Alaska XL #13 | Il Gospel delle Pistole

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Ben ritrovati, buon anno nuovo, e ancora un ringraziamento ai quasi 900 nuovi abbonati a Radio Popolare. Vi ho lasciato con uno speciale sugli ultimi eventi che riguardavano l’NSA e le rivelazioni sulla sorveglianza elettronica, e le riprenderemo con un aggiornamento nella quarta parte della puntata di oggi. Intanto quasi tutti i più importanti attivisti della rivoluzione egiziana sono in carcere, manifestare è vietato, centinaia di detenuti politici dei Fratelli Musulmani e non sono in sciopero della fame, gli arresti non stanno risparmiando neanche i giornalisti, e fra due giorni si vota per la costituzione-farsa che dovrebbe aprire il percorso della roadmap che potrebbe culminare nella candidatura del maresciallo Sisi alle elezioni. Ma prima, il piccolo racconto su una realtà poco conosciuta – quella dei rapporti fra le case produttrici di armi da fuoco e le riviste di settore – da cui la puntata di oggi prende il titolo: la cacciata dalla rivista Guns & Ammo del noto commentatore ed esperto di armi Dick Metcalf.

♫ “Elephant Gun” di Beirut

Ecco la prima parte di oggi:

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Alaa Abd El Fattah è in carcere dal 28 novembre, e una data per il verdetto a suo carico non è ancora stata fissata. Ahmed Maher, Ahmed Douma e Mohamed Adel del movimento 6 aprile stanno scontando la loro condanna a tre anni di carcere. Il 30 dicembre sono stati arrestati all’hotel Marriott il giornalista egiziano-canadese Mohamed Fahmy, esperto di Sinai che lavora per CNN e Al Jazeera e che su Twitter conoscete come @Repent11, insieme al giornalista australiano Peter Greste e a un collega egiziano, tutti adesso detenuti nel carcere di Tora accanto ad Alaa e ai metri del 6 aprile. 450 membri in carcere dei Fratelli Musulmani hanno cominciato uno sciopero della fame, e Ahmed Maher e gli altri stanno usando lo stesso sistema per negoziare con le autorità carcerarie le condizioni della loro detenzione (visite, libri, ore d’aria, strumenti per la scrittura). E’ evidente il tentativo di tenere attivisti, blogger e reporter lontani dal referendum e dal terzo anniversario del #Jan25, la repressione contro le manifestazioni di queste settimane nelle università, l’intimidazione dei giovani eroi della rivoluzione attraverso la diffamazione con finte intercettazioni (quelle che in queste ore hanno spinto Wael Ghonim ad annunciare che lascerà di nuovo l’Egitto in esilio volontario). Tutto ciò che la rivoluzione aveva fatto salire in superficie sta tornando nella clandestinità. Oggi voglio dedicare questa parte centrale di Alaska a quello che in tanti hanno scritto per questi detenuti politici e simboli della rivoluzione, nella generale indifferenza internazionale.

Omar Robert Hamilton, regista di documentari, fra i creatori dei collettivi Mosireen e Kazeboon, è figlio della scrittrice Ahdaf Soueif e cugino di Alaa, e sta cercando di tenere viva la campagna per la sua liberazione. Il 2 gennaio ha scritto una riflessione straziante per Mada Masr sulla prigionia di Alaa e lo stato in cui versa la rivoluzione. Ve l’ho tradotta qui.

♫ “Slow Revolution” di Alexi Murdoch

Ecco la seconda parte di oggi:

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La nostra Laura Cappon è andata a trovarle Omar Robert Hamilton a casa sua, per conoscere le condizioni della carcerazione di Alaa e per parlare un po’ della situazione di questi giorni (trovate l’audio nel podcast qui sotto).

