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serve o regine

Grazie per tutti i vostri messaggi sulla puntata di ieri, segno che l’argomento è sentito.

Qualche tempo fa vi avevo presentato il blog di Saudi Woman. In particolare vi avevo letto uno dei suoi post sulle difficoltà delle donne saudite alle prese con la più banale burocrazia quotidiana. Proprio perché Saudi Woman è molto esplicita e dura nelle sue descrizioni di cosa vuol dire essere una donna saudita, mi colpisce uno dei suoi ultimi post, con cui risponde ai tanti che le chiedono come mai le donne saudite non si ribellano (da riascoltare tradotto nel podocast qui sotto).

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Un altro blog in cui andiamo a frugare spesso è quello dell’ex Talking Heads David Byrne, musicista, fotografo, artista contemporaneo, appassionato ciclista e acuto osservatore della vita newyorchese. Negli ultimi tempi ha scritto soprattutto di alcuni eventi di danza e arte contemporanea, ma pochi giorni fa è rientrato a New York da un giro promozionale in Europa per il suo nuovo progetto, un doppio cd che in sostanza rappresenta un musical ispirato alla bizzarra vita di Imelda Marcos, patita di discoteche, musicato insieme a Fatboy Slim, e cantato da vari ospiti fra cui Tori Amos e Steve Earle. Questa gita promozionale gli ha dato una serie di spunti che vanno dalle biciclette in affitto nelle capitali europee al triste destino delle major discografiche, fino alle torture ad Abu Ghraib. Ecco il suo post (che potete riascoltare tradotto nel podcast qui sotto)

Da notare che all’esilarante episodio dell’evacuazione antincendio degli uffici Warner a Milano era presente anche il nostro Niccolò Vecchia, che ha intervistato David Byrne e vi proporrà questa conversazione all’interno della puntata di Patchanka di domenica prossima alle 14.30.

Le musiche di oggi erano “You’ll be taken care of” di David Byrne & Fatboy Slim feat. Tori Amos e “Skillz” dei Super 8 Bit Brothers

Ecco la puntata di oggi:

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taxi

taxi_driver

Anche se passa tutto il giorno in macchina, e forse a casa è troppo stanco per postare, il tassista è una delle creature più adatte a tenere un blog: fra osservazioni sulla varia umanità che gli capita di trasportare, e la vita fitta e intricata di regolamenti, licenze e problemi di traffico, è un osservatore nato della vita delle città vista dalla strada. In fondo, il tassista è un narratore nato, e di storie da raccontare ne ha a profusione. Anche nella nostra trasmissione del mattino, Ancora 10 minuti, c’è un tassista protagonista. In Italia i blog dei tassisti sono soprattutto tecnici o rivendicativi; da Milano, però, scrive il Blogtassista, che raccoglie tutte le notizie degne di nota sul mondo dei taxi cittadini, e fornisce qualche indicazione logistica interessante per tutti. Potete vederne qualche esempio qui.

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Un esempio eccelso, invece, di tassista come narratore, è quello delle Cronache di un Tassista di Las Vegas, che fra deserto e casinò, grandi alberghi e slot machine, si diletta nella composizione di un affresco urbano che qualche volta ricorda James Ellroy. In traduzione vi propongo uno dei suoi post che racconta il tipico braccio di ferro col cliente sulla strada migliore da imboccare, con tanto di dialoghi e sceneggiatura in cui monta la tensione…  (potete leggerlo qui e  riascoltarlo tradotto qui sotto nel podcast)

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A New York (con un’appendice altrettanto interessante che riguarda Buenos Aires) esiste invece un blog molto frequentato, Taxi Gourmet, che si propone di mappare locali, chioschi e ristoranti a poco prezzo preferiti dai tassisti della città. Nell’insieme, è un’avventura culinaria da acquolina in bocca fra i segreti di tutte le etnìe di New York, soprattutto quelle latine, sullo sfondo di una serie di leggende urbane. Taxi Gourmet è diventato una bibbia persino per i critici gastronomici e per i blogger che si occupano di cucina.  Qui potete trovare la storia di Layne e di come è nata l’idea di questo blog (ve lo traduco qui sotto nel podcast).

Le musiche di oggi erano “Mr Cab Driver” di Lenny Kravitz e “Big yellow taxi” di Joni Mitchell; il frammento di dialogo era di Robert De Niro da Taxi driver di Martin Scorsese.

Ecco la puntata di oggi:

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addii

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Ieri sera è arrivata la notizia che ci ha lasciato Bob Noorda. Milano, sempre ombelicale, ricorda il grandissimo designer olandese (e milanese adottivo) con qualche riga di circostanza; ma per i grafici è stato un vero guru, per la nostra metropolitana un dono raro, e il suo occhio ha creato alcuni marchi che vi saranno perfettamente familiari. Così, invece che con un ricordino qualunque di oggi, gli rendiamo omaggio con un profilo di quando Noorda era vivo, in un un post di Oblique.

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Il primo di gennaio ci ha lasciato, ancora giovane, Lhasa de Sela, una delle voci più belle e stupefacenti che la musica ci avesse dato negli ultimi anni. Ecco una sintesi del ricordo di lei che ha fatto il suo webmaster.

“Montreal, Canada, domenica 3 gennaio 2010.

Lhasa de Sela è mancata nella sua casa di Montreal nella notte del primo gennaio, appena prima della mezzanotte. E’ stata sconfitta da un tumore al seno dopo una battaglia di ventuno mesi, che ha affrontato con coraggio e determinazione. In questo periodo difficile ha continuato a toccare le vite di coloro che aveva intorno con la grazia, la bellezza e il senso dell’umorismo che le erano propri. La sua forza di volontà l’aveva portata di nuovo in studio di registrazione per completare il suo nuovo album, seguito dal successo dei lanci al Théatre Corona di Montreal e al Théatre des Bouffes du Nord di Parigi. Due concerti in Islanda lo scorso maggio rimarranno i suoi ultimi. Era stata costretta a cancellare il lungo tour mondiale previsto per l’autunno, e l’album che aveva in mente di canzoni di Victor Jara e Violeta Parra resterà irrealizzato. Lhasa era nata il 27 settembre del ’72 a Big Indian, vicino New York. La sua infanzia insolita è stata segnata dai lungi periodi nomadici in Messico e negli Stati Uniti, con i suoi genitori e le sue sorelle, sullo scuolabus che era la loro casa, sul quale la famiglia faceva le sue improvvisazioni musicali ogni sera. E’ cresciuta in un mondo imbevuto di scoperte artistiche, lontano dalla cultura convenzionale. In seguito sarebbe diventata l’artista eccezionale che il mondo ha scoperto nel 1997 con l’album La Llorona, seguito nel 2003 da The Living Road, e da Lhasa nel 2009. Questi tre album hanno venduto più di un milione di copie. E’ difficile descrivere la sua voce unica e la sua presenza scenica; è stata descritta come appassionata, sensuale, indomabile, tenera, profonda, conturbante, ammaliante, ipnotica, sussurrata, potente, una voce per ogni tempo. Lhasa aveva un modo unico di comunicare col suo pubblico, riusciva ad aprire il suo cuore sul palco, permettendo al pubblico di sperimentare una connessione intima con lei. Un suo vecchio amico, Jules Beckman, ha offerto queste parole: “sentivamo sempre passare attraverso di lei qualcosa di ancestrale. Ci ha sempre parlato dalla soglia fra due mondi, fuori dal tempo. ha sempre cantato della tragedia umana, del trionfo, dello straniamento e di una ricerca degna della saggezza di una grande testimone”. La sua famiglia è grata per questi due giorni quieti di lutto. Da quando lei è morta, a Montreal ha nevicato per 40 ore.”

