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Alaska XL #14 | porti delle nebbie

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(foto via Gothamist)

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Oggi dedichiamo grosso modo la prima parte della trasmissione a fare un punto delle vicende legate alle rivelazioni di Edward Snowden sulla sorveglianza elettronica dell’NSA – che continuano a tenere banco con il discorso di Obama di venerdì scorso, le misure di contenimento che ora dovranno essere discusse dal Congresso, il coinvolgimento degli altri paesi, la rigida posizione inglese, il destino dei whistleblower e di Snowden in particolare (qui l’opinione di Daniel Ellsberg, che 40 anni fa rivelò i Pentagon Papers), le questioni legate ai sistemi di cifraggio delle comunicazioni, il rapporto fra governo federale e aziende private alle cui infrastrutture le agenzie federali si appoggiano di fatto per la sorveglianza, e la discussione etica su nuovo giornalismo e sui diritti civili elettronici. Nella seconda parte daremo un’occhiata a due documentari di cui è stato appena annunciato l’ingresso fra le nomination all’Oscar, entrambi molto legati alla vita della rete e ai temi che discutiamo qui, e vi racconterò una storia emblematica di tecnologia in Sudafrica.

Dopo la divulgazione a dicembre dei risultati della commissione sull’NSA da lui stesso istituita, Obama ha parlato venerdì, con un discorso diventato indispensabile dopo le rivelazioni di Snowden emerse in questi sei mesi, e allo stesso tempo ancora più vago di quanto ci si potesse aspettare (qui trovate la trascrizione). Incerto e a disagio, Obama ha tentato di rassicurare il cittadino medio americano, ammettendo la necessità di limiti alla sorveglianza (così tipica degli assetti sociali a cui i suoi stessi modelli un tempo si ribellarono) ma ribadendone la necessità per l’anti-terrorismo, e sostanzialmente mentendo o restando evasivo sulle parti più importanti della vicenda. Le vaghe modifiche alla procedura che ha annunciato non risolvono il problema di fondo – che sia sbagliato e illegale raccogliere indiscriminatamente (e conservare) centinaia di milioni di metadati di comuni cittadini. Qui il punto di ProPublica, qui il punto di Freedom of the Press (di cui Snowden è entrato a far parte), qui quello di Glenn Greenwald. La sera prima del discorso di Obama, sono arrivate le nuove rivelazioni sull’impressionante programma Dishfire per la raccolta quotidiana di centinaia di milioni di sms, divulgate dal britannico Channel 4 insieme al Guardian.

♫ “Wise up ghost” di Elvis Costello & The Roots

Ecco la prima parte di oggi:

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2

Come sapete, in Italia non c’è una grande attività di stampa sulle rivelazioni sull’NSA e sulle questioni della sorveglianza elettronica, fatto salvo per il lavoro di Stefania Maurizi con Greenwald per l’Espresso e, come vi ho raccontato in varie occasioni, quello di Fabio Chiusi, che conoscete per il suo blog Il Nichilista e per il suo lavoro per il Messaggero Veneto e Repubblica. Chiusi ha pubblicato proprio venerdì scorso, in collaborazione con Valigia Blu, un ebook gratuito che riesce a riassumere punto per punto per i lettori italiani la vicenda per come si è dipanata fin qui. Mi è sembrata un’ottima occasione per averlo finalmente ospite ad Alaska, e ci colleghiamo in diretta con lui per fare il punto della situazione (potete riascoltare la conversazione nel podcast qui sotto).

♫ “Sirens” dei Pearl Jam

Ecco la seconda parte di oggi:

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Erano in pole position, ma la conferma è arrivata da poco: Dirty Wars di Jeremy Scahill e The Square di Jehane Noujaim sono candidati all’Oscar nella categoria Miglior Documentario. In modi diversi, sono due film importanti per la vita della rete e per la possibilità di raccontare la Storia con la S maiuscola in tempo reale. Jeremy Scahill, come sapete, è un celebre reporter che indaga sulle parti più segrete dell’apparato militare americano in Iraq, Afghanistan e Yemen, e che farà parte della redazione della nuova testata di Pierre Omidyar affidata a Greenwald – Dirty Wars traduce in una storia per immagini l’indagine che aveva pubblicato nel suo libro Dirty Wars. Jehane Noujaim, già regista di Control Room (documentario su Al Jazeera), egiziano-americana, ha girato The Square con il suo team tutto in presa diretta a Tahrir e ha vinto il premio del pubblico al Sundance Festival con una versione incompiuta del documentario, che ha rimontato in questi mesi, comprimendone ulteriormente la cronologia per arrivare fino al primo massacro dei Fratelli Musulmani, quello davanti alla sede della Guardia Repubblicana dopo il colpo di stato. Entrambi i film – diversi ma uniti da una forte scelta narrativa in soggettiva – sono stati proiettati nei festival più importanti e arriveranno nei vari paesi con modalità diverse. The Square, come vi avevo raccontato, è stato finanziato attraverso il crowdfunding con un progetto su Kickstarter e il contratto di distribuzione è stato stipulato con Netflix (che vincerebbe così il suo primo Oscar, nel caso) – in Egitto è ancora in attesa del visto della censura e gli egiziani hanno potuto vederlo soltanto in una breve finestra temporale ieri sera quando una versione in bassa qualità – ora rimossa – è comparsa su YouTube, e per l’Italia bisognerà aspettare un bel po’. Di Dirty Wars, per chi se lo fosse perso nella rara proiezione al Milano Film Festival, si può invece acquistare o noleggiare il download in sterline direttamente dal sito ufficiale. Qui Yasmine Rashidi dal Cairo su The Square per il New Yorker, qui l’intervista a Jeremy Scahill di Democracy Now!. Li ho visti entrambi e vi racconto un po’ le mie impressioni (potete recuperare l’audio qui sotto nel podcast).

♫ “Hunter of Invisible Game” di Bruce Springsteen

Ecco la terza parte di oggi:

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Un’azienda tecnologica sudafricana di enorme successo ma dalle radici che affondano nel passato cupo del paese. E’ la Naspers, e la racconta John McDulin per Quartz.

♫ “We live again” di Beck

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #12 | the Great NSA Xmas Show

E’ stata una settimana impressionante per le storie che riguardano la sorveglianza dell’NSA, tanto che ho deciso di dedicare loro l’intera puntata di Buon Natale e Buon Anno da parte di Alaska. Qui sopra potete vedere il video natalizio che l’American Civil Liberties Union ha creato per fare proseliti contro la National Security Agency. Ma andiamo con ordine.

aggiornamento del 29 dicembre: questa puntata potrete riascoltarla alle 12.40 di lunedì 30 dicembre. Anche se non li troverete nei podcast, in fondo al post trovate gli aggiornamenti (non pochi) della settimana fra il 23 e il 30 dicembre.

Il 13 dicembre esce anche in traduzione italiana, sull’Espresso online, la lettera firmata da varie persone che possono a buon titolo dirsi fonti e whistleblowers. Anche Juan Cole scrive una lettera, a Obama, per dirgli che nessun dissenso è possibile se tutti sono sorvegliati. Spunta qualche anticipazione sui risultati della commissione di studio dell’NSA formata da Obama ad agosto: i risultati potrebbero non essere scontati. Si discute di chi sarà il personaggio dell’anno secondo i lettori di Time, e fra i concorrenti c’è sicuramente il whistleblower Edward Snowden – il blog del Time dedicato al POY (Person of the Year) pubblica un piccolo racconto della cerimonia di consegna di un premio a Snowden in Russia. Dopo qualche allusione nella trasmissione televisiva americana 60 Minutes, sembra che dentro l’NSA siano divisi fra chi pensa che sia giusto garantire a Snowden l’amnistia, e chi lo vorrebbe ancora in carcere o impiccato. Intanto un membro civile dell’NSA, Inglis, decide di anticipare il momento di andare in pensione – lo racconta Foreign Policy. Ora del 16 dicembre, si sta discutendo di un’altra lettera, quella che Snowden ha inviato a un giornale brasiliano, che fa scrivere ad alcuni che fra le righe vi si potrebbe cogliere una reiterata richiesta di asilo al Brasile (il paese dove vive Glenn Greenwald) in cambio di informazioni. Greenwald smentisce che Snowden intendesse rinnovare la sua richiesta di asilo. Intanto Obama tiene un incontro con alcuni dei vertici delle grandi aziende tecnologiche americane, che stanno facendo lobbying al Congresso per riformare l’NSA.