E se Alaa sta lottando in carcere per il diritto a scrivere lettere, molti altri ne stanno scrivendo per lui e per gli altri detenuti politici. Qui Shahira Hamin per Index On Censorship che scrive dell’arresto dei giornalisti di Al Jazeera. Qui Alia Manallam che scrive di Alaa. Qui Bilal Fadl che scrive un breve messaggio per Alaa. Qui Nancy Youssef che per McClatchy si è finta un’amica del reporter Mohamed Fahmy ed è riuscita a fargli visita in carcere. Qui Robert Mackey per The Lede sulla situazione complessiva dei detenuti d’opinione di queste settimane. Qui l’attore Holt McCallany che chiede la liberazione di Ahmed Maher. Qui la dichiarazione su Facebook di Ahmed Maher, Ahmed Douma e Mohamed Adel sulla loro trattativa con le autorità carcerarie attraverso lo sciopero della fame. Qui Wael Eskandar sulle false intercettazioni telefoniche e il tentativo di diffamazione degli attivisti del #Jan25, e qui un riassunto di Egyptian Chronicles sulla dichiarazione con cui Wael Ghonim annuncia su Facebook che lascerà l’Egitto. Qui l’editoriale con cui il Toronto Daily Star chiede al governo canadese di intervenire per la liberazione di Mohamed Fahmy. Qui la petizione di 40 giornalisti internazionali per chiedere alle autorità egiziane la liberazione dei colleghi incarcerati. Qui Lina Attalah, e qui Jillian C. York, che scrivono entrambe di Alaa. Qui il racconto dell’arresto di Alaa scritto su Facebook da sua moglie Manal il 9 gennaio e tradotto dall’arabo da Ahdaf Soueif.

♫ “Heaven” dei Milk Carton Kids

Ecco la terza parte di oggi:

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E come va la vicenda NSA-Snowden? L’anno si è chiuso con alcune riflessioni interessanti (qui Jay Rosen, qui su ProPublica il prospetto di tutte le cause contro l’NSA dal 2006 ad oggi, qui la riflessione di Murtaza Hussain per Al Jazeera su come la vera rivelazione di Snowden sia stata la straordinaria irrilevanza della massiccia raccolta di metadati ai fini dell’anti-terrorismo), e con il clamoroso resoconto di Jacob Appelbaum sulla militarizzazione di internet alla conferenza degli hacker 30c3 in Germania (qui il video, qui la trascrizione). L’anno nuovo si è aperto con le centinaia di accademici di tutto il mondo firmatari di un appello contro la sorveglianza di massa, con un editoriale del Guardian a favore del perdono per Snowden il 1° gennaio, seguito il giorno dopo da un assai meno ovvio editoriale dello stesso tenore del New York Times, che in precedenza non era stato così deciso e anzi a tratti sfavorevole. Subito dopo, la public editor del NYT Margaret Sullivan ha raccontato da quante settimane al giornale si discuteva se pubblicare o no quell’editoriale. A rappresentare il punto di vista esattamente contrario alla clemenza a Snowden ci pensa Fred Kaplan per Slate. In chiusura, una bella intervista di Natasha Lennard con Glenn Greenwald per Salon su come “la sorveglianza genera conformismo”.

♫ “Throw your arms around me” di Eddie Vedder & Neil Finn

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #10 | la trappola

Mosaaberizing Talaat Harb 26 nov 13

(una delle prime manifestazioni di questi giorni contro la legge anti-proteste, a Talaat Harb,  foto di Mosa’ab el Shamy)

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NSA: la resa dei conti per il quotidiano britannico Guardian si avvicina; domani il direttore Alan Rusbridger dovrà testimoniare in Parlamento, e il giornale stesso si trova di fronte a alla prospettiva di conseguenze giudiziarie della sua scelta di pubblicare i materiali riservati di Snowden. Rusbridger scrive oggi sull’online del Guardian.  Il Washington Post racconta le pieghe della legge britannica che non sono favorevoli al giornale di Rusbridger.  Qui Fabio Chiusi sullo scambio di tweet fra Glenn Greenwald e Wikileaks sull’opportunità o meno di lasciare in chiaro nomi propri e dettagli nei leaks.

