Alaska XL #12 | the Great NSA Xmas Show

E’ stata una settimana impressionante per le storie che riguardano la sorveglianza dell’NSA, tanto che ho deciso di dedicare loro l’intera puntata di Buon Natale e Buon Anno da parte di Alaska. Qui sopra potete vedere il video natalizio che l’American Civil Liberties Union ha creato per fare proseliti contro la National Security Agency. Ma andiamo con ordine.

aggiornamento del 29 dicembre: questa puntata potrete riascoltarla alle 12.40 di lunedì 30 dicembre. Anche se non li troverete nei podcast, in fondo al post trovate gli aggiornamenti (non pochi) della settimana fra il 23 e il 30 dicembre.

Il 13 dicembre esce anche in traduzione italiana, sull’Espresso online, la lettera firmata da varie persone che possono a buon titolo dirsi fonti e whistleblowers. Anche Juan Cole scrive una lettera, a Obama, per dirgli che nessun dissenso è possibile se tutti sono sorvegliati. Spunta qualche anticipazione sui risultati della commissione di studio dell’NSA formata da Obama ad agosto: i risultati potrebbero non essere scontati. Si discute di chi sarà il personaggio dell’anno secondo i lettori di Time, e fra i concorrenti c’è sicuramente il whistleblower Edward Snowden – il blog del Time dedicato al POY (Person of the Year) pubblica un piccolo racconto della cerimonia di consegna di un premio a Snowden in Russia. Dopo qualche allusione nella trasmissione televisiva americana 60 Minutes, sembra che dentro l’NSA siano divisi fra chi pensa che sia giusto garantire a Snowden l’amnistia, e chi lo vorrebbe ancora in carcere o impiccato. Intanto un membro civile dell’NSA, Inglis, decide di anticipare il momento di andare in pensione – lo racconta Foreign Policy. Ora del 16 dicembre, si sta discutendo di un’altra lettera, quella che Snowden ha inviato a un giornale brasiliano, che fa scrivere ad alcuni che fra le righe vi si potrebbe cogliere una reiterata richiesta di asilo al Brasile (il paese dove vive Glenn Greenwald) in cambio di informazioni. Greenwald smentisce che Snowden intendesse rinnovare la sua richiesta di asilo. Intanto Obama tiene un incontro con alcuni dei vertici delle grandi aziende tecnologiche americane, che stanno facendo lobbying al Congresso per riformare l’NSA.

♫ “The NSA is comin’ to town”

Ecco la prima parte di oggi:

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Lo stesso giorno, il giudice federale Richard Leon pubblica il primo parere a fronte di una delle molte cause intentate contro l’NSA per incostituzionalità (qui l’originale della sentenza, annotato da Spencer Ackerman per il Guardian).  E’ il primo verdetto contrario all’NSA dopo molti verdetti favorevoli negli anni a porte chiuse. E il giudice dà ragione al querelante: il sistema di sorveglianza dell’NSA è incostituzionale. Qui il resoconto del Washington Post, qui quello del Guardian,  qui Fabio Chiusi,  qui il senatore Wyden, qui NPR, qui la CNN,  qui il Washington Post, qui il Guardian, qui The New Republic. Il New Yorker pubblica un parere sulla possibilità di amnistia per Snowden. Il verdetto del giudice Leon sarà soltanto il primo di molti, ricorda l’AP, e la causa più vistosa contro l’NSA è quella intentata dall’American Civil Liberties Union (quella che il generale Alexander sosteneva al Congresso avesse libero accesso al monitoraggio dell’NSA). Qui la reazione dell’American Civil Liberties Union al verdetto del giudice Leon: “Edward Snowden è un patriota”.