♫ “The NSA is comin’ to town”

Ecco la prima parte di oggi:

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Lo stesso giorno, il giudice federale Richard Leon pubblica il primo parere a fronte di una delle molte cause intentate contro l’NSA per incostituzionalità (qui l’originale della sentenza, annotato da Spencer Ackerman per il Guardian).  E’ il primo verdetto contrario all’NSA dopo molti verdetti favorevoli negli anni a porte chiuse. E il giudice dà ragione al querelante: il sistema di sorveglianza dell’NSA è incostituzionale. Qui il resoconto del Washington Post, qui quello del Guardian,  qui Fabio Chiusi,  qui il senatore Wyden, qui NPR, qui la CNN,  qui il Washington Post, qui il Guardian, qui The New Republic. Il New Yorker pubblica un parere sulla possibilità di amnistia per Snowden. Il verdetto del giudice Leon sarà soltanto il primo di molti, ricorda l’AP, e la causa più vistosa contro l’NSA è quella intentata dall’American Civil Liberties Union (quella che il generale Alexander sosteneva al Congresso avesse libero accesso al monitoraggio dell’NSA). Qui la reazione dell’American Civil Liberties Union al verdetto del giudice Leon: “Edward Snowden è un patriota”.

Il 18 dicembre sembra una giornata tranquilla, fatta eccezione per l’apparizione di Glenn Greenwald in videoconferenza al Parlamento Europeo, dove risponde alle domande dei membri della Commissione sulle Libertà Civili (qui trovate una breve sintesi dello streaming integrale), rispiegando daccapo il metodo usato per lavorare sui file di Snowden, perché lui stesso non può viaggiare in Europa o rientrare negli Stati Uniti, come usciranno ancora delle storie sulla sorveglianza paese per paese, e come l’NSA e in Europa il GCHQ britannico siano di gran lunga le agenzie di sorveglianza più pericolose e potenti.  Nel primo pomeriggio americano viene annunciato che alle 4 verrà pubblicata (in anticipo rispetto alle previsioni, probabilmente a causa del verdetto del giudice Leon) la prima parte della relazione della piccola commissione di studio sull’ANSA istituita da Obama. Qualche giornale sembra avere già ricevuto una copia della relazione, sebbene sotto embargo fino alle 4, ma non il Guardian. Qui l’anticipazione del Washington Post, qui quella del New York Times. Dalle anticipazioni sembra di capire che il rapporto non sia affatto tenero con l’NSA. Il rapporto viene diramato alle 4 in punto: sono più di 300 pagine, con 46 raccomandazioni di riforma, più o meno condivisibili. Qui il testo integrale dal sito della Casa Bianca. Qui il parere a caldo di Politico. Intanto il Guardian americano ha pronto un liveblog che fornisce anche il contesto e le storie laterali di questi giorni che stanno intorno all’uscita anticipata della relazione. Fra le loro notizie a caldo, la reazione (negativa) di tre grandi compagnie telefoniche americane a una delle raccomandazioni, che a conservare i metadati degli utenti a tempo illimitato siano le compagnie stesse. Di fatto, la relazione conferma che tutte le rivelazioni nate dai file di Snowden sono vere, e anche se non lo nomina mai direttamente, sembra dargli ragione. Qui la trascrizione della discussione su Democracy Now!. Su alcuni punti particolarmente controversi, i difensori dei diritti civili sono molto critici: qui il parere della Electronic Frontier Foundation. Qui la New York Review of Books. Per Marcia Wheeler del Guardian, alcune questioni legali non sono chiare, e l’esistenza della commissione mira a lavare la coscienza dell’amministrazione Obama.  Reazioni anche dai Repubblicani, a cominciare dal padre del Patriot Act Sensenbrenner, fin dall’inizio contrarissimo ai sistemi dell’NSA. Intanto, in Inghilterra, Cameron è l’unico a non fare una piega – la relazione della commissione della Casa Bianca sull’NSA secondo lui non cambia nulla.

