Alaska XL #7 | prosa e poesia

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il mattino del debutto del titolo TWTR a Wall Street

Benvenuti alla nuova puntata XL di Alaska, oggi ripercorriamo alcune delle novità digitali più importanti della settimana – materiali sull’evolversi della vicenda NSA, debutto in borsa del titolo di Twitter – ma ci concediamo anche un po’ di respiro poetico con la nuova idea dello scrittore Alain De Botton e l’omaggio di Patti Smith a Lou Reed. Prima di addentrarci negli argomenti della settimana, però, due segnalazioni che riguardano il lavoro di Al Jazeera, entrambe di fatto da esplorare online: Al Jazeera America ha ottenuto (e pubblicato sul suo sito) i diari di Abu Zubaydah, uno dei prigionieri di Guantanamo di più alto profilo, che aiutano a illuminare gli ultimi dieci anni della cosiddetta “Guerra al terrore”, oltre che raccogliere la sua testimonianza sulle decine di volte in cui sotto interrogatorio ha subito la tortura del “waterboarding”. Intanto, Al Jazeera English ha portato a termine la seconda parte della sua indagine documentaria sull’avvelenamento da polonio del leader palestinese Arafat, e qui potete vedere il documentario integrale.

Il 10 novembre il nuovo titolo di borsa di Twitter ha debuttato, non senza le solite cerimonie di festeggiamento di Wall Street e una certa sorpresa per il guadagno del valore del titolo nella prima giornata rispetto alla quotazione iniziale. Il Washington Post raccoglie i pareri degli operatori su cosa questo potrebbe significare per il futuro (quotare Twitter pare una scommessa diversa e assai meno certa di quella di altre aziende “social”); Andrea Boda per Europa online fa un utile ragionamento del giorno dopo; e Vincenzo Marino ripercorre le tappe del successo di Twitter, che spiegano un po’ le grandi attese sul suo valore.

♫ “You make me want to wear dresses” di Lisa Germano

Ecco la prima parte di oggi:

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Molte novità sul fronte NSA:

1) dettagli interessanti sulla sorveglianza senza mandato né preavviso dell’NSA sul traffico dati di Google e Yahoo, che ha destato (un po’ tardive) le reazioni inferocite di Google. Qui il Washington Post, qui Fabio Chiusi sul suo blog sul Messaggero Veneto, qui la reazione di Eric Schmidt raccontata da Slate.

2) le prime udienze sul caso del fermo in aeroporto del compagno di Glenn Greenwald, David Miranda, sotto le leggi anti-terrorismo: qui il riassunto della Columbia Journalism Review, qui il lavoro di Carl Gardner sul suo Head of Legal;  qui e qui  le reazioni di ex e attuali funzionari dell’intelligence inglese che ritengono “pericolose” le rivelazioni di Snowden divulgate dal Guardian; qui il parere (opposto) del padre della rete Tim Berners Lee;

3) la prima audizione dei capi intelligence inglesi davanti alla commissione nazionale sull’intelligence (alcuni dei quali non si erano mai visti in pubblico prima).

4) una discussione interessante a Londra (#stopbuggingus) su sorveglianza e libertà di stampa con i dirigenti del Guardian, Google, Human Rights Watch e diversi parlamentari britannici (qui una sintesi), che sostengono che le agenzie di intelligence hanno “mentito al Parlamento”.

5) la forma che sta prendendo il dibattito legislativo al Congresso americano sul futuro dell’NSA: qui un parere di qualche settimana fa sui punti della proposta di legge Sensebrenner, ritenuta dal deputato Justin Amash l’unica possibilità sensata di modificare il raggio e il metodo dell’agenzia di sicurezza, mentre Dianne Feinstein continua a dimostrare di non capirci molto., e perfino dall’interno della Casa Bianca arriva qualche segnale di malumore.

6) la notizia che il direttore del Guardian Alan Rusbridger verrà sentito in Parlamento a dicembre sul coinvolgimento del suo giornale nelle rivelazioni di Snowden. Qui Huffington Post, qui il Guardian.

7) la notizia che Snowden si fece dare fra 20 e 25 password da colleghi dell’NSA per poter accedere alla parte di documenti in loro possesso, ottenendole con una certa facilità.

8) le prossime rivelazioni, secondo quello che ha detto Greenwald alla Cbc, riguarderanno la sorveglianza americana sul Canada.