Il 18 dicembre sembra una giornata tranquilla, fatta eccezione per l’apparizione di Glenn Greenwald in videoconferenza al Parlamento Europeo, dove risponde alle domande dei membri della Commissione sulle Libertà Civili (qui trovate una breve sintesi dello streaming integrale), rispiegando daccapo il metodo usato per lavorare sui file di Snowden, perché lui stesso non può viaggiare in Europa o rientrare negli Stati Uniti, come usciranno ancora delle storie sulla sorveglianza paese per paese, e come l’NSA e in Europa il GCHQ britannico siano di gran lunga le agenzie di sorveglianza più pericolose e potenti.  Nel primo pomeriggio americano viene annunciato che alle 4 verrà pubblicata (in anticipo rispetto alle previsioni, probabilmente a causa del verdetto del giudice Leon) la prima parte della relazione della piccola commissione di studio sull’ANSA istituita da Obama. Qualche giornale sembra avere già ricevuto una copia della relazione, sebbene sotto embargo fino alle 4, ma non il Guardian. Qui l’anticipazione del Washington Post, qui quella del New York Times. Dalle anticipazioni sembra di capire che il rapporto non sia affatto tenero con l’NSA. Il rapporto viene diramato alle 4 in punto: sono più di 300 pagine, con 46 raccomandazioni di riforma, più o meno condivisibili. Qui il testo integrale dal sito della Casa Bianca. Qui il parere a caldo di Politico. Intanto il Guardian americano ha pronto un liveblog che fornisce anche il contesto e le storie laterali di questi giorni che stanno intorno all’uscita anticipata della relazione. Fra le loro notizie a caldo, la reazione (negativa) di tre grandi compagnie telefoniche americane a una delle raccomandazioni, che a conservare i metadati degli utenti a tempo illimitato siano le compagnie stesse. Di fatto, la relazione conferma che tutte le rivelazioni nate dai file di Snowden sono vere, e anche se non lo nomina mai direttamente, sembra dargli ragione. Qui la trascrizione della discussione su Democracy Now!. Su alcuni punti particolarmente controversi, i difensori dei diritti civili sono molto critici: qui il parere della Electronic Frontier Foundation. Qui la New York Review of Books. Per Marcia Wheeler del Guardian, alcune questioni legali non sono chiare, e l’esistenza della commissione mira a lavare la coscienza dell’amministrazione Obama.  Reazioni anche dai Repubblicani, a cominciare dal padre del Patriot Act Sensenbrenner, fin dall’inizio contrarissimo ai sistemi dell’NSA. Intanto, in Inghilterra, Cameron è l’unico a non fare una piega – la relazione della commissione della Casa Bianca sull’NSA secondo lui non cambia nulla.

♫ “White Christmas” di Frank Sinatra

Ecco la seconda parte di oggi:

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Intanto, Pierre Omidyar ha pronto qualche annuncio sul nome e la struttura – molto interessante – della nuova impresa di informazione che ha affidato a Glenn Greenwald, tra profit e non-profit. Qui il comunicato dal blog temporaneo del gruppo, qui qualche dettaglio in più da Jay Rosen (già consulente del Guardian e ora anche consulente della nuova First Look Media), qui un’analisi di GigaOm. Qui un’accurata spiegazione di The Atlantic.

E qui vale la pena di recuperare uno scritto di Glenn Greenwald che era uscito all’inizio del mese, in risposta ad alcune polemiche innescate da Pando Daily, che lo accusava di aver “venduto” a Omidyar i file di Snowden. Al di là della polemica, le sue 15 pagine sono un ottimo promemoria delle questioni cruciali che riguardano il metodo di divulgazione dei file di Snowden, un nuovo modello di giornalismo con la stessa etica di quello tradizionale, e la risposta più articolata ai tifosi, invece, della divulgazione libera dei file (vedi polemica con Wikileaks delle settimane precedenti).  E mai come oggi è utile leggere la guru del giornalismo digitale, Emily Bell (già direttrice del Guardian online), che ricorda l’importanza di una rete sana di testate che collaborino fra di loro e proseguano le storie cominciate da altri.

♫ “Have yourself a merry little Christmas” di Cat Power

Ecco la terza parte di oggi:

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Le rivelazioni dai file di Snowden intanto non si fermano: qui il New York Times, e qui il Guardian, su come Dragnet spii agenzie di aiuti internazionali e vertici delle aziende.  E le Nazioni Unite votano per la tutela della privacy contro la sorveglianza indiscriminata.  Lo scrittore Dave Eggers scrive un appello ai suoi colleghi perché prendano posizione contro l’NSA.

