Archivi tag: changeling

oro

richard-wright-turner-prize-450x334

Richard Wright è il vincitore del prestigioso Turner Prize 2009. L’artista ha presentato un’intricata composizione murale a foglia d’oro che rimarrà in mostra fino al 6 gennaio 2010. Wright, che ha 49 anni, è il più vecchio vincitore del premio dal 1991, anno in cui fu limitata a 50 anni l’età dei partecipanti. L’artista è riuscito ad imporsi sugli altri partecipanti Enrico David, Roger Hiorns e Lucy Skaer. In particolare ha sorpreso la sconfitta di Hiorns, che aveva ricoperto di rame tutte le superfici di una camera da letto, destinata così ad essere “divorata” nel corso del tempo ma allo stesso tempo a diventare anche sempre più bella. Il controverso premio, che riflette spesso l’andamento ondivago dell’arte britannica fra genio e mercato, stavolta premia un tipo di espressione che, non possiamo fare a meno di notare, ricorda il meno nobile design d’interni – non che i Timorous Beasties non siano, a loro volta, puro genio.

*

Nicole Laporte di Daily Beast ha intervistato Clint Eastwood sul suo ultimo film, Invictus.

Dopo aver diretto dieci film in dieci anni, cioè dai suoi 69 anni ai suoi 79 anni, Eastwood rivela il suo segreto: non perdere tempo, rifacendosi a quello che diceva una volta all’orchestra il compositore delle musiche dei suoi film: “visto che siamo arrivati fin qui, non roviniamo tutto mettendoci a pensare”. “C’è qualcosa di vero in quelle parole”, dice il regista, seduto in maglione blu e pantaloni scuri e scarpe da ginnastica nere in una suite del Four Seasons. A vederlo di persona, il suo volto mostra più rughe che sullo schermo, e anche se lui è snello e muscoloso, ha un po’ di ciccetta sul giro vita. “Se non sai dove vuoi andare, non dovresti neanche essere lì”, dice. “Quando vedi qualcosa che ti piace dovresti essere pronto a tirare il grilletto”. E’ questa mentalità anti-ossessiva che lo ha reso il regista vivente più prolifico, che sembra sputare film uno dietro l’altro con apparente assenza di sforzo. Mentre altri vecchi statisti di Hollywood, come Martin Scorsese e Steven Spielberg, stanno trascorrendo gli anni della maturità sfornando affermazioni politiche molto mediate (vedi Munich) o epiche di gangster (come The Departed), Eastwood si tiene occupato con storie su scala modesta, come Gran Torino e Changeling dell’anno scorso, alle quali imprime il suo inconfondibile tocco sottile. E’ esattamente la qualità che ha spinto l’attore Morgan Freeman e la sua socia Lori McCreary, a chamare Eastwood a dirigere Invictus, un film su Nelson Mandela e sul suo ruolo nella coppa del mondo di rugby del 1995 in Sud Africa ispirata alla riconciliazione del paese. Il film, che è bastato sul libro Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game That Made a Nation, di John Carlin, esce al cinema l’11 dicembre. La McCreary, che ha passato anni a fare l’adattamento dell’autobiografia di Mandela insieme a Freeman per poi decidere che era troppo onerosa, dice: “questo film potrebbe essere gestito con mano pesante, rendendo tutto o bianco o nero, mi si scusi l’espressione, ma la storia che racconta è molto più complessa, e Clint per queste cose è un genio”. Eastwood non ha avuto altra idea con Invictus - titolo di una poesia di William Ernest Henley che vuol dire in latino “non conquistabile” – che quella di girare una storia affascinante, presentando un uomo e una parte della storia, visto che il film non racconta il passato di Mandela, a parte una scena in cui Francois Pienaar (interpretato da Matt Damon), il capitano della squadra degli Springboks, visita la sua cella in prigione. Non ci sono soliloqui commoventi o canuti flashback. Molta della seconda parte del film si svolge sul campo da rugby. Alcune delle scene più intense, e quelle più rivelatrici del carattere di Mandela, arrivano sotto forma di