ci mancava anche Alex

(foto di Kris Krug, da un progetto fotografico collettivo sul disastro BP qui su Flickr)

Leviamo gli ormeggi 3

Questa è l’ultima settimana di Alaska prima del palinsesto estivo, nella quale ci accingiamo a “salutare” alcuni blog e alcuni temi centrali della stagione. Vi ricordo che lunedì 5 luglio alle 12.40 riparte la nostra trasmissione con i diari di viaggio degli ascoltatori, Tre Uomini in Barca, che sarà naturalmente anche un blog, al quale potete iscrivervi mandando una mail per dire chi siete, dove pensate di andare quest’estate, da quando a quando, e con chi. In questi giorni ad Alaska mi raggiunge Leonardo “Leolino” Verzaro per varare la Barca come si deve.

Vi ricordo anche che durante i mesi estivi potrete continuare a ricevere qlc aggiornamento da Alaska su Twitter.

Anche la Barca ha il suo twitter.

Nelle ultime dieci settimane è l’argomento che ha tenuto in scacco Alaska, non solo perché è il più grave disastro ambientale nella storia degli Stati Uniti, ma perché è il primo seguito, indagato e sorvegliato da decine di milioni di persone in tutto il mondo attraverso i blog e i social network, che forniscono un’abbondanza di informazioni e fotografie, e a volte riescono a raddrizzare in tempo reale qualcuno dei mille torti che la situazione sta creando. Ogni giorno, da quasi settanta giorni, e ogni giorno di questa estate che verrà, altri 100 mila barili di greggio fuoriescono nel Golfo del Messico, e dal sito dell’incidente alla piattaforma Deepwater Horizon raggiungono le profondità dell’oceano, le coste e le paludi di pesca della Louisiana, dell’Alabama, la foce del Mississippi, le spiagge della Florida, imprigionando e uccidendo pellicani, delfini, granchi, tartarughe e decine di altre specie protette, impedendo ai pescatori di guadagnarsi da vivere, paralizzando l’industria del turismo, e peggiorando la situazione con l’uso di sostanze chimiche per disperdere il petrolio.(prima relazione Epa sulla tossicità del Corexin). Nella speranza che le operazioni di emergenza della BP vadano a buon fine almeno ad agosto, chiudiamo queste settimane di analisi con alcune novità.

Vi avevo parlato dei continui riversamenti di greggio in Nigeria. Adesso da Global Voices arriva una mappa delle peggiori situazioni legate al petrolio in tutto il mondo: Nigeria, Egitto, Singapore, Perù, Venezuela, Stati Uniti, Taiwan (in italiano). Stephen Kinzer di MoJo si chiede se abbia senso boicottare le pompe di benzina negli Stati uniti e racconta la storia antica della BP e il suo ruolo in Iran. Qui sul Post la mappa della traiettoria del primo uragano della stagione, Alex, verso il Golfo del Messico. Sherman e Weber per Huffington Post raccontano la situazione che circonda il suo arrivo negli stati interessati, e così Anderson Cooper della CNN. Secondo alcuni studiosi del disastro della Exxon Valdez del 1989, la natura provvede a cancellare i risultati dei riversamenti di greggio molto meglio di quanto faccia l’uomo. Julia Whitty racconta di un forum di geologi ed esperti di petrolio che discutono del rischio che la perdita nel Golfo non si possa fermare. La BP ha un nuovo soprannome: Beyond Prosecution (al di là della legge): Josh Harkinson su come l’industria petrolifera e la Camera di Commercio della Louisiana abbiano convinto i legislatori dello stato ad andarci piano con la BP. Intanto MacMcClelland ha deciso di andare fino in fondo con la sua indagine su come la polizia e il servizio d’ordine della BP stiano impedendo a giornalisti e comuni cittadini di avvicinarsi ad ogni sito interessato dal disastro e di fare domande, servendosi di quella che sembra diventata una milizia privata in uniforme.

♫ La canzone di oggi era “Whooping crane” di Lyle Lovett

Ecco la puntata di oggi:

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più nera del nero

Giorno 65.

Quando ho pensato di rifare una puntata monografica sul greggio nel Golfo del Messico, non erano ancora accaduti i fatti di ieri nel tardo pomeriggio: tappo di contenimento saltato per un incaglio del robot di profondità, perdita tornata alle sue piene dimensioni (forse 100 mila barili al giorno, come ha finalmente ammesso la BP, 20 volte quanto ammesso due mesi fa), e la comunicazione “en passant” della BP che in queste ore sarebbero morti due tecnici che stavano lavorando al contenimento, uno dei quali per un non meglio precisato “colpo di arma da fuoco”. Quest’ultima parte della notizia ha oggi – inspiegabilmente – zero commenti sui blog, fatta eccezione per il blog del Los Angeles Times, che ipotizza un suicidio ( ve lo traduco qui sotto nel podcast).

Quella sopra è l’ultima fotografia della Nasa di come si presentava il Golfo del Messico il 60esimo giorno.

E’ di stanotte la notizia che il tappo è stato rimesso in funzione, nel frattempo la BP è diventata ancora meno popolare della Goldman Sachs, trascinando con sé anche Obama. E il petrolio è arrivato in Florida, sulla bianca spiaggia di Pensacola (qui potete vedere com’è adesso) mentre, a giudicare dalla pozzanghere, in Louisiana piove petrolio (in questo post anche i video).

Nel frattempo una sollevazione su Facebook spinge a fare chiarezza sulle voci incontrollate secondo le quali, nel bruciare il petrolio di superficie, le imbarcazioni della BP starebbero bruciando anche i piccoli delle tartarughe che hanno nidificato da poco.

A proposito di moratoria, il giudice Martin Feldman che sta deliberando contro la moratoria sulle trivellazioni non ha le mani pulitissime, lo raccontano Two Way e MoJo: infatti è stato in possesso di una bella scorta di azioni della Transocean. Nel frattempo il mega-scoop della BBC che avrebbe accertato che la BP sapeva delle perdite “settimane prima del disastro”.

MoJo riporta cos’ha detto un poliziotto in Louisiana a un ambientalista:  la BP non vuole che venga filmato nulla. Ha interrogato l’attivista per 20 minuti e lo ha fatto pedinare per 20 miglia (ve lo traduco qui sotto nel podcast)

L’intrepido Mac McClelland di MoJo, dopo essere stato respinto dalla BP mentre tentava di parlare con i pulitori sulle spiagge e aver passato un’intera giornata in un capannone dove i veterinari puliscono i pellicani, stavolta si è infilato fra gli attivisti repubblicani del Tea Party che, benché siano colpiti come tutti in Louisiana dal disastro, sostengono che non dovrebbe esserci moratoria sulle trivellazioni e che non è colpa del petrolio.  Questo il suo reportage da una delle assemblee civiche che a decine si stanno svolgendo sulla costa (ve lo traduco qui sotto nel podcast).

Fa da contraltare a queste voci quella di Wilma Subra, che da 30 anni si batte contro le aziende petrolifere in Louisiana. Suzanne Golderberg del Guardian è andata a trovarla.(ve lo traduco qui sotto nel podcast)

♫ La canzone di oggi era “In your hands” di Charlie Winston

Ecco la puntata di oggi:

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grovigli dell’informazione

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Come si temeva già da luglio dell’anno scorso, la bozza “litigata” del ddl sulle intercettazioni (adesso anche nel mirino dell’Osce per la sua minaccia alla libertà di stampa) rischia con il “comma 28″ di equiparare i blogger privati (che non sono registrati come testata “responsabile”) ai blog giornalistici, con tanto di obbligo di rettifica delle informazioni entro 48 ore pena multa fino a 12 mila euro. Qui cosa dice, fra i tanti, Bruno Saetta.

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Il Post riprende una riflessione del Wall Street Journal sull’illusione di twitter nell’organizzazione delle manifestazioni dela “rivoluzione verde” in Iran l’anno scorso contro la rielezione di Ahmadinejad. Proprio vero che fu il social network a far riunire le persone nelle strade?

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BP: nulla di decisivo dal discorso di Obama di stanotte, salvo quello che vi avevo anticipato nella puntata di ieri (e i Democratici dicono che non ha spinto abbastanza sulla lezione sull’energia pulita implicita nel disastro della BP, i Repubblicani dicono che ha spinto troppo). Nel frattempo: seguita in diretta via twitter su diversi blog, si è tenuta ieri l’udienza esplorativa del Congresso con i presidenti delle cinque grandi aziende petrolifere – BP, Shell, Exxon, Chevron e Conoco; un bel fulmine ha colpito la nave di trivellazione che sta cercando di contenere la perdita nel Golfo provocando un incendio, rientrato in serata, operazioni riprese; il nuovo studio scientifico commissionato dalla Casa Bianca e divulgato ieri sera dice che la perdita è fra i 35 mila e i 60mila barili di greggio al giorno; un operatore telefonico del centralino BP a Houston dice, restando anonimo, che il centralino è falso e le migliaia di segnalazioni quotidiane da parte di comuni cittadini non vengono riferite a nessuno (naturalmente la BP nega); Mac McClelland per Mojo è andato a visitare uno dei centri di pulizia e recupero dei pellicani bruni a Fort Jackson in Louisiana (con foto). Sempre Mac fa un’altra delle gite non autorizzate dei corrispondenti di Mother Jones su una spiaggia dove sono in corso le operazioni di pulizia: accompagnato dal suo ex professore di letteratura, scopre alcune cose inquietanti - un delfino morto, il petrolio raccattato con gli asciugamani, e soprattutto le squadre sotto contratto per la BP gli fanno presente che “non c’è bisogno di vedere queste cose in fotografia”. Jason Linkins per Huffington Post trascrive i dialoghi di un video fra il visitatore- giornalista Scott Walker e un rappresentante della BP su una delle spiagge contaminate.

♫ Le musiche di oggi erano “Quello che non c’è” di Afterhours e “Trouble” di Ray Lamontagne

Ecco la puntata di oggi:

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