♫ “Joga” di Bjork

Ecco la prima parte di oggi:

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Una settimana di fuoco in Egitto. Disperse le prime manifestazioni indette contro la nuova legge anti-protesta, almeno 61 arrestati a una piccola manifestazione davanti alla sede della Shura contro i processi militari ai civili (qui una gallery del Daily News Egypt) ancora inseriti nella bozza della nuova Costituzione che si è finito di votare ieri; undici giovani donne del movimento contro i processi militari ai civili – fra le quali Nazly Hussein, Salma Said e Mona Seif – sono state picchiate e molestate dalla polizia, che le ha poi scaricate nel deserto 40 km fuori dal Cairo (qui lo Storify di Asteris Matsouras). Del totale degli arrestati, 24 sono ancora in detenzione, e a loro si sono aggiunte due delle figure più importanti della rivoluzione del 25 gennaio: Alaa Abdel Fattah, che alla notizia di un pretestuoso mandato di arresto nei suoi confronti ha annunciato pubblicamente di volersi costituire sabato; nonostante questo, le squadre speciali della polizia hanno fatto una violenta irruzione a casa sua giovedì sera, sfondando la porta, picchiando lui e sua moglie, sequestrando i loro computer e cellulari, e arrestando Alaa, che dopo una notte bendato e ammanettato in una caserma nel deserto, è comparso la mattina dopo al Direttorato del Cairo dove gli è stata rinnovata la detenzione per minimo altri quattro giorni. Intanto, alla notizia di un mandato di arresto nei suoi confronti, anche Ahmed Maher del movimento 6 aprile si è consegnato spontaneamente in Procura. Qui la notizia per The Lede del NYT. Qui potete vedere il video che il collettivo Mosireen ha montato per documentare da varie fonti gli arresti davanti alla Shura; il video si conclude con il saluto al blindato che portava via Alaa dal direttorato, e gli slogan scanditi da Ahmed Maher al suo arrivo spontaneo in Procura.  Qui la dichiarazione (tradotta dall’arabo dalla scrittrice Ahdaf Soueif) con cui Alaa annunciava di aver comunicato le proprie intenzioni alla Procura via lettera e telegramma, che ho tradotto in italiano per voi. Qui il documento in varie lingue in continuo aggiornamento con le notizie sull’accaduto, le manifestazioni, le novità su Alaa e Ahmed Maher, l’archivio sulle precedenti detenzioni di Alaa, e le notizie sull’uccisione del giovane studente Mohamed Rada da parte della polizia a una manifestazione all’interno dell’Università del Cairo. Qui il resoconto degli articoli più tormentati nel voto della Costituente, che ha poi fatto passare la bozza escludendo gli articoli che prevedevano come roadmap referendum costituzionale, poi parlamentari, poi presidenziali (il tentativo è quello di forzare prima le presidenziali). Alle 14.09 del 1 dicembre ora egiziana è arrivata la notizia che Ahmed Maher, riascoltato in Procura, è stato rilasciato su cauzione (ha rifiutato il rilascio finché non saranno liberi tutti gli altri), mentre ad Alaa Abdel Fattah sono stati dati altri 15 giorni di detenzione in attesa di giudizio.

♫ “High hopes” degli Havalinas nella versione di Bruce Springsteen

Ecco la seconda parte di oggi:

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Qualche ora prima che la legge anti-manifestazioni entrasse in vigore, il comico satirico egiziano Bassem Youssef è stato invitato dal Committee to Protect Journalists a ritirare il premio conferitogli contro la censura (qui trovate il suo discorso di accettazione, al quale era presente anche Jon Stewart dei Daily Show). In questa occasione, Youssef ha rilasciato un’intervista per il New York Times a Liam Stack, a lungo corrispondente prima dalla Libia e poi dall’Egitto. L’intervista è stata registrata in formato video nella redazione del New York Times e la trascrizione è stata pubblicata dal blog del NYT The Lede. Alessandra Neve ha tradotto per noi l’integrale dell’intervista, in cui Bassem Youssef chiarisce sulle trattative su dove verrà trasmesso il suo show adesso che il contratto con la CBC è stato troncato dopo la messa in onda della prima puntata, e commenta la polarizzatissima situazione egiziana.