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Nelle puntate di inizio d’anno vi ho presentato il blog della scrittrice canadese Margaret Atwood, raro esemplare di blog di uno scrittore, che trova il tempo, anche se ha appena iniziato a lavorare sul suo nuovo romanzo, di postare per i suoi lettori. Vi dicevo anche del suo acuto senso dell’umorismo, del suo ambientalismo, e di come anche a settant’anni sia sempre molto pronta ad abbracciare nuove tecnologie e sistemi di comunicazione, da Twitter a, di recente, quello che permette di autografare i libri a distanza. Qui abbiamo parlato un po’  del futuro del libro elettronico, e dei tormentosi pro e contro, e Margaret Atwood non manca di dire la sua, ma alla sua maniera:

“Ecco che arrivano gli e-readers, una manna del cielo per i viaggiatori e per i lettori veloci, e, ci dicono, una salvezza per gli alberi. Al loro seguito, ecco che arrivano anche i profeti che predicono la condanna del libro cartaceo, e insieme a quello la morte del copyright e ogni sorta di effetti ignoti. Calma. I libri non bruciateli ancora. Non mi sto appellando alla loro venerabile storia, alla bellezza del design, alla tattilità della pagina. Ecco tre ragioni pratiche per cui non buttare via la carta:

1 Le tempeste solari. Una bella grossa potrebbe friggere i trasformatori, come già accaduto in passato, e condizionare i satelliti e le torri di trasmissione in modo talmente massiccio che le comunicazioni potrebbero interrompersi per mesi, provocando vari tipi di disastro. Compresa, magari, la cancellazione di tutte le librerie online e di tutti i download. Inoltre, non permettete a nessuno di installarvi un microchip in testa, non ha importanza quanta memoria in più prometteranno di aggiungervi!

2.Penuria di energia. Vi ricordate che il petrolio raggiungerà un punto massimo oltre il quale non potrà soddisfare le richieste? Sappiamo che l’energia verde sta galoppando in nostro soccorso, ma è ben lungi dal soddisfare la richiesta. Sappiamo che gli stessi  server della rete si stanno divorando enormi quantità di energia. Se verranno trasferiti in Islanda potranno soddisfare i bisogni futuri? Immagino che staremo a vedere… Ma se non succede, ecco che la rete salta. per non parlare della possibilità di ricaricare le pile dell’e-reader.

3.Sovraccarico della rete. Internet è già stracolma, e nuove informazioni si aggiungono ogni giorno. A meno che non vengano spesi miliardi in infrastrutture, ci dicono che i blackout sono molto probabili. Perciò, come si fa con la vacca che si nutre di energia?

Se avrete tenuto da parte dei libri di carta, potrete leggerli a lume di candela, e poi se non vi piacciono potrete arrostirci sopra i marshmallows. Mentre vi accovacciate intorno alle braci del vostro fuoco attentamente custodito, senza televisione, senza computer, e senza telefono, sarete felici di averne tenuto da parte qualcuno. Comunque sia, sono degli ottimi isolanti!

Nel frattempo, i lettori hanno lasciato qualche commento ostile a questo post, e così negli ultimi giorni Margaret Atwood ha postato di nuovo sull’argomento, con qualche precisazione che potete leggere qui.

Le musiche di oggi erano “(Put the fun back in) the funeral” di Erin McKeown e “Mi vanidad” di Lhasa de Sela

Ecco la puntata di oggi:

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nove gioielli dell’anno #1

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Buon anno nuovo, cari ascoltatori e utenti del blog!

Per questo tranquillo inizio di gennaio, ho pensato di dare un’occhiata insieme a 9 bellissimi blog – 3 per ogni puntata di questa settimana a cavallo dell’Epifania – che sono stati spiccatamente interessanti nel corso del 2009 e promettono di esserlo anche nel 2010.

I blogger che ho scelto per la puntata di oggi postano tutti da New York.

Il primo porta un nome da hotel, The Selby, ed è il blog di interni del fotografo Todd Selby (corretto!). Un giorno di tre anni fa, fotografando per un incarico di lavoro l’appartamento dello scrittore Tom Wolfe, Todd ha cominciato a riflettere sugli interni delle case più strane che gli capitava di visitare. Quella di Wolfe era assai differente dalle belle case fotografate sulle patinate riviste d’arredamento, tutte mobili di design e spazi asettici. Ma gli oggetti affastellati in ogni angolo, i libri, gli appunti, i quadri e le suppellettili raccontavano tutta la vita dello scrittore, le sue manie, le sue fantasie, e l’appartamento traboccava di personalità. Così Todd ha cominciato a chiedere alle persone più eccentriche che conosceva di lasciargli fotografare l’interno delle loro case. Ha aperto un blog per documentare questa ricerca, e ogni casa è diventata un racconto. Dallo studente d’arte squattrinato alla fotomodella, dallo scrittore al pubblicitario, dalle studentesse che convivono alle coppie di artigiani, da Michael Stipe dei Rem col suo compagno alla più oscura ma brillantissima collezionista di vintage, Todd crea delle specie di ritratti vivi degli appartamenti, abitanti compresi, rovesciando completamente quel che si intende per fotografia d’interni. Quasi nessun rilievo all’architettura, pochissimi scenari predisposti secondo le regole degli stylist, eppure le case sono veri e propri palcoscenici barocchi. In gran parte, Todd scatta a New York, è questo ha fatto in poco tempo di The Selby un ritratto corale degli imprevedibili interni della vita bohemienne della sua città. A dominare tutto sono i libri, le riviste, i giornali, i disegni, gli oggetti scovati nei mercatini, i souvenir di viaggio più orridi e kitsch, i ricordi di famiglia, le fotografie, gli oggetti danneggiati o imperfetti, i vestiti consumati e multicolori, le scarpe, le valigie, un’accozzaglia di vestigia consumate e gloriose che parla della vita vera delle persone con un po’ di estro, insieme ai loro cani, gatti, conigli, pappagalli. Nonostante questa varietà, l’occhio di Todd resta sempre molto riconoscibile, e il suo blog è diventato popolarissimo, una sorta di diario di incontri che va decisamente in controtendenza rispetto agli scenari leccati e pettinati della moda e del design, e che sembra contraddire l’immagine pubblicitaria della desiderabilità – tutta minimalismo, firme e tecnologia. Sarà per questo che le grandi aziende adesso lo cercano per ravvivare la loro immagine, a cominciare dalla catena inglese di arredamento Habitat, che ha chiesto a lui di ritrarre i testimonial della nuova campagna, ognuno a casa propria. Ma la freschezza dell’impresa personale di Todd Selby, come tutte le grandi idee, sembra intraducibile, perciò godetevi l’originale!