Ma non siete curiosi di sapere da chi sia composto il piccolo gruppo di “saggi” che ha prodotto le 300 pagine di relazione sull’NSA? Ce lo racconta il Daily Beast, mentre la NBC intervista uno dei membri, che racconta la sua incredulità quando ha capito l’ampiezza e il metodo della sorveglianza nel suo paese.

♫ “Winter Wonderland” di Elvis Presley

Ecco la quarta parte di oggi:

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Aggiornamento del 27 dicembre: la Reuters rivela che l’agenzia di sicurezza RSA avrebbe letteralmente venduto all’NSA per 10 milioni di dollari una backdoor per aggirare il suo sistema cifrato di protezione dei dati. L’agenzia nega, anche se non smentisce di aver ricevuto il denaro. Per il giorno di Natale, dopo il tradizionale discorso della regina, Channel 4 ha la consuetudine di trasmettere un discorso di Natale “alternativo”. Quest’anno l’ha chiesto a Edward Snowden, e il video è stato girato a Mosca da Laura Poitras. Qui il video (che YouTube ha bloccato), qui la trascrizione. Intanto Alessandra Neve ha tradotto per noi il post di Glenn Greenwald su giornalismo, denaro e metodo di divulgazione dei file.

Aggiornamento del 29 dicembre: il 28 dicembre una nuova sentenza federale rovescia l’orientamento del giudice Leon, e respinge la causa presentata dall’ACLU – le pratiche dell’NSA vengono dichiarate legali. Qui trovate il testo integrale della sentenza, postato dal Guardian. Qui trovate la reazione ufficiale dell’ACLU, che ricorrerà in appello. Qui Fabio Chiusi ha analizzato il testo della sentenza con l’ausilio di alcuni giuristi. Intanto Glenn Greenwald teneva il suo keynote speech alla conferenza degli hacker 30c3 in Germania: due sale piene per un totale di quasi 6000 spettatori, a cui Greenwald ha parlato in diretta video da Rio, visibilmente commosso, scegliendo di ri-raccontare la storia del lavoro suo e di Laura Poitras secondo la chiave dell’ottimismo. Qui trovate il video integrale. Sulla sua scelta di esaltare in modo trasparente un lavoro giornalistico “di parte” e “avversario del potere”, die Zeit rilancia la discussione. Steffen Konrath ha raccolto qualche reazione (via Arianna Ciccone/Journalism Fest).

prendere il toro per le corna

(La regina dei tweep di piazza Tahrir, Gigi Ibrahim, e il toro di Wall Street).

Critical mass negli spazi pubblici più che manifestazioni politiche tradizionali, tutte le iniziative cittadine e nazionali che confluiscono domani nella giornata del 15 ottobre hanno un filo comune – fallimento delle regole di un sistema economico, eliminazione del futuro perché strangolati dal debito a favore di un elite finanziaria, riconquista degli spazi pubblici, spaccatura di rappresentanza fra classe politica e maggioranza dei lavoratori, dei disoccupati, degli studenti, spaccatura fra livello di istruzione e accesso tecnologico delle persone da una parte e la loro possibilità di far parte della società – e anche, si direbbe, un ritorno piuttosto cospicuo alla lettura di Marx, esattamente come in Egitto. In Italia c’è ancora disorientamento sia nella lettura di quello che accade (fin dalle prime acampadas spagnole accese da pza Tahrir) che nell’attuazione della versione italiana del #15O. Radio Popolare e Popolare Network seguiranno tutta la giornata con diretta da Roma e corrispondenze da tutto il mondo dal mattino alla notte, e sperimenteremo per la prima volta una diretta Twitter in streaming anche sulla homepage del sito di Radio Popolare – www.radiopopolare.it. Mentre andiamo in onda, la rivista Time dedica la copertina al 99% evocato dalla protesta di OccupyWallStreet e titola “il ritorno della maggioranza silenziosa”, mentre Zuccotti Park a New York, il sit-in di Denver e quello di Seattle sono a rischio sgombero nonostante il sostegno di molte personalità di spicco. Molti di questi sit-in diventano luoghi di confronto e di studio, su questioni sociali ed economiche, di cui si sente evidentemente una forte necessità. Perché possiate incrociare i fili comuni del #15O, vi propongo tre manifesti: quello di MilanoX e Reteeuromayday in rappresentanza dell’Italia, la convocazione spagnola raccolta da Dundun e Claudia Vago, che stanno facendo un lavoro di informazione sull’identità di queste piazze (qui lo Scoop.it di Claudia), e il manifesto dell’assemblea generale di #OccupyWallStreet a New York.

