Archivi tag: Golfo del Messico

la BP sotto processo

Deepwater_Horizon_fire_3

Ad aprile saranno tre anni dall’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon – la prima notizia di rilievo pubblico as essere stata condivisa intensamente sui social network. Dopo un rinvio lo scorso ottobre, è partito il processo, che arriva oggi al terzo giorno, non di fronte a una giuria ma di fronte a un giudice che sta studiando il caso da tre anni. Con un procedimento lungo e tortuoso, prima vengono presentati i casi dell’accusa, e più avanti si ascolterà la difesa della BP. Tom Fowler riassume per il blog del Wall Street Journal, e qui anche il New York Times

La canzone di oggi era “Whooping crane” di Lyle Lovett

Ecco la puntata di oggi:

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il mondo di Nomfup

Questa foto di Barack Obama (che ha firmato la sua dichiarazione dei redditi) viene da Nomfup, il blog di comunicazione politica a cui siamo lieti di dedicare finalmente la puntata di oggi con un collegamento in diretta con Filippo Sensi, che ci spiega il lavoro che fa, come è cambiato Nomfup nel suo anno di vita, e ci racconta, fra le altre cose, che cos’è la digital diplomacy – cioè come governi e istituzioni si stanno attrezzando per usare i social media. Potete ascoltare la nostra conversazione con Filippo qui sotto nel podcast.

Sulla timeline del Twitter di Alaska il racconto momento per momento delle rivolte arabe, di cui torniamo a parlare domani.

♫ ahi, niente musica, oggi….

Ecco la puntata di oggi:

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lottare contro i mulini a vento

(Arthur Mee e Holland Thompson, dal The Book of Knowledge, 1912)

Global Voices in Italiano (Juliana Rincon Parra tradotta da Stefano Ignone) ci racconta la maxi-operazione che la RAE spagnola ha lanciato su YouTube: ognuno può scegliere uno dei 2.149 spezzoni in cui è stato suddiviso il Don Chisciotte e leggerlo in video per caricarlo poi in condivisione; chi di voi riesce a leggere in spagnolo può partecipare! Qui sotto nel podcast vi racconto la storia e vi faccio sentire un frammento, ma qui potete leggere il post integrale con i link a molti spezzoni diversi.

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Ieri cadevano i sei mesi esatti dal disastro del petrolio nel Golfo. Kate Sheppard di MoJo, anche se si è tolta le galosce con cui era andata a visitare le spiagge piene di greggio quest’estate, fa il punto su com’è la situazione adesso che è sparita dai titoli dei giornali (ve la traduco qui sotto nel podcast). presto torniamo a parlare di compagnie petrolifere, anche perché la loro ombra si cela dietro ad alcuni appuntamenti legati alle elezioni di metà mandato.

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The Great Penguin Rescue (Il Grande Salvataggio dei Pinguini) è un nuovo libro di Dyan di Napoli che viene recensito da Tim Flannery sulla New York Review of Books (online con due settimane d’anticipo rispetto all’uscita cartacea). Racconta la storia di uno storico salvataggio di pinguini in Sudafrica nel 2000 a seguito di una fuoriuscita di petrolio al largo delle coste di Cape Town.  Si tratta del più grande salvataggio di animali selvatici mai avvenuto, e la di Napoli vi aveva partecipato come veterinaria specializzata insieme a migliaia di volontari. Una storia lacerante e quantomento istruttiva, vi traduco qualche spezzone dell’articolo di Tim Flannery qui sotto nel podcast, e potete leggere il suo articolo integrale qui.

♫ Le canzoni di oggi erano “Stella d’argento” di Brunori Sas e “Creep along Moses” di Mavis Staples

Ecco la puntata di oggi:

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ci mancava anche Alex

(foto di Kris Krug, da un progetto fotografico collettivo sul disastro BP qui su Flickr)

Leviamo gli ormeggi 3

Questa è l’ultima settimana di Alaska prima del palinsesto estivo, nella quale ci accingiamo a “salutare” alcuni blog e alcuni temi centrali della stagione. Vi ricordo che lunedì 5 luglio alle 12.40 riparte la nostra trasmissione con i diari di viaggio degli ascoltatori, Tre Uomini in Barca, che sarà naturalmente anche un blog, al quale potete iscrivervi mandando una mail per dire chi siete, dove pensate di andare quest’estate, da quando a quando, e con chi. In questi giorni ad Alaska mi raggiunge Leonardo “Leolino” Verzaro per varare la Barca come si deve.

