Archivi tag: Benghazi

avere 5 anni

Mohammed Nabbous. Per tutti noi Mo e basta. Citizen journalist. Benghazi 27 febbraio 1983 – Benghazi 19 marzo 2011.

Twitter ha compiuto ieri 5 anni, e il giornalista NickKristof ha twittato gli auguri chiamandolo “l’haiku delle news”. Abbiamo per così dire festeggiato il compleanno stando insieme a seguire le ultime sulle rivolte dai paesi, notizie durissime, fra i bombardamenti sulla Libia (mappa interattiva del Guardian) dopo la risoluzione dell’Onu 1973, l’uccisione in Libia del giovane citizen journalist Mohammed “Mo” Nabbous, la crudele repressione in Bahrain e l’abbattimento del monumento della Perla a Lulu, l’indebolimento del presidente dello Yemen dopo il grande numero di morti provocati dalle forze di sicurezza che hanno attaccato i manifestanti nei giorni scorsi. A parte lo svolgimento quasi regolare del voto per il referendum sulle riforme costituzionali in Egitto, non c’è niente da festeggiare, se non la nuovissima e straordinaria maturità che Twitter ha trovato in questi mesi rendendosi utile per raccontare le rivolte arabe dal basso, aggiungendo una terza dimensione (ma a volte l’unica) al lavoro dei media tradizionali. Oggi i materiali che vi propongo vengono tutti da Twitter.

Un ricordo di Mohammed “Mo” Nabbous, grande citizen journalist libico, ucciso da colpi d’arma da fuoco mentre come sempre registrava i suoni della battaglia di Benghazi, soltanto poche ore prima che arrivassero i primi caccia francesi.

Il manuale di MotherJones sullo Yemen.

Evan Hill (@Evanchill) per ALJ sulla giornata di voto sabato in Egitto.

♫ Le musiche di oggi erano “Bodysnatchers” dei Radiohead e la canzone di Tahrir di Tarek Geddawi

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

tempeste di sabbia

Le tempeste di sabbia in Libia potrebbero impedire a qualche caccia di Gheddafi di colpire le città liberate oggi che è il giorno della preghiera, ma a Tripoli i giornalisti vengono costretti a restare chiusi negli alberghi “per la loro sicurezza” in vista delle manifestazioni, e Gheddafi spera di trasferire la preghiera in piazza Verde, cioè fuori dalle moschee che finora sono state gli unici luoghi sicuri di riunione. Giorno di preghiera e mobilitazione anche in Oman, dove non funzionano più i cellulari, e in Bahrain dopo i pesanti scontri di ieri. Due morti e 7 feriti ieri durante le proteste in Yemen. Potete seguire qui tutti gli aggiornamenti dai nostri twitterer (attivisti e reporter). Una giornata particolarmente luminosa, invece, in piazza Tahrir, dove sono appena comparsi fra gli applausi della folla Khayrat Shater e Hassan Malek, leader dei Fratelli Musulmani di cui veniva da giorni chiesta la liberazione insieme a quella degli altri prigionieri politici. Il movimento #Jan25 accorre in piazza perché Essam Sharaf, nuovo capo di gabinetto al posto del dimissionario Shafiq e vicino alla rivolta fin dall’inizio, ha accettato di prestare giuramento in piazza e di parlare alla folla (sentite @AymanM raccontare in diretta il suo arrivo qui sotto nel podcast). Il blogger egiziano Hani Morsi riflette sul ruolo dei social media in Medio Oriente, lo racconta Gilad Lotan. Dopo che vi ho raccontato dell’Arabia Saudita nella puntata di ieri, vediamo cosa ci racconta Sabrina Grosso della discussione su Twitter fra donne saudite.

♫ La canzone di oggi era “Something beautiful” di Sinéad O’Connor

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

ma twitter fa paura?

La situazione in Libia sta trovando un contesto internazionale (già avviati perfino i contatti fra il nuovo consiglio municipale di Benghazi liberata e l’Onu), e con ogni probabilità anche qualche infiltrazione di interessi internazionali nella rivolta popolare; intanto il quadro sul campo da una parte si svela gradualmente rispetto al buio dei primi giorni, con l’arrivo dei giornalisti internazionali (Abc e Bbc ieri hanno pure intervistato Gheddafi dopo aver sorvolato Tripoli – deserta – in elicottero), dall’altra sobbolle di questioni ancora senza risposta, come la fisionomia della futura leadership, il destino dei lavoratori stranieri in Libia (alcuni dei quali senza passaporto), la questione delle armi (la rivolta a Tripoli è ancora disarmata, ma sembra attendere rinforzi armati da Benghazi per il confronto finale con le forze di Gheddafi). Man mano che passano i giorni è diventato evidente che la crudezza, la complessità, la frammentazione geografica della situazione libica e la minor penetrazione dei social media (16%) faticano a tradursi (anche per motivi di sicurezza) in un resoconto costante e diretto come è invece per l’Egitto (dove oggi è attesa una nuova manifestazione per la caduta di Shafiq, la riforma completa del gabinetto degli Interni e la liberazione dei prigionieri politici, dopo diverse tensioni fra movimento e polizia nei giorni scorsi). In queste ore la rete si accende di riflessioni su se stessa. Molti esperti si interrogano su quale ruolo abbiano concretamente Twitter e Facebook nelle rivolte arabe del 2011, e oggi vi propongo alcuni punti di vista. Intanto il regista Jigar Mehta ha chiesto di poter riordinare tutti i materiali della rivoluzione egiziana (come già fatto con video e foto qui) secondo alcune tag che gli permettano di ricomporli in ordine cronologico in un gigantesco documentario – il suo #18daysinEgypt potrebbe essere il più grande esempio fin qui di “reportage partecipativo”. Sarah Kessler lo ha intervistato.

Valeria Bosco riporta per Global Voices in Italiano alcuni pareri circolati in rete sul ruolo dei social media nelle rivolte. Global Voices stesso è impegnato in una richiesta dalla Francia a Facebook perché venga garantito pieno accesso ai materiali – diventati storici – della rivolta tunisina. Peter Beaumont del Guardian, attentissimo osservatore della vita dei social media, racconta la sua verità sul ruolo che secondo lui hanno svolto nelle rivolte di queste settimane, con un po’ di distinguo.

♫ La canzone di oggi era “Razzi arpia inferno e fiamme” dei Verdena

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

venerdì santi

(la mappa delle città liberate e quelle da liberare – a stanotte – dalle fonti web, via Andrew Sullivan qui)

Oggi è una giornata di grande tensione per la Libia, si tenterà di manifestare a Tripoli, stretta nella morsa della paura e pattugliata da giorni dai mercenari e ultima vera roccaforte da liberare, con l’apporto di rinforzi della rivolta che arrivano da altre città già liberate. A Tripoli sarà fondamentale che riescano ad arrivare le televisioni, e i reporter di tutto il mondo che stanno riuscendo ad arrivare dalle città liberate. Mentre la Nato si gratta il capino pensando se intervenire militarmente – la linea è vediamo se se la cavano da soli, sennò interveniamo, intanto cerchiamo di non pensare a cosa significa se non dovessero cavarsela da soli… – in Libia c’è bisogno, molto più che di armi di cui purtroppo si dispone in abbondanza, di cibo e medicinali – e rispetto. Stamattina Ghonim, fra i leader della rivolta egiziana, ha twittato: “Noi non siamo schiavi. Noi non accettiamo dittature. Noi siamo la nuova generazione del Mondo Arabo. Noi siamo LIBERI!”

Su Twitter, dove staremo accampati tutto il giorno, prevale la cabala speranzosa del venerdì, giorno di festa e tradizionalmente giorno di preghiera, di veglia e di lotta nei paesi in rivolta, e il giorno in cui sono caduti Ben Ali e Mubarak. E’ venerdì di manifestazione (un po’ tesa) anche a piazza Tahrir al Cairo, e naturalmente nella instancabile Lulu, la rotonda della Perla a Manama in Bahrain, 30mila manifestanti sono riuniti davanti all’università di Sana’a in Yemen, e i servizi di sicurezza iracheni avrebbero sparato stamattina contro una manifestazione a Baghdad.