♫ “Nothing but time” di Cat Power

Ecco la seconda parte di oggi:

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Lo scrittore e filosofo del tempo reale Alain De Botton è convinto della potenza didattica della filosofia e dell’arte in tempi difficili, e come sapete ha fondato a Londra un luogo di incontro e apprendimento, la School of life, che rovescia la questione del “self-help” in nuovo apprendimento. Luogo di ritrovo, caffè, scuola, negozio ed editore, la School of Life coinvolge come docenti persone che arrivano dal mondo della filosofia come da quello della tecnologia, e di fatto sostiene anche le imprese editoriali di ogni autore, a cominciare naturalmente da quelle del suo fondatore. De Botton non è nuovo ad iniziative particolari per il lancio di un suo nuovo libro, e stavolta – per Art as Therapy, che utilizza le opere d’arte come spunti di riflessione e di elevazione per la nostra vita di tutti i giorni – ha creato un sito da esplorare attraverso alcune domande comuni sull’amore, il lavoro, il successo e il fallimento, creando una serie di percorsi molto belli fra opere d’arte anche non molto conosciute, una sorta di vetrina per i contenuti del suo libro che diventa però anche un’esperienza online. Qui Sara Elkamel – giovane giornalista cairota che ha passato gli ultimi venerdì sera chiusa in casa dalle 19 per via del coprifuoco – sull’intervento di De Botton alla Cooper Union in un libero venerdì sera, qui Wired, e dalle “risposte” del sito vi traggo qualche esempio.

♫ “Kiss me” di Tom Waits

Ecco la terza parte di oggi:

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Fra tutti i commenti alla morte di Lou Reed da chi gli era vicino (ricordiamo quelli straordinari di sua moglie Laurie Anderson e del suo compagno musicale John Cale), quello che più si attendeva e che tardava ad arrivare era quello di Patti Smith. Poetessa urbana come lui, cresciuta con la musica dei Velvet Underground, e suo malgrado sacerdotessa di tutti i lutti del rock, Patti Smith ha scritto una cosa piccola ma straordinariamente densa sul calibro del suo amico e collega, che è stata pubblicata dal New Yorker, e che oggi vi traduco.

♫ “Beginning of a great adventure” di Lou Reed

Ecco la quarta parte di oggi:

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i mercanti e il tempio

(il sit-in di St Paul, foto di Yepoka Yeebo/Business Insider)

Oggi ci sediamo sui gradini della cattedrale di St Paul, uno dei luoghi dell’occupazione internazionale a Londra. Due giorni fa qualcuno dall’Occupy londinese mi ha retwittato questo messaggio – mittente Giles Fraser: “E’ con grande rammarico e tristezza che ho consegnato le mie dimissioni alla cattedrale di St Paul”. Giles Fraser è – o meglio, era – il pastore protestante cancelliere della cattedrale, cioè il religioso che si occupa delle questioni legali che riguardano la cattedrale. 46 anni, di cui nove passati in un’altra diocesi, Fraser ha rassegnato le dimissioni perché ritiene “moralmente inconciliabile” la sua posizione con il piano di sgomberare i manifestanti dal piazzale di St Paul, piano sostenuto invece, oltre che dalla polizia, anche dall’arcivescovo Rowan Williams. Dopo che la notizia è circolata in rete, l’edizione online del Guardian ha raccontato la storia di Fraser e il direttore del giornale, Alan Rusbridger, è andato a intervistarlo. Fraser gli racconta quello che ha capito della protesta sui gradini di St Paul e del movimento Occupy.

Sugli stessi gradini, un paio di settimane fa, parlava alla folla con un megafono Julian Assange, controverso padrino di Wikileaks, ancora imputato in un processo per stupro, e a corto di fondi sia per le sue cause personali che per l’attività di diffusione dei cables confidenziali delle ambasciate americane. Anche se il grosso dei cables è ormai stato divulgato (ci vorrà poi del tempo perché i grandi quotidiani internazionali possano man mano elaborare e contestualizzare le informazioni grezze), Wikileaks ha tenuto una conferenza stampa qualche giorno fa per denunciare il blocco finanziario che le impedisce di accedere alle donazioni che riceve da tutto il mondo, invitando i sostenitori a battersi perché venga rimosso o aggirato. E’ interessante soprattutto perché mette in luce come la tacita iniziativa di un gruppo di compagnie finanziarie possa di fatto immobilizzare una fondazione ancora perfettamente legale.

♫ La canzone di oggi era “Lenders in the temple” di Conor Oberst

Ecco la puntata di oggi:

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schiacciati

Il Bahrain schiacciato e sorvolato ieri tutto il giorno dagli elicotteri. Global Voices cerca un suo collaboratore di cui non ha più notizie – e non è altri che Ali Abdulemam, creatore del più grande forum politico online del Bahrain, già arrestato a settembre e liberato come ricorderete il 23 febbraio insieme ad altri prigionieri politici come segnale di “buona volontà” da parte del regime. Ali è scomparso la notte del 18 marzo, qui Claudia Cassano. Intanto dopo l’ingresso nel paese delle truppe saudite, Najeel Rajab (presidente del più importante gruppo per la difesa dei diritti umani in Bahrain) racconta al giornalista australiano Mark Colvin il suo violento arresto per mano delle forze di sicurezza.