Vi ricordo anche che durante i mesi estivi potrete continuare a ricevere qlc aggiornamento da Alaska su Twitter.

Anche la Barca ha il suo twitter.

Nelle ultime dieci settimane è l’argomento che ha tenuto in scacco Alaska, non solo perché è il più grave disastro ambientale nella storia degli Stati Uniti, ma perché è il primo seguito, indagato e sorvegliato da decine di milioni di persone in tutto il mondo attraverso i blog e i social network, che forniscono un’abbondanza di informazioni e fotografie, e a volte riescono a raddrizzare in tempo reale qualcuno dei mille torti che la situazione sta creando. Ogni giorno, da quasi settanta giorni, e ogni giorno di questa estate che verrà, altri 100 mila barili di greggio fuoriescono nel Golfo del Messico, e dal sito dell’incidente alla piattaforma Deepwater Horizon raggiungono le profondità dell’oceano, le coste e le paludi di pesca della Louisiana, dell’Alabama, la foce del Mississippi, le spiagge della Florida, imprigionando e uccidendo pellicani, delfini, granchi, tartarughe e decine di altre specie protette, impedendo ai pescatori di guadagnarsi da vivere, paralizzando l’industria del turismo, e peggiorando la situazione con l’uso di sostanze chimiche per disperdere il petrolio.(prima relazione Epa sulla tossicità del Corexin). Nella speranza che le operazioni di emergenza della BP vadano a buon fine almeno ad agosto, chiudiamo queste settimane di analisi con alcune novità.

Vi avevo parlato dei continui riversamenti di greggio in Nigeria. Adesso da Global Voices arriva una mappa delle peggiori situazioni legate al petrolio in tutto il mondo: Nigeria, Egitto, Singapore, Perù, Venezuela, Stati Uniti, Taiwan (in italiano). Stephen Kinzer di MoJo si chiede se abbia senso boicottare le pompe di benzina negli Stati uniti e racconta la storia antica della BP e il suo ruolo in Iran. Qui sul Post la mappa della traiettoria del primo uragano della stagione, Alex, verso il Golfo del Messico. Sherman e Weber per Huffington Post raccontano la situazione che circonda il suo arrivo negli stati interessati, e così Anderson Cooper della CNN. Secondo alcuni studiosi del disastro della Exxon Valdez del 1989, la natura provvede a cancellare i risultati dei riversamenti di greggio molto meglio di quanto faccia l’uomo. Julia Whitty racconta di un forum di geologi ed esperti di petrolio che discutono del rischio che la perdita nel Golfo non si possa fermare. La BP ha un nuovo soprannome: Beyond Prosecution (al di là della legge): Josh Harkinson su come l’industria petrolifera e la Camera di Commercio della Louisiana abbiano convinto i legislatori dello stato ad andarci piano con la BP. Intanto MacMcClelland ha deciso di andare fino in fondo con la sua indagine su come la polizia e il servizio d’ordine della BP stiano impedendo a giornalisti e comuni cittadini di avvicinarsi ad ogni sito interessato dal disastro e di fare domande, servendosi di quella che sembra diventata una milizia privata in uniforme.

♫ La canzone di oggi era “Whooping crane” di Lyle Lovett

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Se non è BP è Shell, se non è Shell è Exxon

(Hannah Baage cammina nel corso inquinato del Gio Creek, nel Kegbara Dere – via New York Times)

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Il disastro del greggio nel Golfo del Messico sta risvegliando i ricordi di altri paesi che hanno subito disastri analoghi. Antonella Grati per Global Voices, traducendo dai post in coreano, riporta le riflessioni dei blogger sudcoreani del loro riversamento di greggio del dicembre 2007.

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Un’ascoltatrice nel microfono aperto di stamattina ci ha invitato ad approfondire la questione del greggio in Nigeria, che è il primo paese produttore di petrolio in Africa e tormentato da riversamenti continui che stanno facendo morire la costa e le paludi di mangrovie. Purtroppo le fonti in rete sulla situazione là sono molto poche, ma proprio oggi  se ne occupa in rete il New York Times, così vi traduco cosa dice Adam Bossiter che scrive direttamente da Bodo.

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In queste ore il repubblicano Barton viene ridicolizzato in rete per la sua gaffe di stanotte (ha chiesto lui scusa alla BP durante l’udienza di Tony Hayward…) – perfino Robert Gibbs, capo ufficio stampa della Casa Bianca, si è messo a twittare su Barton, chiedendosi se – nel caso che fossero i Repubblicani ad avere la maggioranza – il posto di supervisore della grande industria petrolifera non verrebbe dato proprio al così disponibile Barton.  Qui il commento del blog di Richard Adams.

♫ Le musiche di oggi erano “Free to walk” di Jeffrey Lee Pearce nella versione di Nick Cave e Debbie Harry e “Breathe” dei Pearl Jam

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tante scuse

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(Bernard McGuigan colpito dai paracadutisti inglesi durante la manifestazione per i diritti civili a Derry del 30 gennaio 1972)

Non capita tutti i giorni che a postare sia un eccellente scrittore, in questo caso Colum McCann, vincitore del National Book Award 2009 con lo stupendo romanzo Let the great world spin (che esce in Italia per Rizzoli col titolo Questo bacio vada al mondo intero), ispirato all’avventura del funambolo francese Philippe Petit che nel ’74 tese la sua fune d’acciaio fra i due tetti delle Torri Gemelle. McCann, classe 1965, è un dublinese trapiantato a New York, e ha postato sul Daily Beast all’indomani delle scuse del governo inglese per la strage della Bloody Sunday del 1972 a Derry, in Irlanda del Nord. Qui il suo post originale, e ve lo traduco qui sotto nel podcast.

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Ieri il presidente della Bp Tony Hayward ha incontrato Obama alla Casa Bianca e oggi dovrà tenere un discorso davanti alla commissione d’inchiesta del congresso, che si aspetta toni umili e congrui alla situazione. Le azioni BP hanno ripreso magicamente a salire da qualche ora, dopo che è stata annunciata l’effettiva istituzione del fondo BP di 20 MILIARDI di dollari per coprire le spese del disastro, dalla pulizia delle acque ai risarcimenti ai cittadini. MotherJones ha una “talpa” nella BP che sa cosa sta accadendo ai pulitori impiegati sulle spiagge contaminate: qui potete leggere cosa dice Mac McClelland che gli ha parlato, e io ve lo traduco qui sotto nel podcast.

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Ci sono attori che investono nella ristorazione e altri che investono nell’ecologia. Della serie “lo sapevate che?” – io non lo sapevo – pare che l’attore Kevin Costner stia dedicando tutto il suo tempo libero, e tutto il denaro guadagnato con i film, alla pulizia delle acque inquinate. La sua “conversione” è avvenuta, pare, mentre girava Waterworld su una piattaforma abbandonata. Qualche giorno fa Kate Sheppard postava sulla sua ossessione per l’oceano e il 24 milioni di dollari che ha speso di tasca sua per la Ocean Therapy Solutions, che ha approntato un macchinario per separare il petrolio dall’acqua. Sembrava soltanto una curiosità, invece ieri Adam Gabbatt del Guardian ha postato sul fatto che le macchine di Costner verranno impiegate dalla Bp per tentare la pulizia del Golfo del Messico.  Le traduzioni qui sotto nel podcast.

♫ Le musiche di oggi erano “Tomorrow never knows” di Bruce Springsteen e “As time goes by” di Billie Holiday

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il cartellino del prezzo

(Julia Whitty, da Mother Jones)

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Oggi esploriamo anche altre storie, ma senza lasciare la BP; terremo uno spazio aperto in ogni puntata su come si evolve la situazione nel Golfo del Messico, perché è possibile che non si riuscirà a fermare la perdita di greggio fino ad agosto, né a pulire la costa prima dell’autunno inoltrato.

Intanto vi segnalo questa intervista di Global Voices con Réassi Ouabonzi, anima del blog Chez Gangoueus dal 2007, che ha ricevuto il secondo premio nella categoria “blog in francese” ai recentissimi Best of Blogs Awards. Il blog di Réassi esplora la letteratura africana in francese di autori locali emigrati.

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Vi ricordate l’ampia dissertazione di Umberto Eco sull’uso di Wikipedia qualche puntata fa? Anche lo scienziato/scrittore Piergiorgio Odifreddi ha qualcosina da raccontare sulle voci che lo riguardano, potete leggerlo qui, in un’intervista di Claudio Sabelli Fioretti. Nel frattempo ricompare l’indimenticabile Tommaso Debenedetti, grande falsario di interviste con letterati (qui tutti i post in cui abbiamo parlato di lui ). Infatti lo intervista El Pais, ripreso da Il Post.

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Rimettiamo le mani nel greggio. Mother Jones sta facendo un lavoro egregio con le sue corrispondenti, che stanno andando – letteralmente – a sporcarsi le mani. Julia Whitty è riuscita ad accedere alla spiaggia di Elmer’s Island in Louisiana, si è fatta prestare un paio di galosce del 46 e ci racconta cos’ha visto (ve la traduco qui sotto nel podcast).

Il Post riassume come stiamo messi al 50esimo giorno dall’esplosione della Deepwater Horizon. Nel frattempo la spillcam (nel post qui sotto) continua a mostrare la fuoruscita in presa diretta – 10 mila barili al giorno in meno, sembra sempre uguale.

Ma quanto sta costando tutto questo accrocchio di tentativi di tappare la falla, costruzione dei pozzi di sfogo, pulizia delle spiagge, invio di sacchi di sabbia, sopralluoghi degli esperti, circolazione delle navi nel golfo, ecc? E soprattutto, chi paga davvero? Kate Sheppard racconta che la Guardia Costiera  e Janet Napolitano hanno comunicato che le casse dello stato per le emergenze sono quasi prosciugate. Infatti, lo stato fin qui ha speso 93 milioni di dollari, anticipando la paghetta alla BP, che invece decide in buona parte come spenderli e non ha ancora cominciato a restituirli mentre il Congresso arranca per stanziare altri fondi. Peccato che 93 milioni di dollari sia anche quello che la BP guadagna in un giorno. In un altro post, Kate si chiede anche com’è che dei presunti 10mila barili di greggio al giorno che la BP starebbe “salvando” dalla falla dopo l’ultima operazione di incappucciamento, la proprietà resta sua? Si tratta di un guadagno di 750 mila dollari al giorno. La BP ha diritto di tenerseli dopo quello che ha combinato?

Nella puntata di domani diamo un’occhiata a cosa si dice nei blog sul lavoro che stanno facendo i veterinari sulle spiagge contaminate.

♫ Le musiche di oggi erano “Magic day” di Lou Rhodes e “In your hands” di Charlie Winston

Ecco la puntata di oggi:

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ma che gente siete?

(AP via HuffPost)

C’è da mettersi le mani nei capelli. Come testimonia la spillcam, il petrolio continua a fuoriuscire forse peggio di prima, la BP prova a incappucciare la falla mentre le sue quotazioni in borsa crollano, Sarah Palin dice che è colpa degli ambientalisti, gli animali muoiono, MotherJones fotografa le insegne delle botteghe e dei negozi in Louisiana (“chiuso per colpa della BP”), Obama cancella il viaggio in Australia e Indonesia per tornare nel Golfo, si è aperta la stagione degli uragani, i commentatori di sinistra lamentano che il disastro oscuri la sua presidenza, mentre scienziati di tutto il mondo ed esperti degli abissi marini sono chiamati a dare il loro parere, fianco a fianco con deputati repubblicani che siedono nei CdA della compagnie petrolifere. E mentre noi ricicliamo le bottiglie di plastica, la macchia di greggio potrebbe arrivare all’Atlantico. Ma potrebbe esserci un simbolo più chiaro della fine di un’epoca e dell’urgenza di cambiare modo di vivere?

Jacqueline Leo, direttrice del Fiscal Times, posta per HuffingtonPost su come la BP abbia comprato i risultati di ricerca di Google in modo da comparire sempre per prima nelle ricerche su “perdita di petrolio”, “petrolio nel golfo”, “perdita sulla costa della Louisiana”, “pulizia del petrolio” (ma non “disastro da petrolio”) spingendo verso le pagine secondarie i risultati delle associazioni non-profit (vi traduco quanto più possibile di questi post nel podcast qui sotto)

Anderson Cooper della Cnn trasmetteva ieri sera dopo il suo sopralluogo in mare nel Golfo. Maureen Miller, della sua redazione, anticipava che la BP ha il coraggio di dire che l’avvelenamento dei pulitori sulle spiagge potrebbe non essere dovuto alle sostanze chimiche che stanno maneggiando ma a un “avvelenamento da cibo”.

Rick Outzen per Daily Beast racconta come mentre tanti pescatori senza lavoro aspettano con le mani in mano, la BP paga i turisti ricchi perché li aiutino con le loro motobarche superveloci.

James McKinley Jr posta per il New York Times su cosa sta accadendo all’industria della pesca nel Golfo.

James Cameron, che per Abyss e Titanic ha lavorato con le troupe di sommozzatori più esperte del mondo, dice che la sua offerta di aiuto è stata rimbalzata dalla BP.

Nel frattempo, dopo che la sega dalla lama di diamante si è incastrata nel condotto, la BP è riuscita a liberarla e sta usando un paio di forbici giganti. Sì. Deve tagliare il tubo per provare a “incappucciarlo”, in attesa che siano completati i pozzi di sfogo (per agosto?) generosamente paga lei le barriere di sabbia con cui la costa della Louisiana sta cercando di proteggersi.

La dimensione delle punizioni civili per la BP – cioè le multe – dipende da quanto petrolio versano in mare, perciò è di assoluta importanza calcolare esattamente quanto petrolio sia stato disperso. Kate Sheppard qui. nel frattempo è investita da una valanga di richieste private di risarcimento, racconta Andrew Clark.

Elisabeth Rosenthal esamina il problema della fede nel governo-che-tutto-ripara.

Finlo Rohrer cerca di capire quanta rabbia ci sia negli Stati Uniti, dalle iniziative individuali contro la Bp alle 350 mila persone che protestano su Facebook.

Le musiche di oggi erano “Rise” di Eddie Vedder e “Treme song” di John Boutté

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acque internazionali

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Sembra che in questi giorni tutti gli snodi cruciali della nostra epoca – ambiente, pace, profitto sregolato – siano simboleggiati da quello che avviene all’acqua e nell’acqua.

In acque internazionali è avvenuto l’attacco notturno alla Freedom Flotilla di aiuti umanitari a Gaza – un pugno di marine che si sono calati con funi dagli elicotteri (mentre le imbarcazioni, anche se nei video della tv isrealiana non si vede, erano circondate da navi militari) è bastato a uccidere 10 persone e ferirne molte altre. Le navi sono sequestrate e quasi 600 persone trattenute. 12 ore di Consiglio di Sicurezza dell’Onu e adesso un comunicato che cerca di riflettere l’indignazione internazionale, causata anche dal fatto che l’equipaggio della Freedom Flotilla è composto da volontari di tanti paesi diversi. Israele dice di essere “caduta in trappola” (già dal 26 maggio la Freedom Flotilla sapeva di correre un rischio a non accettare l’invito a sbarcare in un porto diverso per lasciar perquisire le imbarcazioni); se anche fosse, lo ha fatto in modo grossolano, violento e assolutamente illegale, con tanto di tragico danno di immagine. Radio Popolare ha seguito e segue da vicino gli sviluppi, per cui qui vi propongo alcuni materiali di approfondimento: Luca Sofri posta da Gerusalemme, il Guardian ha tenuto un blog per tutta la giornata di ieri che ha ripreso stamattina, dove potete vedere anche i video, i familiari di molte persone dell’equipaggio attaccato hanno avuto loro notizie solo dagli ultimi sms inviati prima di subire l’attacco, e nel frattempo su Twitter – che serviva più che altro a esprimere opinioni e darsi appuntamenti in molti paesi per le manifestazioni di protesta, quello che adesso sembra un inconveniente tecnico ha causato per qualche ora problemi di accesso agli hashtag che riguardavano l’attacco, i più usati di tutta la giornata. A bordo della Flotilla anche il giallista svedese Henning Mankell.

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Come sapete, Top Kill ha fallito e la BP deve inventarsi un altro sistema per fermare il flusso di greggio nel Golfo del Messico. Ieri gli aggiornamenti su Twitter. Intanto si è capito che ci sono poche speranze di fermarlo prima di agosto, quando saranno stati completati i pozzi di sfogo per deviare e raccogliere la perdita – un po’ come accadde in acque messicane con la perdita della Pemex nel 1979. Mentre gli osservatori scoprono un’altra gigantesca piuma di petrolio nelle acque di petrolio, la BP dice “piume? quali piume?!”. Questa è la catalogazione di tutte le questioni a carico della BP alla data del 30 maggio nei documenti ufficiali del governo Usa, che hanno raccolto gli elementi di indagine dei media. Mother Jones ha festeggiato il Memorial Day ieri con una laconica passeggiata su una spiaggia ancora pulita dove si attende fra poche ore l’arrivo della macchia di petrolio. 22passi fa un po’ di conti. Nel frattempo, 2 mila tonnellate di greggio riversate in mare per uno scontro fra navi-cisterna a Singapore, dove non c’è la Cnn, Obama, lo zar del petrolio e la satira deal BP.

♫ La canzone di oggi era “My name” di Charlie Winston

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è dura

Chi segue AlaskaRP su Twitter ieri ha ricevuto eccezionalmente una valanga di tweet con una cronologia in tempo reale di quello che stava accadendo con l’operazione cosiddetta Top Kill della BP per tentare di bloccare col fango la perdita di petrolio nel Golfo del Messico, fino alla conferenza stampa di Obama (che oggi torna in Louisiana) che si è conclusa intorno alle 20. Nel link qua sopra potete vedere la cronologia su Twitter, e se ancora non lo siete, diventate follower di Alaska (cliccate sul T-Rex qui a destra). Oggi in diretta ci dedichiamo a qualche approfondimento.

Come si vede dalla webcam anche stamattina, il petrolio continua a fuoriuscire. “Piume” di petrolio di dimensioni gigantesche vengono avvistate in profondità nelle acque del Golfo. Proseguono le udienze con i lavoratori della BP, i dirigenti delle tre aziende coinvolte, i familiari degli operai morti nell’esplosione della piattaforma.

Durante la conferenza stampa, rispondendo punto per punto ai giornalisti che giustamente non mollavano l’osso, fra le mille cose che ha comunicato Obama ce ne sono state due sostanzialmente nuove: 1) oltre alla moratoria di 6 mesi su tutte le trivellazioni e all’espansione delle ispezioni sulle piattaforme, il governo ha deciso di separare l’agenzia governativa che effettua le ispezioni da quella che accorda i permessi (ha definito “scandalosa corruzione” il rapporto fra agenzie del governo e compagnie petrolifere); 2) sull’esito di Top Kill ci sono molti dubbi. E infatti, poco dopo (nonostante un parere timidamente ottimista ad alcune ore dall’inizio dell’operazione) la BP ha dovuto interrompere Top Kill nel tardo pomeriggio della Louisiana per riprendere di notte. La ragione – e non fa ben sperare – è che il fluido fangoso che veniva pompato stava traboccando dal condotto invece di andare a sostituirsi al petrolio. Andrew Clark si chiede se anche in caso di successo la procedura sarà stabile (tradotto qui sotto nel podcast). Richard Adams, che ieri ha bloggato tutto il giorno per il Guardian, ha trovato un bel reportage di Mother Jones su quelli che stanno lavorando per pulire le spiagge.

Two Way posta sull’effetto psicologico di guardare in continuazione la “spillcam” (le lo traduco nel podcast qui sotto)

Qualcuno pensa che l’unico lato positivo di un disastro ambientale senza precedenti è che da nuovi sondaggi gli americani oggi sono più disponibili a risparmiare carburante piuttosto che mantenere gli attuali consumi, che potrebbe nascere (come già fu con la Exxon Valdez) una nuova generazione di ambientalisti, e che i Repubblicani adesso potrebbero fare meno storie sull’energia pulita. Ma fino all’implementazione delle fonti rinnovabili, gli Stati Uniti rischiano di restare senza carburante, le nuove trivellazioni erano solo un piano di transizione.

Peter Baker del New York Times commenta la conferenza stampa di Obama (ve lo traduco nel podcast qui sotto).

♫ La canzone di oggi era “Bleezer’s ice cream” di Nathalie Merchant

Ecco la puntata di oggi:

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