♫ “Sirens” dei Pearl Jam

Ecco la terza parte di oggi:

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In chiusura qualche commento dalla rete sulle prospettive di Amazon annunciate da Jeff Bezos ieri, in un’intervista televisiva a 60 Minutes con Charlie Rose che era molto attesa proprio perché si sapeva che Bezos aveva in mente qualche progetto futuribile da rivelare. La sorpresa (oggi presa molto in giro sui social media) è quella di consegne quasi immediate dei pacchi Amazon via drone, entro il 2015. Droni buoni? E come sarà gestito il traffico? Ma Bezos diceva sul serio. Qui Huffington Post, qui Mashable, qui The Verge,

♫ “Send your youth” di Cold Specks

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #1 | battaglie

Ben ritrovati, nel nuovo palinsesto di Radio Popolare Alaska riprende con un nuovo formato di quasi due ore, “extralarge” e settimanale ogni lunedì dalle 12.40 alle 14.30, in replica in formato “medium” il lunedì sera alle 21.30. Per rendervi più comoda la fruizione degli argomenti della puntata, i podcast saranno quattro, uno per ogni sezione del programma. Avremo più tempo per esplorare i contributi della rete scelti di volta in volta, e la playlist delle musiche sarà sempre segnalata nel post settimanale.

 

(la fotografia scattata da Andy Carvin alla schermata di Fox News il 7 settembre, mentre infuriava la discussione sull’intervento in Siria dopo l’utilizzo di armi chimiche da parte del regime di Assad – la mappa, sulla quale si basavano le discussioni geopolitiche del giorno, è ovviamente tutta sbagliata)

Recap

Da quando ci siamo lasciati a fine giugno, i contributi importanti dalla rete e sulla rete sono stati moltissimi – alcuni riusciremo a esplorarli in questa prima puntata, altri ci accompagneranno ancora nelle prossime settimane insieme a notizie più fresche. Il soldato Bradley Manning, reo confesso di aver fornito materiali riservati di prim’ordine a Wikileaks, è stato condannato a decine di anni di prigione e ha annunciato che cambierà sesso, in Egitto alle proteste del 30 giugno è seguito un colpo di stato popolare con la collaborazione dell’esercito, più di mille morti nello sgombero dei sit-in dei Fratelli Musulmani, l’arresto dei loro leader, il congelamento dei loro beni e la messa fuorilegge del movimento, la legge marziale, decine di arresti di giornalisti e attivisti, la chiusura di Al Jazeera Egitto, l’attentato al Ministro degli Interni, una paranoia sulla “guerra al terrorismo” avallata dai media di stato e privati, un rafforzamento degli episodi violenti nel Sinai, e in sottofondo i lenti preparativi della Costituente che dovrà emendare la Costituzione prima di indire nuove elezioni. In Siria, a cavallo dei giorni del rientrato allarme sull’intervento americano, è stato liberato il giornalista italiano Domenico Quirico, che ha subito pubblicato un e-book che racconta la sua dura esperienza. Gli attivisti di Greenpeace della nave Arctic Sunrise, che si battono contro il passaggio del nuovo gasdotto nell’Artico, sono stati arrestati e processati dai russi. Sono partite le trasmissioni di Al Jazeera America, l’Huffington Post e altre testate, nell’impossibilità di riuscire a moderarli, hanno deciso di chiudere l’accesso ai commenti, Storify è stato acquistato il 10 settembre, Twitter ha annunciato di essere in attesa di essere quotato in borsa, il progetto futuribile di Reuters Next ha annunciato la chiusura, BlackBerry è stata venduta, e naturalmente Jeff Bezos di Amazon ha comprato il Washington Post. In Grecia il rapper Killah P è stato ucciso da militanti di Alba Dorata e i leader del partito sono stati arrestati, in Turchia dopo il ramadan sono riprese le manifestazioni di protesta. Apple non ha fatto in tempo ad annunciare il nuovo riconoscimento dell’utente iPhone su iOS7 con l’impronta digitale che qualcuno l’aveva già hackerato, l’eroina della battaglia contro gli anti-abortisti Wendy Davis ha annunciato che si candiderà a governatore del Texas, Twitter ha chiuso a ripetizione gli account degli Shabab che raccontavano da dentro il loro assedio al centro commerciale Westgate di Nairobi, le donne saudite hanno ripreso la loro campagna per il diritto a guidare l’automobile da sole, in Bahrain è stata approvata una legge che restringe ulteriormente in diritto di manifestazione, Lo scrittore Jonathan Franzen ha sollevato un polverone con un pezzo parecchio conservatore che è diventato virale, e infine, in Yemen è morto nel sonno, giovanissimo, uno degli attivisti più luminosi di tutta la primavera araba, Ibrahim Mothana. E naturalmente, continua la storia più enorme sulla raccolta dei dati da email e telefonate, la sorveglianza internazionale delle agenzie di sicurezza americane, e la guerra ai reporter che la stanno raccontando….