In Siria, dove il numero dei morti di ieri nella strage di Daraa continua a salire (25 mentre andiamo in onda), per domani è previsto il Venerdì della Dignità, con grandi manifestazioni. Intanto Amnas Qtiesh riferisce su un blogger arrestato e un giornalista scomparso nel nulla.

Indetta per domani una nuova manifestazione in piazza Tahrir al Cairo, il movimento sfida la nuova legge anti-manifestazioni approvata ieri per chiederne l’abrogazione, insieme alla fine rapida dello stato di emergenza. Sempre più tensione fra l’avanguardia del movimento #25Jan e l’esercito che gestisce la transizione. Intanto il modello Tahrir diventa “format” su come si organizza e si comunica una piazza – anche in Europa: Filippo Sensi posta per Europa.

Sempre attivo in tempo reale il Twitter di Alaska con la nostra rosa di attivisti sul campo e di reporter internazionali da Egitto, Libia, Siria, Yemen, Tunisia, Bahrain.

♫ La canzone di oggi era “Rivers of Babylon” di Sinéad O’Connor

Ecco la puntata di oggi:

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This is England

(cartoon dell‘Independent)

Alaska da oggi è su Twitter! Seguiteci cliccando sul T-Rex qui a destra nella sidebar, e avrete ogni giorno le anticipazioni sulla puntata del giorno, il sunto degli argomenti, i retweet in tema e le segnalazioni sulle trasmissioni collegate di Radio Popolare!

Spettri di “hung parliament” e di alleanze dietro le quinte fin troppo elastiche, voto tattico sui LibDem dove si sa già che non possono vincere i Labour, i primi confronti tv all’americana della storia elettorale inglese, la stella mediatica di Nick Clegg e il tramonto del New Labour, l’ultimo sussulto di orgoglio di Gordon Brown, il fantasma della guerra in Iraq e quello degli scandali delle note spese dei parlamentari, un sistema bipolare che nonostante le apparenze resta blindato, i giornali liberal che si schierano con i Liberal-Democratici, un deficit spaventoso da affrontare, gravi disparità economiche, la spinta dei LibDem verso un sistema proporzionale: da questa mattina si vota in tutto il Regno Unito per il rinnovo del Parlamento. Negli ultimi sondaggi, in testa i Conservatori di Cameron e ridotta l’apparente avanzata dei LibDem dopo l’exploit di qualche settimana fa. Importante l’affluenza al voto. I risultati verranno gradualmente aggiornati con una grande proiezione luminosa sul Big Ben. Il nostro blogger da Londra Fabio Barbieri - che stasera dalle 23.30 sarà in diretta per lo speciale di Esteri sui risultati dalla sede dei LibDem ad Islington – alla fine ha deciso di andare a votare (vedi commento a questa puntata di Alaska) e commenta in diretta con noi i possibili scenari di composizione del Parlamento e le gravi questioni sul piatto. Ascoltalo nel podcast qui sotto.

Per saperne di più dell’abissale deficit inglese, leggete qua.

Il blog sul voto in tempo reale del Times.

I lettori del Guardian twittano qui dopo aver votato.

Gli scenari possibili (otto!) secondo l’Independent.

Ecco la puntata di oggi:

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legal thriller 3/4

Legal thriller # 3! Visto che vi aveva tanto impressionato la vicenda del giornalista freelance Tommaso Debenedetti, che avrebbe contraffatto un buon numero di interviste per il Piccolo di Trieste e per Libero con scrittori di fama e premi Nobel, non posso esimermi dal dare risalto all’ultima novità nella vicenda in ordine di tempo. Per il lungo e complesso intreccio completo vi rimando alle due puntate di Alaska in cui ce ne siamo occupati, prima questapoi questa,  con una ripresa in questa puntata. Adesso – tenetevi forte – Tommaso Debenedetti, benché sbugiardato con parecchi scrittori dall’indagine a tappeto di Judith Thurman del New Yorker,  ha deciso di rilanciare e querela Philip Roth, da cui tutta la vicenda era partita. Lo racconta qui Il Post. In coda al loro post trovate anche una piccola ma indicativa rassegna stampa europea di come la vicenda Debenedetti fosse rimbalzata sui quotidiani esteri.