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Il secondo blog da New York che vi raccomando è il diario online di David Byrne (corretto!), musicista, ex leader dei Talking Heads, discografico di world music, provetto pittore e fotografo, sperimentatore di tecnologia e crociato della bicicletta. Per farvi un esempio, nel suo ultimo post risponde a quella polemica sulla pista ciclabile di Williamsburg contesa fra ebrei hassidici e ciclisti di cui vi raccontavo ad Alaska poche puntate fa. Poche settimane fa disquisiva sui primi sintetizzatori, le sperimentazioni sul suono e il web. Siccome si interessa di qualunque forma d’arte contemporanea, dalla danza, al teatro, dalla fotografia al video, dalle installazioni all’arte povera al rock, e vive nella città che offre la più prodigiosa abbondanza di eventi, mostre, concerti e rappresentazioni (a cominciare dal sempiterno teatro delle sue strade, che tanto ricorda la continua drammatizzazione della vita che avviene a Napoli), il suo diario di riflessioni personali diventa così un diario delle mille relazioni possibili fra gli spunti artistici di New York, che Byrne non esita a confrontare, in pieno stile da memorialista letterario americano, con le discussioni sul baseball che fa con suo padre. Il diario online di David Byrne, dai post approfonditissimi e interminabili, se ne frega dela twittizzazione del linguaggio, e sembra rifarsi alla parte letteraria del bloggare più imparentata col saggio, quella che potrebbe aver reso il blog un formato già obsoleto. O squisitamente vintage, a seconda dei punti di vista.

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Il terzo diario newyorchese su blog è quello illustrato del taccuinista Danny Gregory. Alaska vi ha già proposto in diverse occasioni le imprese collaborative di gruppi di diaristi di viaggio, illustratori e taccuinisti, e Danny è uno di quelli più popolari online, anche se a cavallo fra 2008 e 2009 si era preso un lungo periodo sabbatico perchè quella che era cominciata come un’attività libera si è fatta in poco tempo una professione, e anche lui, come molti pionieri, si era trovato un po’ prigioniero della blogosfera. La sua storia è molto particolare. Fino a qualche anno era un creativo di successo presso una grande agenzia pubblicitaria di New York, guadagnava molto bene, sua moglie faceva la stylist e correva su è giù per la città, e avevano un bambino molto piccolo. Nel giro di un istante tutta la loro vita è cambiata d’un colpo. La moglie è stata travolta da un treno della metropolitana, e dopo vari interventi e mesi di ospedale mentre Danny badava al loro bambino, è tornata a casa con una forte disabilità. Insieme hanno cambiato la disposizione della casa e l’intera organizzazione della loro vita personale e professionale. Dopo un periodo di forte depressione, Danny ha deciso che non intendeva più lavorare per una multinazionale. Inoltre, durante la degenza della moglie in ospedale aveva tirato fuori i taccuini su cui disegnava da ragazzo e aveva cominciato a tenere un diario illustrato di tutto quello che vedeva, che osservava, che notava nelle strade delle città e che gli accadeva nella vita quotidiana. Il comportamento del figlio, quello del cane, la facciata di un palazzo, una scenetta di strada, il contenuto della colazione o dell’armadietto dei medicinali. Più disegnava e più si rendeva conto di aver trascorso gli anni più intensi della sua vita, e quelli in cui sua moglie era in salute, senza rendersi conto di quello che gli capitava. Disegnare lo costringeva a rallentare, ad assaporare, e  gli stava restituendo il gusto di ogni più piccolo dettaglio della sua vita, e lo stava aiutando ad affrontare le nuove difficoltà. Pian piano, i suoi taccuini hanno dato vita ad alcuni bellissimi libri, con i quali Danny Gregory insegna a disegnare a quelli che sono troppo timidi per farlo. Negli ultimi mesi ha ripreso a postare sul blog, dove potete vedere molti dei suoi bellissimi disegni. Il suo ultimo libro è una panoramica sui suoi illustratori e taccuinisti preferiti, sui loro quaderni e sugli spazi in cui lavorano.

Le musiche di oggi erano “(Put the fun back in) the funeral” di Erin McKeown, “Swan Swan H” dei REM e “Winter winds” di Mumford and sons

I prossimi tre dopodomani, cioè giovedì 7 gennaio!

Ecco la puntata di oggi:

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la guerra della bici

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Mikael (che ha scattato questa foto), Velomama, Susanne e Lars tengono un blog di celebrazione della bicicletta dalla loro città, che è, guarda un po’, Copenaghen. E’ considerato dalla stampa internazionale uno dei 100 blog più belli del mondo, ha migliaia di lettori in decine di paesi, e nel suo blogroll segnala anche tutti i blog che lo imitano. La ricetta è semplice, brevi post e soprattutto fotografie della vita quotidiana a due ruote nella città. Fra i post dei giorni scorsi trovate anche diverse foto delle manifestazioni in coincidenza con la Conferenza sul Clima, quando 100 mila persone hanno invaso le strade di Copenaghen. Per i blog di Cyclechic, è stata la manifestazione più grande che si sia vista da molti anni nella loro città. Ecco invece cosa postano oggi:

“Let it snow, let it snow, let it snow. Ha cominciato a nevicare un paio di giorni fa e così ho scattato qualche foto tornando a casa. C’è una luce strana perché sullo sfondo c’era una manifestazione e le luci blu delle camionette della polizia e gli strani rossi e verdi dei semafori formavano un arcobaleno surreale nelle strade. Ma le sciarpe verdi si vedono bene lo stesso. Con la conferenza sul clima in corso in città sono stato costantemente intervistato, e tutti chiedono come diavolo faccia la gente qui a continuare a pedalare anche d’inverno. La temperatura è stata intorno allo zero per tutta la settimana, e con questo vento ci stiamo spostando verso -10°. Semplicemente continuiamo ad andare in bici. Abbiamo l’armadio pieno di vestiti invernali che possiamo usare per camminare o andare in bici, e andiamo avanti. La gente pedala da quando è stata inventata la bici, perché la stagione dovrebbe fare qualche differenza? Portatevi anche un amico, si sta sempre più caldi.”

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La storia era già esplosa l’anno scorso, ma la disputa sulle nuove piste ciclabili a Brooklyn si è riaccesa: è una sorta di scontro fra due tipi di fondamentalismo,; potrà suonare superflua a chi come noi le piste ciclabili se le sogna, e va letta tenendo a mente che si parla di una città dove le regole della vita civica sono generalmente tenute care e rispettate, a dispetto delle vaste differenze culturali, linguistiche e religiose delle comunità che la abitano. Tunku Varadarajan la chiama “la deliziosa battaglia fra gli ebrei hassidici del quartiere e i suoi giovani bohemien”,  e soppesa le ragioni dei “poseur  in bicicletta” e quelle dei “vestitissimi hassidici”. “Il casus belli è la pista ciclabile sulla quale i figli dei fiori sfrecciano lungo Bedford Avenue, una lunga strada nel distretto di Williamsburg che sta alla vita hassidica locale come Wall Street sta (o stava una volta) ai banchieri. Le autorità municipali, raccogliendo le lamentele degli Hassidici, hanno recentemente rimosso la pista ciclabile — sabbiando la vernice che segnava la corsia per i ciclisti lungo la strada. Secondo il racconto del New York Post, gli hassidici sostenevano che la pista costituisse un rischio “per la sicurezza e per la religione” e la città, dopo aver esaminato la questione, ha accettato la richiesta che la pista ciclabile venisse rimossa. Ma la reazione alla perdita della pista da parte dei ciclisti-hippie-vigilantes è stata di farsi giustizia da sé: hanno ridipinto la riga  durante la notte, un gesto che ha portato all’arresto di due giovani.  E’ notevole che due principi vasti e illustri – Salviamno l’Ambiente e Salviamo il nostro Puro Diritto di Culto – possano riflettersi in una questione pedestre (ops) come la regolazione del traffico.  Si tratta forse di una parabola sulla regola della legge e – almeno per come la vedono gli hassidici – sul bisogno della vecchia e radicata comunità di Brooklyn di difendersi dai colonizzatori e dagli intrusi? Cominciamo dalla lamentela degli hassidici, il cui aspetto di “sicurezza” dovrebbe essere evidente: se da una parte è un obiettivo sano quello di ridurre l’utilizzo delle auto in città, la creazione di piste ciclabili dappertutto è diventata assurda e indiscriminata. L’aggiunta di una pista ciclabile non allarga magicamente le strade già troppo strette di Brooklyn o di Manhattan. E poi bisogna metterci anche i ciclisti, molti dei quali sono dei crociati ecologisti che nutrono un ingovernabile disprezzo per la plebaglia che non pedala. Chi a New York, che sia pedone o scenda da un’auto, da un taxi o da un autobus, non è mai stato messo in pericolo da un ciclista? E chi facendo jogging non si è mai sentito suonare aggressivamente da un ciclista che sottoscrive il credo che ogni essere deve fargli largo solo perché ha un campanello? Quale genitore a Central Park, con bambino al seguito, non è stato mandato fuori di testa dai ciclisti che gli sfrecciavano accanto? Quale pedone, attraversando il ponte di Brooklyn, non è stato insultato o sfiorato dai ciclisti convinti che non un grammo di vita che non sia in sella dovrebbe passare sulla loro sacrosanta pista ciclabile? E chi se non i ciclisti non crede che la bellicosità dei ciclisti stessi – e la loro fanatica ricerca di spazio vitale – gli sia fuggita di mano? E quindi chi biasimare gli hassidici che cercano di proteggere la vita e le membra Ortodosse dai fondamentalisti delle due ruote?

Però, che dire del “rischio religioso” di cui parlano gli hassidici? facendo luce su questo aspetto della storia, il New York magazine riferisce che i vestitissimi Hassidici siano stati particolarmente turbati dalle “belle ragazze” che attraversano il loro quartiere in bici, spesso in “pantaloncini e gonnelline”. Un anziano del quartiere ha espresso l’angoscia della comunità: “Devo ammettere che si tratta di una questione grossa, quella delle donne che passano di qui abbigliate in quel modo”. (L’anziano ha qualche ragione: in una recente interista lo scrittore Paul Auster, il John Updike di Brooklyn, ha testimoniato del fascino delle donne in bicicletta “devo dire che trovo molto erotiche le ragazze in bicicletta. Perfino a New York pedalano un sacco di belle ragazze. E’ una delle belle cose che si possono vedere nella nostra città”). Come reagire a tutto questo? Sulla questione delle giovani in sella, mi sento più vicino a Auster che agli hassidici, i cui standard castigati possono essere un tantino eccessivi. E poi, possiamo forse lascia r decidere a una particolare comunità il codice di abbigliamento in uno spazio che – a prescindere dalla preponderanza hassidica – fa ancora parte dello spazio pubblico di New York? lasceremmo che un quartiere musulmano richiedesse alle donne di passaggio di coprirsi il capo? Può l’offesa del pudore controllare come ci si comporta negli spazi pubblici? Detto questo, i ciclisti sono intenti in una forma di bigottismo tutto loro. Indossano capi che sono quasi divise religiose (come le giacche fluorescenti), seguono austeri codici di disciplina (tanto moto e pochi grassi), pensano di conoscere l’unico modo di vivere (andare in bici) e richiedono un trattamento speciale alla loro Chiesa della Lycra (le piste ciclabili).Inoltre, si lasciano dietro uno spaventoso odore di sudore. (ma lo stesso si può dire, a volte, in un afoso giorno d’estate, di chi si veste come se fosse inverno a Vilnius. In senso più ampio, è davvero così sorprendente che il rispetto per una comunità religiosa sia una sfida per i giovani che sono stati cresciuti fuori da qualunque tradizione religiosa?

Pongo la questione al mio amico Lionel Tiger, professore di antropologia all’università del New Jersey. La sua saggia risposta è che si tratta di un caso di duello fra due tipi diversi di moralismo. I ciclisti, dice, sostengono di essere “al di là di qualunque critica morale anche quando vanno nel senso sbagliato sulle loro piste riservate, mentre i devoti di Williamsburg fanno tornare alla mente quella barzelletta sulla donna che chiama i detective dell’albergo perché ha visto un uomo nudo che balla nella stanza dalla parte opposta del cortile. ma quando i poliziotti non vedono niente lei dice “sì, ma se salite sul tavolo…”. Ma in questa storia c’è anche un lato buono. L’ultima volta che abbiamo sentito parlare di un assedio agli ebrei hassidici di Brooklyn è stato nel 1991, durante le rivolte di Crown Heights, quando bande di ragazzi neri diedero origine a una rivolta nella quale restò ucciso un hassidico. Oggi il problema più grosso che hanno gli hassidici è un branco di ragazzi viziati in posa da alternativi in bicicletta, non esattamente i cosacchi. Questa storia è più che altro il riflesso di una città che stata radicalmente ristrutturata e migliorata; come vi direbbe perfino un hassidico, quanto è vero Iddio.”