♫ Eddie Vedder e Neil Finn, “Throw your arms around me”

Ecco la prima parte di oggi:

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Il Quinto Stato

Molte novità sulla vicenda Snowden/NSA, a cominciare dal lungo fermo e interrogatorio all’aeroporto di Heathrow di David Miranda, compagno del giornalista Glenn Greenwald, alla distruzione dei computer da parte del governo alla sede del Guardian, alla concessione dell’asilo in Russia allo stesso Snowden, e ai frammenti del puzzle sulle politiche di sorveglianza dell’NSA – che arrivano a puntate dallo stesso Snowden, dalla nuova collaborazione del New York Times con il Guardian, e dalle udienze al Senato americano, dove le domande dei senatori informati sono più rivelatrici delle risposte che ricevono. Nelle prossime puntate vi proporrò alcune riflessioni circolate in rete sulla questione del criptaggio, intanto qui trovate la bellissima cronologia preparata dalla Electronic Frontier Foundation, che si era già fatta portatrice di molte interrogazioni al Congresso prima che arrivassero le rivelazioni di Snowden. Molti di voi durante l’estate hanno letto la traduzione che Alessandra Neve ci ha fatto del profilo di Laura Poitras, giornalista sorvegliata e sorvegliante, cruciale nella vicenda Snowden/Greenwald, e oggi ve la propongo in audio.

♫ Valerie June, “Working Woman Blues”

Ecco la seconda parte di oggi:

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Lo Stato Profondo

La rivoluzione in Egitto non è mai stata in crisi come adesso. Qualche giorno fa i rivoluzionari della cosiddetta Terza Piazza, che non si riconosce nei Fratelli Musulmani ma nemmeno nella loro repressione da parte dell’esercito, hanno dato vita a un nuovo movimento politico, Path for The Revolution, che si ripromette di creare un percorso alternativo rispetto alle forze islamiste e all’ubriacatura nazionalista nasseriana di queste settimane guidata dall’esercito. Moltissime le riflessioni sui blog e sui quotidiani in rete in queste settimane, al di là delle semplificazioni della stampa mainstream che ha già abbandonato di nuovo l’Egitto dopo la calma apparente seguita agli ultimi scontri alla moschea di Ramses. Ho scelto quelle – mozzafiato – di Paola Caridi, quella della scrittrice Ahdaf Soueif, e quella di suo figlio, il giovane regista Omar Robert Hamilton.

♫ Rodriguez, “Street Boy”

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Today in 1963

Chiudiamo la puntata di oggi con un’occhiata al progetto della radio pubblica NPR chiamato “Today in 1963″, che per tutto il 2013 segnerà gli eventi storici di cinquant’anni fa – il discorso di Martin Luther King a Washington (I have a dream), l’uccisione di JFK a Dallas a novembre – raccontandoli su Twitter come se stessero avvenendo in tempo reale. Un’operazione che richiede una straordinaria sceneggiatura per riprodurre fedelmente come in un livetweeting dichiarazioni, fotografie, momenti d’archivio, voci, episodi, orari esatti. Creato da CodeSwitch, il blog di NPR che si occupa di questioni etniche e razziali, lo racconta qui The Root

♫ Agnes Obel, “The curse” (dal nuovo album “Aventine”, che esce oggi)

Ecco la quarta parte di oggi:

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l’incantesimo della comunità

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(alla mensa; dall’archivio Flickr dello sciopero dei minatori del 1984/85)

Fiumi d’inchiostro versati per la Thatcher, fra i quali è abbastanza facile individuare i conti in sospeso che ha lasciato, la dicotomia fra privatizzazione e statalismo, l’odio creativo con cui a suo tempo incendiò musicisti, cineasti e scrittori, e anche la sensazione che l’epoca da lei inaugurata non sia in realtà ancora finita. Impossibile non notare anche i fiumi di articoli di suoi connazionali maschi (quello dello scrittore Ian McEwan è uscito anche in italiano per Repubblica) che da qualunque parte della barricata si trovassero allora, non riescono a fare a meno di misurarsi con la donna non-donna, la donna algida, la donna-maschio, la maestra severa, la donna sadica, la donna-guerriero, e via discorrendo con categorie che un Primo Ministro di Downing Street maschio non avrebbe mai potuto aspirare ad evocare. Ma se un grande capo di governo maschio porta spesso con sé la metafora del padre (del popolo, del paese, ecc), inevitabile per Thatcher anche la metafora della madre o non-madre. Fra tutti i commenti altolocati di questi giorni, ho scelto per voi quello – meno prevedibile e nativo della rete – del giovane attore Russell Brand. Più famoso per le sue presentazioni degli eventi di MTV, per il suo divorzio da Katy Perry e per i suoi eccessi, Brand potrebbe sembrare una fonte improbabile di saggezza politica, ma in realtà ce ne aveva già dato dimostrazione con una cosa splendida che aveva scritto per il Guardian sulle rivolte di strada dell’estate 2011. Sul blog dell’Huffington Post ha scritto una riflessione da giovane adulto inglese che è stato bambino sotto la Thatcher, individuando uno dei nodi dell’eredità oscura del Primo Ministro: che ciò che ruppe coi minatori non fu uno sciopero ma l’incantesimo di essere comunità, è che “se ti comporti come se non ci fosse nessuna società, alla fine davvero non ci sarà”.

La canzone di oggi era “Ain’t got no home” di Woody Guthrie nella versione di Billy Bragg

Ecco la puntata di oggi:

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il dilemma della struttura

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Ieri avete sentito accostati tre punti di vista attenti sulla complicata relazione fra il Movimento 5 Stelle e i media, e sul falso mito della “modernità” di questo movimento in fatto di strumenti e comunicazione sul web. Vi dicevo anche di come mutuare parole d’ordine dai movimenti internazionali degli ultimi due anni (es: acampadas, Occupy) non corrisponda di per sé a soluzioni simili a livello di consultazione, elaborazione e auto-organizzazione, tanto più di fronte all’enorme sorpresa di ritrovarsi dopo il voto al 25%, non più agitatori esterni e commentatori per contrapposizione ma scagliati invece con una grossa rappresentanza nelle istituzioni formali. Ieri sera Pietro Salvatori ha scoperto che di questo problema di funzionalità si è accorto anche qualcuno all’interno dei Cinque Stelle, e ha pubblicato il suo racconto sull’Huffington Post. Potete leggerlo qui e poi ascoltare cosa ci ha detto oggi in diretta.

Ecco la puntata di oggi:

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A Guantanamo

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(i dj di Radio Gtmo, la radio della base di Guantanamo)

La promessa elettorale più difficile da mantenere per Obama sembra essere la chiusura di Guantanamo. Ryan J. Reilly è andato a visitare la base per Huffington Post, scoprendo che la chiusura sembra anzi più lontana che mai. Intorno al carcere e alle procedure giudiziarie sta addirittura nascendo una cittadella di servizi, e militari, avvocati, osservatori e giornalisti stanno diventando personaggi di uno scenario che ha tutta l’aria di farsi sempre più stabile. Oggi vi traduco il suo post.

La canzone di oggi era “Reminder” di Mumford & Sons

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lavorare a Google

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Le grandi aziende tecnologiche americane sono spesso anche esperimenti di gestione e convivenza aziendale – a cominciare dalle strutture fisiche che le ospitano. Secondo un analista aziendale intervistato da ZowChow, uno dei motivi per cui sono all’avanguardia nella gestione del personale è perché essendo nuove non hanno passato – nessun fardello di modelli organizzativi precedenti, esuberi, mancanza di aggiornamento dei dipendenti. A settembre vi raccontavo dal nuovo quartier generale di Twitter a San Francisco, mentre Facebook si è fatta progettare una caffetteria interna da due grandi del design come Roman & Williams (gli scenografi di Zoolander). La prosperità delle aziende si vede anche dal flusso continuo di annunci di lavoro e di posizioni aperte, sempre pubbliche, e ognuna si organizza su come offrire benefit ai dipendenti (spesso a supplire alle carenze del welfare americano) e creare un ambiente accogliente per favorire nuove idee (seguendo le orme della Apple) ma anche per limitare quello che chiamano “attrito”, cioè la cadenza con cui i dipendenti lasciano l’azienda, spesso a favore della concorrenza nello stesso ambiente tecnologico, che attinge allo stesso bacino di competenze ingegneristiche. Per il quarto anno consecutivo, Google è arrivata prima nella classifica della rivista Fortune delle “migliori aziende per cui lavorare”, così in questi giorni Farhad Manjoo racconta per Slate di come Google qualche anno fa ha cercato di gestire le opportunità per le lavoratrici nella sua azienda (quelle interne, a Mountain View, perché Google impiega anche decine di migliaia di persone esternalizzate, soprattutto per i ranking delle ricerche) e di come il suo reparto chiamato POPS (People Operations) analizza i dati che riguardano l’efficienza del lavoro e l’abbassamento dell’attrito (la “felicità interna” dei dipendenti, e di conseguenza la loro lealtà) usando questi dati per migliorare le proprie decisioni. Il fatto che Google accumuli e analizzi dati sulla propria organizzazione interna significa anche che in futuro sarà in grado di produrre modelli da studiare anche per le altre aziende, anche se tutti gli osservatori riconoscono che il suo ruolo nel mercato non è imitabile. Contemporaneamente il programmatore Swizec Heller racconta ad Huffington Post il suo colloquio a Google, al quale si è molto divertito. A fine 2011 il Post raccontava qui le domande-tipo dei colloqui a Google.

La canzone di oggi era “One day” nella versione di Sven Dorau

Ecco la puntata di oggi:

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all’ombra dei pozzi

(il centro congressi di Doha dove si svolgono i Climate Talks)

Si apre oggi a Doha, in Qatar, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che si concluderà il 7 dicembre. Memori delle trattative spesso inconcludenti di Copenaghen, quelli dell’Huffington Post ci ricordano la posta in gioco, qui.