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Ma non tutti danno addosso a Tommaso Debenedetti: se a noi interessava il merito delle interviste contraffatte in quanto tali, è anche vero che Judith Thurman, e prima di lei Philip Roth e John Grisham, avevano individuato nei falsi di Debenedetti una tendenza a mettere in bocca agli scrittori dichiarazioni politiche sorprendentemente conservatrici o di destra (che poi gli autori, ognuno per conto suo, hanno disconosciuto). Anzi, era proprio per via della difficoltà di riconoscere in bocca a quegli autori certe dichiarazioni che il falso è venuto a galla. Così adesso c’è qualcuno che vede il giornalista come una vittima delle calunnie della sinistra: oggi Liquida fa una rassegna di interventi sui blog, e fra questi ce ne sono alcuni che citano dalle interviste di Debenedetti come fossero vere, riazzerando la questione in modo giusto un tantino manipolatorio, alcuni senza nemmeno il riassunto della vicenda con tutta l’indagine del New Yorker.  Come si può vedere dalla strana coda di commenti di uno degli ultimi frammenti dell’inchiesta di Judith Thurman, quando ha aggiornato a fine marzo con la verifica fatta con Gore Vidal, gli italiani citano e commentano secondo la loro logica interna anche sui media americani. E la gravità del falso giornalistico in sè va in fanteria?

Siccome a volte questi dettagli sfuggono o non c’è tempo per leggere proprio tutto, vi segnalo che nei commenti a uno dei post segnalati da Liquida c’è anche menzione di un falso di Debenedetti già scoperto dal Guardian nel 2006, un’intervista con John le Carrè ricordata qui: “Nel 2006, John Le Carré disse a De Benedetti che non avrebbe esitato un momento prima di votare Berlusconi. Eppure quando il Guardian gli ha telefonato, Le Carré ha detto che una simile intervista non aveva mai avuto luogo e che se lo fosse stata lui avrebbe detto che “Berlusconi è pazzo e pericoloso”.

(in centro alla pagina di Liquida che vi ho linkato, dove ci sono le foto, trovate anche i due post Legal Thriller di Alaska!)

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Due giorni fa vi proponevo una riflessione sui sondaggi, sulla sorpresa Clegg e sulle posizioni dei quotidiani inglesi alla vigilia delle elezioni nazionali del 6 maggio. Per chi non avesse visitato il blog, vi raccomando un commento che ci ha lasciato il nostro blogger londinese per eccellenza, Fabio Barbieri, perché può essere utile a illuminare alcuni stati d’animo legati alle elezioni. Il 6 maggio, naturalmente, Fabio ci racconterà la giornata elettorale in diretta da Londra ad Alaska.

Le musiche di oggi erano “Equestrienne” di Nathalie Merchant e “Lungo il fiume” del Club dei Vedovi Neri

Ecco la puntata di oggi:

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la quarta colonna

(Yinka Shonibare con il modellino della sua nave in bottiglia per Trafalgar Square. L’opera vera e propria misurerà 5 metri per 2 metri e mezzo)

Oggi, Inghilterra…

La stampa anglosassone è spesso associata a un mito di obbiettività; il che non significa affatto, però, che i media non si schierino, ma piuttosto che dichiarino in modo trasparente con chi sono schierati, in modo da permettere ai lettori di filtrare con consapevolezza l’orientamento degli articoli – cosa resa più facile quando lo scontro fra le coalizioni individua anche la figura del Primo Ministro. Il 6 maggio in Inghilterra si tengono le elezioni nazionali, particolarmente interessanti perché nelle ultime settimane, grazie ad alcuni confronti televisivi particolarmente riusciti, al Brown uscente che arranca alla testa dei Labour, e al rampante Cameron a capo della rimonta dei Tories (in testa nei sondaggi con una percentuale che secondo i rilevatori sta fra il 30% e il 34%), si è affiancato il new boy della politica inglese, Nick Clegg dei Liberal-Democratici, che oggi sono dati fra il 28 e il 30% e per alcuni potrebbero sorpassare i laburisti. La situazione politica inglese ci offre qualche spunto di confronto con la nostra, tenuto conto delle debite diffreenze (da quella della radicale separazione fra classi sociali al fatto che diversi deputati e candidati al Parlamento sono già di origine asiatica o africana) e quella della stampa potrebbe essere uno. Di elezione in elezione, i quotidiani britannici cambiano o meno orientamento anche a seconda dei passaggi di proprietà e del momento storico, ma in linea di massima si attestano sulla posizione dell’editore. Così l’Express è sempre stato filo-Conservatore salvo che per le elezioni del 2001; il Mail è sempre stato filo-Conservatore; il Mirror è sempre stato filo-Laburista; il Telegraph sempre filo-Conservatore; e l’Independent ha cominciato a schierarsi solo alle storiche elezioni del 1997 (e da allora è sempre stato con i Labour, o con i Labour e i LiberalDemocratici). I due maggiori quotidiani, invece,  - il Times e il Guardian – hanno variato costantemente il loro orientamento sulle elezioni dal ’45 in poi, con una propensione del Times per i Tories e del Guardian per i Labour e i LiberalDemocratici, anche se entrambi i quotidiani hanno sostenuto almeno una volta tutti e tre i partiti principali.

