Alaska XL #29 | il giardino dei dubbi

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(Brown Moses che si prepara a salire sul palco del Teatro la Sapienza di Perugia)

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Come promesso, voglio dedicare la puntata di oggi ad alcuni dei filoni fra i tanti interessanti che sono stati affrontati qualche giorno fa alla settima edizione del Festival del Giornalismo di Perugia. Impossibile com’è pretendere di descriverli e riassumerli tutti, cercherò di dare spazio ad alcuni dei temi fra quelli che ho seguito direttamente e quelli che invece, come fanno in molti, ho recuperato online al mio ritorno – sotto forma di articoli scritti dai collaboratori stessi del festival o di video integrali dei panel.

Cominciamo da una relazione precedente all’inizio del festival. Si trattava, come sapete, della prima edizione al cui finanziamento ha contribuito una raccolta di fondi in crowdfunding. Qui un’analisi dei numeri e di come vari nuclei sui social media hanno contribuito a muoverli.

♫ “Tennessee” di Johnny Cash

Ecco la prima parte di oggi:

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Come vi avevo raccontato qui qualche settimana fa, è vivo il dibattito su come il cosiddetto “giornalismo esplicativo” stia fiorendo nelle start-up che fanno concorrenza alle grandi testate, ma anche su come questo sembri in mano agli uomini, particolarmente quando si tratta di “brand” personali. Purtroppo Emily Bell, la più accesa nemica di quello che lei chiama “mansplanatory journalism”, ha dovuto rinunciare ad essere presente all’ultimo momento, ma vi propongo la riflessione di Vincenzo Marino di metà marzo e il video del panel “Where are the women?”.

Fra i protagonisti dell’edizione di quest’anno, Felix Salmon (appena passato dalla Reuters all’online del canale tv Fusion), qui intervistato da Giulia Saudelli, e Brown Moses (Eliott Higgins), il giovane blogger inglese che indaga sulle armi impiegate in Siria (che ho intervistato qui insieme a Matthew Ingram di GigaOM, che ha poi scritto un pezzo per raccontare l’incontro).

♫ “One day” di Sven Dorau

Ecco la seconda parte di oggi:

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I temi su cui il festival è tornato dopo averci in realtà lavorato tutto l’anno sono la Siria, l’Ucraina, il giornalismo nei paesi africani, il linguaggio d’odio e il cosiddetto cyberbullismo, un FOIA per l’Italia, il precariato, le misurazioni del numero di utenti, le storie di lungo formato (qui il video del panel a cui ho avuto il piacere di partecipare), la libertà di stampa e i pericoli che corrono i reporter, in particolare quelli che si occupano di esteri. Irene Macaione sintetizza il panel sul giornalismo basato sui dati in ambienti ostili, con Mario Tedeschini e Alessandro Cappai di Ona, e Angelica Peralta Ramos del quotidiano argentino La Nacion, e Giannina Segnini, del gruppo di giornalismo investigativo de La Nacion di San Josè. Qui l’intervista con Raju Narisetti, vicedirettore strategico della News Corp di Murdoch, su come si lavora su “temi ardui”; Andrea Iannuzzi ha scritto un ragionamento su quello che si è sentito al festival sul tema della misurazione degli utenti; Fabio Chiusi sintetizza il panel sulla mappatura di trasparenza e censura. Irene Macaione riassume i punti più importanti del panel dedicato al fact-checking (in Italia, questo sconosciuto, ma è sempre meno così), e Ciro Pellegrino ha moderato un incontro molto animato sulle condizioni di lavoro dei giornalisti precari.

♫ “These boots are made for walking” di Nancy Sinatra

Ecco la terza parte di oggi:

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Fra i keynote speech, qui quello di Margaret Sullivan, public editor del New York Times, intervistata da Raffaella Menichini, qui quello di Wolfgang Blau, direttore delle strategie digitali del Guardian, che, come riassume Sofia Lotto Persio, si è interrogato sull’utilità e probabilità di una testata di stampa pan-europea.

Altro tema molto discusso, quello dell’utilizzo da parte delle testate di stampa del cosiddetto UGC (user generated content), il contenuto generato dagli utenti soprattutto nei momenti di grosse “breaking news” (come uragani, esplosioni, emergenze). Molto ancora da mettere a punto, perché le realtà legali e culturali paese per paese sono molto diverse, ma Claire Wardle sta scrivendo una lunga relazione per il Tow Center che corre parallela al lavoro che sta facendo Fergus Bell dell’Associare Press: la preparazione in crowdsourcing per la Online News Association di una sorta di codice etico universale sull’utilizzo dei materiali degli utenti. Qui il panel con loro che ho moderato, qui il riassunto di Sofia Lotto Persio sull’altro incontro con Fergus Bell e Claire Wardle, e qui Adeola Oribake intervista Craig Silverman del Poynter Institute sul futuro “manuale”.

Infine, tema caldissimo, naturalmente, quello delle conseguenze sul lavoro giornalistico dell’affare Snowden, al quale sono stati dedicati diversi incontri. Qui una sintesi del panel su ciò che i reporter hanno imparato dal “modello Wikileaks”, qui Rozina Sabur che racconta l’incontro sull’era post-Snowden, mentre qui sempre lei intervista uno dei panelist, il giornalista del Guardian James Ball.