battute delle guardie del corpo di Mandela, e in piccoli momenti come la sua abitudine di svegliarsi tutte le mattine alle quattro, infilarsi la tuta e uscire a camminare nell’oscurità che precede l’alba. Eastwood cattura stupendamente la solitudine di quei momenti, e di tutta la vita di Mandela, sia come presidente che cerca di unire una nazione amaramente divisa, che come padre e marito. Eastwood non aveva mai pensato di fare un film su Mandela prima che Freeman gli mandasse la sceneggiatura, e anche a quel punto, la sua decisione di accettare si è basata soltanto sulla possibilità di girare un buon film. “Morgan non mi ha detto che parlava di Mandela. Io l’ho letta, e ho pensato, che sequenza fantastica, è come se fosse fiction. L’ho richiamato e gli ho detto, mi piace, tu farai Mandela. E lui ha detto, questa è una cosa che molti avrebbero considerato logica. Così sono andato a parlarne a quelli dellla Warner Bros., e loro erano entusiasti quanto me. Sono tornato da Morgan e ho detto, vogliono farlo, adesso troviamo gli altri personaggi. Naturalmente, da qualche parte nella mia testa ho una certa ammirazione per le capacità creative di guida di Mandela in quel periodo, e ho pensato che potevo farcela”. Eastwood ha incontrato Mandela per la prima volta dopo tre settimane che si stava girando il film: “Siamo stati tutti un po’ con lui, ma io non sapevo cosa dire, salvo forse ‘sono un suo grande ammiratore’, le cose che gli dicono tutti. Guardandolo ho anche pensato che Morgan era veramente la persona adatta per interpretarlo”. Tutta la realizzazione di Invictus è una sorta di dimostrazione della strana efficienza di Eastwood, e di quanto egli odii indugiare sui dettagli. Le riprese dovevano durare 55 giorni e lui ne ha usati in tutto 49. Le giornate cominciavano alle nove precise e con altrettanta precisione finivano alle cinque. Nel frattempo, Eastwood ha girato un altro film, Gran Torino, nell’autunno del 2008, fra la preproduzione di Invictus e le riprese vere e proprie, e ha deciso di farne un altro ancora, basato su una sceneggiatura che Spielberg gli ha passato al festival di Cannes, un thriller soprannaturale intitolato Hereafter, al quale sta lavorando adesso. Robert Lorenz, che produce i suoi film con lui, dice che “ha molta esperienza ed è molto sicuro delle proprie capacità registiche. Sa di essere in grado di arrivare su un set e farlo funzionare. Anche se non è esattamente quello che aveva in mente, e il tempo sta per cambiare, e l’attore non gli dà la performance che lui si aspettava, lui lo fa funzionare lo stesso”. Non ci sono regole, e “sei fortunato se fa due riprese”; quando Freeman una volta gliene ha chiesta una terza, Eastwood gli ha detto: “se vuoi sprecare il mio tempo, facciamola. Io non voglio sprecare il mio tempo”. Freeman stesso racconta: “non si va da Clint a dire, parliamo un po’ del mio personaggio. Lui ti guarda e ti dice (e imita la sua voce roca e profonda): e perché?. Si aspetta che tu sappia cosa stai facendo”. La scorpacciata di film che ha dato origine a Invictus, Gran Torino, Changeling, Letters from Iwo Jima e Flags of our fathers è partita nel 2006. Lorenz dice che dopo Hereafter non ci sono altri film in agenda. “Sto leggendo delle sceneggiature”, dice, “ma spero di non trovare niente, perché sono esausto e anche se non lo ammette, è stanco anche Clint”.

Ecco il trailer di Invictus, che in Italia uscirà a febbraio.

*

Rachel Glickhouse ha 24 anni, è una vivace ragazza americana che appena laureata si è trasferita per amore a Rio de Janeiro, dove vive e lavora; sapendo bene il portoghese, si gode e segnala i migliori blog del Brasile, ma spesso traduce in inglese per i suoi lettori gli argomenti principali della stampa nazionale brasiliana; vediamo cosa racconta dell’immagine del Brasile da quando si è aggiudicato le Olimpiadi del 2016.

“Il Brasile ha ricevuto un’enorme spinta alla propria immagine internazionale diventando il paese che ospiterà le Olimpiadi del 2016, ma questa è stata in verità soltanto la ciliegina sulla torta nella sua ascesa al ruolo di uno dei paesi di punta del mondo. Ora, mentre prende posto sulla scena internazionale, c’è una certa preoccupazione riguardo l’immagine che il Brasile vorrà proiettare di sé ora che il mondo gli presta attenzione. C’è qualche segnale positivo di cambiamento. L’Economist ha proposto un’edizione speciale dedicata al Brasile plaudendo al suo progresso economico, politico e sociale e sostanzialmente dichiarandolo un paese da tenere d’occhio seriamente: forse il “paese del futuro” è arrivato. Sebbene gli articoli abbiano menzionato alcune delle sfide che il Brasile si trova ad affrontare, si sono concentrati soprattutto sui suoi successi, nello specifico quelli bancari, di investimento e finanza. Questa è stata per il Brasile la benedizione internazionale, un progresso di immagine a livello diplomatico, governativo ed economico. Ma in questo grande quadro c’è molto di più. Anche se il Brasile è riuscito ad affontare la questione della sua povertà, ha ancora moltissimo da fare; è risalito nelle classifiche internazionali ma è ancora solo 75esimo nella scala dello Sviluppo Umano, dietro ad Argentina, Cile, Uruguay, Messico, Cuba e perfino il Venezuela. Nonostante il fatto che le aziende internazionali stiano sbavando dietro ai consumatori brasiliani, che stanno acquistando ogni genere di prodotti su una scala senza precedenti per via dell’aumento dei salari e del nuovo accesso al credito, essi sembrano rispecchiare quello che erano i consumatori americani prima della crisi. Possono acquistare prodotti costosi come televisori e automobili, pagando a rate, ma studi recenti mostrano che il 64 % dei consumatori pensa di usare i bonus di fine anno per pagare il proprio debito. E basta fare un giro in macchina in qualunque grande città del Brasile per vedere che la povertà cinge in una morsa ironica tutti i principali quartieri urbani. E’ chiaro che in questi settori il paese sta facendo grandi progressi, ma la sua immagine all’estero è ancora problematica. Mentre, incredibilmente, gli Stati Uniti sono diventati il paese più ammirato del mondo dopo le loro elezioni del 2008, il Brasile è rimasto al ventesimo posto ed è popolare soprattutto per ragioni culturali; la verità è che la maggior parte degli stranieri vedono il Brasile come un “paese da party” e non come una nazione seria. I turisti arrivano a frotte nelle città del litorale per via delle spiagge e con le aspettative legate al Carnevale anche quando non è il periodo giusto dell’anno. Rio de Janeiro è in gran parte quello che gli stranieri si aspettano dall’intero paese (altrimenti si aspettano una giungla) e gli stereotipi sul Brasile sono profondamente radicati. E’ l’unica ragione, immagino, per cui Rio è stata eletta miglior destinazione turistica per gay, visto che nella mia esperienza Buenos Aires è molto meglio. A Rio c’è solo un pugno di locali per omosessuali – almeno quelli destinati al grande pubblico – e giusto una porzione di Ipanema è nota perché frequentata da omosessuali. Immagino che tutto sia dovuto soltanto alla sua reputazione da festa. Il Brasile spera di poter usare le Olimpiadi per dimostrare di essere una nazione seria. Gli esperti di immagine e di branding dicono che si tratta di un’enorme opportunità per cambiare immagine invece che ricorrere ai vecchi stereotipi abusati che gli stranieri riconoscono subito. Ma per il Brasile sarà molto difficile cogliere questa opportunità, e sarà già difficile portare a termine i Giochi senza troppi problemi. Il punto di una manifestazione del genere è di mettere in mostra la cultura e la gente, non le banche e le istituzioni. Francamente non riesco a immaginare una cerimonia d’apertura con ballerini in uniformi da minatore o da operaio; invece, ci sarà un sacco di samba e di carnevale, potete scommetterci. Inoltre, il Brasile sta lottando con un altro stereotipo, quello delle donne bellissime e facili. Cosa resa abbondantemente chiara quando Puff Daddy, che di recente è stato in vacanza a Rio, l’ha chiamata “uno tsunami di culi”. Qualche sera fa, Robin Williams ha detto al David Letterman Show che Rio si è aggiudicata le Olimpiadi mandando delle spogliarelliste al comitato olimpico, e non credo che abbia intenzione di scusarsi. Non un paese dunque dove fare investimenti, ma dove fare sesso. Le Olimpiadi non sono il posto più consigliabile per ridare forma all’immagine del Brasile, visto che sarà più facile mettere in mostra la sua vibrante cultura e la sua grande scuderia di atleti di talento piuttosto che il suo progresso sociale o le sue aziende. Piuttosto, ha sette anni per migliorare in quello che sta già facendo, migliorando l’efficienza del governo e combattere la corruzione, promuovere la stablità e un’economia solida, e migliorare la propria missione diplomatica. Una vera reputazione si costruisce lentamente, non con un singolo evento”.