(la mappa dell’accampamento di Zuccotti Park creata dal New York Times)

Jeff Madrick, dopo aver tenuto una conferenza per gli occupanti di Zuccotti Park insieme al premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, ha scritto un post sulla sua esperienza nella piazza per il blog della New York Review of Books.

♫ La canzone di oggi era “Working Class Hero” di John Lennon

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#Egypt

Ieri giornata campale sull’Egitto e dall’Egitto, soprattutto su Twitter, grazie a tutti coloro che hanno seguito i nostri aggiornamenti in tempo reale, è stata una giornata storica per i social network e un’innegabile emozione. Consiglio: oggi su Twitter seguite i giornali e la BBC. Intanto l’inviato di Radio Popolare, Roberto Festa, ha raggiunto il Cairo, seguitelo nei GR e nelle altre trasmissioni.

Oggi Internet sta tornando alla normalità, Amira Al Hussaini di Global Voices scrive in questi minuti: “the Internet is just back in Egypt, and one by one, Egyptian colleagues, friends and contacts are popping back online. The moment is huge and there is euphoria in the air” .

l coprifuoco nelle città è parzialmente alleggerito, e l’esercito chiede alla gente di liberare le strade, ma la strada è ancora lunga (intanto è in agitazione anche lo Yemen, e la Siria si preparara a una grande manifestazione di protesta contro il presidente Bashar Al-Assad). E’ il momento per tre riflessioni un po’ più “da lontano”. Elena Intra per Global Voices in italiano racconta cosa dicono sulla situazione egiziana i social media in Israele, che ha avuto e ha molto peso nelle decisioni politiche internazionali sul governo del Cairo. Valeria Bosco alle 4 del mattino ha fatto il punto sui blocchi di telefonia e internet. E Ingrid D. Rowland ieri ha scritto un inno alla leggendaria Biblioteca di Alessandria d’Egitto e ai ragazzi che l’hanno sorvegliata durante le rivolte, per la New York Review of Books (ve la traduco qui sotto nel podcast)

♫ La canzone di oggi era “The winter” dei Cake

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noi vi vediamo

piazza Tahrir, il Cairo, foto da latenightcabdriving via Nomfup

A differenza delle rivolte in Tunisia e poi in Algeria, la sensazione di tensione dall’Egitto ci arrivava già da tempo, e qui ad Alaska ho cercato di restituirvela attraverso le storie delle censure ai blogger e alla stampa indipendente. Adesso che i tumulti sono scoppiati in piazza (e stanno nascendo in queste ore anche in Yemen), blog, Twitter e Facebook si rivelano ancora una volta (come in Iran, in Tunisia e in Algeria) strumenti di auto-organizzazione (anche se ostacolati da qualche tentativo di oscuramento) ma anche come piattaforme che rendono visibile minuto per minuto a tutti noi quello che accade ai manifestanti. Difficile ancora prevedere quali saranno gli effetti a lungo termine di questa nuova visibilità – una sorta di arena pubblica in cui la violenza della polizia può essere immediatamente scrutinata dagli utenti – ma di certo ci troviamo di fronte a una situazione completamente diversa rispetto anche solo a quattro o cinque anni fa. Oggi vi propongo la traduzione del lungo post sul campo di Yasmine El Rashidi, che ha postato in inglese sulla New York Review of Books dopo essersi mescolata alla folla nelle strade e nelle piazze del Cairo il 25 gennaio. Il suo racconto si intitola “Hosni Mubarak, l’aereo ti aspetta”, un riferimento agli slogan in piazza che inneggiavano alla partenza di Mubarak sulle orme della cacciata di Ben Ali dalla Tunisia verso l’Arabia Saudita. L’originale lo trovate qui, la traduzione potete ascoltarla qui sotto nel podcast.