♫ “Dove si va da qui” degli Afterhours

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #27 | non neutrali

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(Simon Ostrovski di Vice pochi minuti dopo la sua liberazione giovedì, fotografato dai colleghi che lo portavano in macchina a Donetsk).

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Non ci sentiamo in onda da due settimane, quindi ben ritrovati ad Alaska – e molte cose sono accadute nel frattempo, dalla pericolosa situazione in Ucraina alle rivelazioni che confermano il ruolo del movimento Tamarrod nell’ascesa dell’ex generale Sisi alla candidatura alle presidenziali egiziane, dalla morte dello scrittore Gabriel Garcia Marquez al premio Pulitzer per il “servizio pubblico” conferito congiuntamente alle redazioni del Guardian e del Washington Post per il lavoro svolto sull’NSA e i file di Snowden – e molto altro. Oggi voglio proporvi alcuni filoni che si intrecciano fra loro, mentre lunedì prossimo potremo vedere insieme quali saranno state le cose più interessanti emerse dal Festival del Giornalismo di Perugia, che comincia il 30 aprile.

Simon Ovstroski, uno dei reporter che seguiamo più assiduamente su Twitter e su Vice sulla crisi ucraina, ha passato una brutta avventura – sequestrato lunedì scorso, minacciato e poi liberato giovedì da uomini armati a Sloviansk, nell’est dell’Ucraina. Simon ha scritto per Vice un breve resoconto di quello che gli è accaduto. Intanto Robert Myles per All Voices racconta che il cerchio russo su Internet si sta stringendo.

♫ “Senza finestra” di Afterhours e Joan as Policewoman

Ecco la prima parte di oggi:

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Uno schiaffo in faccia a detrattori e accusatori – il Pulitzer ha premiato congiuntamente Guardian e Washington Post per il “servizio pubblico” reso sui file di Snowden. Si tratta della prima volta che del premio americano viene insignita la “filiale” americana di un quotidiano straniero, anche se restano fuori dal premio altri attori fondamentali della vicenda, come Pro Publica. Roy Greenslade sul suo blog per il Guardian sottolinea la mancanza di reazioni in Inghilterra, dove il Guardian affronta ancora molte difficoltà legali; qui Jay Rosen sul suo PressThink a proposito degli “esclusi”; qui lo stesso Edward Snowden appena saputo la notizia del Pulitzer, che conferma la testarda convinzione di aver fatto bene ad affidare i file grezzi ai giornalisti che li hanno poi elaborati.

Lo stesso Snowden, che ancora per qualche tempo ha rifugio in Russia sebbene abbia fatto numerosi appelli per trovare un altro paese disposto a ospitarlo, è spuntato nel “domanda e risposta” ufficiale di Putin qualche giorno più tardi – gli ha chiesto se la Russia sia o meno coinvolta nello spionaggio elettronico, cosa che naturalmente Putin ha negato. Accusato di aver offerto su un piatto d’argento a Putin l’occasione di lavarsi le mani del coinvolgimento russo nelle vicende della sorveglianza elettronica, Snowden spiega invece qui le sue ragioni.

♫ “Heart is a drum” di Beck

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Intanto la Commissione Federale americana per le Comunicazioni ha annunciato che sta elaborando nuove normative sulla regolazione di Internet, in particolare sulle “autostrade privilegiate” per le aziende che pagano di più. Questa viene vista da più parti come una gravissima infrazione della “neutralità della rete“, ma la vicenda è assai più complessa: The Atlantic (Alexis Madrigal e Adrienne LaFrance) ha fatto un bel lavoro di ricerca su chi dice cosa, e su quale potrebbe essere la radice semantica del guaio in cui rischiamo di trovarci oggi.

♫ “Dream about flying” di Alexi Murdoch

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Dopo la puntata monografica su Amazon di qualche settimana fa, ci sono altre novità. Su The Upshot (il nuovo “sostituto” di Fivethirtyeight sul New York Times – di entrambi vi parlerò in una apposita puntata) si legge dello scontro fra fornitori di contenuti e fornitori di viabilità via cavo negli Stati Uniti, fra questi anche Amazon. Inoltre – e credo ne resterete sorpresi anche voi nell’apprendere che il padre della licenza Creative Commons e attivista della rete Lawrence Lessig suggerisce fra i modi per finanziare CC una cosa che si chiama Amazon Smile (chi acquista può scegliere di far accantonare ad Amazon una piccola percentuale del suo acquisto a un ente benefico o non profit di sua preferenza). E infine, l’Huffington Post, e in particolare Dave Jamieson, ha pubblicato un approfondimento fantastico (di cui si è parlato pochissimo) su quelli che chiama “i veri droni di Amazon”: i gli autisti/contractor privati che si occupano delle consegne dei pacchi, con accordi capestro.