Così, alla vigilia del terzo dei tre confronti tv previsti (già andati in onda quello su politica interna e politica estera, tutti vinti da Clegg nei sondaggi, manca quello su economia e tasse che andrà in onda il 29 aprile), il direttore del Guardian, Alan Rusbridger, annunciava qualche giorno fa una riunione di tutto lo staff per decidere come si sarebbe orientato il giornale in queste ultime settimane di campagna elettorale (vi traduco l’annuncio nel podcast qui sotto). Per i lettori era possibile aggiungere il proprio parere (che il giornale prometteva di rappresentare nella sua discussione interna)  oltre che commentare in un thread (oggi chiuso) che ha toccato 1666 commenti. Questo ci pone una questione interessante: sempre più spesso, soprattutto dopo la guerra in Iraq, elezioni nazionali che rivestono una rilevanza globale destano anche l’interesse di chi vive fuori dal paese. Ricordate la forte spinta europea all’elezione di Barack Obama, che lo indusse perfino a un viaggio elettorale all’estero quando era ancora solo candidato? Il Guardian è un quotidiano globale non solo nell’attitudine, ma anche nei numeri, come vi avevo raccontato qui.  Viene letto in inglese online da milioni di utenti in tutto il mondo, che a volte lo preferiscono al loro quotidiano nazionale o regionale più letto, e che adesso possono unire i loro desideri a quelli dei lettori inglesi. Secondo voi andremo sempre di più verso elezioni nazionali condizionate dalle aspirazioni globali? E cosa può capire un utente globale della rete delle questioni interne di un altro paese? La rete finirà per mettere ogni paese di fronte a un’opinione pubblica che travalica quella nazionale?


Election 2010 constituency map

(clicca sulla mappa per il link allo “swingometro” delle elezioni inglesi)

Nel frattempo, grazie alle notizie che circolano in rete sappiamo che il 24 maggio verrà inaugurata la nuova installazione di arte contemporanea sulla cosiddetta Quarta Colonna di Trafalgar Square a Londra, la celebre piazza dominata dalla statua dell’ammiraglio Nelson attorniata dai quattro leoni di pietra. Il quarto piedistallo di per sé ha una storia interessante: venne costruito come le altre tre colonne con l’idea originaria di ospitarvi altrettanti monumenti equestri e poi statue più semplici, ma dopo la sua erezione nel 1841 rimase senza monumento per mancanza di fondi. Alla fine degli anni Novanta la Royal Society of Arts ha cominciato ad utilizzarla per il Forth Plinth Project, affidando la realizzazione dell’opera da mettere in cima alla colonna ad alcuni esponenti dell’arte contemporanea britannica, prima Mark Wallinger, poi Bill Woodrow e poi Rachel Whiteread. Nei primi anni Duemila la colonna è stata usata anche senza permesso come piattaforma per vari messaggi pubblicitari, finché nel 2003 Wendy Woods, la vedova del giornalista anti-apartheid Donald Woods, si è proposta di trovare i fondi per realizzare un monumento permanente a Nelson Mandela, visto che la quarta colonna sorge sul lato della piazza dove si trova l’Alta Commissione del Sudafrica (e per chi se lo ricorda, dove negli anni Ottanta si svolgevano tutte le manifestazioni e i volantinaggi anti-apartheid). La sua proposta ha messo in moto la decisione definitiva di affidare ad artisti contemporanei installazioni provvisorie a rotazione, sull’esempio già lanciato dalla Royal Society of Arts. A commissionare i lavori adesso è il sindaco col Consiglio della Greater London, e i lavori in cima al quarto piedistallo sono stati finora firmati da diversi artisti ma hanno continuato ad alternarsi a statue provvisorie “più accessibili ai cittadini comuni”, come auspicava qualche nostalgico dei monumenti alle imprese coloniali. L’opera contemporanea che ha destato più curiosità è stata l’installazione umana collettiva di Antony Gormley nel 2009. Ma veniamo all’oggi:  da maggio, in cima alla quarta colonna troneggerà una gigantesca nave in bottiglia, e sarà la prima opera pubblica del Fourth Plinth realizzata da un artista inglese di colore. Yinka Shonibare, classe 1962, nigeriano nato a Londra e vissuto a Lagos fino all’università, già amatissimo candidato al Turner Prize nel 2004, ha realizzato una nave in bottiglia – la prima opera della quarta colonna a fare esplicitamente riferimento alla storia navale celebrata dalla piazza – con le vele cucite nei tessuti africani multicolori che sono il suo marchio distintivo. A loro volta simbolo della produzione africana trasformata dal colonialismo, i tessuti che Yinka Shonibare compera al mercato di Brixton sono realizzati ancora con la tintura a cera dei colonialisti olandesi, e nel corso del tempo lui li ha utilizzati per realizzare imitazioni di abiti vittoriani e altre opere incentrate sul concetto di identità etnica e di multiculturalismo. Nella cornice del lavoro di Yinka Shonibare, le dimensioni della nave in bottiglia, che misurerà cinque metri di lunghezza e sarà alta due metri e mezzo, non sono affatto un dettaglio. L’artista anglo-nigeriano ha riportato una forte disabilità dopo una malattia di gioventù, e ancora oggi è semiparalizzato. Per ovviare alle difficoltà manuali che questo gli procura nel suo lavoro, oltre ad avvalersi dell’aiuto di alcuni collaboratori di solito suddivide il lavoro per le opere più grandi in una serie di opere più piccole, montandole man mano nel risultato finale. Se andrete a Londra e alzerete il naso sulla quarta colonna di Trafalgar Square, forse vi tornerà in mente.