Le musiche di oggi erano e “Helpless” (N.Young) di Patti Smith e “Just breathe” dei Pearl Jam

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

vincere paure

shining_ver1

Fate conto che oggi vi canti, come Tiziano Ferro, “perdono!” Perdono per aver pubblicato per errore il post di ieri (lo trovate qui sotto) soltanto ieri nel pomeriggio; è stata una svista, e mi scuso con tutti coloro che sono puntualmente arrivati a visitare il blog e non hanno trovato quello che stavano cercando. Perdono anche per aver realmente aperto la cartella di posta elettronica di Alaska soltanto oggi (altra svista) trovando così un meraviglioso cofanetto di vostri messaggi a cui non avevo risposto. Grazie a tutti quelli che hanno scritto, oggi in onda si dà conto di alcuni dei vostri messaggi, prenderò nota dei link consigliati da voi e cercherò di soddisfare le richieste più strane nei prossimi giorni. Ma veniamo agli argomenti di oggi.

Il primo di novembre è partita la nuova edizione di NaNoWriMo. Anche quest’anno, il decimo dalla fondazione a Oakland nel ’99, migliaia di persone hanno accettato la sfida di scrivere un intero romanzo in un mese. Solo la prima stesura, s’intende, senza revisioni, ma in ogni caso sono 175 pagine, 50 mila parole, circa 1667 parole al giorno, con tanto di trama da inventare. Va da sé che si tratta dell’evoluzione estrema del furioso marketing della scrittura creativa, ma l’impresa, e il relativo blog, sono molto gustosi. Queste le raccomandazioni iniziali per chi partecipa quest’anno.

L’idea di NaNoWriMO è che l’approccio da kamikaze, nonché il divertimento di sapere che non sei solo, aiutano a vincere la paura di buttarsi, di sbagliare, e di creare qualcosa di men che perfetto. A mezzanotte del 30 novembre, tutti i partecipanti che saranno arrivati fino in fondo avranno se non altro per le mani qualcosa da correggere, da mettere a posto. L’anno scorso, dei 120 mila partecipanti iniziali, 20 mila sono arrivati alla fine. Chi partecipa si iscrive al blog e da quel momento può anche postare il numero di parole che ha raggiunto giorno per giorno e qualche estratto del proprio romanzo. Al buon cuore di chi partecipa fare una piccola donazione per aiutare la gestione del sito, predisposto in quattro lingue. Le regole sono poche, innanzitutto non usare testi altrui o propri testi già pubblicati, e soprattutto non ripetere la stessa parola 50 mila volte! A volte partecipano anche scrittori professionisti, e alcuni di questi romanzi riescono poi a raggiungere la pubblicazione, e fra questi c’è anche un bestseller del New York Times. NaNoWriMo celebra “il magico potere delle scadenze”. Immaginando la fase universale di procrastinazione in attesa di cominciare a scrivere, il sito di NaNoWriMo offre una serie di sciocchezzuole da spulciare, come la FAQ, il forum, il blog, la Notte a Scrivere Pericolosamente a San Francisco, o il servizio di NaNoMail, che consente di corrispondere con gli altri partecipanti senza bisogno di conoscere i loro indirizzi e-mail.

Giulia di Wakarimasen ha deciso di iscriversi. Nelle prime 36 ore ha scritto zero parole:

Roman Krznaric ha lanciato un nuovo blog, Outrospection – esperienza profonda o frontiera allucinata del turismo? Giudicate voi:

“Questa settimana ho lanciato OUTROSPECTION, il mio nuovo blog sull’empatia. L’arte di mettersi nei panni degli altri e di vedere il mondo dal loro punto di vista. Il concetto di empatia di solito viene associato alla cura e alla compassione, ma io preferisco accostarmi all’empatia come sport estremo dell’arte di vivere. Lasciate che vi dica perché. Oggi viaggiare non è più quello che era una volta. le persone sono stanche di trascinarsi per il Louvre in mezzo alla folla o di stare sedute per ore in aeroporto per andare in vacanza su una spiaggia dei caraibi che diventa noiosa dopo due giorni passati a prendere il sole. Sempre più persone scelgono viaggi che allarghino i loro orizzonti personali e forniscano loro delle esperienze. Una delle opzioni migliori per trasformare questo in realtà è diventare un empatico, viaggiando nella vita degli estranei.