♫ “On my way” di Valerie June

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #12 | the Great NSA Xmas Show

E’ stata una settimana impressionante per le storie che riguardano la sorveglianza dell’NSA, tanto che ho deciso di dedicare loro l’intera puntata di Buon Natale e Buon Anno da parte di Alaska. Qui sopra potete vedere il video natalizio che l’American Civil Liberties Union ha creato per fare proseliti contro la National Security Agency. Ma andiamo con ordine.

aggiornamento del 29 dicembre: questa puntata potrete riascoltarla alle 12.40 di lunedì 30 dicembre. Anche se non li troverete nei podcast, in fondo al post trovate gli aggiornamenti (non pochi) della settimana fra il 23 e il 30 dicembre.

Il 13 dicembre esce anche in traduzione italiana, sull’Espresso online, la lettera firmata da varie persone che possono a buon titolo dirsi fonti e whistleblowers. Anche Juan Cole scrive una lettera, a Obama, per dirgli che nessun dissenso è possibile se tutti sono sorvegliati. Spunta qualche anticipazione sui risultati della commissione di studio dell’NSA formata da Obama ad agosto: i risultati potrebbero non essere scontati. Si discute di chi sarà il personaggio dell’anno secondo i lettori di Time, e fra i concorrenti c’è sicuramente il whistleblower Edward Snowden – il blog del Time dedicato al POY (Person of the Year) pubblica un piccolo racconto della cerimonia di consegna di un premio a Snowden in Russia. Dopo qualche allusione nella trasmissione televisiva americana 60 Minutes, sembra che dentro l’NSA siano divisi fra chi pensa che sia giusto garantire a Snowden l’amnistia, e chi lo vorrebbe ancora in carcere o impiccato. Intanto un membro civile dell’NSA, Inglis, decide di anticipare il momento di andare in pensione – lo racconta Foreign Policy. Ora del 16 dicembre, si sta discutendo di un’altra lettera, quella che Snowden ha inviato a un giornale brasiliano, che fa scrivere ad alcuni che fra le righe vi si potrebbe cogliere una reiterata richiesta di asilo al Brasile (il paese dove vive Glenn Greenwald) in cambio di informazioni. Greenwald smentisce che Snowden intendesse rinnovare la sua richiesta di asilo. Intanto Obama tiene un incontro con alcuni dei vertici delle grandi aziende tecnologiche americane, che stanno facendo lobbying al Congresso per riformare l’NSA.

♫ “The NSA is comin’ to town”

Ecco la prima parte di oggi:

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Lo stesso giorno, il giudice federale Richard Leon pubblica il primo parere a fronte di una delle molte cause intentate contro l’NSA per incostituzionalità (qui l’originale della sentenza, annotato da Spencer Ackerman per il Guardian).  E’ il primo verdetto contrario all’NSA dopo molti verdetti favorevoli negli anni a porte chiuse. E il giudice dà ragione al querelante: il sistema di sorveglianza dell’NSA è incostituzionale. Qui il resoconto del Washington Post, qui quello del Guardian,  qui Fabio Chiusi,  qui il senatore Wyden, qui NPR, qui la CNN,  qui il Washington Post, qui il Guardian, qui The New Republic. Il New Yorker pubblica un parere sulla possibilità di amnistia per Snowden. Il verdetto del giudice Leon sarà soltanto il primo di molti, ricorda l’AP, e la causa più vistosa contro l’NSA è quella intentata dall’American Civil Liberties Union (quella che il generale Alexander sosteneva al Congresso avesse libero accesso al monitoraggio dell’NSA). Qui la reazione dell’American Civil Liberties Union al verdetto del giudice Leon: “Edward Snowden è un patriota”.

Il 18 dicembre sembra una giornata tranquilla, fatta eccezione per l’apparizione di Glenn Greenwald in videoconferenza al Parlamento Europeo, dove risponde alle domande dei membri della Commissione sulle Libertà Civili (qui trovate una breve sintesi dello streaming integrale), rispiegando daccapo il metodo usato per lavorare sui file di Snowden, perché lui stesso non può viaggiare in Europa o rientrare negli Stati Uniti, come usciranno ancora delle storie sulla sorveglianza paese per paese, e come l’NSA e in Europa il GCHQ britannico siano di gran lunga le agenzie di sorveglianza più pericolose e potenti.  Nel primo pomeriggio americano viene annunciato che alle 4 verrà pubblicata (in anticipo rispetto alle previsioni, probabilmente a causa del verdetto del giudice Leon) la prima parte della relazione della piccola commissione di studio sull’ANSA istituita da Obama. Qualche giornale sembra avere già ricevuto una copia della relazione, sebbene sotto embargo fino alle 4, ma non il Guardian. Qui l’anticipazione del Washington Post, qui quella del New York Times. Dalle anticipazioni sembra di capire che il rapporto non sia affatto tenero con l’NSA. Il rapporto viene diramato alle 4 in punto: sono più di 300 pagine, con 46 raccomandazioni di riforma, più o meno condivisibili. Qui il testo integrale dal sito della Casa Bianca. Qui il parere a caldo di Politico. Intanto il Guardian americano ha pronto un liveblog che fornisce anche il contesto e le storie laterali di questi giorni che stanno intorno all’uscita anticipata della relazione. Fra le loro notizie a caldo, la reazione (negativa) di tre grandi compagnie telefoniche americane a una delle raccomandazioni, che a conservare i metadati degli utenti a tempo illimitato siano le compagnie stesse. Di fatto, la relazione conferma che tutte le rivelazioni nate dai file di Snowden sono vere, e anche se non lo nomina mai direttamente, sembra dargli ragione. Qui la trascrizione della discussione su Democracy Now!. Su alcuni punti particolarmente controversi, i difensori dei diritti civili sono molto critici: qui il parere della Electronic Frontier Foundation. Qui la New York Review of Books. Per Marcia Wheeler del Guardian, alcune questioni legali non sono chiare, e l’esistenza della commissione mira a lavare la coscienza dell’amministrazione Obama.  Reazioni anche dai Repubblicani, a cominciare dal padre del Patriot Act Sensenbrenner, fin dall’inizio contrarissimo ai sistemi dell’NSA. Intanto, in Inghilterra, Cameron è l’unico a non fare una piega – la relazione della commissione della Casa Bianca sull’NSA secondo lui non cambia nulla.

♫ “White Christmas” di Frank Sinatra

Ecco la seconda parte di oggi:

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Intanto, Pierre Omidyar ha pronto qualche annuncio sul nome e la struttura – molto interessante – della nuova impresa di informazione che ha affidato a Glenn Greenwald, tra profit e non-profit. Qui il comunicato dal blog temporaneo del gruppo, qui qualche dettaglio in più da Jay Rosen (già consulente del Guardian e ora anche consulente della nuova First Look Media), qui un’analisi di GigaOm. Qui un’accurata spiegazione di The Atlantic.

E qui vale la pena di recuperare uno scritto di Glenn Greenwald che era uscito all’inizio del mese, in risposta ad alcune polemiche innescate da Pando Daily, che lo accusava di aver “venduto” a Omidyar i file di Snowden. Al di là della polemica, le sue 15 pagine sono un ottimo promemoria delle questioni cruciali che riguardano il metodo di divulgazione dei file di Snowden, un nuovo modello di giornalismo con la stessa etica di quello tradizionale, e la risposta più articolata ai tifosi, invece, della divulgazione libera dei file (vedi polemica con Wikileaks delle settimane precedenti).  E mai come oggi è utile leggere la guru del giornalismo digitale, Emily Bell (già direttrice del Guardian online), che ricorda l’importanza di una rete sana di testate che collaborino fra di loro e proseguano le storie cominciate da altri.

♫ “Have yourself a merry little Christmas” di Cat Power

Ecco la terza parte di oggi:

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Le rivelazioni dai file di Snowden intanto non si fermano: qui il New York Times, e qui il Guardian, su come Dragnet spii agenzie di aiuti internazionali e vertici delle aziende.  E le Nazioni Unite votano per la tutela della privacy contro la sorveglianza indiscriminata.  Lo scrittore Dave Eggers scrive un appello ai suoi colleghi perché prendano posizione contro l’NSA.

Ma non siete curiosi di sapere da chi sia composto il piccolo gruppo di “saggi” che ha prodotto le 300 pagine di relazione sull’NSA? Ce lo racconta il Daily Beast, mentre la NBC intervista uno dei membri, che racconta la sua incredulità quando ha capito l’ampiezza e il metodo della sorveglianza nel suo paese.

♫ “Winter Wonderland” di Elvis Presley

Ecco la quarta parte di oggi:

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Aggiornamento del 27 dicembre: la Reuters rivela che l’agenzia di sicurezza RSA avrebbe letteralmente venduto all’NSA per 10 milioni di dollari una backdoor per aggirare il suo sistema cifrato di protezione dei dati. L’agenzia nega, anche se non smentisce di aver ricevuto il denaro. Per il giorno di Natale, dopo il tradizionale discorso della regina, Channel 4 ha la consuetudine di trasmettere un discorso di Natale “alternativo”. Quest’anno l’ha chiesto a Edward Snowden, e il video è stato girato a Mosca da Laura Poitras. Qui il video (che YouTube ha bloccato), qui la trascrizione. Intanto Alessandra Neve ha tradotto per noi il post di Glenn Greenwald su giornalismo, denaro e metodo di divulgazione dei file.

Aggiornamento del 29 dicembre: il 28 dicembre una nuova sentenza federale rovescia l’orientamento del giudice Leon, e respinge la causa presentata dall’ACLU – le pratiche dell’NSA vengono dichiarate legali. Qui trovate il testo integrale della sentenza, postato dal Guardian. Qui trovate la reazione ufficiale dell’ACLU, che ricorrerà in appello. Qui Fabio Chiusi ha analizzato il testo della sentenza con l’ausilio di alcuni giuristi. Intanto Glenn Greenwald teneva il suo keynote speech alla conferenza degli hacker 30c3 in Germania: due sale piene per un totale di quasi 6000 spettatori, a cui Greenwald ha parlato in diretta video da Rio, visibilmente commosso, scegliendo di ri-raccontare la storia del lavoro suo e di Laura Poitras secondo la chiave dell’ottimismo. Qui trovate il video integrale. Sulla sua scelta di esaltare in modo trasparente un lavoro giornalistico “di parte” e “avversario del potere”, die Zeit rilancia la discussione. Steffen Konrath ha raccolto qualche reazione (via Arianna Ciccone/Journalism Fest).

Alaska XL #8 | alieni

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(il monumento alieno che l’esercito ha fatto erigere a Tahrir – inaugurato stamattina – per “commemorare i martiri”, parte del restyling della piazza e della riscrittura della storia in versione nazionalista – foto di @kikhote).

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Oggi parliamo del whistleblower Jeremy Hammond (condannato pochi giorni fa a 10 anni di carcere), di Google alle prese con l’NSA, di David Miranda, di orsi polari, di Arctic 30 e di sir Paul McCartney. Ma prima, l’onore dell’apertura di puntata a una ragazza che  come tanti in Gran Bretagna, per mantenersi fa due mestieri: la giornalista, e la cameriera. Nel secondo ruolo ha servito qualche giorno fa al tradizionale e sontuoso banchetto per il Lord Mayor, dove il primo ministro David Cameron ha sfoderato il suo appello all’austerità permanente. Seduto su un trono d’oro, dice Ruth Hardy, che tornata a casa ci ha scritto un bel pezzo per il Guardian.

♫ “Wait it out” di Imogen Heap

Ecco la prima parte di oggi:

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Ventotto anni, di Chicago. Si chiama Jeremy Hammond e ha confessato di aver hackerato per motivi politici i server di una grande azienda a cui ha sottratto un enorme database per consegnarlo a Wikileaks e Anonymous.  Tre giorni fa è stato condannato a dieci anni di prigione. Qui il racconto di Wired. Qui il messaggio di Alexa O’Brien, la reporter che ha creato tutte le cronache sul processo Manning.

NSA, dopo le rivelazioni sul prelievo di dati senza mandato, le grandi aziende tecnologiche americane cominciano a fare lobbying sul Congresso.  Qui Google che racconta l’evoluzione nel tempo delle richieste di consegna da parte delle agenzie di sicurezza federali, qui Mother Jones su come si stanno mettendo in moto contro l’NSA Google, Yahoo, Facebook e Twitter, e per quali proposte di legge stanno facendo lobbying al Congresso. Intanto, Al Jazeera America ha raccontato come la CIA raccolga su vasta scala i dati delle transazioni bancarie, e l’impresa editoriale che il miliardario Pierre Omidyar ha affidato a Greenwald ha fatto tre nuovi acquisti in una sola settimana, che vanno ad aggiungersi a Greenwald, Poitras, Scahill, Segura e altri: Murtaza Hussain, commentatore di politica internazionale che scrive da Toronto; Ryan Devereux (che nella mia TL su Twitter conoscete come @rdevro), uno dei reporter più attenti nelle cronache di Occupy Wall Street: e infine, davvero a sorpresa, Micah Flee (di cui vi parlavo qui) che lascia la Electronic Frontier Foundation, portando a Omidyar il suo bagaglio di esperienza su tecnologia, privacy, libertà di espressione e diritti civili. Qui la sua comunicazione.

♫ “You only live twice” di Mark Lanegan

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Vi ricordate David Miranda, il giovane compagno brasiliano di Gleen Greenwald? Come sapete, ha fatto causa alle autorità aeroportuali di Londra per averlo trattenuto per nove ore sotto interrogatorio senza un’accusa lo scorso agosto sotto la normativa anti-terrorismo, mentre trasportava materiali criptati di Snowden da Berlino (dove li aveva presi in consegna da Laura Poitras) al Brasile (dove vive con Greenwald). Specialmente dalla destra inglese gli sono piovuti addosso i peggiori epiteti, compresa l’accusa di essere un inconsapevole e passivo “mulo”, la stessa parola che si usa per indicare i corrieri che trasportano la droga. Ventotto anni, cresciuto nella favela Jacarezinho sulla ferrovia di Rio nord, una storia personale dolorosissima, Miranda è tutto fuorché un attore passivo o sprovveduto, o un comprimario senza carattere. Lo ha scoperto Natasha Vargas Cooper, che ha trascorso settimane nella casa brasiliana di Greenwald e Miranda per scrivere questo intenso profilo per Buzzfeed, Il Terzo Uomo.

♫ “Street boy” di Rodriguez

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Da qualche anno, ogni novembre, un team di associazioni e ricercatori per la tutela dell’Artico eseguono un monitoraggio della migrazione degli orsi polari – considerati ad alto rischio di estinzione – che si incamminano verso il mare e aspettano che ghiacci per trasferirsi in quelli che saranno i loro territori di caccia. Più il mare tarda a ghiacciare a causa del riscaldamento globale e più l’estensione delle aree ghiacciate si riduce, più la quantità di caccia di ogni orso è messa in pericolo, con ricadute sul letargo  e la riproduzione.  Ogni anno, Polar Bears International e altre associazioni creano modi interattivi perché le persone partecipino al monitoraggio e siano più coinvolte nella causa della tutela dell’Artico – quest’anno con le citizen webcam, una serie di piccole telecamere collocate e operate da comuni cittadini per contribuire al monitoraggio dei ricercatori in una sorta di grande “bearwatching” collettivo. Salon racconta qui il lavoro di questa strana stagione, e qui il Washington Post – mentre Valerie Abbott, una delle ricercatrici che lavorano al progetto, ha descritto le sue giornate di lavoro. Il pericolo rappresentato per gli orsi e per tutto l’habitat artico dall’ampliamento delle piattaforme e dei condotti di estrazione energetica è esattamente la ragione per cui gli attivisti di Greenpeace chiamati “Arctic 30″ hanno condotto le operazioni di protesta per cui la Russia li tiene in carcere da settembre. Qui trovate un tumblr delle loro lettere dal carcere. Dopo il loro trasferimento a San Pietroburgo, Paul McCartney ha scritto una lettera pubblica al presidente russo Putin.

♫ “Dream of the bear” di Iain Morrison

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Alaska XL #7 | prosa e poesia

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il mattino del debutto del titolo TWTR a Wall Street

Benvenuti alla nuova puntata XL di Alaska, oggi ripercorriamo alcune delle novità digitali più importanti della settimana – materiali sull’evolversi della vicenda NSA, debutto in borsa del titolo di Twitter – ma ci concediamo anche un po’ di respiro poetico con la nuova idea dello scrittore Alain De Botton e l’omaggio di Patti Smith a Lou Reed. Prima di addentrarci negli argomenti della settimana, però, due segnalazioni che riguardano il lavoro di Al Jazeera, entrambe di fatto da esplorare online: Al Jazeera America ha ottenuto (e pubblicato sul suo sito) i diari di Abu Zubaydah, uno dei prigionieri di Guantanamo di più alto profilo, che aiutano a illuminare gli ultimi dieci anni della cosiddetta “Guerra al terrore”, oltre che raccogliere la sua testimonianza sulle decine di volte in cui sotto interrogatorio ha subito la tortura del “waterboarding”. Intanto, Al Jazeera English ha portato a termine la seconda parte della sua indagine documentaria sull’avvelenamento da polonio del leader palestinese Arafat, e qui potete vedere il documentario integrale.

Il 10 novembre il nuovo titolo di borsa di Twitter ha debuttato, non senza le solite cerimonie di festeggiamento di Wall Street e una certa sorpresa per il guadagno del valore del titolo nella prima giornata rispetto alla quotazione iniziale. Il Washington Post raccoglie i pareri degli operatori su cosa questo potrebbe significare per il futuro (quotare Twitter pare una scommessa diversa e assai meno certa di quella di altre aziende “social”); Andrea Boda per Europa online fa un utile ragionamento del giorno dopo; e Vincenzo Marino ripercorre le tappe del successo di Twitter, che spiegano un po’ le grandi attese sul suo valore.

♫ “You make me want to wear dresses” di Lisa Germano

Ecco la prima parte di oggi:

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Molte novità sul fronte NSA:

1) dettagli interessanti sulla sorveglianza senza mandato né preavviso dell’NSA sul traffico dati di Google e Yahoo, che ha destato (un po’ tardive) le reazioni inferocite di Google. Qui il Washington Post, qui Fabio Chiusi sul suo blog sul Messaggero Veneto, qui la reazione di Eric Schmidt raccontata da Slate.

2) le prime udienze sul caso del fermo in aeroporto del compagno di Glenn Greenwald, David Miranda, sotto le leggi anti-terrorismo: qui il riassunto della Columbia Journalism Review, qui il lavoro di Carl Gardner sul suo Head of Legal;  qui e qui  le reazioni di ex e attuali funzionari dell’intelligence inglese che ritengono “pericolose” le rivelazioni di Snowden divulgate dal Guardian; qui il parere (opposto) del padre della rete Tim Berners Lee;

3) la prima audizione dei capi intelligence inglesi davanti alla commissione nazionale sull’intelligence (alcuni dei quali non si erano mai visti in pubblico prima).

4) una discussione interessante a Londra (#stopbuggingus) su sorveglianza e libertà di stampa con i dirigenti del Guardian, Google, Human Rights Watch e diversi parlamentari britannici (qui una sintesi), che sostengono che le agenzie di intelligence hanno “mentito al Parlamento”.

5) la forma che sta prendendo il dibattito legislativo al Congresso americano sul futuro dell’NSA: qui un parere di qualche settimana fa sui punti della proposta di legge Sensebrenner, ritenuta dal deputato Justin Amash l’unica possibilità sensata di modificare il raggio e il metodo dell’agenzia di sicurezza, mentre Dianne Feinstein continua a dimostrare di non capirci molto., e perfino dall’interno della Casa Bianca arriva qualche segnale di malumore.

6) la notizia che il direttore del Guardian Alan Rusbridger verrà sentito in Parlamento a dicembre sul coinvolgimento del suo giornale nelle rivelazioni di Snowden. Qui Huffington Post, qui il Guardian.

7) la notizia che Snowden si fece dare fra 20 e 25 password da colleghi dell’NSA per poter accedere alla parte di documenti in loro possesso, ottenendole con una certa facilità.

8) le prossime rivelazioni, secondo quello che ha detto Greenwald alla Cbc, riguarderanno la sorveglianza americana sul Canada.

♫ “Nothing but time” di Cat Power

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Lo scrittore e filosofo del tempo reale Alain De Botton è convinto della potenza didattica della filosofia e dell’arte in tempi difficili, e come sapete ha fondato a Londra un luogo di incontro e apprendimento, la School of life, che rovescia la questione del “self-help” in nuovo apprendimento. Luogo di ritrovo, caffè, scuola, negozio ed editore, la School of Life coinvolge come docenti persone che arrivano dal mondo della filosofia come da quello della tecnologia, e di fatto sostiene anche le imprese editoriali di ogni autore, a cominciare naturalmente da quelle del suo fondatore. De Botton non è nuovo ad iniziative particolari per il lancio di un suo nuovo libro, e stavolta – per Art as Therapy, che utilizza le opere d’arte come spunti di riflessione e di elevazione per la nostra vita di tutti i giorni – ha creato un sito da esplorare attraverso alcune domande comuni sull’amore, il lavoro, il successo e il fallimento, creando una serie di percorsi molto belli fra opere d’arte anche non molto conosciute, una sorta di vetrina per i contenuti del suo libro che diventa però anche un’esperienza online. Qui Sara Elkamel – giovane giornalista cairota che ha passato gli ultimi venerdì sera chiusa in casa dalle 19 per via del coprifuoco – sull’intervento di De Botton alla Cooper Union in un libero venerdì sera, qui Wired, e dalle “risposte” del sito vi traggo qualche esempio.

♫ “Kiss me” di Tom Waits

Ecco la terza parte di oggi:

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Fra tutti i commenti alla morte di Lou Reed da chi gli era vicino (ricordiamo quelli straordinari di sua moglie Laurie Anderson e del suo compagno musicale John Cale), quello che più si attendeva e che tardava ad arrivare era quello di Patti Smith. Poetessa urbana come lui, cresciuta con la musica dei Velvet Underground, e suo malgrado sacerdotessa di tutti i lutti del rock, Patti Smith ha scritto una cosa piccola ma straordinariamente densa sul calibro del suo amico e collega, che è stata pubblicata dal New Yorker, e che oggi vi traduco.

♫ “Beginning of a great adventure” di Lou Reed

Ecco la quarta parte di oggi:

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“Come Laura Poitras ha aiutato Snowden a rivelare i suoi segreti”, di Peter Maas

Come Laura Poitras ha aiutato Snowden a rivelare i suoi segreti
PETER MAASS
The New York Times, 13 Agosto 2013

(traduzione dall’americano di Alessandra Neve)

laurapoitras

Lo scorso gennaio Laura Poitras ha ricevuto una strana e-mail da uno sconosciuto che le ha chiesto di inviargli la sua chiave crittografica pubblica. Avendo dedicato gli ultimi due anni alla preparazione di un documentario sui sistemi di sorveglianza, ogni tanto le capita di essere contattata da qualche sconosciuto. Ha risposto, mandando la sua chiave pubblica e permettendo così al suo interlocutore di inviarle un messaggio criptato che solo lei avrebbe potuto decifrare usando l’altra chiave crittografica, quella privata, ma non si aspettava che ne potesse venire granché di interessante.

Poi lo sconosciuto le ha mandato delle istruzioni che servivano a creare un sistema ancora più sicuro per proteggere la loro corrispondenza, ha promesso che le avrebbe rivelato informazioni scottanti e l’ha invitata a utilizzare password molto lunghe, in grado di resistere ad attacchi brutali da parte di reti di computer. «Immagina che il tuo avversario sia in grado di formulare mille miliardi di tentativi al secondo» le ha scritto.

Poco tempo dopo, Laura ha ricevuto un nuovo messaggio criptato in cui lo sconosciuto descriveva diversi programmi di sorveglianza segreti del governo. Di uno aveva già sentito parlare, ma gli altri non li conosceva. In calce alla descrizione di ogni programma, il suo interlocutore aggiungeva sempre qualcosa come «sono in grado di provare quello che dico».

Qualche istante dopo aver decrittato e letto l’e-mail, Laura si è scollegata da Internet e ha cancellato il messaggio. «Ho pensato “ok, se quel che ho letto è vero, la mia vita da ora è cambiata”» mi ha confidato il mese scorso. «Quel che diceva di sapere e il materiale che sosteneva di poterci fornire era impressionante. Ho capito che sarebbe cambiato tutto.»
(continua a leggere)

chi è il fuorilegge?

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(il sedile vuoto di Snowden sul volo Aeroflot SU 150 di ieri per l’Avana)

Ultima settimana della stagione per Alaska, che concluderemo con l’ultimo collegamento in diretta con Tahrir prima dell’appuntamento di massa del 30 giugno per chiedere le dimissioni del presidente Morsi. Intanto però, nugoli di giornalisti si imbarcano su un volo da Mosca per l’Avana convinti dalle voci dell’Aeroflot sul biglietto aereo del whistleblower Edward Snowden, e trovano il suo posto vuoto e le autorità di Cuba pronte a rispedirli indietro. Contemporaneamente, le autorità di Hong Kong rendono pubblico un testo che spiega come mai hanno rifiutato una richiesta di cattura da parte delle autorità americane, e Wikileaks conferma di essersi è occupata dell’assistenza legale e di viaggio verso l’asilo politico, ed è possibile ipotizzare un coinvolgimento delle autorità ecuadoregne che stanno dando asilo a Julian Assange; in ogni caso, la vasta pubblicità sui movimenti di Snowden (che nessuno riesce a capire dove sia) sembra indirizzata da una parte a rendere difficile alle autorità americane catturarlo senza l’attenzione dell’opinione pubblica, dall’altra a confondere le idee sul suo percorso. Intanto le speculazioni abbondano (Snowden ha forse “regalato” qualche segretuccio americano a Hong Kong e alla Russia in cambio del passaggio sicuro?), i campi pro e contro si polarizzano (come se si trattasse di decidere se è stato Snowden a tradire e infrangere la legge e non il governo Usa), e nuove rivelazioni dai materiali in possesso del whistleblower vengono promesse dal Guardian, che sta giocando una partita a scacchi abbastanza mirabile. Glenn Greenwald, per ora, argomenta sull’accusa formale degli Stati Uniti nei confronti di Snowden.

La canzone di oggi era “Wanna be on your mind” di Valerie June

Ecco la puntata di oggi:

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e non era tutto

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Dopo la nave rompighiaccio del Guardian, che ieri con il superblogger Glenn Greenwald era riuscito a dimostrare che è attiva l’ingiunzione legale alla compagnia telefonica Verizon a consegnare milioni di dati sensibili e generalizzati sulle chiamate dei suoi utenti all’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana nella cornice della legislazione anti-terrorismo, oggi ci siamo svegliati all’alba con il seguito della storia, dopo che il Washington Post e lo stesso Guardian si sono attivati con i materiali in loro possesso, dimostrando l’esistenza della struttura PRISM per il monitoraggio dei dati degli utenti stranieri di Facebook, Google, Apple e molte altre aziende con sede negli Stati Uniti, sempre in nome della sicurezza nazionale. Vi propongo un po’ di letture, a cominciare dal pezzo del Washington Post. Qui la “storia continua” del Guardian. Qui una sintesi in italiano del Post. Qui il New York Times. Qui il pezzo del Wall Street Journal, che poi però gli accosta un editoriale a favore della sorveglianza (e di certo non è solo, vedi Slate e altri). Qui Gawker su come il New York Times abbia ammorbidito la prima versione del suo editoriale contro Obama. Qui VentureBeat sulle risposte date finora dalle aziende coinvolte. Qui BusinessWeek, che entra anche nel merito delle implicazioni internazionali della sorveglianza americana su utenti non americani. Qui Cir-ca con uno schema riassuntivo delle rivelazioni di questi giorni. Qui il pezzo del Guardian sulla continuità fra la linea Bush e quella Obama in materia di sorveglianza, e qui ProPublica con una cronologia comparata fra i due.

Qui la riflessione generale di Quartz, qui Quartz su quello che vede come un merito di Twitter, che non è compresa fra le aziende web coinvolte nelle operazioni di PRISM, e qui invece Chris Saad che sostiene che non si tratti di un merito perché i dati di Twitter analoghi a quelli raccolti dalla NSA sono già pubblici e non hanno bisogno di essere consegnati. Il capo dell’intelligence James Clapper sostiene (vedi Forbes) che il pericolo non sta nella sorveglianza ma, al contrario, nel fatto che questa venga svelata dai giornali. Intanto le sue dichiarazioni scritte a caldo, poi scomparse, sono state catturate in tempo da BuzzFeed.

Qui le dichiarazioni della Electronic Frontier Foundation, che da anni sosteneva che esistano programmi segreti di sorveglianza dei dati degli utenti.

Qui un profilo di Glenn Greenwald, che ad Alaska seguiamo da anni come blogger e che ha fornito lo scoop di ieri al Guardian (sul New York Times, e qui Kathy Gill sulla necessità di tutelare il ruolo delle “talpe” nelle indagini sul comportamento del governo, per The Moderate Voice. Qui, dello stesso tenore, il commento di The Atlantic.

E infine, qui Time sulla missione del Guardian per conquistare il mondo scoop dopo scoop (già il 37% dei suoi lettori è negli Stati Uniti), e su come i giornali americani, che pure avevano per le mani materiali scottanti, hanno aspettato il quotidiano inglese per uscire allo scoperto.

PS un saluto all’NSA, che probabilmente sa di questo post  e da quale computer è stato scritto, a che ora, e facendo quali ricerche su Google.

La canzone di oggi era “These boots were made for walking” di Nancy Sinatra

Ecco la puntata di oggi:

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la Siria in soggiorno

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Brown Moses (@Brown_Moses) è lo pseudonimo di Eliot Higgins, inglese, 34 anni. Disoccupato dall’anno scorso con una bimba di un anno e mezzo a cui badare, è diventato un’autorità sul movimento e l’identificazione delle armi impiegate in Siria (oltre che sullo scandalo intercettazioni in Inghilterra) senza muoversi dal divano del suo soggiorno a Leicester, e gratis. La Cnn parla di lui qui, qui trovate un’intervista video in cui spiega il suo lavoro, e il Guardian lo ha intervistato la settimana scorsa, appena prima che Higgins annunciasse che non riuscirà più a occuparsi del suo blog perché ha trovato un lavoro – mentre i tanti giornalisti che ha aiutato in questi mesi lanciano un appello a trovargli un posto pagato presso una testata internazionale perché possa continuare a fare il suo lavoro di ricerca.

La canzone di oggi era “One day” di Sven Dorau

Ecco la puntata di oggi:

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