l’esercito di Evan

Unknown

Oggi grazie alla nostra Laura Cappon al Cairo parliamo in diretta con Evan C. Hill, il reporter autore dello scoop del Guardian la settimana scorsa sulle rivelazioni tratte dal rapporto di 800 pagine sulle violenze commesse dalle forze di sicurezza egiziane durante la rivoluzione, stilato da una commissione d’inchiesta indipendente istituita da Morsi, che oggi sostiene di non averlo letto (dice lo stesso anche l’altro destinatario del rapporto, il Procuratore Generale dello Stato) e continua a non volerlo pubblicare. La ragione potrebbe stare proprio nelle scoperte della commissione, confermate dalla doppia verifica di Evan Hill con i testimoni diretti, che dimostrano ampie violazioni dei diritti umani e torture perpetrate sistematicamente non solo dalla polizia ma dall’esercito, il “poliziotto buono” della rivoluzione. Intanto secondo il quotidiano Al Watan Morsi avrebbe ordinato un’inchiesta per scoprire chi siano state le “fonti”. Evan Hill ci racconta in diretta come ha lavorato, la cronologia delle scoperte sul rapporto della commissione d’inchiesta, le reazioni (o non reazioni) sorprendenti da parte dell’esercito, del governo e dell’opinione pubblica, il timore che venga ordinata un’inchiesta che potrebbe coinvolgerlo, e il silenzio dei partiti di opposizione che ritengono probabilmente sconsigliabile criticare l’esercito in questo momento di impasse.

Ecco la puntata di oggi:

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l’anno dell’arrestato

(Zainab Alkhawaja davanti alla poliziotta che l’avrebbe poi arrestata, ieri in Bahrain)

La rivista Time ha deciso che il 2011 è stato l’anno del Manifestante Ignoto. Ieri sera tre ragazze della resistenza del Bahrain, fra le quali @angryarabiya, sono state arrestate a un sit-in di protesta a Boudiya Street a Manama. Zeinab alKhawaja, @angryarabiya, è stata picchiata in commissariato durante la notte per essersi rifiutata di firmare un documento propostole dalla polizia. Mentre vi parlo in diretta, è in corso dall’alba al Cairo lo sgombero violentissimo di OccupyCabinet, il sit-in di protesta davanti all’ufficio del PM che procedeva in modo ordinato dopo l’uccisione del giovane Ahmed Soroor il 26 novembre, e che aveva registrato più di 80 avvelenamenti da cibo due giorni da dopo una distribuzione gratuita di cibo. Secondo i primi tweet dell’alba, i manifestanti hanno individuato dentro al sit-in un poliziotto militare in borghese e hanno tentato di allontanarlo. Questi avrebbe reagito violentemente, provocando il caos fra le poche centinaia di manifestanti. Nel giro di pochi minuti, dai tetti degli edifici intorno all’ufficio del PM soldati prima in uniforme, poi in borghese, hanno cominciato a lanciare grosse pietre, suppellettili, addirittura mobili da ufficio sui manifestanti (un video qui), per poi sparare proiettili di gomma. I manifestanti hanno spento un principio d’incendio in uno degli edifici adiacenti la residenza del PM per poi essere attaccati in strada con proiettili di gomma e proiettili veri. Diversi feriti gravi e alcuni arresti eccellenti – fra questi @monasasoh, poi subito liberata, e @sana2, le due sorelle di Alaa Abdel Fattah, e Noor Noor, figlio dell’ex candidato alle presidenziali Ayman Nour. Mentre vado in onda non si trova più neanche Evan Hill, uno dei giornalisti più importanti a seguire il Cairo fin da gennaio. Intanto l’esercito fa lo stesso gioco della battaglia di Mohammed Mahmoud a novembre, scaricando la responsabilità sull'”ingovernabile” polizia militare.
Dove c’è sit-in c’è sgombero e arresto, parrebbe, un po’ ovunque. Nick Kristof del New York Times racconta le sue giornate in Bahrain fra lacrimogeni e fermi di polizia (è la seconda volta che viene arrestato lì, stavolta è stato arrestato anche un fotografo della Reuters), mentre l’attore e speaker radiofonico John Knefel racconta le sue 37 ore di arresto per mano dell’NYPD a OccupyWallStreet.

♫ Le musiche di oggi erano

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la croce

Mina Daniel, attivista di pza Tahrir. Sopravvissuto per un soffio alla battaglia dei Cammelli. Ucciso dall’esercito, domenica sera, insieme ad almeno altri 24 (foto di Eduardo Castaldo)

Dopo aver passato la notte di domenica all’ospedale a parlare coi medici come testimone dell’arrivo dei cadaveri dei copti uccisi dall’esercito, e la giornata di ieri ai loro funerali, con copti e musulmani insieme, cercando di rendere meno dolorosa alle famiglie la scelta di permettere le necessarie autopsie sui corpi dei loro cari per fare luce sull’accaduto (una delle imprese era trovare un coroner indipendente), Alaa Abdel Fattah, cyberattivista laico e colto, tweep di primo piano e inventore dei tweetnadwa, oltre che instancabile lanciatore di sassi contro le cariche della polizia da dieci mesi a questa parte, scrive stamattina: “io puzzo di obitorio, di cadaveri, di bare, puzzo di polvere, sudore e lacrime, e non so se questo odore riuscirò mai a lavarlo via”. Un’altra tweep gli ha risposto: “riposati Alaa, ti ho visto domenica sera, come sempre in prima linea”. E Alaa risponde: “non è domenica il problema; oggi è stata una nuova specie di prima linea, a gestire paura, dolore, incertezza, superstizione, bigottismo – è questa la nostra battaglia più dura.”