Le musiche di oggi erano “Coffee & Tv” dei Blur e “I’m new here” di Gil Scott Heron (che NON suona più domani al Conservatorio di Milano, ma il 12 luglio al Castello di Vigevano )

Ecco la puntata di oggi:

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punk’s not dead

Ieri sera è morto in Svizzera Malcom McLaren. la notizia è spuntata prima sull’Independent e ha cominciato a fare il giro dei blog prima ancora di venire confermata. Oggi Alexandra Topping e Alexis Petridis ricostruiscono per il Guardian la carriera dell’impresario del punk, colui che insieme a Vivienne Westwood affiancò alla musica un’immagine che paradossalmente, nonostante le sue intenzioni ribelliste, la fece vendere come un prodotto (potete riascoltare la traduzione dei loro post nel podcast qui sotto).

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Angelo Ricci si ricorda di un programma tv italiano che tanti anni fa gli fece scoprire McLaren.

Le musiche di oggi erano “Pretty vacant dei Sex Pistols e “About her” di Malcolm McLaren dalla colonna sonora di Kill Bill 2.

Ecco la puntata di oggi:

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in altre stanze, altre meraviglie

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Come promesso, torniamo a Londra con il nostro blogger di fiducia, Fabio Barbieri. Per quanto la amino, i frequentatori più assidui della Tate Modern non condividono sempre le scelte e la linea dei suoi curatori, e hanno accolto invece con grande calore la nuova mostra dedicata ai lavori di Theo van Doesburg, direttore della rivista De Stjil dal 1917 al 1931, l’anno della sua morte. Figura centrale delle avanguardie europee, dalla sua nomadica partecipazione ai movimenti artistici di quegli anni si irradia un percorso molto interessante della Tate. Fabio Barbieri posta una recensione completa della mostra sul suo blog, e noi lo sentiamo in diretta (seguite la conversazione qui sotto nel podcast).

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Una delle voci più interessanti fra quelle monitorate da Global Voices in italiano è quella di Teeth Maestro, dentista-blogger di Karachi, che racconta le complessità politiche e quotidiane della vita in Pakistan. Con grande piacere, vedo che oggi scrive di Danyial Mueenuddin, uno scrittore pakistano che ho appena letto per un puro colpo di fortuna; i suoi racconti, raccolti in In other rooms, other voices, sono usciti da pochi giorni in italiano per Mondadori (come Altre stanze, altre meraviglie – che per fortuna mantiene la citazione da Altre voci, altre stanze di Truman Capote), e si tratta di una delle uscite più organiche e interessanti di narrativa breve di quest’anno. Il suo paese gli ha appena tributato un premio letterario importante, e qui potete leggere il post integrale di Teeth Maestro (che torneremo a leggere molto presto); nel podcast potete ascoltare la traduzione. Questo il sito dello scrittore.

Le musiche di oggi erano “la canzone della gioia” di Luca Gemma (che stasera suona nel nostro auditorium) e “Ain’t no grave” di Johnny Cash (dal nuovo American Recordings vol. VI)

Ecco la puntata di oggi:

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strettamente sorvegliati

man and dog

Lo so che è difficile, lo so che siete arrabbiati perché non funziona niente, ma cercate di vedere la magia di questa neve. E’ una di quelle cose che durano pochissimo.

Sui blog fioccano, è il caso di dirlo, resoconti della logistica impazzita di queste ore. Ecco cosa racconta 02blog.

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Con l’applicazione delle norme anti-terrorismo che si è intensificata in queste settimane, in Inghilterra nemmeno il grande Martin Parr potrebbe riuscire a scattare più una delle sue fotografie, e lo sa bene la studentessa italiana Simona Bonomo, che per una foto ha trascorso cinque ore in cella a Londra. Antipatica perquisizione anche per il nostro Fabio Barbieri, proprio mentre, ironicamente, si recava a vedere una mostra di Barbara Kruger, osservatrice dei meccanismi che ci controllano. Fabio lo racconta in uno dei suoi ultimi post, e noi lo sentiamo in diretta.

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Come dice lo scrittore Mark Sarvas, una piccola luce che emenda le scandalose chiusure causate dalla recessione alle edizioni Condé Nast, fra cui come sapete, perché ne abbiamo parlato tanto qui ad Alaska, la chiusura della storica rivista gastronomica Gourmet. Ecco cosa racconta il New York Times:

“I 3500 libri di cucina della biblioteca di ricerca di Gourmet stanno entrando a far parte della collezione a tema culinario della Biblioteca Fales dell’Università di New York, una delle più vaste raccolte di opere culinarie degli Stati Uniti. La Condé Nast ha chiuso Gourmet a ottobre dopo 75 anni di pubblicazioni. Marvin J.Taylor, direttore della biblioteca Fales, ha detto che Ruth Reichl, la direttrice di Gourmet, ha pensato che sarebbe stata una buona dimora per quei libri, “perciò mi sono subito precipitato quando ho saputo che la rivista stava chiudendo”. Ha detto che l’autrice di libri di cucina Rozanne Gold ha donato 14 mila dollari alla New York University perché potesse acquisire i libri dalla Condé Nast. Essi verranno portati alla biblioteca alla fine di questa settimana, raccolti in circa 500 scatole. Mentre la raccolta di New  risale fino all’inizio del Novecento, la data di pubblicazione della maggior parte dei libri risale a dopo che la Condé Nast acquisì la rivista nel 1983. “Rappresentano veramente quello che i redattori consideravano il meglio del meglio”, dice Taylor. “E’ affascinante perché scorrendo questa selezione si vedono le varie tendenze di cui si è occupato Gourmet nel corso degli anni, ci saranno sei o sette ripiani di libri sulla cucina Cajun. Stesso dicasi per i libri sulla cucina mediterranea, e c’è un’ampia selezione di libri sulla cucina asiatica.” In totale, la collezione di libri di cucina della biblioteca Fales arriveràò così a 20 mila volumi, di cui 1500 di prima del Novecento.”

Le musiche di oggi erano “Wicked game” di Chris Isaak e “Don’t take all night” di Nina Simone

Ecco la puntata di oggi:

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la Storia delle Cose

Magari, proprio mentre ci preoccupiamo per i cambiamenti climatici, non è il momento giusto per lasciarsi andare alla nostalgia per la Polaroid, ma… La pellicola che si stampava da sola istantaneamente in copia unica, inventata negli anni Sessanta da Edwin Land, aveva il difetto non indifferente di servirsi di acidi altamente inquinanti. Ma mentre l’azienda-madre che la produceva ormai si dedica agli occhiali da sole e alle macchinette digitali, e schiere di fan in tutto il mondo piangono la fine – avvenuta quest’anno – della produzione di pellicola originale per le loro indistruttibili macchine vintage, un team di pazzi visionari – l’Impossible Project – ha rilevato i vecchi macchinari della fabbrica olandese e sta studiando una nuova miscela di agenti di sviluppo, meno inquinante e meno costosa della vecchia pellic0la Polaroid. Se, come sembra, l’esperimento funzionerà, l’azienda-madre accetterà di mettere in produzione la nuova pellicola istantanea a sviluppo immediato che potrà essere utilizzata sulle vecchie macchine Polaroid. Naturalmente, la sfida maggiore dei tecnici e degli ingegneri che stanno lavorando in Olanda è quella di ottenere una pellicola che abbia le stesse caratteristiche sognanti e sfumate della vecchia Polaroid. Oltre che per uso artistico, i vecchi apparecchi fotografici venivano usati anche per documentazione assicurativa o chirurgica e dai fotografi di moda per preparare i loro servizi. A questa pellicola amata dai registi cinematografici e dagli artisti della pop art, e usata da grandi fotografi da Evans ad Araki, Londra dedica in questi giorni ben tre mostre, alla Pumphouse Gallery, alla Atlas e alla Photographers Gallery. Leggete il post in argomento di Fabio Barbieri, e ne parliamo con lui in puntata.