Ormai Radio Popolare sta riuscendo a trovare diverse voci dalla Libia, pareri e analisi interessanti (seguite i Gr, i microfoni aperti, Esteri delle 18), perciò noi restiamo nel nostro. I materiali di oggi sono stati rigorosamente reperiti dai Twitterer, quando non creati direttamente da loro: ci hanno postato questo racconto di Paul Schemm della AP ripreso dal canadese Albuquerque Journal, con il racconto di come si sta autogovernando Benghazi liberata. Una delle twitterer della nostra rosa, @Anjucomet, vero nome Anjali Kamat (già bravissima sul Cairo) ci racconta cos’ha visto a Tobruk liberata, via Democracy Now! E rimbalza dappertutto su Twitter il post del Telegraph (Robert Winnett) sul presunto congelamento dei beni di Gheddafi da parte degli inglesi.

♫ La canzone di oggi era “Sign o’the times” di Prince

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

cosa brucia

In sintesi, sul Twitter di Alaska tutte le ultime da una rosa di twitterer libici e di 14 reporter stranieri ora su suolo libico (una sintesi della giornata ogni giorno a Esteri alle 18 insieme a Chawki Senoucci). Il più avanzato dei reporter su territorio libico, l’unico a Tripoli finora, è (e non sorprende) il più grande giornalista esperto di Medio Oriente, Robert Fisk, qui il suo post da Tripoli per l‘Independent, mentre la città ancora in mano a Gheddafi si prepara, con terrore, alla manifestazione di domani, e Benghazi e le altre città liberate si armano per difendersi. Intanto per una visione d’insieme, Amy Goodman intervista il romanziere e attivista libico Hisham Matar, per il quale la fine di Gheddafi è vicina, e si stava preparando da tanto tempo.

♫ La canzone di oggi era “How I wish I knew how it would feel to be free” di John Legend & The Roots

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

scuola di rivolta

(il messaggio del Bahrain, foto Asan Jamali via In Focus via Nomfup)

Le informazioni dalla Libia si fanno via via più chiare. Il professor Mattawa di cui vi riferivo ieri sostiene che ragazzi che offrono la propria vita per liberare il paese stanno offrendo la prova estrema di come si supera la paura – l’incantesimo della paura che avvolge una generazione dopo l’altra sotto i dittatori. Siccome invece, nei commenti politici e giornalistici italiani, di paure e distinguo sulla rivolta libica sembra ce ne siano ancora molte, mi sembra che possiamo almeno dire che se un ragazzo o una ragazza di 18 anni in Libia è disposto a MORIRE per liberare il suo paese dalla dittatura, per avere libertà e rispetto, per far parte del mondo, il minimo che dobbiamo loro è di avere un po’ meno paura a nostra volta, specialmente visto che stiamo a guardare in poltrona. Tutte le fonti di Radio Popolare e i nostri contatti via Twitter confermano che la rivolta in Libia, anche se più diffusa, frammentata e sanguinosamente repressa rispetto a quella egiziana, presenta gli stessi schemi di responsabilità e auto-organizzazione di pza Tahrir: nessuna razzia o vandalismo sulle proprietà, presidi e checkpoint autorganizzati, pane gratis, medicine gratis, esuli che tornano dall’estero per affiancarsi alla rivolta, servizi civici e ronde di quartiere, raccolta e messa in sicurezza delle armi raccolte per strada o abbandonate dai militari, organizzazione laica, bassissima età anagrafica e consulti continui con i saggi dell’opposizione: professori, medici, architetti, avvocati, poeti, scrittori, maestri di scuola, intellettuali. A Tobruk e Benghazi bruciate molte sedi istituzionali, l’est resta saldamente in mano alla rivolta; all’indomani del discorso folle e sanguinario di Gheddafi, si teme per il destino di Tripoli, dove nella notte si è continuato a sparare. Reporter stranieri continuano ad affluire in Libia dall’apertura del confine con l’Egitto, sempre più racconti di prima mano anche su Twitter e di preziose fotografie. Manifestazioni di solidarietà con la rivolta ogni giorno davanti ai consolati libici nel mondo: Milano, Roma, Washington (davanti alla Casa Bianca), Londra, e perfino Dubai, dove manifestare non è propriamente cosa gradita e hanno occupato il consolato.