La notte di domenica è stata il più orribile momento di violenza, confusione e strumentalizzazione al Cairo dall’inizio della rivoluzione. Al di là delle ricostruzioni più o meno automatiche fatte da quella parte di media tradizionali che non si sono mai mescolate da gennaio con gli attivisti sul campo, almeno il Guardian (e qui), il New York Times e AlJazeera in inglese, che hanno sempre lavorato con i materiali collettivi raccolti in rete e con i testimoni oculari, hanno fatto un ritratto dei fatti di domenica sera al Cairo che rispecchia esattamente il collage di tweep della nostra diretta di domenica, mentre @Kristenchick del Christian Science Monitor è stata l’unica e la prima in assoluto a twittare dall’obitorio dell’ospedale copto, contando in prima persona i 17 cadaveri arrivati dalle strade, quasi tutti uccisi da proiettili dell’esercito o investiti dai blindati lanciati in mezzo al corteo a velocità folle (Questo uno delle decine di video raccolti dagli attivisti), mentre la tv di stato ripeteva l’annuncio dell’uccisione di 3 soldati (di cui non esiste ancora documentazione) e chiamava istericamente ogni “decente egiziano” (musulmano) a scendere per le strade per “proteggere l’esercito” da “cristiani copti armati”, e soldati facevano irruzione nelle sedi di due canali tv indipendenti sospendendo le trasmissioni. Nel caos terribile di quella serata, intorno ai copti che si limitavano a manifestare pacificamente per l’ennesima discriminazione violenta verso una loro chiesa (qui la puntata che dedicammo alle persecuzioni sui copti e all’incidente di Imbaba) e per la totale assenza di tutela da parte della polizia, i testimoni oculari erano moltissimi; fra questi decine e decine dei tweep che seguiamo abitualmente, alcuni dei quali feriti, che hanno anche unito le forze per raccogliere quei video e quelle foto che l’esercito non ha sequestrato gettando le schede di memoria nel Nilo. Vi propongo tre testimonianze: Sarah Carr, la prima a postare; Evan Hill, che ha fatto il giro di tutti i testimoni per raccontare su AlJazeera; e Mahmoud Salem (Sandmonkey) sulla mossa assolutamente controproducente dell’esercito. Ognuno di loro cita i momenti più significativi a cui ha assistito domenica notte.

♫ La canzone di oggi era “My sweet Lord” di George Harrison

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fa ancora male

(Rami Essam, folksinger di piazza Tahrir)

Tahrir è tornata a prendere le botte, prima di essere non molto cortesemente evacuata, di tende e di manifestanti, per la prima volta dall’inizio della rivoluzione a gennaio. Aggressioni ai manifestanti nel loro secondo blitz alle sedi della polizia segreta domenica scorsa, 11 morti e quasi duecento feriti per mano della polizia militare nel contesto degli scontri fra musulmani e copti due giorni fa, l’aggressione alle donne in piazza l’8 marzo, e infine, il pestaggio di due giorni fa. Le immagini che vedrete nei link che seguono, infatti, non sono, come potrebbe sembrare, del mercoledì di sangue della rivoluzione, ma del 9 marzo. Sono le ferite sul corpo di Ramy Essam, che non è nemmeno una faccia anonima del movimento #Jan25, ma il giovane cantante che aveva composto e suonato nella piazza strapiena la sua “Tahrir song”. Alive in Egypt traduce dall’arabo la nota su facebook relativa al suo pestaggio – uno di molti del 9 marzo – e Mohamed racconta sul suo blog The Traveller Within come ha conosciuto Rami e chi è. Oggi il movimento torna in piazza, ma la paura si sente e potrebbe influire sull’affluenza. Sul nostro Twitter le foto e i resoconti postati in tempo reale dai manifestanti.

Intanto oggi, nonostante il divieto di manifestazione sancito due giorni fa in Arabia Saudita, i sostenitori delle richieste di riforma costituzionale scendono per le strade di Riad. Paola Dorazio per Global Voices fa un giro di opinioni e dettagli sulla petizione unitaria al governo su cui i vari gruppi sociali sembrano aver trovato un accordo. Oggi sul nostro Twitter i racconti in tempo reale dai manifestanti.

♫ La canzone di oggi era “Burning Jacob’s ladder” di Mark Lanegan

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