♫ “White Christmas” di Frank Sinatra

Ecco la seconda parte di oggi:

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Intanto, Pierre Omidyar ha pronto qualche annuncio sul nome e la struttura – molto interessante – della nuova impresa di informazione che ha affidato a Glenn Greenwald, tra profit e non-profit. Qui il comunicato dal blog temporaneo del gruppo, qui qualche dettaglio in più da Jay Rosen (già consulente del Guardian e ora anche consulente della nuova First Look Media), qui un’analisi di GigaOm. Qui un’accurata spiegazione di The Atlantic.

E qui vale la pena di recuperare uno scritto di Glenn Greenwald che era uscito all’inizio del mese, in risposta ad alcune polemiche innescate da Pando Daily, che lo accusava di aver “venduto” a Omidyar i file di Snowden. Al di là della polemica, le sue 15 pagine sono un ottimo promemoria delle questioni cruciali che riguardano il metodo di divulgazione dei file di Snowden, un nuovo modello di giornalismo con la stessa etica di quello tradizionale, e la risposta più articolata ai tifosi, invece, della divulgazione libera dei file (vedi polemica con Wikileaks delle settimane precedenti).  E mai come oggi è utile leggere la guru del giornalismo digitale, Emily Bell (già direttrice del Guardian online), che ricorda l’importanza di una rete sana di testate che collaborino fra di loro e proseguano le storie cominciate da altri.

♫ “Have yourself a merry little Christmas” di Cat Power

Ecco la terza parte di oggi:

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Le rivelazioni dai file di Snowden intanto non si fermano: qui il New York Times, e qui il Guardian, su come Dragnet spii agenzie di aiuti internazionali e vertici delle aziende.  E le Nazioni Unite votano per la tutela della privacy contro la sorveglianza indiscriminata.  Lo scrittore Dave Eggers scrive un appello ai suoi colleghi perché prendano posizione contro l’NSA.

Ma non siete curiosi di sapere da chi sia composto il piccolo gruppo di “saggi” che ha prodotto le 300 pagine di relazione sull’NSA? Ce lo racconta il Daily Beast, mentre la NBC intervista uno dei membri, che racconta la sua incredulità quando ha capito l’ampiezza e il metodo della sorveglianza nel suo paese.

♫ “Winter Wonderland” di Elvis Presley

Ecco la quarta parte di oggi:

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Aggiornamento del 27 dicembre: la Reuters rivela che l’agenzia di sicurezza RSA avrebbe letteralmente venduto all’NSA per 10 milioni di dollari una backdoor per aggirare il suo sistema cifrato di protezione dei dati. L’agenzia nega, anche se non smentisce di aver ricevuto il denaro. Per il giorno di Natale, dopo il tradizionale discorso della regina, Channel 4 ha la consuetudine di trasmettere un discorso di Natale “alternativo”. Quest’anno l’ha chiesto a Edward Snowden, e il video è stato girato a Mosca da Laura Poitras. Qui il video (che YouTube ha bloccato), qui la trascrizione. Intanto Alessandra Neve ha tradotto per noi il post di Glenn Greenwald su giornalismo, denaro e metodo di divulgazione dei file.

Aggiornamento del 29 dicembre: il 28 dicembre una nuova sentenza federale rovescia l’orientamento del giudice Leon, e respinge la causa presentata dall’ACLU – le pratiche dell’NSA vengono dichiarate legali. Qui trovate il testo integrale della sentenza, postato dal Guardian. Qui trovate la reazione ufficiale dell’ACLU, che ricorrerà in appello. Qui Fabio Chiusi ha analizzato il testo della sentenza con l’ausilio di alcuni giuristi. Intanto Glenn Greenwald teneva il suo keynote speech alla conferenza degli hacker 30c3 in Germania: due sale piene per un totale di quasi 6000 spettatori, a cui Greenwald ha parlato in diretta video da Rio, visibilmente commosso, scegliendo di ri-raccontare la storia del lavoro suo e di Laura Poitras secondo la chiave dell’ottimismo. Qui trovate il video integrale. Sulla sua scelta di esaltare in modo trasparente un lavoro giornalistico “di parte” e “avversario del potere”, die Zeit rilancia la discussione. Steffen Konrath ha raccolto qualche reazione (via Arianna Ciccone/Journalism Fest).

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l’amore è uguale per tutti

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(San Francisco, l’inconfondibile incrocio di Castro, davanti al cinema che porta un annuncio emblematico, ieri dopo la decisione della Corte Suprema sul Doma)

Ieri giornata storica (e di grandi festeggiamenti, da Castro a San Francisco a Stonewall a New York, e con 9800 tweet al minuto) per la delibera della Corte Suprema che annulla il Doma, Defense of Marriage Act, che definiva il matrimonio come l’unione esclusivamente fra un uomo e una donna. La prima conseguenza è che i diritti federali acquisiti nel proprio stato da coppie dello stesso sesso già sposate si estendono per loro a tutti gli stati dell’unione, anche quelli dove per queste coppie non è possibile sposarsi. Le ricadute legali non sono semplici, proprio a causa della differenza di legislazione da stato a stato, e arrivano fino al cambiamento dello status del coniuge straniero, ma è comunque facile leggervi una vittoria dei diritti, e una delle grandi vittorie culturali lungamente preparata da Obama con la composizione della Corte Suprema, che potrebbe avere ricadute anche sulla cultura di altri paesi. Un’idea concreta di cosa significa per le coppie dello stesso sesso la trovate qui, con i 1049 diritti e benefit che pertengono al matrimonio e che da oggi varranno a livello federale. Oggi mi interessa riferirvi del liveblogging che ha fatto ieri Andy Sullivan, che aveva fortemente sostenuto questo esito.

La canzone di oggi era “You make me want to wear dresses” di Lisa Germano

Ecco la puntata di oggi:

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su giornalismo, governi e informatori

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Dopo la puntata di venerdì, il Guardian ha pubblicato in serata un’altro documento-rivelazione sulla sorveglianza elettronica operata dal governo americano. Poco prima, il principale autore degli scoop, il blogger e avvocato Glenn Greenwald (anticipando fra l’altro l’uscita di nuovi materiali), aveva ritenuto di dover rispondere a quanti cominciano a ventilare ipotesi di azioni legali nei confronti degli informatori. Ne è uscita una dichiarazione appassionata sui compiti del giornalismo, sulla vita pubblica e sulla tutela degli informatori, che vi propongo anche nella traduzione in italiano di Alessandra Neve per Alaska.

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e non era tutto

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Dopo la nave rompighiaccio del Guardian, che ieri con il superblogger Glenn Greenwald era riuscito a dimostrare che è attiva l’ingiunzione legale alla compagnia telefonica Verizon a consegnare milioni di dati sensibili e generalizzati sulle chiamate dei suoi utenti all’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana nella cornice della legislazione anti-terrorismo, oggi ci siamo svegliati all’alba con il seguito della storia, dopo che il Washington Post e lo stesso Guardian si sono attivati con i materiali in loro possesso, dimostrando l’esistenza della struttura PRISM per il monitoraggio dei dati degli utenti stranieri di Facebook, Google, Apple e molte altre aziende con sede negli Stati Uniti, sempre in nome della sicurezza nazionale. Vi propongo un po’ di letture, a cominciare dal pezzo del Washington Post. Qui la “storia continua” del Guardian. Qui una sintesi in italiano del Post. Qui il New York Times. Qui il pezzo del Wall Street Journal, che poi però gli accosta un editoriale a favore della sorveglianza (e di certo non è solo, vedi Slate e altri). Qui Gawker su come il New York Times abbia ammorbidito la prima versione del suo editoriale contro Obama. Qui VentureBeat sulle risposte date finora dalle aziende coinvolte. Qui BusinessWeek, che entra anche nel merito delle implicazioni internazionali della sorveglianza americana su utenti non americani. Qui Cir-ca con uno schema riassuntivo delle rivelazioni di questi giorni. Qui il pezzo del Guardian sulla continuità fra la linea Bush e quella Obama in materia di sorveglianza, e qui ProPublica con una cronologia comparata fra i due.