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Minimarketing ci racconta cosa ha imparato nei quattro giorni che ha passato in montagna lontano da connessioni e social network. Se non altro, ha fatto ordine fra l’essenziale e ciò che non lo è.

Le musiche di oggi erano “Let it snow” nella versione di Michael Bublé e “Bycicle Ride” dei Queen

Ecco la puntata di oggi:

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Paesi delle meraviglie

Alice in Wonderland

Nel paese in cui muore Brenda e la Costituzione è difesa dai vecchietti, il paese del lodo Alfano, dell’evasione delle tasse, delle veline, dei cervelli in fuga, degli scrittori sotto scorta, ecco a voi, scovato da Massimo Mantellini su facebook e passatomi da C, un curriculum italiano dei nostri tempi.

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L’altro giorno vi ho raccontato di questa nuova mostra del Moma dedicata a Tim Burton, in attesa dell’uscita del suo film di Alice nel paese delle meraviglie . Come promesso, vi ho tradotto l’intervista con cui il regista presenta questa retrospettiva, che trovate qui. Intanto ecco il video:


“Ho disegnato sempre, fin da quando ero bambino; quello che succede quando arrivi a scuola è che gli insegnanti cominciano a dirti, no, non dovresti disegnare così ma cosà, tanto che quando un bambino arriva ai 10 anni si convince di non saper disegnare; a me, anche se pensavo di non essere capace, piaceva lo stesso disegnare, sono stato fortunato ad avere un’insegnante che non imponeva niente, cercava di incoraggiare ciascuno a esprimere i propri punti di forza, il proprio spirito, e quindi anche la propria fantasia, per cui è rimasta una parte importante della mia vita. Tutti questi disegni al Moma, non avevo mai pensato di mostrarli a qualcuno e non li ho mai considerati opere d’arte, perché in realtà non andavano visti, erano parte di un processo, per esplorare delle idee, per sviluppare un progetto. Una cosa che mi piace di questo approccio del Moma è che esce dalle categorie, non c’è solo materiale cinematografico, o illustrazione, hanno fatto un buon lavoro nel mescolare questo tipo di confini. Tutte queste cose, che siano fotografie, piccoli scritti, o bozzetti, per me sono una parte molto importante di qualunque progetto; quando devo comunicare con qualcuno, per me non è facile, così è importante mantenere questa parte del lavoro che si svolge in piccoli progetti privati.
Riguardare tutto questo materiale mi ha infuso nuova energia, è come se mi riconnettesse a tutto il percorso che ho fatto, a quello che sono interiormente; in un certo senso solo adesso mi sono reso conto di essere sempre stato ossessionato da alcune tematiche. Credo che in gran parte siano cose che vengono da come uno è stato cresciuto, dall’infanzia e da come uno si sentiva da bambino o da ragazzo, quella sensazione di essere solo, di essere racchiuso dentro la propria mente, è sicuramente qualcosa che io ho provato intensamente, quel tipo di disconnessione di chi non si sente adatto alla società. Il termine “normale” mi ha sempre spaventato, perché suggeriva qualcosa di sovversivo e terrorizzante, sono cresciuto con i film di mostri e lì questa dinamica era sempre centrale, il mostro era sempre l’escluso, e la gente era sempre un po’ barbara. Questo aspetto ha avuto grande importanza per me, e sembra che non riesca a sbarazzarmene. Quando ero animatore alla Disney, ero molto più strano di come sono adesso, e mi ricordo che mi sentivo più radicato indossando un paio di calzini a righe, c’era questo strano meccanismo circolare per cui mi sentivo molto pazzo, assente, e mettere delle calze a righe mi faceva sentire più calmo, più rappresentato, non so come mai.
Mi colpisce sempre molto come certe immagini mandino fuori di testa gli adulti quando probabilmente hanno fatto parte della loro infanzia come di quella di tanti altri. Le favole per me sono sempre state storie astratte e spaventose, i bambini le capiscono perché rappresentano le astrazioni della loro vita, quello che non riescono a capire, tutte queste strane immagini orribili che credo siano cruciali per l’infanzia, e certe persone le dimenticano diventando adulte. La mia prima risposta al cinema è stata all’espressionismo tedesco, c’era qualcosa in quelle immagini con le ombre, i ritagli di luce, il buio, come in Fritz Lang, erano film che riuscivano a catturare uno stato onirico o il paesaggio della mente, qualcosa che io sentivo in modo molto forte. Un film che sicuramente mi ha colpito moltissimo era
The Omega Man con Charlton Heston (1975: occhi bianchi sul pianeta terra), non so come mai ma è uno dei miei film preferiti, mi torna in mente che quand’ero da solo facevo finta di essere Charlton Heston, a ripensarci fa un po’ paura, ma è così.
Quanto ad
Alice nel paese delle meraviglie, non è che pensassi di doverlo fare, anche se sicuramente è coerente con quello che ho fatto prima, alcune immagini mi sono molto vicine, ma lo faccio comunque con l’idea di un progetto personale, con l’immaginario delle favole, il tipo di simbolismo che aveva per me Edward mani di forbice, ce l’ha anche Alice, è una sorta di non entità, per me è stato così anche con Batman, anche se ero un fan del fumetto, mi interessava una certa idea del personaggio, questa questione della qualità nascosta, del desiderio di nascondere la propria personalità, è di sicuro qualcosa di ben noto, ma che in me fa risuonare qualcosa di molto personale.
Di sicuro il modo di realizzare film è molto cambiato nel corso degli anni, quello che cerco di fare è di mantenere il più possibile un approccio artigianale, fatto a mano, perché mi piace ancora l’idea di avere attori veri, e set fisici, avere delle limitazioni da rispettare, è questo che lo rende veramente divertente. Tutta la tecnologia che abbiamo a disposizione adesso può diventare un po’ travolgente, è quasi l’opposto di come ero abituato. In ogni caso, cerco di mantenere questo cinema il più umano e tattile possibile, anche se girando in una sorta di vuoto pneumatico è molto più difficile, spesso gli attori non girano nemmeno la stessa scena insieme; io ho sempre avuto la possibilità di godere della fisicità del set, di gioire alla vista dell’attore che recita e si muove in quell’ambientazione, è qualcosa che resta con me.”