Intanto in Bahrain, dopo la manifestazione a Lulu di ieri con 100mila persone (equivalente a un settimo della popolazione totale del paese) sono stati liberati (come promesso tre giorni fa) 23 prigionieri politici, fra questi anche Ali Abdulemam, dal cui sito era partita tutta la mobilitazione (come vi raccontavo qui). Riferisce Amira Al Hussaini per Global Voices.

L’Egitto, su pressione del movimento, ha aperto il confine con la Libia, fa rientrare gli egiziani espatriati (1 milione) e accoglie i profughi libici, ha piantato tende di volontari su suolo libico, inviato 25 ambulanze verso le città dell’est, e allestito tre ospedali da campo sul confine per i feriti libici. Intanto piazza Tahrir si è riempita anche ieri all’inverosimile per chiedere la fine della legge di emergenza e la liberazione dei prigionieri politici (una pressione sull’esercito che sta gestendo la transizione). Era il giorno giusto per il movimento 25 Gennaio per mettere online una risorsa stupenda, quasi 10mila fra foto e video della rivoluzione organizzati in un archivio consultabile da tutti, che si chiama iam25jan, “io sono il 25 gennaio”. Fra le mille, vi propongo la voce di Nawal al Sadaawi, medico e attivista ottantenne, lo splendido volto incorniciato dalla trecce candide, che a Tahrir prima della caduta di Mubarak raccontava la differenza di questa rivoluzione rispetto a tutti quello che aveva visto lei protestando contro re Farouk, Sadat e Nasser.

♫ La canzone di oggi era “Is it done” di J Mascis

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

le armate della notte

Non vi mostro le foto, atroci, della strage di manifestanti a Benghazi due giorni fa. Delle fosse comuni in cui sono stati trovati i corpi, sfigurati, di quasi 100 militari libici che avevano disertato. Delle vittime del bombardamento di ieri sulla gigantesca manifestazione di Tripoli che ieri stava marciando pacificamente verso il palazzo di Gheddafi. Nonostante Twitter (potete seguire i nostri contatti qui), la verità è che in un momento così importante della storia della Libia e di tutta l’area, siamo ancora completamente al buio. Sappiamo troppo poco del movimento, di come si è organizzato nelle città, e naturalmente troppo poco dell’esito degli atti di repressione sulla protesta diffusa. A Tripoli ieri niente luce né acqua né telefoni né connessioni. Solo oggi qualche inviato straniero riesce ad entrare nel paese. Solo stamattina in radio stiamo cominciando a capire quanti morti ci sono stati soltanto durante il raid aereo di ieri.

Global Voices in Italiano fa sintesi di alcuni filoni di messaggi di ieri via Twitter e facebook – uno riguarda cosa c’entra l’hashatg #Berlusconi con la Libia. L’altro quello delle foto e dei video - crudi, bui, confusi – che i microblogger libici sono riusciti a postare avventurosamente fin adesso.

Democracy Now! (radio e sito web della sinistra radicale americana) sta facendo un gran lavoro sui paesi arabi, a cominciare dai tweet di Salif Kouddous dal Cairo che abbiamo tanto seguito nelle scorse settimane. Oggi posta un’intervista (audio e testo) con il poeta e studioso libico Khaled Mattawa, professore associato di letteratura inglese all’Università del Michigan. Mattawa spiega perché, comunque vada a finire, la Libia sta cambiando per sempre.

Last minute mentre sto postando: Jamal Elshayyal di Al Jazeera è appena riuscito a raggiungere Sidi Barani, confine fra Egitto e Libia – qui il live blog in inglese di ALJ.

♫ La canzone di oggi era “Ain’t no grave” di Johnny Cash

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail