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mind games

In attesa del primo dibattito televisivo fra Obama e Romney che andrà in onda da Denver questa notte, in rete qualche giochino per capire come verrà seguito il dibattito sui temi di politica interna (diversi account su Twitter cercheranno di tradurlo in tempo reale in “bocconcini” da 140 caratteri) e cosa si aspettano i sondaggisti sia su come verrà seguito che sul peso che avrà negli orientamenti di voto. Qui la pagina Twitter che ogni giorno registra il flusso di gradimento per i due candidati a confronto a seconda del numero di tweet a loro favore, qui l’agenzia di sondaggi Gallup su cosa si aspettano gli americani su chi riuscirà meglio nel dibattito, qui Foreign Policy su temi, tormentoni e gaffe dei confronti tv più famosi, qui Mother Jones (fresca di scooop con la circolazione del video del fundraising in cui Romney accusa il 47% degli americani di farsi mantenere dallo stato) che osserva dati alla mano come per spostare opinioni faccia più il commento tv che segue al dibattito che non la visione del dibattito in sé. Qui i suggerimenti online della BBC Usa-Canada per seguire il dibattito, e la loro mappa-sondaggio per esprimere un pronostico, che per ora dà Romney in testa (ma qui c’è, diversa, la mappa alternativa secondo gli esperti, che danno in testa Obama). E infine, qui John Gaudiosi su come la tenzone Obama-Romney sia diventata una app-videogioco.

La canzone di oggi era “Babel” dal nuovo album dei Mumford & Sons

Ecco la puntata di oggi:

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royal tarmac

Su Twitter oggi continuiamo a seguire, fra le altre cose, gli sviluppi della battaglia del Cairo, a Tahrir c’è sit-in permanente dopo gli scontri con la polizia di martedì notte che hanno lasciato più di 1000 feriti, e il grosso dei tweep si è trasferito stamattina ad Alessandria d’Egitto per attendere il verdetto contro i due poliziotti accusati di aver ucciso Khaled Said, l’evento che ha innescato la rivoluzione. Dopo un primo momento di rabbia e di confusione alla notizia che il verdetto veniva rimandato a settembre (cosa che avrebbe potuto ulteriormente surriscaldare le piazze), si è chiarito che il rinvio è dovuto a nuove prove autoptiche presentate dall’avvocato della famiglia di Khaled, che aggraverebbero di molto la posizione dei due agenti; le accuse potrebbero diventare due, omicidio di primo grado e tortura, il che in Egitto significa ergastolo o pena di morte.

Vi ricordo che la timeline di Twitter sarà aggiornata per tutta l’estate, e che anche se Alaska va in vacanza, da domenica 10 luglio alle 12 vi aspetto per l’appuntamento con Anchorage, settimanale di cultura e rete di cui troverete i podcast sempre su questa pagina.

In questa penultima recuperiamo un po’ della leggerezza a cui eravamo abituati prima delle rivolte arabe, e un argomento che riguarda anche i vostri viaggi estivi, soprattutto negli Stati Uniti. Come sapete, ieri una delle piste dell’aeroporto JFK, snodo cruciale del traffico aereo internazionale, è rimasta bloccata per un’ora e mezza da un’invasione di tartarughe di terra in amore (fra 80 e 150 a seconda delle fonti), provocando alcuni ritardi nei decolli. A scegliere di permettere lo sgombero delle tartarughe è stata JetBlue, che gestisce quella pista, e sembra che l’intero personale impegnato nei paraggi fosse molto divertito dall’imprevisto. Ma la cosa più interessante per la rete è che quelli di Mashable.com, vista la simpatia destata dalle tartarughe in pista, hanno deciso di aprire un account su Twitter a loro nome, @JFKTurtles, dove fingono che a twittare siano le tartarughe stesse, parlando d’amore e di accoppiamento, di lentezza e dell’effetto della celebrità. L’account si è conquistato più di 5mila follower nelle prime tre ore della sua esistenza, ed è piuttosto divertente da seguire.

Restando in argomento aeroporti, da mesi la rete americana trabocca di notizie e commenti sulle nuove procedure di controllo e perquisizione nei trasporti stabilite dalla Transport Security Administration, fra cui quella che prevede l’utilizzo dei nuovi body scanner. Vi propongo alcuni racconti dal Guardian e soprattutto dal blog Mother Jones, che segue da vicino gli sviluppi. In ordine cronologico, una riflessione sugli effetti dei body scanner sulla salute per James Ridgway. Kevin Drum argomenta sulla sensatezza delle norme della TSA. Richard Adams corrispondente da Washington per il Guardian argomenta a favore, rivelando qualche meccanismo psicologico non molto lodevole dello slogan “non toccate la mia roba”. Ben Buchwalter sulle procedure di riconoscimento facciale attualmente in studio alla TSA. Josh Harkinson sul tentativo dello stato del Texas di restringere i controlli TSA sui suoi voli interni. Julia Whitty di nuovo sui possibili, ma ancora non chiariti, effetti dei body scanner sulla salute, e sul mistero che li circonda. E infine Jen Phillips pochi giorni fa sull’estensione delle stesse procedure di controllo e perquisizione della TSA anche ai trasporti via terra, stazioni ferroviarie, stazioni degli autobus, traghetti e imbarco automobili.

♫ La canzone di oggi era “Love is the Seventh Wave” di Sting

Ecco la puntata di oggi:

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liberi tutti

Oggi qui niente Bin Laden. Oggi è la Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa indetta ogni anno dall’Unesco per monitorare lo stato della libertà di informazione a livello globale e il suo legame con la democrazia e i diritti civili. Indetto per la prima volta nel 1991, quest’anno il forum di discussione della giornata si tiene a Washington (ieri su Twitter i primi brevi resoconti in diretta dai lavori) e si concentra naturalmente sull’enorme impatto dei netizen, del giornalismo partecipato e dei social media. La pagina ufficiale della Giornata dell’Unesco pubblica gli spunti di partenza dei lavori: qui l’introduzione generale, qui una panoramica del giornalismo partecipativo, qui la questione della necessità di nuove normative e regolazioni, qui una panoramica delle nuove forme di blocco, censura, sorveglianza di blogger e giornalisti, qui una panoramica sui nuovi modelli di giornalismo, di proprietà editoriale e di come preservare l’indipendenza editoriale. I documenti forniscono un quadro abbastanza preciso dei nuovi problemi relativi alla libertà di stampa all’indomani delle rivolte arabe.

Intanto, l’unico quotidiano di opposizione ancora in attività in Bahrain, al-Wasat, annuncia la chiusura a partire da domenica prossima, dopo le numerose intimidazioni subite da direttore e redattori nelle settimane scorse. Qui una breve panoramica della situazione della stampa in questo momento nel piccolo stato del Golfo. Qui la lista compilata dal Centro per i Diritti Umani del Bahrain dei giornalisti e fotoreporter licenziati, arrestati o uccisi.

Dorothy Parvaz di Al Jazeera in inglese è scomparsa da venerdì scorso in Siria, e si aggiunge alla lunga lista dei reporter scomparsi. Mother Jones decide di dedicare un post in questa giornata ai reporter uccisi o sequestrati e ancora irreperibili negli scenari di rivolta o di guerra, una lettera firmata da diversi soggetti della stampa e del monitoraggio civile americani.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, ed eventuali report dai lavori di oggi del #wpfd

♫ La canzone di oggi era “Razzi arpia inferno e fiamme” dei Verdena

Ecco la puntata di oggi:

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il mondo di Nomfup

Questa foto di Barack Obama (che ha firmato la sua dichiarazione dei redditi) viene da Nomfup, il blog di comunicazione politica a cui siamo lieti di dedicare finalmente la puntata di oggi con un collegamento in diretta con Filippo Sensi, che ci spiega il lavoro che fa, come è cambiato Nomfup nel suo anno di vita, e ci racconta, fra le altre cose, che cos’è la digital diplomacy – cioè come governi e istituzioni si stanno attrezzando per usare i social media. Potete ascoltare la nostra conversazione con Filippo qui sotto nel podcast.

Sulla timeline del Twitter di Alaska il racconto momento per momento delle rivolte arabe, di cui torniamo a parlare domani.

♫ ahi, niente musica, oggi….

Ecco la puntata di oggi:

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narrare coinvolti

Davanti alla sorpresa degli osservatori per il livello di sofisticazione di come la rivoluzione egiziana ha comunicato col mondo, imitata da altre sollevazioni nell’area, Jen Marlowe, regista e drammaturgo, ha postato su MoJo un racconto personale che ci illumina sulla consapevolezza della regione e di quello che si costruisce in carceri oppressive che diventano università; è  la storia del suo amico palestinese Sami al Jundi (ve lo traduco qui sotto nel podcast). Più volte durante la nostra diretta sull’Egitto via Twitter vi ho menzionato la sensazione che – anche per via della forte individualità della comunicazione del microblog – i reporter internazionali impegnati sul campo stessero gradualmente abbandonando il tono imparziale che permetteva loro di limitarsi a raccogliere informazioni e a riferirle al loro pubblico. Alcuni esempi sono stati addirittura schizofrenici, come quello di Ayman Mouyeldhin, anchorman impassibile dal tetto sopra Tahrir per le telecamere di AlJazeera in inglese durante le dirette, e scatenato microblogger rivoluzionario egiziano su Twitter quando non era in onda (o in carcere, visto che come molti altri è stato arrestato e poi rilasciato nei giorni della rivolta). Noi stessi, bloggando insieme ai blogger, ci siamo trovati inequivocabilmente a fare una scelta di campo. La ragione, certamente, sta nella natura stessa della partecipazione a un evento attraverso i microblog: Twitter e facebook non sono serviti solo a raccontare la rivolta, e senza mediazioni, avvicinando i reporter ai loro lettori e facendo dei lettori addirittura una fonte, quando non scambiando i ruoli, ma anche a organizzare la rivolta, nutrirla e prolungarla. Ma la ragione della mescolanza di giornalisti e manifestanti sta anche nella sistematica persecuzione dei miliziani in borghese di Mubarak nei confronti dei media, dei giornalisti, delle tv, dei fotografi. Dichiarata una guerra senza quartiere ai media e a Internet, Mubarak ha provocato un rafforzamento della rivoluzione, in cui anche i reporter hanno assunto un ruolo attivo. E lo spostamento di prospettiva è avvenuto, non a caso, quando sono cominciati i pestaggi sistematici, gli accoltellamenti, gli arresti, gli interrogatori, le intimidazioni, i sequestri negli alberghi, le minacce e gli atti di vandalismo nei confronti dei giornalisti stranieri, che li hanno accomunati al trattamento subito dai colleghi egiziani e ridotti a esseri umani spaventati e sanguinanti esattamente come i ragazzi della rivoluzione. A quel punto, anche il più impassibile dei reporter si è trasformato in un accanito oppositore del regime e in un blogger attivo per la rivoluzione. In ordine cronologico, il primo a prenderle è stato l’altero anchorman della Cnn Anderson Cooper: dieci sassate in testa, sangue dappertutto,  studio mobile distrutto, due giorni fermo per poi tornare  a raccontare dal Cairo. Sarà per questo che oggi James Rainey del Los Angeles Times lo schernisce per aver abbandonato sull’Egitto ogni riserbo, tradendo così la missione del giornalista distaccato e imparziale, e solleva qualche questione interessante (ve lo traduco qui sotto nel podcast)

♫ La canzone di oggi era “The magic” di Joan as Policewoman

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questioni di chilometri

(Reuters/Salon)

Grazie a Michele che dalla puntata su Dead Drops si è fatto venire in mente una rete di cinema francesi che con le chiavette lasciano caricare film in licenza Creative Commons. Ecco il link che ci consiglia.

Diciamo che la grande catena americana di negozi Walmart non è proprio una paladina della correttezza, a cominciare dal fatto che è stata accusata più volte da Human Rights Watch di violazioni ai diritti dei lavoratori. Coglie di sorpresa, quindi, l’annuncio di metà ottobre con cui il gigante della vendita al dettaglio promette un importante impegno a favore dell’agricoltura sostenibile e dei piccoli agricoltori americani, con tanto di addestramento di 1 milione di coltivatori, e 1 miliardo di dollari in investimenti per rendere più efficiente la catena di distribuzione, allo scopo, dicono, di “rivitalizzare l’economia delle aree rurali in declino acquistando prodotti più freschi per i nostri clienti e diminuendo i chilometri del trasporto di alimentari”. A Salon, fatto un rapido conto della serva che dice 1 miliardo di dollari : 1 milione di agricoltori = 1000 dollari ad agricoltore, si sono chiesti allora dove sta tutta questa grande idea. Per decifrare le intenzioni di Walmart e capire cosa di buono possa venire da questa nuova politica, Michelle Loayiza ha intervistato Linda Berlin, direttrice del Centro per l’Agricoltura Sostenibile dell’Università del Vermont. Qui potete leggere il post integrale di Salon, e qui sotto nel podcast ve lo traduco.

Mentre Haiti continua a soffrire terribilmente, a Miami si apre Haiti Art Expo 2010, per la prima volta fuori dall’isola alcuni capolavori delle arti visive haitiane, una raccolta di opere che secondo Michele Frisch, collezionista e curatrice, mostrano il talento visionario degli artisti haitiani. Arricchita da alcune opere donate anche dall’interno degli Stati Uniti e da fotografie della situazione nei campi, la mostra raccoglierà fondi per i rifugiati e per gli artisti che hanno perso la casa nel terremoto del 12 gennaio. Qui il post con tutta la storia, e nel podcast ve lo traduco.

Blog di orgoglio dai ragazzi americani di origine asiatica, che hanno trasformato il dispregiativo FOB (“fresh off the boat”, appena scesi dalla barca) in una celebrazione di fierezza, che allo stesso tempo, per motivi generazionali, ironizza su vizi e tic delle famiglie di provenienza. Jean Phillips vi indica alcuni di questi blog da andare a vedere.

♫ Le canzoni di oggi erano “Whooping Crane” di Lyle Lovett e “Winter winds” di Mumford & Sons

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lottare contro i mulini a vento

(Arthur Mee e Holland Thompson, dal The Book of Knowledge, 1912)

Global Voices in Italiano (Juliana Rincon Parra tradotta da Stefano Ignone) ci racconta la maxi-operazione che la RAE spagnola ha lanciato su YouTube: ognuno può scegliere uno dei 2.149 spezzoni in cui è stato suddiviso il Don Chisciotte e leggerlo in video per caricarlo poi in condivisione; chi di voi riesce a leggere in spagnolo può partecipare! Qui sotto nel podcast vi racconto la storia e vi faccio sentire un frammento, ma qui potete leggere il post integrale con i link a molti spezzoni diversi.

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Ieri cadevano i sei mesi esatti dal disastro del petrolio nel Golfo. Kate Sheppard di MoJo, anche se si è tolta le galosce con cui era andata a visitare le spiagge piene di greggio quest’estate, fa il punto su com’è la situazione adesso che è sparita dai titoli dei giornali (ve la traduco qui sotto nel podcast). presto torniamo a parlare di compagnie petrolifere, anche perché la loro ombra si cela dietro ad alcuni appuntamenti legati alle elezioni di metà mandato.

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The Great Penguin Rescue (Il Grande Salvataggio dei Pinguini) è un nuovo libro di Dyan di Napoli che viene recensito da Tim Flannery sulla New York Review of Books (online con due settimane d’anticipo rispetto all’uscita cartacea). Racconta la storia di uno storico salvataggio di pinguini in Sudafrica nel 2000 a seguito di una fuoriuscita di petrolio al largo delle coste di Cape Town.  Si tratta del più grande salvataggio di animali selvatici mai avvenuto, e la di Napoli vi aveva partecipato come veterinaria specializzata insieme a migliaia di volontari. Una storia lacerante e quantomento istruttiva, vi traduco qualche spezzone dell’articolo di Tim Flannery qui sotto nel podcast, e potete leggere il suo articolo integrale qui.

♫ Le canzoni di oggi erano “Stella d’argento” di Brunori Sas e “Creep along Moses” di Mavis Staples

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più nera del nero

Giorno 65.

Quando ho pensato di rifare una puntata monografica sul greggio nel Golfo del Messico, non erano ancora accaduti i fatti di ieri nel tardo pomeriggio: tappo di contenimento saltato per un incaglio del robot di profondità, perdita tornata alle sue piene dimensioni (forse 100 mila barili al giorno, come ha finalmente ammesso la BP, 20 volte quanto ammesso due mesi fa), e la comunicazione “en passant” della BP che in queste ore sarebbero morti due tecnici che stavano lavorando al contenimento, uno dei quali per un non meglio precisato “colpo di arma da fuoco”. Quest’ultima parte della notizia ha oggi – inspiegabilmente – zero commenti sui blog, fatta eccezione per il blog del Los Angeles Times, che ipotizza un suicidio ( ve lo traduco qui sotto nel podcast).

Quella sopra è l’ultima fotografia della Nasa di come si presentava il Golfo del Messico il 60esimo giorno.

E’ di stanotte la notizia che il tappo è stato rimesso in funzione, nel frattempo la BP è diventata ancora meno popolare della Goldman Sachs, trascinando con sé anche Obama. E il petrolio è arrivato in Florida, sulla bianca spiaggia di Pensacola (qui potete vedere com’è adesso) mentre, a giudicare dalla pozzanghere, in Louisiana piove petrolio (in questo post anche i video).

Nel frattempo una sollevazione su Facebook spinge a fare chiarezza sulle voci incontrollate secondo le quali, nel bruciare il petrolio di superficie, le imbarcazioni della BP starebbero bruciando anche i piccoli delle tartarughe che hanno nidificato da poco.

A proposito di moratoria, il giudice Martin Feldman che sta deliberando contro la moratoria sulle trivellazioni non ha le mani pulitissime, lo raccontano Two Way e MoJo: infatti è stato in possesso di una bella scorta di azioni della Transocean. Nel frattempo il mega-scoop della BBC che avrebbe accertato che la BP sapeva delle perdite “settimane prima del disastro”.

MoJo riporta cos’ha detto un poliziotto in Louisiana a un ambientalista:  la BP non vuole che venga filmato nulla. Ha interrogato l’attivista per 20 minuti e lo ha fatto pedinare per 20 miglia (ve lo traduco qui sotto nel podcast)

L’intrepido Mac McClelland di MoJo, dopo essere stato respinto dalla BP mentre tentava di parlare con i pulitori sulle spiagge e aver passato un’intera giornata in un capannone dove i veterinari puliscono i pellicani, stavolta si è infilato fra gli attivisti repubblicani del Tea Party che, benché siano colpiti come tutti in Louisiana dal disastro, sostengono che non dovrebbe esserci moratoria sulle trivellazioni e che non è colpa del petrolio.  Questo il suo reportage da una delle assemblee civiche che a decine si stanno svolgendo sulla costa (ve lo traduco qui sotto nel podcast).

Fa da contraltare a queste voci quella di Wilma Subra, che da 30 anni si batte contro le aziende petrolifere in Louisiana. Suzanne Golderberg del Guardian è andata a trovarla.(ve lo traduco qui sotto nel podcast)

♫ La canzone di oggi era “In your hands” di Charlie Winston

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tante scuse

Alaska vive su Twitter, diventa follower cliccando sul T-Rex qui a destra!

(Bernard McGuigan colpito dai paracadutisti inglesi durante la manifestazione per i diritti civili a Derry del 30 gennaio 1972)

Non capita tutti i giorni che a postare sia un eccellente scrittore, in questo caso Colum McCann, vincitore del National Book Award 2009 con lo stupendo romanzo Let the great world spin (che esce in Italia per Rizzoli col titolo Questo bacio vada al mondo intero), ispirato all’avventura del funambolo francese Philippe Petit che nel ’74 tese la sua fune d’acciaio fra i due tetti delle Torri Gemelle. McCann, classe 1965, è un dublinese trapiantato a New York, e ha postato sul Daily Beast all’indomani delle scuse del governo inglese per la strage della Bloody Sunday del 1972 a Derry, in Irlanda del Nord. Qui il suo post originale, e ve lo traduco qui sotto nel podcast.

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Ieri il presidente della Bp Tony Hayward ha incontrato Obama alla Casa Bianca e oggi dovrà tenere un discorso davanti alla commissione d’inchiesta del congresso, che si aspetta toni umili e congrui alla situazione. Le azioni BP hanno ripreso magicamente a salire da qualche ora, dopo che è stata annunciata l’effettiva istituzione del fondo BP di 20 MILIARDI di dollari per coprire le spese del disastro, dalla pulizia delle acque ai risarcimenti ai cittadini. MotherJones ha una “talpa” nella BP che sa cosa sta accadendo ai pulitori impiegati sulle spiagge contaminate: qui potete leggere cosa dice Mac McClelland che gli ha parlato, e io ve lo traduco qui sotto nel podcast.

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Ci sono attori che investono nella ristorazione e altri che investono nell’ecologia. Della serie “lo sapevate che?” – io non lo sapevo – pare che l’attore Kevin Costner stia dedicando tutto il suo tempo libero, e tutto il denaro guadagnato con i film, alla pulizia delle acque inquinate. La sua “conversione” è avvenuta, pare, mentre girava Waterworld su una piattaforma abbandonata. Qualche giorno fa Kate Sheppard postava sulla sua ossessione per l’oceano e il 24 milioni di dollari che ha speso di tasca sua per la Ocean Therapy Solutions, che ha approntato un macchinario per separare il petrolio dall’acqua. Sembrava soltanto una curiosità, invece ieri Adam Gabbatt del Guardian ha postato sul fatto che le macchine di Costner verranno impiegate dalla Bp per tentare la pulizia del Golfo del Messico.  Le traduzioni qui sotto nel podcast.

♫ Le musiche di oggi erano “Tomorrow never knows” di Bruce Springsteen e “As time goes by” di Billie Holiday

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grovigli dell’informazione

Anche quando non è in onda, il blog di Alaska vive su Twitter
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Come si temeva già da luglio dell’anno scorso, la bozza “litigata” del ddl sulle intercettazioni (adesso anche nel mirino dell’Osce per la sua minaccia alla libertà di stampa) rischia con il “comma 28″ di equiparare i blogger privati (che non sono registrati come testata “responsabile”) ai blog giornalistici, con tanto di obbligo di rettifica delle informazioni entro 48 ore pena multa fino a 12 mila euro. Qui cosa dice, fra i tanti, Bruno Saetta.

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Il Post riprende una riflessione del Wall Street Journal sull’illusione di twitter nell’organizzazione delle manifestazioni dela “rivoluzione verde” in Iran l’anno scorso contro la rielezione di Ahmadinejad. Proprio vero che fu il social network a far riunire le persone nelle strade?

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BP: nulla di decisivo dal discorso di Obama di stanotte, salvo quello che vi avevo anticipato nella puntata di ieri (e i Democratici dicono che non ha spinto abbastanza sulla lezione sull’energia pulita implicita nel disastro della BP, i Repubblicani dicono che ha spinto troppo). Nel frattempo: seguita in diretta via twitter su diversi blog, si è tenuta ieri l’udienza esplorativa del Congresso con i presidenti delle cinque grandi aziende petrolifere – BP, Shell, Exxon, Chevron e Conoco; un bel fulmine ha colpito la nave di trivellazione che sta cercando di contenere la perdita nel Golfo provocando un incendio, rientrato in serata, operazioni riprese; il nuovo studio scientifico commissionato dalla Casa Bianca e divulgato ieri sera dice che la perdita è fra i 35 mila e i 60mila barili di greggio al giorno; un operatore telefonico del centralino BP a Houston dice, restando anonimo, che il centralino è falso e le migliaia di segnalazioni quotidiane da parte di comuni cittadini non vengono riferite a nessuno (naturalmente la BP nega); Mac McClelland per Mojo è andato a visitare uno dei centri di pulizia e recupero dei pellicani bruni a Fort Jackson in Louisiana (con foto). Sempre Mac fa un’altra delle gite non autorizzate dei corrispondenti di Mother Jones su una spiaggia dove sono in corso le operazioni di pulizia: accompagnato dal suo ex professore di letteratura, scopre alcune cose inquietanti - un delfino morto, il petrolio raccattato con gli asciugamani, e soprattutto le squadre sotto contratto per la BP gli fanno presente che “non c’è bisogno di vedere queste cose in fotografia”. Jason Linkins per Huffington Post trascrive i dialoghi di un video fra il visitatore- giornalista Scott Walker e un rappresentante della BP su una delle spiagge contaminate.

♫ Le musiche di oggi erano “Quello che non c’è” di Afterhours e “Trouble” di Ray Lamontagne

Ecco la puntata di oggi:

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