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Ieri vi ho presentato l’attivista ambientalista Annie Leonard, nella nostra puntata di ieri trovate un assaggio del suo nuovissimo video animato che spiega il Cap & Trade. Il suo Story of stuff è diventato anche un blog in cui oggi, a una settimana dal vertice di Copenaghen, scrive:

“Se siete come me, una crescente quantità delle vostre preoccupazioni si concentra sugli alti livelli di Co2 nell’atmosfera e sul potenziale caso per il clima che ne deriva. Anni fa, quando sentii parlare per la prima volta di cambiamento climatico, mi immaginai che qualcun altro l’avrebbe risolto mentre io continuavo a sgobbare col mio lavoro sui consumi, l’inquinamento e i rifiuti. Be’, indovinate un po’? Non sono riusciti a risolverlo. Anzi, la situazione del clima è perfino peggio delle più recenti previsioni scientifiche. E indovinate cos’altro? Salta fuori che clima e consumo sono di fatto la stessa questione.

Vedete, la maggior parte dei gas serra emessi dalle nazioni vengono dalla nostra economia materiale: come produciamo, usiamo, trasportiamo e buttiamo via la roba che c’è nelle nostre vite. Come dice Juliet Schor, docente al Boston College e una dei miei autori preferiti, “il consumismo globale divora risorse come se non ci fosse un domani. E a meno che non affrontiamo la quantità di cose che consumiamo, non riusciremo ad evitare un cambiamento climatico disastroso”.

Oggi gran parte degli scienziati dicono che abbiamo bisogno di ridurre in modo significativo i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera se vogliamo che il pianeta continui ad assomigliare a quello che conosciamo oggi, e se vogliamo sostenere il tipo di vita che abbiamo oggi. Per fare questo, dobbiamo semplicemente usare meno Roba,  specialmente petrolio e carbone. Dobbiamo ripensare, riprogettare, e ricostruire molte cose. Dobbiamo trovare modi differenti di trasportare le merci, coltivare alimenti, costruire edifici e divertirci che non richiedano continuamente nuova Roba. Fare questi cambiamenti è più che possibile, ma non accadranno da soli. Dobbiamo cominciare.  Spero che questo progetto vi piaccia, e spero che vi ispiri a farvi coinvolgere nella conversazione più importante della nostra vita.”

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Lo scrittore horror Stephen King ha annunciato questa settimana di aver cominciato a lavorare al seguito di Shining. Nel corso di una conferenza stampa a Toronto, in Canada, ha rivelato che il nuovo romanzo, che ha come titolo di lavoro Doctor Sleep, farà un salto in avanti di 40 anni da dove aveva lasciato il romanzo precedente e seguirà la storia di Danny Torrance, il figlio del personaggio principale di Shining, Jack. Tecnicamente, King non farà che permettere a Danny, che nel primo romanzo poteva avere 8 anni, di essere l’adulto che sarebbe oggi, trentadue anni dopo l’uscita di Shining. A Toronto, lo scrittore ha scherzato con il pubblico, dicendo di essere un po’ nervoso all’idea di scrivere questo romanzo, ma ha detto, “forse se continuo a parlarne poi non ci sarà bisogno che lo scriva”.  Il quotidiano britannico The Guardian aggiunge qualche dettaglio: “L’ultima volta che abbiamo visto il figlioletto di Jack Torrance, Danny, si stava riprendendo nel Maine dopo essere sfuggito alla folle malvagità dell’Overlook Hotel, ma ora Stephen King sta architettando un seguito di Shining che dovrebbe invecchiare il ragazzino chiaroveggente di 40 anni e trasportarlo in un ospizio di New York. Parlando a Toronto del suo nuovo romanzo Under the dome, King ha svelato di essere al lavoro da questa estate per dare un seguito al suo romanzo del 1977. Ha detto di essere sicuro che Danny deve aver riportato una vita intera di cicatrici emotive dopo le sue esperienze all’albergo, dal quale il padre era stato posseduto, e dove aveva tentato di uccidere lui e sua madre e poi era morto. Il modo in cui Danny gestirà le sue esperienze da incubo e la chiaroveggenza, o shining appunto, che lo aveva salvato, potrebbe farne “un gran bel sequel”. La sua idea del romanzo vede Danny all’età di quarant’anni lavorare in un ospizio per malati terminali – anche se sembra un infermiere, in realtà il suo lavoro è di rendere la morte un po’ più facile per i suoi pazienti grazie ai suoi poteri psichici, mentre guadagna qualche quattrino scommettendo sui cavalli. King ha cercato di raffreddare gli animi del pubblico di Toronto dicendo di non essersi ancora completamente assunto l’impegno di questo nuovo romanzo”. Farà sul serio? Nel frattempo, dopo l’enorme successo del film di Kubrick del 1980 tratto dal primo romanzo, potete scommettere che il cinema ha già drizzato le orecchie, anche se il vecchio Stanley non c’è più, e sarà difficile bissare quell’impresa.

Le musiche di oggi erano “Cartoons and forever plans” di Maria Taylor feat. Michael Stipe e “Timshel” di Mumford and sons

Ecco la puntata di oggi:

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