*

E per finire, India. Da Shekar Khapur, una personalità del cinema di Bollywood che ama dilettarsi anche di yoga e spiritualità, il post di qualche giorno fa sulle resistenze indiane in tema di ambiente e sulle rivolte “rosse”. Non fateci caso se qualcosa vi sembra molto familiare…

“La NTDV mi ha chiesto di partecipare a un programma per discutere con il nostro Ministro dell’Ambiente sul fatto che i ghiacciai dell’Himalaya non si stiano affatto ritirando. Mi chiedo se il ministro ci sia mai stato. Caro Ministro, qua non è questione di statistiche, vada a chiedere alle popolazioni locali. Le statistiche si possono manipolare, come sappiamo tutti. Vada semplicemente lassù e guardi con i suoi occhi. E comunque i dati statistici dicono che i ghiacciai che si stanno ritirando con la più alta rapidità del pianeta sono quelli himalayani.
E adesso qualcosa a proposito dell?india che diventa Rossa. I Naxaliti e i Maoisti. la massiccia ribellione contro l’oppressione e il malgoverno – che ha condotto ambiziosi gruppi armati a trarre vantaggio dalla ribellione della gente oppressa. Mentre la nostra stampa e il nostro governo li chiamano una ribellione contro lo Stato Indiano e la Legge e l’Ordine, la verità è che queste persone lo stato indiano non l’hanno mai visto e che l’unica legge e l’unico ordine che hanno mai visto è il trattamento bieco e le umiliazioni che hanno patito per mano dei rappresentanti del Governo indiano o della Legge. Essi hanno percepito l’ascesa dell’India come superpotenza economica globale attraverso la confisca delle loro terre, in cui si trovano ricche risorse. Mentre l’esercito indiano lancia un attacco vero e proprio contro la sua stessa gente – stavolta senza la possibilità di incolpare una potenza straniera o il fondamentalismo islamico – è arrivato il momento che noi indiani pensiamo seriamente a noi stessi. Che cos’abbiamo che permette ai ricchi e ai potenti di trascurare completamente non solo i bisogni della maggioranza del nostro popolo, ma anche di opprimerli, trattando le loro famiglie e le loro donne peggio che se fossero animali. Non significa niente la nostra costituzione, che garantisce gli stessi diritti fondamentali a tutti i cittadini indiani? Oppure è stata scritta soltanto per la potente elite delle città? Che contraddizione. Mentre il governo indiano parla giustamente di crescita inclusiva, lancia un’enorme offensiva armata contro il suo stesso popolo, e chissà quanti innocenti, donne e bambini perderanno la vita nel fuoco incrociato. Come siamo arrivati a questo punto?”

Le musiche di oggi erano “Can’t help but smiling” di Devendra Banhart e “Just breathe” dei Pearl Jam

Ecco la puntata di oggi:

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dal minuscolo al gigante

simen johan until the kingdom comes

Ancora animali, ma stavolta del sogno e della psiche. Questa è una delle foto del 35enne norvegese Simen Johan, che da cinque anni sta lavorando su grandi ritratti di animali in pellicola, trasformati grazie al digitale in proiezioni del mondo onirico. Il pelo e le piume, il bufalo e il cervo albino, si possono vedere nella sua mostra Until the kingdom comes fino al 31 ottobre alla galleria Yossimilo di New York, cogliendo lo stimolo di Johan a riflettere sulla nostra prepotente antropomorfizzazione del mondo.  Qui potete vedere delle altre fotografie, e qui leggere un’intervista con Simen Johan, che si dichiara più pittore che fotografo; ecco cosa si dice del suo lavoro dalle parti del blog di Bloodmilk, artista visiva che parla delle sue ispirazioni e descrive così un precedente lavoro di Simen Johan sui bambini:

“E’ uno di quei fotografi che riesce nello stesso momento a farmi senso e a ipnotizzarmi. Mi interessa molto l’idea dell’oscurità/stranezza a contrasto con l’innocenza e la stranezza del passaggio dall’infanzia all’età adulta, e credo che lui riesca a catturare e bilanciare benissimo queste idee. Ho scritto la tesi su di lui, perché amavo le immagini della sua serie “evidence from things unseen”.

Pur con tutto l’interesse che mi suscita il lavoro di Johan, non posso fare a meno di pensare che un certo tipo di fotografia nasca puramente dalle possibilità dei mezzi con cui viene realizzata; “se posso allargarmi lo faccio”, insomma. E quanto più le stampe sono spettacolari e giganti, più aumenta il tripudio delle gallerie d’arte che hanno così qualcosa da mettere in mostra, e soprattutto pezzi da vendere. E’ un’annosa questione, che divide i fotografi già dagli anni Ottanta, sulla scorta dell’esplosione della grande fotografia di moda, ma che mi sembra rilevante in tempi di recessione.

Ma c’è ancora qualcuno che lavora sui piccoli formati e l’estetica del quotidiano, e che concepisce la fotografia soprattutto nella cornice dei libri. Gregg Evans nel suo blog ha un momento di nostalgia davanti a una foto che gli ricorda un pezzo della straordinaria Moyra Davey che ha visto qualche mese fa. Moyra Davey, una carriera piuttosto oscura di fotografa e documentarista, ha da poco pubblicato un piccolo libro-catalogo, Long life cool white, in cui propone sotto forma di annotazioni intime una sorta di collage delle sue letture sulla fotografia, da Walter Benjamin a Roland Barthes a Susan Sontag, alla ricerca della definizione di foto “vernacolare”. Incastonata nel mondo della fotografia spettacolare come un’isola di resistenza, occupata a chiedersi se non dovrebbe riciclare le proprie stesse foto invece di continuare a scattarne delle altre, Moyra Davey sembra adottare con naturalezza un’estetica della recessione. Vi propongo un frammento di recensione della sua mostra più recente dal blog Carefullyaimeddarts (freccettemirate), anonimo e ficcante:

“Long life cool white sembra il titolo di album di Miles Davis, almeno finché non capisci che si riferisce ai due tubi al neon in copertina sul catalogo. Moyra Davey riconosce di essere anacronistica. Dopotutto, fotografa la polvere, gli scaffali dei libri, le bottiglie di whisky e i centesimi di dollaro, usa ancora la pellicola e stampa di solito dei 50 x 60 centimetri. Le sue foto sono forme intime di poesia domestica, che comunicano una reverenza per il mondo materiale, e la traduzione magica in immagine. Moyra Davey redime ciò che è usato e consumato, esalta l’analogico e il malinconico. “

Questo è James Cameron che spiega che la macchina pubblicitaria per il suo nuovo film, Avatar, sta partendo solo adesso, anticipata da un interesse virtuale sulla rete con cui la produzione del film non ha niente a che fare.