♫ Le musiche di oggi erano “Razzi arpia inferno e fiamme” dei Verdena e “Light of life” di Natacha Atlas

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il vuoto morale

Finalmente in rete cominciano a comparire riflessioni e interrogativi sulle conseguenze imprevedibili e le grandi trasformazioni che la Fuga-di-notizie-gigante di WikiLeaks comporterà per la cultura globale e per la nostra vita politica. Oggi ci dedichiamo a una di queste, nella tradizione provocatoria degli scrittori che postano per il blog della New York Review of Books. Christian Caryl, giornalista non certo incline a bersi le balle della diplomazia, prima di tutto quella dei suoi Stati Uniti, né a censurare la trasparenza della rete, è però molto perplesso dalle mosse di Assange. Più domande che risposte, come forse è giusto che sia, nel suo post che trovate qui (e che vi traduco nel podcast qui sotto).

♫ Le musiche di oggi erano “Half light” degli Arcade Fire e “Mrs Cold” dei Kings of convenience

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ruta de sangre

E’ un po’ che penso di proporvi il post di Alma Gullermoprieto sul Messico che era uscito a fine ottobre sulla New York Review of Books. Un quadro dell’impressionante escalation di stragi legate alla guerra fra cartelli della droga, che ha però precedenti molto chiari già nello sterminio delle ragazze operaie delle maquiladoras intorno a Ciudad Juarez cominciato negli anni Novanta, di cui avevamo parlato qui. Alma Guillermoprieto, che era stata reporter a Juarez, parte dalla teoria che la situazione in Messico sia così complessa, e l’attenzione dei lettori così annichilita dall’escalation di orrore, che l’unico ambito di indagine e di riflessione possibile siano i libri. Ne consiglia quattro, tre messicani e uno statunitense, che raccontano storie parallele e simultanee nella guerra dei cartelli. Li recensisce uno per uno, citando da ognuno qualche frammento, e riunendoli in un discorso logico. Intanto le stragi continuano, solo domenica è stato ucciso l’ex governatore dello stato di Colima. Alma Guillermoprieto giunge alla conclusione che non esiste soluzione della tragedia messicana se si continuano a considerare Messico e sud degli Stati Uniti due paesi diversi (vi traduco il suo post qui sotto nel podcast)

♫ La canzone di oggi era “Across the borderline” di Ry Cooder

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harem e matrimoni

L’harem a pagamento di Berlusconi continua a ispirare i media stranieri, anche se con una comprensibile tinta di angoscia. Ancora una volta facciamoci osservare con lo sguardo di chi ci vede da lontano, questa volta da Ingrid D. Rowland, che posta per il blog della New York Review of Books.

Meraviglie del matrimonio, invece, o almeno quelle che sono riusciti a guadagnarsi la scrittrice Antonia Fraser e il drammaturgo e premio Nobel Harold Pinter, che ci ha lasciato a Natale di due anni fa. Fraser ha pubblicato da poco un volume autobiografico, Must you go?, che narra il suo rapporto con Pinter, e che sembra stia leggendo mezzo mondo. La rubrica libri del Daily Beast l’ha intervistata.

Per chi vuole partecipare alle primarie del centrosinistra per il candidato sindaco di Milano questa domenica, ecco il link al sito con i profili dei 4 candidati, le modalità per votare e i luoghi della città dove si vota più vicini a casa vostra.

Ultim’ora: ne avevamo parlato, e adesso, dopo molti tentennamenti, arriva la notizia che Daily Beast e Newsweek hanno raggiunto un accordo.

♫ Le canzoni di oggi erano “Cavallo bianco” di Marco Iacampo e “Creep along Moses” di Mavis Staple

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lottare contro i mulini a vento

(Arthur Mee e Holland Thompson, dal The Book of Knowledge, 1912)

Global Voices in Italiano (Juliana Rincon Parra tradotta da Stefano Ignone) ci racconta la maxi-operazione che la RAE spagnola ha lanciato su YouTube: ognuno può scegliere uno dei 2.149 spezzoni in cui è stato suddiviso il Don Chisciotte e leggerlo in video per caricarlo poi in condivisione; chi di voi riesce a leggere in spagnolo può partecipare! Qui sotto nel podcast vi racconto la storia e vi faccio sentire un frammento, ma qui potete leggere il post integrale con i link a molti spezzoni diversi.