La canzone di oggi era “Costruire per distruggere” degli Afterhours

Ecco la puntata di oggi:

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luce di emergenza

(il Jane Carousel stanotte, la giostra di Dumbo/Brooklyn assediata dall’acqua, foto postata per prima da @anjelicaaa)

450mila tweet all’ora per l’uragano Sandy sulla costa est degli Stati Uniti, per raccontare e commentare una notte caotica e piena di emergenze. Forse venti morti, di cui cinque solo a New York, migliaia di alberi abbattuti, dighe sfondate nel New Jersey, tuttora senza luce mezza Manhattan (dalla 34esima alla punta inondata di Battery Park), alcune gallerie della metropolitana allagate dopo l’esondazione dell’Hudson e un vero e proprio torrente in un tunnel stradale, e ancora incendi, esplosioni bluastre dalle centraline elettriche saltate, alcuni crolli, persone imprigionate negli ascensori, un ospedale evacuato perché i generatori non hanno funzionato. Tutti gli aeroporti più importanti sono stati chiusi uno dopo l’altro. Per New York Obama ha dichiarato lo stato di catastrofe naturale perché possa accedere agli aiuti federali. Atlantic City e altre località del New Jersey sono quelle più colpite: poca pioggia rispetto alle previsioni ma allagamenti imponenti dai lungomare, dai fiumi e dai canali. A Philadelphia per il ripristino dell’elettricità potrebbe servire una settimana, e le reti dei trasporti pubblici si riservano di accertare l’ammontare dei danni nella giornata di oggi. Senza luce sono rimasti, e lo sono ancora, 3 milioni di persone. Ed è un fatto che rispetto a molti altri eventi, stanotte la catena dei tweet è stata un mosaico di sprazzi di informazioni utili mescolati a falsi, e la mancanza di elettricità, unita alla necessità di risparmiare le batterie di computer e cellulari, ha smangiucchiato la completezza, la lucidità e la prospettiva, svelando l’intrinseca fragilità di una connessione che dipende dalla disponibilità di energia. Per alcune testate è stato perfino impossibile scrivere e postare perché i server non funzionavano più (vedi l’Huffington Post), anche se non sono mancati ottimi casi di debunking delle informazioni non veritiere. The Atlantic ci guida un po’ nella distinzione tra foto false e foto autentiche, e BuzzFeed nell’intensa attività di verifica avvenuta stanotte nonostante il caos.

La canzone di oggi era “Atlantic City” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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nuvole all’orizzonte

Vi ricordate la storia di Amina – blogger , attivista lesbica e componente di una famiglia siriana molto in vista, salvata dal padre da un primo tentativo di arresto? Era stata lei stessa a raccontare sul suo blog la storia di quella notte pericolosa, e avevamo riportato qui il suo racconto.  Ma stavolta gli uomini mascherati della sicurezza di Assad sono riusciti nel loro intento. Oggi la rete e i social media sono pieni di appelli sulla sparizione di Amina, avvenuta ieri notte – qui il post da Damasco di Nidaa Hassan per il Guardian.

Twitter è zeppo di commenti in tutte le lingue sulla presentazione ieri di Steve Jobs sulla nuova iCloud Apple, che si avventura verso la comunicazione fra download di iTunes e scaricamenti illegali o da qualunque fonte e la sincronizzazione di tutti i propri contenuti a prescindere dal supporto fisico. Commenti di approvazione, di titubanza, di preoccupazione per la consegna dei propri contenuti a una memoria virtuale.  Bloomberg Business Week sostiene che Steve Jobs userà iCloud per smantellare la stessa industria che ha contribuito a creare.

E cominciato ieri a New York il Personal Democracy Forum (#PDF11 su Twitter), che discute di tecnologia, responsabilità degli individui e delle aziende rispetto alla rete, e inevitabilmente di attivismo web. Presenti fra i relatori molti dei tweep che seguiamo sulla timeline di Alaska. Il forum si può seguire in streaming video (dopo 5′ bisogna fornire il proprio indirizzo e-mail) ma qui e qui trovate il riassunto dei punti esplorati nella prima fase dei lavori.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, la #twitterevolution di Milano e l’avvio ai referendum.

♫ La canzone di oggi era “Lotus Flower” dei Radiohead

Ecco la puntata di oggi:

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