nella trasmissione televisiva americana 60 Minutes, sembra che dentro l’NSA siano divisi fra chi pensa che sia giusto garantire a Snowden l’amnistia, e chi lo vorrebbe ancora in carcere o impiccato. Intanto un membro civile dell’NSA, Inglis, decide di anticipare il momento di andare in pensione – lo racconta Foreign Policy. Ora del 16 dicembre, si sta discutendo di un’altra lettera, quella che Snowden ha inviato a un giornale brasiliano, che fa scrivere ad alcuni che fra le righe vi si potrebbe cogliere una reiterata richiesta di asilo al Brasile (il paese dove vive Glenn Greenwald) in cambio di informazioni. Greenwald smentisce che Snowden intendesse rinnovare la sua richiesta di asilo. Intanto Obama tiene un incontro con alcuni dei vertici delle grandi aziende tecnologiche americane, che stanno facendo lobbying al Congresso per riformare l’NSA.

♫ “The NSA is comin’ to town”

Ecco la prima parte di oggi:

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Lo stesso giorno, il giudice federale Richard Leon pubblica il primo parere a fronte di una delle molte cause intentate contro l’NSA per incostituzionalità (qui l’originale della sentenza, annotato da Spencer Ackerman per il Guardian).  E’ il primo verdetto contrario all’NSA dopo molti verdetti favorevoli negli anni a porte chiuse. E il giudice dà ragione al querelante: il sistema di sorveglianza dell’NSA è incostituzionale. Qui il resoconto del Washington Post, qui quello del Guardian,  qui Fabio Chiusi,  qui il senatore Wyden, qui NPR, qui la CNN,  qui il Washington Post, qui il Guardian, qui The New Republic. Il New Yorker pubblica un parere sulla possibilità di amnistia per Snowden. Il verdetto del giudice Leon sarà soltanto il primo di molti, ricorda l’AP, e la causa più vistosa contro l’NSA è quella intentata dall’American Civil Liberties Union (quella che il generale Alexander sosteneva al Congresso avesse libero accesso al monitoraggio dell’NSA). Qui la reazione dell’American Civil Liberties Union al verdetto del giudice Leon: “Edward Snowden è un patriota”.

Il 18 dicembre sembra una giornata tranquilla, fatta eccezione per l’apparizione di Glenn Greenwald in videoconferenza al Parlamento Europeo, dove risponde alle domande dei membri della Commissione sulle Libertà Civili (qui trovate una breve sintesi dello streaming integrale), rispiegando daccapo il metodo usato per lavorare sui file di Snowden, perché lui stesso non può viaggiare in Europa o rientrare negli Stati Uniti, come usciranno ancora delle storie sulla sorveglianza paese per paese, e come l’NSA e in Europa il GCHQ britannico siano di gran lunga le agenzie di sorveglianza più pericolose e potenti.  Nel primo pomeriggio americano viene annunciato che alle 4 verrà pubblicata (in anticipo rispetto alle previsioni, probabilmente a causa del verdetto del giudice Leon) la prima parte della relazione della piccola commissione di studio sull’ANSA istituita da Obama. Qualche giornale sembra avere già ricevuto una copia della relazione, sebbene sotto embargo fino alle 4, ma non il Guardian. Qui l’anticipazione del Washington Post, qui quella del New York Times. Dalle anticipazioni sembra di capire che il rapporto non sia affatto tenero con l’NSA. Il rapporto viene diramato alle 4 in punto: sono più di 300 pagine, con 46 raccomandazioni di riforma, più o meno condivisibili. Qui il testo integrale dal sito della Casa Bianca. Qui il parere a caldo di Politico. Intanto il Guardian americano ha pronto un liveblog che fornisce anche il contesto e le storie laterali di questi giorni che stanno intorno all’uscita anticipata della relazione. Fra le loro notizie a caldo, la reazione (negativa) di tre grandi compagnie telefoniche americane a una delle raccomandazioni, che a conservare i metadati degli utenti a tempo illimitato siano le compagnie stesse. Di fatto, la relazione conferma che tutte le rivelazioni nate dai file di Snowden sono vere, e anche se non lo nomina mai direttamente, sembra dargli ragione. Qui la trascrizione della discussione su Democracy Now!. Su alcuni punti particolarmente controversi, i difensori dei diritti civili sono molto critici: qui il parere della Electronic Frontier Foundation. Qui la New York Review of Books. Per Marcia Wheeler del Guardian, alcune questioni legali non sono chiare, e l’esistenza della commissione mira a lavare la coscienza dell’amministrazione Obama.  Reazioni anche dai Repubblicani, a cominciare dal padre del Patriot Act Sensenbrenner, fin dall’inizio contrarissimo ai sistemi dell’NSA. Intanto, in Inghilterra, Cameron è l’unico a non fare una piega – la relazione della commissione della Casa Bianca sull’NSA secondo lui non cambia nulla.

♫ “White Christmas” di Frank Sinatra

Ecco la seconda parte di oggi:

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Intanto, Pierre Omidyar ha pronto qualche annuncio sul nome e la struttura – molto interessante – della nuova impresa di informazione che ha affidato a Glenn Greenwald, tra profit e non-profit. Qui il comunicato dal blog temporaneo del gruppo, qui qualche dettaglio in più da Jay Rosen (già consulente del Guardian e ora anche consulente della nuova First Look Media), qui un’analisi di GigaOm. Qui un’accurata spiegazione di The Atlantic.

E qui vale la pena di recuperare uno scritto di Glenn Greenwald che era uscito all’inizio del mese, in risposta ad alcune polemiche innescate da Pando Daily, che lo accusava di aver “venduto” a Omidyar i file di Snowden. Al di là della polemica, le sue 15 pagine sono un ottimo promemoria delle questioni cruciali che riguardano il metodo di divulgazione dei file di Snowden, un nuovo modello di giornalismo con la stessa etica di quello tradizionale, e la risposta più articolata ai tifosi, invece, della divulgazione libera dei file (vedi polemica con Wikileaks delle settimane precedenti).  E mai come oggi è utile leggere la guru del giornalismo digitale, Emily Bell (già direttrice del Guardian online), che ricorda l’importanza di una rete sana di testate che collaborino fra di loro e proseguano le storie cominciate da altri.

♫ “Have yourself a merry little Christmas” di Cat Power

Ecco la terza parte di oggi:

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Le rivelazioni dai file di Snowden intanto non si fermano: qui il New York Times, e qui il Guardian, su come Dragnet spii agenzie di aiuti internazionali e vertici delle aziende.  E le Nazioni Unite votano per la tutela della privacy contro la sorveglianza indiscriminata.  Lo scrittore Dave Eggers scrive un appello ai suoi colleghi perché prendano posizione contro l’NSA.

Ma non siete curiosi di sapere da chi sia composto il piccolo gruppo di “saggi” che ha prodotto le 300 pagine di relazione sull’NSA? Ce lo racconta il Daily Beast, mentre la NBC intervista uno dei membri, che racconta la sua incredulità quando ha capito l’ampiezza e il metodo della sorveglianza nel suo paese.

♫ “Winter Wonderland” di Elvis Presley

Ecco la quarta parte di oggi:

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Aggiornamento del 27 dicembre: la Reuters rivela che l’agenzia di sicurezza RSA avrebbe letteralmente venduto all’NSA per 10 milioni di dollari una backdoor per aggirare il suo sistema cifrato di protezione dei dati. L’agenzia nega, anche se non smentisce di aver ricevuto il denaro. Per il giorno di Natale, dopo il tradizionale discorso della regina, Channel 4 ha la consuetudine di trasmettere un discorso di Natale “alternativo”. Quest’anno l’ha chiesto a Edward Snowden, e il video è stato girato a Mosca da Laura Poitras. Qui il video (che YouTube ha bloccato), qui la trascrizione. Intanto Alessandra Neve ha tradotto per noi il post di Glenn Greenwald su giornalismo, denaro e metodo di divulgazione dei file.

Aggiornamento del 29 dicembre: il 28 dicembre una nuova sentenza federale rovescia l’orientamento del giudice Leon, e respinge la causa presentata dall’ACLU – le pratiche dell’NSA vengono dichiarate legali. Qui trovate il testo integrale della sentenza, postato dal Guardian. Qui trovate la reazione ufficiale dell’ACLU, che ricorrerà in appello. Qui Fabio Chiusi ha analizzato il testo della sentenza con l’ausilio di alcuni giuristi. Intanto Glenn Greenwald teneva il suo keynote speech alla conferenza degli hacker 30c3 in Germania: due sale piene per un totale di quasi 6000 spettatori, a cui Greenwald ha parlato in diretta video da Rio, visibilmente commosso, scegliendo di ri-raccontare la storia del lavoro suo e di Laura Poitras secondo la chiave dell’ottimismo. Qui trovate il video integrale. Sulla sua scelta di esaltare in modo trasparente un lavoro giornalistico “di parte” e “avversario del potere”, die Zeit rilancia la discussione. Steffen Konrath ha raccolto qualche reazione (via Arianna Ciccone/Journalism Fest).

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Alaska XL #11 | #46664

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(la copertina di Politico dedicata a Nelson Mandela)

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Il detenuto politico che ci ha liberato tutti.
La morte di Nelson Mandela, per quanto ci si fosse preparati da mesi, ha provocato in rete un cordoglio universale, composto, corale. Domani la cerimonia in suo onore allo stadio di Johannesburg. La sua visionarietà, la resistenza alla prigionia, le sue capacità politiche e la longevità del suo esempio ispirano ancora attivisti di mille luoghi del mondo, anche quelli che al momento della sua liberazione non erano nemmeno nati. Nella reazione corale della rete, perfino il livellante, cosmetico rispetto di coloro che un tempo furono suoi nemici non ha offuscato un sentimento evidente: l’aspirazione a percorsi di vita esemplari, a un coraggio che si dimostra difficile da praticare nelle rivoluzioni di ogni giorno in assenza di una visione di prospettiva. Oggi lo raccontiamo attraverso gli scritti migliori e meno ecumenici che sono apparsi in rete. Intanto qui la mappa dell’intensità dei tweet su Mandela nel mondo, arrivata a 3 milioni e mezzo di messaggi meno di due ore dopo la notizia della sua morte la sera del 5 dicembre – via The Stream di Al Jazeera English. Sarebbe poi arrivata a più di otto milioni di tweet. Qui dal Washington Post un estratto del discorso che Mandela pronunciò prima del suo processo, qui una strepitosa raccolta interattiva dei discorsi di Mandela realizzata dal New York Times, qui il discorso con cui accettò il Nobel per la Pace. Qui il saluto di Mohamed Ali a Mandela pochi giorni prima della sua morte. Qui il saluto dell’arcivescovo Desmond Tutu. Qui il tributo esperto a Mandela di Bill Keller.

♫ “Like a king” di Ben Harper

Ecco la prima parte di oggi:

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In questa parte due bellissime riflessioni, molto più incisive e dissonanti rispetto all’universale trattamento da santo riservato a Mandela in questi giorni: qui Peter Beinart sull’impossibilità di ridurre Mandela a una figura mainstream ripulita. Ancora più incisivo il commentatore Musa Okwonga: “non potrete mai togliere da Nelson Mandela la sua parte di Malcolm X”.

♫ “Working class hero” di John Lennon

Ecco la seconda parte di oggi:

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Lunedì scorso – anche se la morte di Mandela la fa sembrare adesso una notizia molto più lontana nel tempo – il direttore del Guardian Alan Rusbridger è comparso a testimoniare come richiesto davanti alla commissione sorveglianza della House of Commons britannica. Alla vigilia dell’audizione, Rusbdriger ha ricevuto molti attestati di solidarietà: qui la lettera di sollecito alla libertà di espressione indirizzata al parlamento britannico da 13 fra testate e associazioni americane; qui la lettera di sostegno inviata ad Alan Rusbridger alla vigilia dell’udienza da Carl Bernstein, 50% del duo di reporter intorno al cui lavoro si snodarono le rivelazioni del Watergate che portarono alle dimissioni di Nixon – lettera che Alessandra Neve ha tradotto per noi. I deputati presenti erano Ian Austin (Labour), Nicola Blackwood (Tory), James Clappison (Tory), Michael Ellis (Tory, che si è fatto notare parecchio ed è stato zittito dal presidente della commissione), Paul Flynn (Labour), Lorraine Fullbrook (Tory), Julian Huppert (Lib-Dem), Yasmin Qureshi (Labour), Mark Reckless (Tory) e David Winnick (Labour). L’audizione è stata un terzo grado, non privo di qualche momento di vera tensione, che Rusbridger ha gestito con un misto di pazienza e fastidio, cercando da un lato di rispondere alle domande e dall’altro di fornire al pubblico che stava seguendo l’audizione in streaming video alcune informazioni di interesse pubblico. Fallito il suo ripetuto tentativo di spiegare ai parlamentari cosa sia Tor, e di conseguenza la contraddizione del tentativo (mancato) dell’NSA di craccare il sistema, Rusbdridger ha comunque sottolineato i punti più critici dell’intimidazione da parte del governo inglese nei confronti del Guardian, la differenza con il sistema di garanzie americano, e alcuni dettagli sul trasferimento e la conservazione criptata dei file di Snowden. La commissione, dal canto suo, lo ha pungolato su almeno due punti di particolare interesse perché sono quelli per cui il Guardian potrebbe essere perseguito legalmente – a cominciare dal trasferimento dei documenti non redacted al New York Times, quindi fuori dalla giurisdizione inglese. Le preoccupazioni per la sicurezza del GCHQ sono state più volte avanzate a Rusbridger, che ne ha sottolineato gli aspetti più che altro imbarazzanti. Qui Paul Owen ha tenuto il liveblog del Guardian sull’audizione, qui trovate l’audio integrale dell’audizione, e con l’aiuto di Alessandra Neve vi propongo una selezione delle battute salienti tratte dalla trascrizione della seduta.

♫ “Here comes the sun” nella versione di Nina Simone

Ecco la terza parte di oggi:

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Intanto l’NSA sbarca anche sulle nostre coste, come già anticipato da Fabio Chiusi, con un pezzo di Stefania Maurizi insieme a Glenn Greenwald per l’Espresso. (qui la versione italiana). L’ultima novità, di oggi 9 dicembre, è che Amnesty International ha avviato un procedimento legale contro il governo britannico: “abbiamo ragione di sospettare che le agenzie di sicurezza abbiano monitorato le nostre telefonate e la nostra posta elettronica”, ha spiegato stamattina il consulente legale di Amnesty per i rifugiati, Paul Dillane – qui il racconto sul Guardian.

Solo per il blog: Sullo sfondo della vicenda NSA continuano a muoversi altri elementi importanti, dai processi ai whisletblowers (il prossimo è Barrett Brown, anch’egli come Jeremy Hammond arrestato grazie alle indicazioni di Hector Xavier Monsegur), alla discussione sul “nuovo giornalismo”, alle critiche ai reporter coinvolti nella vicenda Snowden. Uno di questi elementi è la diatriba fra Wikileaks e PayPal perché quest’ultima aveva sospeso la possibilità di finanziare Wikileaks attraverso i suoi servizi, possibilità che ora è ripresa regolarmente. Il padrone di PayPal è eBay, e il padrone di eBay è sempre lui, Pierre Omidyar, appena assurto al ruolo di paladino della libertà di stampa e della difesa dei whistleblowers con la creazione di una nuova testata affidata a Glenn Greenwald. Qui Omidyar sull’Huffington Post, mentre Alexa O’Brien, l’instancabile cronista del processo Manning, si è fatta finanziare un biglietto aereo dai suoi lettori ed è andata a seguire la prima udienza del cosiddetto processo #PP14 agli attivisti di Anonymous accusati di aver craccato PayPal, qui il suo resoconto per Daily Beast.

Intanto il divieto di manifestazione condannato da tutte le associazioni per i diritti umani – e l’esistenza stessa dei detenuti politici egiziani, a cominciare da Alaa Abdel Fattah e Ahmed Maher – stanno lì a ricordarci che la strada di Mandela dovrà essere percorsa troppe volte. Il regista Omar Robert Hamilton scrive per Mada Masr delle due direzioni fra cui bisogna scegliere.

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #10 | la trappola

Mosaaberizing Talaat Harb 26 nov 13

(una delle prime manifestazioni di questi giorni contro la legge anti-proteste, a Talaat Harb,  foto di Mosa’ab el Shamy)

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NSA: la resa dei conti per il quotidiano britannico Guardian si avvicina; domani il direttore Alan Rusbridger dovrà testimoniare in Parlamento, e il giornale stesso si trova di fronte a alla prospettiva di conseguenze giudiziarie della sua scelta di pubblicare i materiali riservati di Snowden. Rusbridger scrive oggi sull’online del Guardian.  Il Washington Post racconta le pieghe della legge britannica che non sono favorevoli al giornale di Rusbridger.  Qui Fabio Chiusi sullo scambio di tweet fra Glenn Greenwald e Wikileaks sull’opportunità o meno di lasciare in chiaro nomi propri e dettagli nei leaks.

♫ “Joga” di Bjork

Ecco la prima parte di oggi:

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Una settimana di fuoco in Egitto. Disperse le prime manifestazioni indette contro la nuova legge anti-protesta, almeno 61 arrestati a una piccola manifestazione davanti alla sede della Shura contro i processi militari ai civili (qui una gallery del Daily News Egypt) ancora inseriti nella bozza della nuova Costituzione che si è finito di votare ieri; undici giovani donne del movimento contro i processi militari ai civili – fra le quali Nazly Hussein, Salma Said e Mona Seif – sono state picchiate e molestate dalla polizia, che le ha poi scaricate nel deserto 40 km fuori dal Cairo (qui lo Storify di Asteris Matsouras). Del totale degli arrestati, 24 sono ancora in detenzione, e a loro si sono aggiunte due delle figure più importanti della rivoluzione del 25 gennaio: Alaa Abdel Fattah, che alla notizia di un pretestuoso mandato di arresto nei suoi confronti ha annunciato pubblicamente di volersi costituire sabato; nonostante questo, le squadre speciali della polizia hanno fatto una violenta irruzione a casa sua giovedì sera, sfondando la porta, picchiando lui e sua moglie, sequestrando i loro computer e cellulari, e arrestando Alaa, che dopo una notte bendato e ammanettato in una caserma nel deserto, è comparso la mattina dopo al Direttorato del Cairo dove gli è stata rinnovata la detenzione per minimo altri quattro giorni. Intanto, alla notizia di un mandato di arresto nei suoi confronti, anche Ahmed Maher del movimento 6 aprile si è consegnato spontaneamente in Procura. Qui la notizia per The Lede del NYT. Qui potete vedere il video che il collettivo Mosireen ha montato per documentare da varie fonti gli arresti davanti alla Shura; il video si conclude con il saluto al blindato che portava via Alaa dal direttorato, e gli slogan scanditi da Ahmed Maher al suo arrivo spontaneo in Procura.  Qui la dichiarazione (tradotta dall’arabo dalla scrittrice Ahdaf Soueif) con cui Alaa annunciava di aver comunicato le proprie intenzioni alla Procura via lettera e telegramma, che ho tradotto in italiano per voi. Qui il documento in varie lingue in continuo aggiornamento con le notizie sull’accaduto, le manifestazioni, le novità su Alaa e Ahmed Maher, l’archivio sulle precedenti detenzioni di Alaa, e le notizie sull’uccisione del giovane studente Mohamed Rada da parte della polizia a una manifestazione all’interno dell’Università del Cairo. Qui il resoconto degli articoli più tormentati nel voto della Costituente, che ha poi fatto passare la bozza escludendo gli articoli che prevedevano come roadmap referendum costituzionale, poi parlamentari, poi presidenziali (il tentativo è quello di forzare prima le presidenziali). Alle 14.09 del 1 dicembre ora egiziana è arrivata la notizia che Ahmed Maher, riascoltato in Procura, è stato rilasciato su cauzione (ha rifiutato il rilascio finché non saranno liberi tutti gli altri), mentre ad Alaa Abdel Fattah sono stati dati altri 15 giorni di detenzione in attesa di giudizio.

♫ “High hopes” degli Havalinas nella versione di Bruce Springsteen

Ecco la seconda parte di oggi:

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Qualche ora prima che la legge anti-manifestazioni entrasse in vigore, il comico satirico egiziano Bassem Youssef è stato invitato dal Committee to Protect Journalists a ritirare il premio conferitogli contro la censura (qui trovate il suo discorso di accettazione, al quale era presente anche Jon Stewart dei Daily Show). In questa occasione, Youssef ha rilasciato un’intervista per il New York Times a Liam Stack, a lungo corrispondente prima dalla Libia e poi dall’Egitto. L’intervista è stata registrata in formato video nella redazione del New York Times e la trascrizione è stata pubblicata dal blog del NYT The Lede. Alessandra Neve ha tradotto per noi l’integrale dell’intervista, in cui Bassem Youssef chiarisce sulle trattative su dove verrà trasmesso il suo show adesso che il contratto con la CBC è stato troncato dopo la messa in onda della prima puntata, e commenta la polarizzatissima situazione egiziana.

♫ “Sirens” dei Pearl Jam

Ecco la terza parte di oggi:

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In chiusura qualche commento dalla rete sulle prospettive di Amazon annunciate da Jeff Bezos ieri, in un’intervista televisiva a 60 Minutes con Charlie Rose che era molto attesa proprio perché si sapeva che Bezos aveva in mente qualche progetto futuribile da rivelare. La sorpresa (oggi presa molto in giro sui social media) è quella di consegne quasi immediate dei pacchi Amazon via drone, entro il 2015. Droni buoni? E come sarà gestito il traffico? Ma Bezos diceva sul serio. Qui Huffington Post, qui Mashable, qui The Verge,

♫ “Send your youth” di Cold Specks

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #9 | di sarti, scavi e pastori

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@herdyshepherd1 è un pastore, non d’anime ma di pecore. La fotografia qui sopra è sua. E dalla solitudine dei pascoli gli piace twittare. Sulla scorta di una certa fama personale che si è guadagnato in questi mesi, ha scritto la sua storia per The Atlantic, in cui racconta una nuova frontiera fra raccoglimento e socialità, fra vita contadina e connessione tecnologica.

♫ “Enjoy the silence” dei Depeche Mode nella versione di Tori Amos

Ecco la prima parte di oggi:

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Veniamo agli aggiornamenti d’obbligo sulle rivelazioni di Snowden e ciò che si muove intorno alla sorveglianza dell’NSA: lo specifico ordine della FISA che autorizza lo spionaggio dell’NSA è stato pubblicato e spiegato dal Guardian, mentre Twitter e Yahoo, fra le aziende commerciali più spaventate dall’ampiezza della sorveglianza elettronica delle agenzie federali – promettono maggiore segretezza ai loro utenti. Fra rivelazioni e smentite, nella rosa dei paesi interessati è spuntata anche la Norvegia, mentre l’edizione internazionale di Der Spiegel online racconta l’utilizzo di falsi account di Linkedin da parte del GHCQ britannico. Ars Technica ha raccolto l’ennesima testimonianza di un giudice che con un’ingiunzione aveva già messo in guardia la NSA dall’incostituzionalità di sorvegliare i cittadini con un raggio così ampio – non è il primo, e sembra che tutte le delibere dei giudici in questi anni siano state ignorate. La storia più interessante della settimana potrebbe essere quella del New York Times (autori James Risen da Washington e Laura Poitras da Berlino), che mette in luce due elementi fondamentali: 1) la NSA aveva già progettato una strategia per ottenere un ancor maggiore raggio d’azione e 2) la NSA incoraggia e facilita la costruzione di maggiori infrastrutture e miglior qualità dei servizi da parte delle aziende commerciali, per poter fare sfruttamento passivo di questi servizi ai fini della sorveglianza. Intanto la Electronic Frontier Foundation continua ad aggiornare il suo indice dei documenti sull’NSA, e Foreign Policy ha un bell’articolo su “come l’FBI svolge il lavoro sporco per l’NSA”. Infine, Slate ci racconta come la sorveglianza elettronica permette all’ANSA di ricostruire il profilo personale, lo stato di salute e le convinzioni religiose di un cittadino.

♫ “Ho Hey” dei Lumineers

Ecco la seconda parte di oggi:

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In queste ore al Cairo, il monumento “ai martiri della rivoluzione” eretto dall’esercito a Tahrir è stato sfregiato dai giovani in corteo per il secondo anniversario del massacro di Mohamed Mahmoud. Un ragazzo è rimasto ucciso e 43 feriti quella notte negli scontri con la polizia. E mentre si attende con inquietudine la proposta di articoli costituzionali che definirà la possibilità o meno di processi militari per i civili, oggi entra in vigore la nuova legge per la regolamentazione delle manifestazioni, che conferisce poteri arbitrari sulla libertà di manifestare al Ministero degli Interni e mette per iscritto la triste sequenza di “gestione dell’ordine” che la polizia antisommossa usa già da anni (avvertimento, idranti, lacrimogeni, proiettili di gomma, pallini da caccia). E il comico satirico Bassem Youssef ha chiuso il suo rapporto con le rete CBC che aveva bloccato il suo programma già dalla seconda puntata e sarebbe in trattative con una rete televisiva tedesca che fa capo alla Deutsche-Welle. Ma lo sguardo più obliquo e rivelatore su quello che sta accadendo in Egitto arriva dalla parte bassa della valle del Nilo (il cosiddetto Alto Egitto), dove Peter Hessler ha trascorso vari periodi per il New Yorker immerso negli “scavi archeologici della rivoluzione” (l’articolo originale è disponibile solo in abbonamento, ve lo traduco nel podcast qui sotto)

♫ “Pyramid Song” dei Radiohead

Ecco la terza parte di oggi:

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In quest’ultima parte della puntata di oggi, diamo un’occhiata ai materiali digitali che sono stati pubblicati in occasione del JFK50, cinquantesimo anniversario dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Il New York Times ha creato una favolosa indicizzazione navigabile (e twittabile contenuto per contenuto) del suo archivio delle edizioni cartacee di allora, lo trovate qui. Slate ha pubblicato la mappa interattiva di tutti i luoghi intitolati al presidente ucciso, mentre la radio pubblica americana NPR ha pubblicato la ricostruzione di cosa avvenne alla Boston Symphony Hall dove era previsto un concerto quando arrivò la notizia dell’assassinio. Ma il fatto che siano trascorsi cinquant’anni fa sì che questa storia diventi anche una storia di padri e figli: Steve Buttry ha creato un post sul suo blog in cui riflette sui vecchi quotidiani di allora conservati da suo padre, e Michael Horowitz scrive per il Daily Beast di come suo padre, sarto proprio come il signor Zapruder che girò il celebre Super8 dell’assassinio di Kennedy, aiutò a cucire l’abito rosa che Jackie Kennedy indossava quel giorno. E che Jackie non volle mai cambiarsi benché fosse macchiato di sangue e di materia cerebrale – Meghan O’Rourke per Slate cerca di ricostruire perché, e cosa rappresenti quella scelta oggi.

Infine, negli Stati Uniti d’oggi una straordinaria artista, inascoltata dai suoi rappresentanti al Congresso, ha deciso di dire la sua sull’incostituzionalità del carcere di Guantanamo con una canzone che vi faccio ascoltare oggi e un video girato insieme a Janelle Monae ed altri. E’ Esperanza Spalding, la canzone di chiama We are America, e qui trovate l’intervista che le ha fatto NPR, e la relativa trascrizione.

♫ “We are America” di Esperanza Spalding

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #8 | alieni

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(il monumento alieno che l’esercito ha fatto erigere a Tahrir – inaugurato stamattina – per “commemorare i martiri”, parte del restyling della piazza e della riscrittura della storia in versione nazionalista – foto di @kikhote).

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Oggi parliamo del whistleblower Jeremy Hammond (condannato pochi giorni fa a 10 anni di carcere), di Google alle prese con l’NSA, di David Miranda, di orsi polari, di Arctic 30 e di sir Paul McCartney. Ma prima, l’onore dell’apertura di puntata a una ragazza che  come tanti in Gran Bretagna, per mantenersi fa due mestieri: la giornalista, e la cameriera. Nel secondo ruolo ha servito qualche giorno fa al tradizionale e sontuoso banchetto per il Lord Mayor, dove il primo ministro David Cameron ha sfoderato il suo appello all’austerità permanente. Seduto su un trono d’oro, dice Ruth Hardy, che tornata a casa ci ha scritto un bel pezzo per il Guardian.

♫ “Wait it out” di Imogen Heap

Ecco la prima parte di oggi:

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Ventotto anni, di Chicago. Si chiama Jeremy Hammond e ha confessato di aver hackerato per motivi politici i server di una grande azienda a cui ha sottratto un enorme database per consegnarlo a Wikileaks e Anonymous.  Tre giorni fa è stato condannato a dieci anni di prigione. Qui il racconto di Wired. Qui il messaggio di Alexa O’Brien, la reporter che ha creato tutte le cronache sul processo Manning.

NSA, dopo le rivelazioni sul prelievo di dati senza mandato, le grandi aziende tecnologiche americane cominciano a fare lobbying sul Congresso.  Qui Google che racconta l’evoluzione nel tempo delle richieste di consegna da parte delle agenzie di sicurezza federali, qui Mother Jones su come si stanno mettendo in moto contro l’NSA Google, Yahoo, Facebook e Twitter, e per quali proposte di legge stanno facendo lobbying al Congresso. Intanto, Al Jazeera America ha raccontato come la CIA raccolga su vasta scala i dati delle transazioni bancarie, e l’impresa editoriale che il miliardario Pierre Omidyar ha affidato a Greenwald ha fatto tre nuovi acquisti in una sola settimana, che vanno ad aggiungersi a Greenwald, Poitras, Scahill, Segura e altri: Murtaza Hussain, commentatore di politica internazionale che scrive da Toronto; Ryan Devereux (che nella mia TL su Twitter conoscete come @rdevro), uno dei reporter più attenti nelle cronache di Occupy Wall Street: e infine, davvero a sorpresa, Micah Flee (di cui vi parlavo qui) che lascia la Electronic Frontier Foundation, portando a Omidyar il suo bagaglio di esperienza su tecnologia, privacy, libertà di espressione e diritti civili. Qui la sua comunicazione.

♫ “You only live twice” di Mark Lanegan

Ecco la seconda parte di oggi:

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Vi ricordate David Miranda, il giovane compagno brasiliano di Gleen Greenwald? Come sapete, ha fatto causa alle autorità aeroportuali di Londra per averlo trattenuto per nove ore sotto interrogatorio senza un’accusa lo scorso agosto sotto la normativa anti-terrorismo, mentre trasportava materiali criptati di Snowden da Berlino (dove li aveva presi in consegna da Laura Poitras) al Brasile (dove vive con Greenwald). Specialmente dalla destra inglese gli sono piovuti addosso i peggiori epiteti, compresa l’accusa di essere un inconsapevole e passivo “mulo”, la stessa parola che si usa per indicare i corrieri che trasportano la droga. Ventotto anni, cresciuto nella favela Jacarezinho sulla ferrovia di Rio nord, una storia personale dolorosissima, Miranda è tutto fuorché un attore passivo o sprovveduto, o un comprimario senza carattere. Lo ha scoperto Natasha Vargas Cooper, che ha trascorso settimane nella casa brasiliana di Greenwald e Miranda per scrivere questo intenso profilo per Buzzfeed, Il Terzo Uomo.

♫ “Street boy” di Rodriguez

Ecco la terza parte di oggi:

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Da qualche anno, ogni novembre, un team di associazioni e ricercatori per la tutela dell’Artico eseguono un monitoraggio della migrazione degli orsi polari – considerati ad alto rischio di estinzione – che si incamminano verso il mare e aspettano che ghiacci per trasferirsi in quelli che saranno i loro territori di caccia. Più il mare tarda a ghiacciare a causa del riscaldamento globale e più l’estensione delle aree ghiacciate si riduce, più la quantità di caccia di ogni orso è messa in pericolo, con ricadute sul letargo  e la riproduzione.  Ogni anno, Polar Bears International e altre associazioni creano modi interattivi perché le persone partecipino al monitoraggio e siano più coinvolte nella causa della tutela dell’Artico – quest’anno con le citizen webcam, una serie di piccole telecamere collocate e operate da comuni cittadini per contribuire al monitoraggio dei ricercatori in una sorta di grande “bearwatching” collettivo. Salon racconta qui il lavoro di questa strana stagione, e qui il Washington Post - mentre Valerie Abbott, una delle ricercatrici che lavorano al progetto, ha descritto le sue giornate di lavoro. Il pericolo rappresentato per gli orsi e per tutto l’habitat artico dall’ampliamento delle piattaforme e dei condotti di estrazione energetica è esattamente la ragione per cui gli attivisti di Greenpeace chiamati “Arctic 30″ hanno condotto le operazioni di protesta per cui la Russia li tiene in carcere da settembre. Qui trovate un tumblr delle loro lettere dal carcere. Dopo il loro trasferimento a San Pietroburgo, Paul McCartney ha scritto una lettera pubblica al presidente russo Putin.

♫ “Dream of the bear” di Iain Morrison

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #7 | prosa e poesia

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il mattino del debutto del titolo TWTR a Wall Street

Benvenuti alla nuova puntata XL di Alaska, oggi ripercorriamo alcune delle novità digitali più importanti della settimana – materiali sull’evolversi della vicenda NSA, debutto in borsa del titolo di Twitter – ma ci concediamo anche un po’ di respiro poetico con la nuova idea dello scrittore Alain De Botton e l’omaggio di Patti Smith a Lou Reed. Prima di addentrarci negli argomenti della settimana, però, due segnalazioni che riguardano il lavoro di Al Jazeera, entrambe di fatto da esplorare online: Al Jazeera America ha ottenuto (e pubblicato sul suo sito) i diari di Abu Zubaydah, uno dei prigionieri di Guantanamo di più alto profilo, che aiutano a illuminare gli ultimi dieci anni della cosiddetta “Guerra al terrore”, oltre che raccogliere la sua testimonianza sulle decine di volte in cui sotto interrogatorio ha subito la tortura del “waterboarding”. Intanto, Al Jazeera English ha portato a termine la seconda parte della sua indagine documentaria sull’avvelenamento da polonio del leader palestinese Arafat, e qui potete vedere il documentario integrale.

Il 10 novembre il nuovo titolo di borsa di Twitter ha debuttato, non senza le solite cerimonie di festeggiamento di Wall Street e una certa sorpresa per il guadagno del valore del titolo nella prima giornata rispetto alla quotazione iniziale. Il Washington Post raccoglie i pareri degli operatori su cosa questo potrebbe significare per il futuro (quotare Twitter pare una scommessa diversa e assai meno certa di quella di altre aziende “social”); Andrea Boda per Europa online fa un utile ragionamento del giorno dopo; e Vincenzo Marino ripercorre le tappe del successo di Twitter, che spiegano un po’ le grandi attese sul suo valore.

♫ “You make me want to wear dresses” di Lisa Germano

Ecco la prima parte di oggi:

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Molte novità sul fronte NSA:

1) dettagli interessanti sulla sorveglianza senza mandato né preavviso dell’NSA sul traffico dati di Google e Yahoo, che ha destato (un po’ tardive) le reazioni inferocite di Google. Qui il Washington Post, qui Fabio Chiusi sul suo blog sul Messaggero Veneto, qui la reazione di Eric Schmidt raccontata da Slate.

2) le prime udienze sul caso del fermo in aeroporto del compagno di Glenn Greenwald, David Miranda, sotto le leggi anti-terrorismo: qui il riassunto della Columbia Journalism Review, qui il lavoro di Carl Gardner sul suo Head of Legal;  qui e qui  le reazioni di ex e attuali funzionari dell’intelligence inglese che ritengono “pericolose” le rivelazioni di Snowden divulgate dal Guardian; qui il parere (opposto) del padre della rete Tim Berners Lee;

3) la prima audizione dei capi intelligence inglesi davanti alla commissione nazionale sull’intelligence (alcuni dei quali non si erano mai visti in pubblico prima).

4) una discussione interessante a Londra (#stopbuggingus) su sorveglianza e libertà di stampa con i dirigenti del Guardian, Google, Human Rights Watch e diversi parlamentari britannici (qui una sintesi), che sostengono che le agenzie di intelligence hanno “mentito al Parlamento”.

5) la forma che sta prendendo il dibattito legislativo al Congresso americano sul futuro dell’NSA: qui un parere di qualche settimana fa sui punti della proposta di legge Sensebrenner, ritenuta dal deputato Justin Amash l’unica possibilità sensata di modificare il raggio e il metodo dell’agenzia di sicurezza, mentre Dianne Feinstein continua a dimostrare di non capirci molto., e perfino dall’interno della Casa Bianca arriva qualche segnale di malumore.

6) la notizia che il direttore del Guardian Alan Rusbridger verrà sentito in Parlamento a dicembre sul coinvolgimento del suo giornale nelle rivelazioni di Snowden. Qui Huffington Post, qui il Guardian.

7) la notizia che Snowden si fece dare fra 20 e 25 password da colleghi dell’NSA per poter accedere alla parte di documenti in loro possesso, ottenendole con una certa facilità.

8) le prossime rivelazioni, secondo quello che ha detto Greenwald alla Cbc, riguarderanno la sorveglianza americana sul Canada.

♫ “Nothing but time” di Cat Power

Ecco la seconda parte di oggi:

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Lo scrittore e filosofo del tempo reale Alain De Botton è convinto della potenza didattica della filosofia e dell’arte in tempi difficili, e come sapete ha fondato a Londra un luogo di incontro e apprendimento, la School of life, che rovescia la questione del “self-help” in nuovo apprendimento. Luogo di ritrovo, caffè, scuola, negozio ed editore, la School of Life coinvolge come docenti persone che arrivano dal mondo della filosofia come da quello della tecnologia, e di fatto sostiene anche le imprese editoriali di ogni autore, a cominciare naturalmente da quelle del suo fondatore. De Botton non è nuovo ad iniziative particolari per il lancio di un suo nuovo libro, e stavolta – per Art as Therapy, che utilizza le opere d’arte come spunti di riflessione e di elevazione per la nostra vita di tutti i giorni – ha creato un sito da esplorare attraverso alcune domande comuni sull’amore, il lavoro, il successo e il fallimento, creando una serie di percorsi molto belli fra opere d’arte anche non molto conosciute, una sorta di vetrina per i contenuti del suo libro che diventa però anche un’esperienza online. Qui Sara Elkamel – giovane giornalista cairota che ha passato gli ultimi venerdì sera chiusa in casa dalle 19 per via del coprifuoco – sull’intervento di De Botton alla Cooper Union in un libero venerdì sera, qui Wired, e dalle “risposte” del sito vi traggo qualche esempio.

♫ “Kiss me” di Tom Waits

Ecco la terza parte di oggi:

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Fra tutti i commenti alla morte di Lou Reed da chi gli era vicino (ricordiamo quelli straordinari di sua moglie Laurie Anderson e del suo compagno musicale John Cale), quello che più si attendeva e che tardava ad arrivare era quello di Patti Smith. Poetessa urbana come lui, cresciuta con la musica dei Velvet Underground, e suo malgrado sacerdotessa di tutti i lutti del rock, Patti Smith ha scritto una cosa piccola ma straordinariamente densa sul calibro del suo amico e collega, che è stata pubblicata dal New Yorker, e che oggi vi traduco.

♫ “Beginning of a great adventure” di Lou Reed

Ecco la quarta parte di oggi:

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