Qui la riflessione generale di Quartz, qui Quartz su quello che vede come un merito di Twitter, che non è compresa fra le aziende web coinvolte nelle operazioni di PRISM, e qui invece Chris Saad che sostiene che non si tratti di un merito perché i dati di Twitter analoghi a quelli raccolti dalla NSA sono già pubblici e non hanno bisogno di essere consegnati. Il capo dell’intelligence James Clapper sostiene (vedi Forbes) che il pericolo non sta nella sorveglianza ma, al contrario, nel fatto che questa venga svelata dai giornali. Intanto le sue dichiarazioni scritte a caldo, poi scomparse, sono state catturate in tempo da BuzzFeed.

Qui le dichiarazioni della Electronic Frontier Foundation, che da anni sosteneva che esistano programmi segreti di sorveglianza dei dati degli utenti.

Qui un profilo di Glenn Greenwald, che ad Alaska seguiamo da anni come blogger e che ha fornito lo scoop di ieri al Guardian (sul New York Times, e qui Kathy Gill sulla necessità di tutelare il ruolo delle “talpe” nelle indagini sul comportamento del governo, per The Moderate Voice. Qui, dello stesso tenore, il commento di The Atlantic.

E infine, qui Time sulla missione del Guardian per conquistare il mondo scoop dopo scoop (già il 37% dei suoi lettori è negli Stati Uniti), e su come i giornali americani, che pure avevano per le mani materiali scottanti, hanno aspettato il quotidiano inglese per uscire allo scoperto.

PS un saluto all’NSA, che probabilmente sa di questo post  e da quale computer è stato scritto, a che ora, e facendo quali ricerche su Google.

La canzone di oggi era “These boots were made for walking” di Nancy Sinatra

Ecco la puntata di oggi:

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vulnerabili

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In attesa dell’incarico al nuovo presidente del Consiglio, diamo un’occhiata al preoccupante hackering di ieri sull’account Twitter dell’agenzia di stampa Associated Press – un lancio d’agenzia, palesemente mal scritto, ma che annunciava un attacco sulla Casa Bianca e Obama ferito. Due minuti soltanto prima che piovessero tutte le vaste rettifiche, ma abbastanza da far crollare la borsa. Oggi in molti, fra cui Craig Kanalley per Huffington Post, chiedono a Twitter di attrezzarsi con maggiori barriere di sicurezza sulle password degli utenti. The Verge fa un giro fra le grandi agenzie di stampa vulnerabili hackerate in questi mesi.

La canzone di oggi era “Padania” degli Afterhours

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prima di essere “noi”, anche noi eravamo “loro”

TIME-Jose-Antonio-Vargas

Mentre la composizione etnica e sociale degli stati americani continua a trasformarsi, influenzando i risultati elettorali, Obama ha tenuto l’altroieri a Las Vegas il suo discorso sulla proposta di riforma sull’immigrazione. A osservarlo attentamente c’era, fra i tanti, Jose Antonio Vargas (@joseiswriting su Twitter), forse il più famoso ed eccentrico “illegale” di tutti gli Stati Uniti. Vargas, ve lo raccontavo a settembre, è stato lo speaker introduttivo della conferenza annuale di Ona a San Francisco, dove ha raccontato la sua storia di immigrato negli Stati Uniti senza documenti, il limbo legale in cui si trova, le sue aspirazioni per il futur, e il suo lavoro come giornalista nonostante la piena clandestinità – per il Washington Post ha vinto il premio Pulitzer nel 2008 per il suo reportage sulla strage alla Virginia Tech, realizzato grazie all’utilizzo dei social media. Vargas è di origine filippina, ha 32 anni ed è cresciuto coi nonni negli Stati Uniti da quando ne aveva 12. Solo nel 1997 ha scoperto che i documenti con cui aveva ottenuto, per esempio, la patente di guida, erano falsi, cosa che ha mantenuto segreta per anni con l’aiuto di amici e parenti che lo hanno aiutato a falsificare la sua green card. Nelle sue stesse condizioni si calcola che negli Stati Uniti ci siano 12 milioni di persone. La sua decisione di condividere con gli editor che lavoravano con lui e con i lettori il suo status di “immigrante illegale” è stata, dice, più difficile di quando ha deciso di rivelare di essere gay. Lo ha fatto nel 2011 in un articolo per il domenicale del New York Times, con la speranza di spingere alla naturalizzazione di molti più giovani di lui nelle sue stesse condizioni. Il giorno dopo la pubblicazione del suo articolo, Obama ha annunciato la fine delle deportazioni per i ragazzi immigrati sotto i 30 anni. Vargas ha ascoltato il discorso di Obama a Las Vegas e ne scrive per la ABC online.