Uscirà infatti a dicembre in America e in Italia a gennaio il suo nuovo kolossal. Il regista di Alien 2, TerminatorAbyss e Titanic, però, è ancora alle prese con gli effetti speciali, le sue creature azzurre altre tre metri e un set sul quale, se non altro, sta realizzando il sogno del cineasta che voleva emulare, Stanley Kubrick: quello di essere il Dio incontrasto del suo universo. A novembre il terreno verrà preparato anche in Italia dall’uscita di un libro su Avatar, la traduzione del saggio di Lisa Fitzpatrick sul dietro le quinte di quella che si annuncia come la più ambiziosa impresa digitale della storia del cinema. Se siete fan del minimalismo, farete un po’ fatica ad apprezzare, ma l’intelligenza creativa di Cameron è sempre da tenere d’occhio. E così ci immergiamo nel monumentale reportage di Dana Goodyear, che si è recato più volte sul set. Lo trovate per intero sui blog del New Yorker:

“James Cameron ha 55 anni, hai i capelli bianchi come carta e occhi di un torbido verdeazzurro../.. I suoi film, come Terminator 2 e Titanic, sono fra i più costosi mai realizzati, ma la vittoria è sempre più dolce dopo aver sfiorato la sconfitta../.. Sono passati dodici anni dal suo ultimo film, e quando sarà finito, Avatar sarà costato più di duecentotrenta milioni di dollari. Ci lavora da quattro anni e sarà il primo kolossal in 3-D. Cameron l’ha girato con telecamere che ha messo a punto lui stesso, e gli elementi digitali saranno indistinguibili dagli attori veri. ‘In questo film si integra tutto quello che so fare, è la cosa più complicata che sia mai stata fatta al cinema’, dice../.. Secondo Spielberg, nonostante la sua reputazione da nerd tecnologico, Cameron in realtà è un narratore molto emotivo../.. Qui gli umani hanno trasformato la terra in una gigantesca discarica. Jake si innamora di una principessa Na’vi, Neytiri../.. la sua lingua è mutuata in parte dal Maori, che Cameron ha ascoltato in Nuova Zelanda, dove sono girati gli esterni del film, ma come ogni dettaglio del suo lavoro, è interamente inventata da lui. Come in tanti altri suoi film, alla fine le figure femminili sono la vera forza vitale di Avatar“.

Per avere un’idea del film e delle creature azzurre, ecco il trailer!

Le musiche di oggi erano “Sea of heartbreak” di Rosanne Cash feat B.Springsteen e “Winter winds” di Mumford and sons

Ecco la puntata di oggi:

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gustose frivolezze

strawberries

Oggi cibo, cinema, televisione, e in genere qualche idea su come si possano sprecare grosse somme di denaro:

Si dice che a vedere il kolossal leghista Barbarossa non ci sia andato praticamente nessuno, un flop al botteghino. Ma Le Malvestite, che fra l’altro ha appena preso il premio annuale per i blogger di Riva del Garda, si è sottoposta a questo strazio anche per il nostro bene. Qui la sua eroica recensione.

Conseguenze della recessione: fra le tantissime riviste che stanno chiudendo, in Italia e nel mondo, c’è anche la rinomata Gourmet americana, 68 anni di storia, una delle innumerevoli testate Condé Nast, che a causa del crollo negli investimenti pubblcitari chiuderà, sappiatelo, anche Sposa Moderna e Sposa Elegante (a proposito di appetiti, Playboy invece resiste). Ho trovato la notizia su Gourmet qualche giorno fa sul blog di Mav, che sta nel Vermont ed è costernata, visto che il suo blog è un inno al cibo, e che come molti anglosassoni delle ultime generazioni, anche lei ha scoperto la venerazione per il cibo grazie a Jamie Oliver e a Gourmet. Mentre su twitter si scatena la campagna Savegourmet, a Route 66 del Corriere ecco cosa scrive Alessandra Farkas. Su dissapore.com, invece, in coda al post di Massimo Bernardi, i lettori commentano raccontando di quali riviste non potrebbero fare a meno. Invece su World of Mouth, il bog culinario del Guardian, il racconto di qualcuno che la sa lunga perché a Gourmet ci ha lavorato:

“Il fatto che la Condé Nast abbia deciso che economicamente non ci fosse più ragione di continuare Gourmet, per noi che ci abbiamo scritto è stato un fatto sconvolgente. Lavorare per Gourmet era come sorvolare l’Atlantico in prima classe. Ti rovinava tutte le altre riviste gastronomiche. Non era soltanto una questione di compenso, che comunque poteva toccare diversi dollari a parola. Era anche la perizia delle manovre, che incutevano soggezione: il modo in cui le sedute fotografiche del cibo venivano organizzate come se fossero dei set hollywoodiani, con tanto di chiamate del casting e catering sul posto; le attenzioni dei molti redattori; l’inseguimento da parte dei famosi controllori dei fatti – un episodio famoso è quello della controllora che chiamò un autore, che in un pezzo per Gourmet faceva riferimento a Colazione da Tiffany, chiedendogli il numero di telefono di Miss Holly Golightly in modo che potesse verificare cosa si diceva di lei nell’articolo…
Gourmet era anche celebre per le rigorose verifiche delle ricette. Mi ricordo di una volta che ho fatto un giro negli uffici; mi mostrarono le leggendarie cucine presso il quartier generale della Condé Nast a Times Square. Occupavano metà dell’edificio, con i soffitti a doppia altezza così da ottenere una vista perfetta di Manhattan. Quel giorno sembrava che ci fossero decine di squadre al lavoro, lì a cucinare ogni ricetta da capo più e più volte. Per il lettore britannico il risultato era un po’ difficile da digerire. Sulle pagine di
Gourmet tutto era sempre solare e leggero e morbido e piacevole. Era una glassa burrosa con doppia panna e ciliegie. La rivista si era specializzata in fotografie di pranzi, cene, feste in barca o in spiaggia – piene di gente dai denti luccicanti che si divertiva come non mai. Quando assunse la direzione della rivista, Ruth Reichl, che era stata il critico gastronomico del New York Times, dichiarò di volerla far diventare il New Yorker del cibo. Cosa che molti di noi interpretarono come l’intenzione di riempirla di pezzi chilometrici, approfondimenti e meravigliosi capricci. In realtà, ella ha realizzato quell’ambizione soltanto una volta, quando pubblicò un pezzo monumentale del defunto scrittore David Foster Wallace, “Considera l’aragosta”. Lo aveva mandato alla fiera dell’aragosta nel Maine e lui aveva scritto un trattato sul fatto che le aragoste potessero provare dolore, completo delle sue famose note a pié di pagina. Migliaia di lettori di Gourmet scrissero per protestare. Non era per quello che compravano la rivista. Volevano ricette a prova di bomba per fare la torta di zucca, complete di fotografie pornografiche del cibo”.

Se non avete mai letto il favoloso saggio di David Foster Wallace qui citato, lo trovate nella raccolta Considera l’aragosta.

E infine, visto che ieri era la serata di RaiDue monopolizzata da X Factor, ecco un estratto dalla recensione del giorno dopo dell’ineffabile Diegozilla.

Le musiche di oggi erano “Beato me” di Dente e “Baby Boomer” dei Monsters of Folk

Ecco la puntata di oggi:

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mostri e creature

sendak

Quasi impossibile prescindere, mentre percorriamo le vaste strade dei blog, da uno dei pochi blog italiani ricchi di senso, quello che Alessandro Gilioli tiene sul sito dell’Espresso, “Piovono rane“. A volte Gilioli ospita altri, e così, spinta dall’inquietudine sempre più profonda che mi provocano le notizie degli episodi di aggressioni agli omosessuali a Roma, vi propongo il piccolo testo di Piergiorgio Paterlini di questi giorni.

Spike Jonze, il regista surreale di Essere John Malkovich e del video di “Weapon of choice” di Fat Boy Slim con Christopher Walken che ballava, sta per uscire in tutte le sale del mondo con il suo a lungo rimandato Where the wild things are, kolossal in costume da orsacchiotti e coniglioni tratto da un celebre romanzo per bambini di Maurice Sendak del 1963. E’ la storia del piccolo Max, che una sera mentre gioca in casa combina un guaio. Per punirlo sua mamma lo manda a letto senza cena. Nella sua cameretta, Max immagina una specie di giungla e intraprende un viaggio alla volta del Paese delle Creature Selvagge, di cui diventa il Re.
In Italia trovate qualche copia smarrita della traduzione del libro di Sendak uscita nel 1999 con il titolo Nel paese dei mostri selvaggi. Nel frattempo però, Mondadori pubblica in questi giorni nella collana Strade Blu Creature selvagge, l’adattamento dal romanzo di Sendak realizzato dall’enfant prodige della narrativa americana Dave Eggers, sul quale si è basato Jonze per il suo film.

Ecco il trailer del film con la musica degli Arcade Fire, in cui le Creature Selvagge mostrano a Max come lanciarsi sugli alberi.

Il film uscirà in Italia il 30 ottobre, nel frattempo il Moma, il Museo di Arte Moderna di New York dedica a Spike Jonze una retrospettiva giustamente surreale, a cominciare dal titolo: Spike Jonze: i primi 80 anni. E considerate che il regista ne ha da poco compiuti 39. In questi giorni il blog e aggregatore di Tina Brown, Daily Beast, ospita una lunga intervista in cui Spike Jonze racconta anche dei rallentamenti e delle polemiche sulla realizzazione del film.

Jonze, che ha realizzato forse il primo film per bambini e adulti senza sentimentalismi, e sicuramente senza alcun compromesso visivo, ha anche un blog per accompagnare l’uscita del film, We love you so. Fra collegamenti con altri artisti, a loro volta contigui con le arti visive e la musica, ma anche con la moda e la pubblicità, Jonze si conferma acuto promotore di se stesso e cerniera fantasiosa fra mondi apparentemente separati, e nello spirito di contributo educativo che caratterizza anche il lavoro non letterario di Eggers, ha realizzato anche un documentario sull’autore delle Creature Selvagge, che oggi ha 81 anni. Il documentario, Tell them anything you want, verrà trasmesso domani dalla rete HBO, nel frattempo potete guardare il piccolo video (non lo trovate su YouTube per ragioni di copyright territoriale). Noterete la straordinaria vicinanza fra i disegni originali di Sendak e le Creature del fim di Jonze.

Infine, Michael Moore, il cui nuovo film Capitalismo: una storia d’amore è stato presentato a Venezia e uscirà il 30 ottobre, sul suo diario online che potete ricevere anche iscrivendovi alla sua mailing list, si congratula con Obama per il premio Nobel, e alla sua maniera, ha parecchie cose da dirgli.

“Congratulazioni presidente Obama per il Nobel per la Pace – adesso per favore se lo guadagni”

Caro Presidente Obama,
è notevolissimo che lei venga oggi riconosciuto come uomo di pace. I suoi rapidi  e chiari pronunciamenti – che lei chiuderà Guantanamo, che riporterà a casa le truppe dall’Iraq, che vuole un mondo libero dalle armi nucleari, la sua ammissione con gli Iraniani che siamo stati noi a rovesciare il loro presidente democraticamente eletto nel 1953, il grande discorso che ha rivolto al mondo islamico al Cairo, l’eliminazione di quel termine inutile, “guerra al terrore”, la fine della tortura – tutti questi gesti hanno fatto sentire noi e il resto del mondo un po’ più al sicuro conisderato il disastro degli ultimi otto anni. Lei in otto mesi ha assunto un atteggiamenro appropriato e condotto questo paese in una direzione molto più sana di di mente.
Ma…
L’ironia che le venga conferito questo premio nel secondo giorno del nostro nono anno di guerra in Afghanistan non sfugge a nessuno. Lei ora si trova davvero in un momento cruciale. Può dare retta ai generali e espandere la guerra (per portare a una fin troppo prevedibile sconfitta) o può dichiarare finite le guerre di Bush e riportare a casa i soldati. Ora, questo è quello che farebbe un vero uomo di pace.
Non c’è niente di male nel fatto che lei faccia quello che l’ultimo tizio seduto al suo posto ha mancato di fare – catturare l’uomo o gli uomini responsbaili per l’omicidio di massa di 3 mila persone l’11 settembre. MA LEI NON PUO’ FARLO CON I CARRIARMATI E LE TRUPPE.  Lei sta perseguendo un criminale, non un esercito. Non si usa un candelotto di dinamite per sbarazzarsi di un topo.
I Talebani sono un’altra faccenda. Questo è un problema che deve risolvere il popolo dell’Afghanistan – così come abbiamo fatto noi nel 1776, i francesi nel 1789, i cubani nel 1959, i nicaraguegni nel 1979 e la gente di Berlino est nel 1989. C’è una sola cosa certa delle rivoluzioni fatte dalle persone che vogliono essere libere: alla fine dei conti, devono trovare quella libertà da sé. Gli altri possono sostenerli, ma la libertà non arriva consegnata sul sedile davanti del blindato di qualcun altro.
Lei adesso deve concludere il nostro coinvolgimento in Afghanistan. Se non lo fa, non avrà altra scelta che restituire il premio a Oslo.

Michael Moore

PS la sua opposizione ha passato la mattinata ad attaccarla per aver portato tanto bene a questo paese. Perché odiano tanto l’America? Ho la sensazione che se lei trovasse la cura per il cancro questo pomeriggio la denuncerebbero per aver distrutto la libertà d’impresa perché i centri di ricerca sul cancro dovrebbero chiudere. Ci sono persone che sostengono che lei non abbia fatto niente per meritare questo riconoscimento. Per quel che mi riguarda, il fatto stesso che lei si sia offerto di camminare nel campo minato dell’odio cercando di disfare il danno irerraparabile fatto dall’ultimo presidente non solo è apprezzato da me e da altri milioni di persone, ma è anche un atto di vero coraggio. E’ così che lei ha vinto questo premio. Il mondo intero dipende dagli Stati Uniti – e da lei, per salvare letteralmente questo pianeta. Non deludiamolo.

Le musiche di oggi erano “As time goes by” di Billie Holiday e “Come home to me” di Steve Earle.

Ecco la puntata di oggi:

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