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Ieri cadevano i sei mesi esatti dal disastro del petrolio nel Golfo. Kate Sheppard di MoJo, anche se si è tolta le galosce con cui era andata a visitare le spiagge piene di greggio quest’estate, fa il punto su com’è la situazione adesso che è sparita dai titoli dei giornali (ve la traduco qui sotto nel podcast). presto torniamo a parlare di compagnie petrolifere, anche perché la loro ombra si cela dietro ad alcuni appuntamenti legati alle elezioni di metà mandato.

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The Great Penguin Rescue (Il Grande Salvataggio dei Pinguini) è un nuovo libro di Dyan di Napoli che viene recensito da Tim Flannery sulla New York Review of Books (online con due settimane d’anticipo rispetto all’uscita cartacea). Racconta la storia di uno storico salvataggio di pinguini in Sudafrica nel 2000 a seguito di una fuoriuscita di petrolio al largo delle coste di Cape Town.  Si tratta del più grande salvataggio di animali selvatici mai avvenuto, e la di Napoli vi aveva partecipato come veterinaria specializzata insieme a migliaia di volontari. Una storia lacerante e quantomento istruttiva, vi traduco qualche spezzone dell’articolo di Tim Flannery qui sotto nel podcast, e potete leggere il suo articolo integrale qui.

♫ Le canzoni di oggi erano “Stella d’argento” di Brunori Sas e “Creep along Moses” di Mavis Staples

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Nobel dentro

Mentre Mario Vargas Llosa si frega giustamente le mani per aver vinto il Nobel per la letteratura – il primo da molti anni assegnato a un autore di lingua spagnola – il “Nobel ombra” Philip Roth (perennemente candidato e mai premiato, e chissà se accadrà prima che ci lasci) pubblica in patria il nuovo romanzo Nemesis. Da circa quindici anni, il più grande autore vivente pubblica “spesso e breve”, alternando romanzi imperniati sulle sue tipiche ossessioni senili (età, sesso) ad altri di grande respiro e ispirazione  (il surreale Complotto contro l’America, il più recente Indignation),  di solito collocati a Newark, nel New Jersey natio e all’epoca della sua infanzia, ma con un legame allegorico con i tempi nostri. Nemesis sembra appartenere proprio a questa categoria, riportandoci un Roth dalla zampata finissima. In attesa che il piccolo romanzo esca in traduzione anche in Italia, oggi vediamo insieme due reazioni molto particolari al suo nuovo lavoro comparse sulla rete : quella di Leah Hager Cohen, scrittrice che apparteneva alla categoria di coloro detestano Philip Roth – fino al momento in cui il New York Times ha deciso di provocarla affidandole la recensione di Nemesis - che ci racconta il percorso della sua rivelazione. E quella, inaspettata e monumentale, dell’unico altro autore in lingua inglese (lui, sì, un premio Nobel) in grado di rapportarsi con Roth allo stesso livello e con lo stesso tipo di preoccupazioni per il destino umano, il sudafricano J. M. Coetzee, che offre una disamina di Nemesis sulle pagine della New York Review of Books.  (Nei link trovate i testi integrali, qui sotto nel podcast la traduzione di alcuni stralci).

♫ La canzone di oggi era “Coney Island” dei Massimo Volume

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Afrika e Srebrenica

Oggi due post sulla situazione dell’Africa francofona, da Global Voices che se ne sta occupando con attenzione, in parte per i 50 anni dall’indipendenza dai francesi, e in parte perché in alcuni di questi stati sono imminenti le elezioni (i post sono già tradotti in italiano).

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Dopo la condanna per genocidio comminata dal tribunale dell’Aia a due militari serbi bosniaci qualche giorno fa, Charles Simic per la New York Review of Books si chiede come mai l’arresto del generale Ratko Mladic, che ordinò e condusse la strage di Srebrenica nel 1995, si faccia ancora attendere (ve lo traduco qui sotto nel podcast).

Domani puntata monografica sul greggio nel Golfo del Messico, con vari approfondimenti dagli intrepidi blogger.

♫ La canzone di oggi era “Senegal fast food” di Amadou et Mariam

Ecco la puntata di oggi:

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