La canzone di oggi era “No te vas” dei Calexico

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armi letali

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(armi utilizzate nelle stragi di massa negli Stati Uniti, quante ottenute legalmente e quante illegalmente, da MotherJones)

Venti bimbi fra i sei e i sette anni, e sei adulti, in una scuola elementare di provincia, uccisi da un ventenne, con le armi appartenenti alla vasta collezione della madre, uccisa a sua volta. E’ la strage di Newtown, in Connecticut, la settima di questo tipo negli Stati Uniti nel solo 2012. Nella fretta di arrivare primi, i media americani hanno commesso molti errori, e quelli italiani a ruota. I primi hanno chiesto scusa, i secondi no. La rete si è improvvisata vigilante a posteriori, cercando di smascherare il presunto killer (con il nome sbagliato) su Facebook e Twitter – perseguitando un omonimo con migliaia di minacce. Qui Obama che parla subito dopo la strage, qui il testo del suo discorso a Newtown ieri in cui dice “dobbiamo cambiare”, qui la traduzione de Il Post. Qui Christopher Hitchens nel 2007 dopo la strage alla Virginia Tech. Per qualcuno Newtown è la linea rossa oltre la quale bisogna vincere il taboo costituzionale che dà diritto ad ogni americano di possedere armi da fuoco, e per discutere di tutela e assistenza nella salute mentale. Pochissimi tracciano un legame fra la politica americana di regolare i conti a colpi di armi da fuoco nel mondo a quella di farlo dentro casa.

Ecco la puntata di oggi:

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keep calm and trust Nate Silver

(la rielaborazione del manifesto “keep calm and carry on” circolata ieri su Twitter, via Kirsten Powers)

Nate Silver è giovane, sicuro di sé, e a giudicare dalle sue analisi dei sondaggi nei precedenti turni elettorali americani, il miglior statistico elettorale sulla piazza. Il suo metodo matematico (che traccia medie e analisi accurate fra tutti i sondaggi disponibili) è spiegato pubblicamente, e Silver lavora per il New York Times, dove pubblica ogni giorno i risultati delle sue ricerche sul blog fivethirtyeight. Anche quando alcuni sondaggi prevedevano la vittoria di Romney nelle scorse settimane, Nate Silver ha sempre sostenuto che i dati predicessero una vittoria di Obama. Politico lo ha attaccato, accusandolo di voler condizionare il voto a favore dei democratici, ne è seguita una polemica fra lui e vari commentatori, culminata nel guanto di sfida lanciato via Twitter a Joe Scarborough della NBC: scommettiamo 2000 dollari che vince Obama, se perde li verso alla Croce Rossa, se vince li versi tu. Il New York Times, però si è dissociato – secondo Margaret Sullivan, public editor del giornale, il comportamento di Silver è stato molto inappropriato. E mentre si aprono i seggi stato per stato, stavolta Silver si gioca la reputazione.
Qui una cronologia della vicenda dal 1 al 4 novembre: Jack Mirkinson per Huffington Post, Elspeth Reeve per The Atlantic Wire, Joe Weisenthal e Henry Blodget per Business Insider.

Radio Popolare e Popolare Network vi aspettano questa notte in diretta con le proiezioni, i nostri inviati a Chicago, i corrispondenti dai vari stati e i risultati, dalle 00.50 alle 6 del mattino, e dalle 6 alle 9. Inoltre, il nostro liveblog e la nostra diretta Twitter (su @alaskaRP e @radiopopmilano).

La canzone di oggi era “Death to my hometown” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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