Qual è il segreto di questa forma di viaggio d’avanguardia? Come si fa? Si può prendere il via dallo scrittore inglese George Orwell, che trasformò l’empatia in uno sport estremo. Alla fine degli anni Venti, dopo cinque anni come ufficiale della polizia coloniale in Birmania, Orwell decise di vivere come un vagabondo sulle strade di Londra est, un periodo della sua vita che ha descritto nel suo libro Senza un soldo a Parigi e a Londra. Indossava regolarmente abiti e scarpe logori, e si mise, praticamente senza soldi, a dormire nei rifugi per senzatetto, girando per le strade con mendicanti e vagabondi per settimane. Un anno tentò di farsi arrestare per poter passare il Natale in cella, ma non gli riuscì mai di fare qualcosa di abbastanza grave da farsi notare dalla polizia. Non è sempre facile essere un empatico.

Che cosa lo spinse ad avventurarsi in queste fughe eccentriche? In parte si sentiva in colpa per essere stato complice dell’imperialismo britannico che aveva imparato a disprezzare e voleva capire le vite di coloro che si trovavano ai gradini più bassi della scala sociale. Ma altrettanto importante era il suo desiderio di allargare la sua esperienza di vita per diventare uno scrittore; i suoi viaggi gli avrebbero fornito il materiale di cui aveva bisogno per scrivere dei bestseller.

Non si confonda l’approccio di Orwell con l’attuale tendenza al turismo della povertà, in cui ci si ritrova a girare per Soweto e per Rio a dare una breve occhiata ai quartieri poveri dal finestrino di un SUV con l’aria condizionata prima di andare a godersi un buon pranzo. Orwell sapeva che il vero modo per cambiare la sua vita era di scolpirsi sulla pelle delle esperienze autentiche, standoci dentro invece di osservare quelle degli altri.

Perciò se volete padroneggiare l’arte dell’empatia, prendete ispirazione da Orwell e coltivate l’avventuroso empatico che c’è in voi. Guardatevi allo specchio e chiedetevi: nei panni di chi ho sempre sognato di trovarmi? Magari in quelli di chi per una settimana raccoglie l’uva per il vostro vino preferito. O forse vorreste aiutare la vostra postina a fare le consegne una mattina. Allora fate i bagagli e preparatevi a un tipo di viaggio differente. E’ arrivato il momento di fuggire nell’empatia”.

E infine, cosa c’è di meglio dell’autunno per guardarsi un vecchio film nel tepore di casa? Martin Scorsese ha preparato per Halloween la sua lista degli 11 Film Più Spaventosi della Storia, e io vorrei giocare con voi. Prima di tutto, questa è la sua lista:

n.1 Gli Invasati (The Haunting), di Robert Wise, 1963, tratto da Incubo a Hill House di Shirley Jackson
n.2 Il vampiro dell’Isola (Isle of the dead) di Val Lewton, 1945, con Boris Karloff
n.3 La casa sulla scogliera (The Uninvited) di Lewis Allen, 1944
n.4 Entity (The Entity) di Sidney J. Furey, 1981
n.5 Incubi notturni (Dead of Night) di Alberto Cavalcanti, 1945, sceneggiato da H.G.Wells
n.6 Changeling (The Changeling) di Peter Medak, 1979
n.7 Shining di Stanley Kubrick, 1980
n.8 L’Esorcista (The Exorcist) di William Friedkin, 1973
n.9 La notte del demonio (Night of the Demon) di Jack Tourneur, 1957
n.10 Suspense (The Innocents), di Jack Clayton, 1961, tratto dal Giro di vite di Henry James
n.11 Psycho (Psycho) di Alfred Hitchcock, 1960

E a voi, qual è il film che ha fatto più paura in assoluto? Scrivetelo qui sotto nei commenti. Il mio film più spaventoso è L’inquilino del terzo piano di Roman Polanski. Diteci il vostro!!

le musiche di oggi erano “Just breathe ” dei Pearl Jam e “Facile” di Mina/Afterhours

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail