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John c’è

Se Obama sta lasciando aperta in tutti i modi la ferita della strage degli scolari di Newtown per spingere il Congresso a legiferare sul controllo delle armi da fuoco, nuovi testimonial contro le armi emergono da una sorta di isolamento privato. In quello che sarebbe stato il suo 44esimo anniversario di matrimonio con John Lennon, la settimana scorsa Yoko Ono ha postato come tweet contro le armi da fuoco la foto degli occhiali di John macchiati di sangue il giorno del suo assassinio per mano di Mark Chapman – un simbolo potentissimo che ha raggiunto attraverso la rete decine di milioni di persone. Nel corso degli anni, in cui in vari momenti si è impegnata in campagne per il controllo delle armi, il passaggio di Yoko Ono è stato quello da una tragedia della celebrità gestita come privata (e accettata come quasi fisiologica delle storture dello star system) a una sottolineatura pubblica del fatto che Lennon sia stato una delle tante vittime della “mentalità delle armi” americana. Tornare a spendere il suo nome oggi significa anche ricollegare simbolicamente la questione delle armi a quella di una persona che si era sempre battuta contro la guerra e il militarismo. Jennifer Preston per The Lede del New York Times entra nei dettagli delle riflessioni della Yoko Ono ottantenne di oggi, seguendo il viaggio di quegli occhiali insanguinati.

La canzone di oggi era “Woman” di John Lennon

Ecco la puntata di oggi:

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silver & gold

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(foto di Pete Souza/White House)

Mentre Hillary Clinton si riprende dal provvidenziale svenimento che le impedisce di testimoniare sulla vicenda del consolato di Bengasi, mentre Time dedica di default la sua copertina della “persona dell’anno” a Barack Obama, e mentre John Kerry si prepara alla successione di Hillary come Segretario di Stato, in molti argomentano che nonostante le resistenze più volte manifestate dalla signora a candidarsi di nuovo per la presidenza, le chance che lo faccia sono molto alte, e con ottime chance. Ma a parlare più chiaro sono i sondaggi di opinione, e il mago dei numeri e delle previsioni, Nate Silver, qualche giorno fa ha detto la sua – intitolando il suo post “Perché Hillary Clinton sarebbe forte nel 2016 (e non è per via della sua quota di gradimento)”.

La canzone di oggi era “Silver & gold” di Joe Strummer

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matematica

(The Cave al quartier generale di Obama a Chicago, foto Daniel Shea per Time)

La matematica non è solo quella che ha fatto prevedere a Nate Silver al millimetro l’esito delle elezioni americane: l’hanno usata anche nella campagna di Obama, diretta da Jim Messina. Ne parla, fra gli altri, il blog Swampland di Time: Michael Scherer è riuscito a intervistare i dirigenti della campagna dati di Obama a patto che alcuni dettagli non venissero divulgati e che il suo pezzo uscisse solo dopo le elezioni.

La canzone di oggi era “3, 6, 9″ di Cat Power

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4 more years

Due reazioni dalla sinistra americana alla vittoria di Obama alle presidenziali: una è quella del regista Michael Moore, che alla vigilia del voto si era messo a telefonare personalmente ad amici e parenti dei suoi fan che gli venivano segnalati come non-votanti, e l’altra quella degli editor di The Nation – rivelatrici entrambe del fatto che la vittoria di Obama va molto oltre il “disastro evitato” di Romney, perché accompagnata da segnali politici molto chiari sui referendum, sull’elezione di governatori e senatori, e sulla composizione etnica degli elettori – non a caso, qualcuno sul canale super-conservatore Fox ha avanzato l’ipotesi che “non ci siano più abbastanza elettori bianchi e benestanti in America da permettere una vittoria dei Repubblicani”.

PS Ah… Nate Silver aveva azzeccato tutte le previsioni.

La canzone di oggi era “Wade in the Water” di Michelle Shocked

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a seconda dei punti di vista

Ieri il giornalista di NPR Andy Carvin, che su Twitter conoscete come @acarvin ed è uno dei più attenti verificatori dei materiali che ci arrivano dalle rivolte arabe, mentre si trovava al Personal Democracy Forum di cui vi parlavo nella puntata di ieri, ha postato una ricostruzione del suo tentativo di verificare l’identità della blogger siriana Amina sequestrata dalle forze di sicurezza di Assad. Ne emergono perplessità e preoccupazioni, ma anche un quadro piuttosto rivelatore del lavoro di Andy per verificare le informazioni che circolano sulla rete. Intanto anche Liz Henry ha qualche dubbio.

Barack Obama e Hillary Clinton hanno ricevuto ieri il principe ereditario della famiglia al Khalifa del Bahrain, a seguito della rimozione dello stato di emergenza e del discorso del re che preannuncia “dialoghi sulle riforme” a partire da luglio, chiaramente il frutto delle pressioni ufficiose degli Stati Uniti nelle scorse settimane. Uno scambio di cordialità in punta di fioretto, che all’opposizione del Bahrain sembrerà assai insufficiente, soprattutto se non si fermano gli abusi sui diritti umani, ma che per gli Stati Uniti rappresentano un consistente cambio di posizione nella loro alleanza con l’Arabia Saudita e contro l’Iran, alleanza di cui il Bahrain è ostaggio.

A dimostrazione della freddezza che si è instaurata fra Arabia Saudita e Stati Uniti nel quadro dei rivolgimenti arabi, Zin alAbidine al Rikabi posta per Medarabnews senza fare mistero del disprezzo saudita per le nuove posizioni americane – un disprezzo espresso dai funzionari sauditi già all’indomani del recente discorso di Obama sul Medio Oriente, che isolava e prendeva di mira la dichiarazione del presidente americano sulla necessità che lo sviluppo dei paesi arabi possa diventare omnicomprensivo e la loro posizione nel mondo non possa essere più esclusivamente imperniata sulla loro ricchezza di petrolio (un richiamo anche al futuro delle energie rinnovabili).  Al Rikabi accusa gli Stati Uniti di un clamoroso “voltafaccia”.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, la #twitterevolution di Milano e l’avvio ai referendum.

♫ La canzone di oggi era “Hard sun” di Eddie Vedder

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la polizia è qui per me

Se seguite le rivolte arabe attraverso Alaska su Twitter, sapete che non c’è momento peggiore di quando uno dei tweeps manca improvvisamente all’appello. Qui sopra potete vedere l’ultimo tweet di @mahmood, blogger del Bahrain – anche se sul suo account di Twitter sono già stati cancellati i messaggi delle ultime ore. Mahmood Al-Yousif, voce moderata e pacifista delle rivolte in Bahrain, è stato arrestato nella notte dalla polizia, e la notizia ha invaso la rete per tutte le prime ore di questa mattina – a twittarla anche suo fratello e suo figlio. Qui Global Voices che riassume le poche notizie finora disponibili. I parenti di Mahmood dicono che a casa loro sono stati tagliati telefono e internet. Arrestata anche la studentessa e poetessa Ayat Al Qurmozi, e come sempre, perquisito l’appartamento e sequestrati tutti i file e i documenti personali.

Intanto Nomfup, che per il suo blog e per Europa sta realizzando una serie di approfondimenti sul citizen journalism, dopo l’intervista di ieri con Andy Carvin oggi parla con Amira al Hussaini, blogger di Global Voices che conoscete bene e preziosissimo tweep su tutte le notizie dai paesi arabi, in particolare quelle che riguardano la libertà di espressione. E Amira vive a Manama, in Bahrain.

Dopo l’avvio dell’intervento militare in Libia, la sinistra americana discute dello spettro dell’Iraq. MoJo dà un contributo analizzando il linguaggio utilizzato da Obama in questi giorni, che tradotto vorrebbe dire, “io non sono Bush”.

♫ Le musiche di oggi erano “Ladder song” dei Bright Eyes e “Thinking about you” di John Mellencamp

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prima pagina

(Obama e il giovane speechwriter Jon Favreau lavorano al discorso sullo Stato dell’Unione, 24 gennaio, foto di Pete Souza)

Oggi, nella giornata dei commenti al discorso sullo Stato dell’Unione che Barack Obama ha pronunciato stanotte, vi racconto quello che si trova in rete su due bei documentari americani. Uno è il ritratto/diario che la PBS ha dedicato al fotografo ufficiale della Casa Bianca Pete Souza – The President’s Photographer – 50 years in the Oval Office – e l’altro (via Nomfup) è Page One, il risultato di un anno di riprese nella redazione del New York Times che è appena stato presentato al Sundance Festival.

Per due anni ho seguito con grande curiosità il lavoro del fotografo Pete Souza, ex reporter del Chicago Tribune che dopo aver seguito Obama per tutta la campagna elettorale è stato chiamato a far parte della squadra presidenziale come fotografo ufficiale. Affiancato da un team di altri fotografi, Pete Souza pubblica sul sito della Casa Bianca una “foto del giorno” ogni giorno, e i suoi scatti si distinguono sempre per il tipo di luce e la capacità di catturare momenti minuscoli di grande pregnanza iconografica, che naturalmente contribuiscono alla narrazione del personaggio Obama. Essendo il suo compito quello di documentare ogni momento della presidenza per gli archivi storici, e facendo parte integrante della comunicazione di Obama verso l’esterno, Souza non è certo quello che si dice un fotografo indipendente. Ma non solo ho scoperto che in rete i blogger appassionati di fotografia lo seguono con grande interesse, ma che la PBS gli ha da poco dedicato un bel documentario, che nonostante sia commercializzato in dvd, finché è possibile potete vedere integralmente qui (dura poco meno di un’ora). Un milione di foto dopo l’inizio della sua avventura (nessuna della quali cancellabile dagli archivi) Souza racconta la sua giornata media secondo gli impegni del presidente, e i momenti più forti dei suoi reportage quando lo ha seguito fuori dalla Casa Bianca, ai comizi, all’arrivo delle bare dei soldati dall’Iraq, nelle visite ufficiali. Il punto di vista è molto peculiare, la camera a mano segue Souza nei corridoi e nei giardini della Casa Bianca, sotto i soffitti bassi, inseguito dal cane Bo, nell’incongrua domesticità del palazzo del potere più importante del mondo. Nel mondo di Souza, l’incontro di Obama con un altro capo di stato significa attendere ore sui divanetti del corridoio e lavorare di concerto con un altro fotografo ufficiale. La memoria digitale di una delle sue Canon può lasciarlo a piedi sul più bello. L’intero staff del presidente – Favreau, Axelrod, Rahm Emmanuel, lo prende in giro a bordo delle macchine blindate, ma tutto lo staff accorre una volta al mese nel corridoio dove vengono periodicamente esposte e alternate le sue fotografie più belle. Souza è sempre di corsa, con le sue macchine a tracolla, e deve arrangiarsi in ogni situazione che trova. Dalle foto ricordo di tutti quelli che stringono la mano al presidente fino ai momenti convulsi delle telefonate di Obama per vincere la battaglia legislativa sulla riforma sanitaria, le telecamere lo seguono dal suo ufficetto che una volta era la bottega del barbiere della Casa Bianca, fino a tutti gli angoli dell’Air Force One, e lo stesso Obama racconta il costante scrutinio della macchina fotografica e come Souza sia riuscito a rendersi quasi invisibile e il rapporto che hanno stabilito. The President’s Photographer ha come sottotitolo “50 years in the Oval Office” perché attraverso Souza vuole anche ricostruire l’esperienza dei fotografi ufficiali della Casa Bianca, alcuni dei quali ancora in vita, che qui  raccontano le loro avventure e disavventure in alcuni momenti storici, e di sicuro rende noto un dietro le quinte difficilmente accessibile altrimenti.

*

Intanto Andrew Rossi porta al Sundance Festival il suo documentario sull’anno di riprese che ha fatto nella redazione del New York Times, che si intitola Page One. Nomfup ci mette a disposizione il minivideo di un’intervista col regista che potete vedere nel suo bel post qui, insieme alla locandina del film. Come racconta Rossi, è la documentazione del lavoro che si fa nella redazione di un grande giornale (in questo caso il più grande del mondo) in un anno critico per il destino della carta stampata e per la sopravvivenza stessa del Times che sta cercando di adattarsi a molti cambiamenti (per dirne una, in alcune immagini tratte dal film potete vedere da dentro l’inconfondibile griglia della facciata del “palazzo di carta” creato da Renzo Piano sull’Ottava Avenue fra la 40esima e la 41esima apposta per il New York Times, che poco dopo il giornale ha dovuto mettere in affitto per mancanza di fondi), ma è anche, per Rossi, una testimonianza di riflessione su come una buona informazione ci aiuti ad essere persone che compiono scelte politiche consapevoli. Qui invece un clip da un momento del documentario che racconta l’arrivo e il trattamento di una parte della montagna di dispacci Wikileaks in redazione.

♫ Le musiche di oggi erano “The Magic” di Joan as Policewoman e “New York is killing me” di Gil Scott-Heron

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un maestro del live blogging

(foto via Nomfup)

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Oggi, più ancora che a un tema, ci dedichiamo a una persona, un blogger molto speciale che si chiama Richard Adams. Dovreste conoscerlo perché qui ad Alaska seguiamo molto spesso i suoi racconti, e alcuni dei blog che leggiamo regolarmente li abbiamo scoperti grazie alle sue indicazioni. Adams è una cronista e commentatore inglese del Guardian che guarda le cose di Washington, ma soprattutto ha due grandi capacità: quella di raccontare cose molto serie senza mai rinunciare a un po’ di sarcasmo, e quella di conoscere molto bene il mezzo del blog e del microblog – sue, ve lo ricordate, le cronache minuto per minuto del vulcano islandese, dei colpi di scena al vertice di Copenaghen, nonché degli scontri in Iran di qualche mese fa, dell’attacco alla Flotilla, e di vari eventi elettorali – per alcune di queste giornate, Richard ha fatto avanti e indietro dalla tastiera anche per 20 ore filate. Ieri per lui è stata una giornata di attività molto intensa. Ha seguito direttamente minuto per minuto la conferenza stampa congiunta che ha coronato la visita di stato di Hu Jintao a Washington, con alcuni esilaranti problemi di traduzione, e sempre minuto per minuto, con alcuni collaboratori, ha ricostruito l’annuncio della ripresa di bonus e premi da Goldmann Sachs che ieri teneva la sua conferenza pubblica di fine anno, alla quale si poteva accedere chiamando in anticipo due numeri verdi – un po’ troppo tecnico da tradurre ma pieno di piccole rivelazioni in tempo reale sul linguaggio dei dirigenti Goldman Sachs, sull’attuale numero di impiegati solo rispetto a un anno fa, e sulla bufala dell’investimento di GS in facebook, con tanto di commenti tecnici in tempo reale dalla collega di Richard, Jill Treanor.  Il primo thread, quello di Hu Jintao, si legge dal basso verso l’alto, quello di Goldman Sachs dall’alto verso il basso.

♫ Le musiche di oggi erano “Half Light I” degli Arcade Fire e “Razzi arpia inferno e fiamme” dei Verdena

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Il mestiere delle armi

Buon anno e ben ritrovati a tutti!

Durante le vacanze i blog hanno relativamente rallentato la loro attività, ma questa settimana ci sono già molte cose interessanti da andare ad esplorare.

Oggi cominciamo dalla situazione intorno alla strage di sabato scorso a Tucson, città abitata dai nativi americani già 12mila anni fa, con insediamenti delle missioni gesuite a metà del Seicento, ex città messicana prima della nascita dei territori dell’Arizona, e luogo di alcune delle imprese di Wyatt Earp alla fine dell’Ottocento. Curiosamente anche il luogo in cui uno dei ragazzi feriti nella strage nel liceo di Columbine di undici anni fa ha deciso di cominciare una nuova vita.

Oggi la deputata democratica Gabrielle Giffords, obbiettivo della strage che ha provocato sei morti al supermercato Safeway (fra i quali una bimba di 9 anni), è ancora in gravissime condizioni; Obama si recherà a Tucson domani; infuriano le polemiche sul legame che il gesto folle di Jared Loughner ha con la retorica violenta e bellicosa dei Tea Party, di Sarah Palin e degli anti-abortisti, e con il sottofondo tumultuoso della zona di confine fra Arizona e Messico (per ricordarci di cosa si tratta possiamo tornare a leggere le storie sulle nuove norme di identificazione nello stato dell’Arizona di cui avevamo parlato qui). Mentre i commentatori cercano di analizzare la situazione, molti blogger e utenti dei blog cominciano a chiedersi se almeno questa volta negli Stati Uniti si riuscirà a vincere il tabù della discussione sul diritto a possedere un’arma, stabilito da uno dei primi articoli della Costituzione e particolarmente caro agli abitanti degli stati che vivono ancora in un clima di frontiera. La violenza intrinseca della situazione ha vari aspetti su cui voglio proporvi tre post diversi.

Nick Baumann del blog MoJo è riuscito a intervistare Bryce Tierney, un amico di Jared Loughner che lo aveva sentito appena prima della strage e che aiuta a leggere nel “sogno lucido” del giovanissimo pistolero.

Ma per Loughner cosa si prospetta, se non un tentativo di rispondere alla violenza con una sentenza esemplare che porterà altra violenza? Il blog italiano sui media americani e inglesi, Nomfup, segnala il pezzo del NYT sull’avvocato designato per difendere Loughner, l’imbattibile Judy Clarke che già difese Unabomber. Nonostante il raccapricciante esito del gesto di Loughner, ha un senso ricordarci che il principale compito della Clarke sarà di impedire che gli venga comminata la pena di morte, ottenendo invece l’ergastolo, una scelta che guida tutta la sua attività legale degli ultimi trent’anni.

E infine, l’emersione del dibattito nell’opinione pubblica sul tabù delle armi potrebbe arrivare dalla deputata democratica Carolyn McCarthy, che si propone un nuovo progetto di legge sul controllo delle armi da presentare alla Camera, seguita in queste ore dalle proposte di altri deputati (tutti del suo stesso partito). Anche qui, le sfumature non sono poche. Armi sì, ma non d’assalto, non a persone con disturbi psichici, non con munizioni superiori a un certo numero – forse soltanto la superficie di una questione culturale che ha invece radici profondissime. Intanto, per Carolyn McCarthy, il cui marito venne ucciso in una strage molto simile nel 1993, la questione tanto cara ai repubblicani delle armi come protezione si scontra con la questione del come ci si protegge dalle armi.

(vi traduco gran parte dei post originali qui sotto nel podcast)

♫ Le musiche di oggi erano “Razzi arpia inferno e fiamme” dei Verdena (che suoneranno venerdì 14 nel nostro auditorium per Patchanka live, prenotazioni esaurite) e “The last living rose” di PJ Harvey

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doni di solstizio

Oggi è solstizio d’inverno, eclisse totale di luna, e mancano quattro giorni a Natale. In rete furoreggia una Natività di oggi, creata dalla portoghese Excentric, e immaginata su facebook, animalfarm, twitter, e-mail, google earth. Potete vederla qui, o qua sopra direttamente: qualcuno potrà trovarla un po’ blasfema (e si tratta sicuramente di marketing), ma ha una sua certa dolcezza.

Intanto mentre Obama sembra non riuscire a districarsi fra il continuo ostruzionismo dei repubblicani e i risultati delle elezioni di metà mandato, il Daily Beast ha deciso di regalargli il contributo di un pool di scrittori e sceneggiatori, per aiutarlo a “riscrivere la storia”. Che per un presidente nato proprio dalla narrazione, non è niente male. Il post originale qui (che vi traduco nel podcast).

Stasera in Italia invece un altro dono del solstizio, per quanto probabilmente invisibile per noi, e cioè l’ultima eclisse del 2010, eclisse totale di luna, per la prima volta in coincidenza col solstizio da 400 anni in qua. Qui il link alle spiegazioni scientifiche del sito della Nasa. Qui Huffington Post comincia a postare i video di chi la sta vedendo. Qui tutto in italiano dal blog di Astroperinaldo (grazie a Sylvie Coyaud)

♫ Le musiche di oggi erano “Mrs Cold” dei Kings of Convenience e “Magic day” di Lou Rhodes

Ecco la puntata di oggi:

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