rimetti a noi i nostri debiti

(uno dei magnifici manifesti creati dai culture-jammer canadesi di Adbusters per OccupyWallStreet)

Ben ritrovati a tutti!
Sono moltissimi gli spunti e le riflessioni che hanno continuato ad arrivarci dalla blogosfera e dai social media durante la pausa estiva, così in questa prima settimana cercherò di fare un punto di alcune novità che potrebbero restare importanti durante la nuova stagione, nella quale credo che assisteremo a ulteriori riflessioni sul rapporto fra citizen journalism e giornalismo tradizionale, fra attivismo e social media e al surriscaldarsi di alcune situazioni di protesta. Nei prossimi giorni riprenderemo anche il filo delle rivolte arabe, mentre oggi (a maggior ragione perché non ha praticamente copertura sui media tradizionali, men che meno in Italia) voglio cominciare la nuova stagione raccontandovi di #OccupyWallStreet, la catena di sit-in permanenti partita il 17 settembre, che sta entrando nella sua seconda settimana in diverse città americane – 41 (potete vedere la lista qui) – in testa naturalmente l’occupazione di Zuccotti Park (o Liberty Plaza) a New York (col progetto di un’occupazione per l’appuntamento internazionale del 15 ottobre, che toccherà anche l’Italia) e la danza intorno al Toro della Borsa Americana, a due passi da dove avvenne la scena degli impiegati Lehmann Brothers che lasciavano per sempre il loro posto di lavoro con gli scatoloni. La campagna di immagine dei sit-in è stata studiata con grande cura da Adbusters, che è fra i motori della prima chiamata al sit-in, già dallo scorso luglio. La richiesta dei sit-in americani, senza leader, è principalmente di testimonianza – riassumibile a grandi linee in un “noi non paghiamo il debito”, e “siamo il 99% e non staremo più zitti”. La comunicazione via Twitter, nonostante l’ispirazione ricalchi quella dei sit-in delle rivolte arabe e degli indignados spagnoli, è ancora molto grezza e confusa: troppi hashtag diversi (all’inseguimento di un hashtag generale che possa scavalcare nei trending topics la presunta censura di Twitter, e anche perché ogni città ha il suo hashtag), molti slogan, poche foto e poca cronaca; ma il dominio occupywallstreet.org ha 50mila contatti al giorno, 250mila nella prima settimana;  esiste uno streaming video del sit-in di New York, (gestito da un “gruppo media” di tre persone che ammette di non essere ancora abbastanza organizzato), ed è possibile ricostruire la quotidianità dei sit-in dalle richieste di tende per dormire, pizze, medicinali di base e altre necessità. Nelle foto si puà individuare il furgone di Wikileaks. Stanotte il regista Michael Moore, a cui era stato chiesto di partecipare, è comparso al sit-in di New York. Chi si trova a New York può fare una chiamata skype di solidarietà al sit-in contattando Globalrevolution1. Assemblee si tengono su vari temi durante la giornata. Le azioni della polizia vengono fotografate e filmate. Prima del sit-in, OccupyWallStreet ha stabilito un comportamento rigorosamente non violento e ha studiato la normativa sull’occupazione del suolo pubblico, decidendo di limitare l’occupazione ai marciapiedi, anche se l’occupazione notturna non sarebbe consentita e il fatto che quando i numeri crescono, i manifestanti finiscono inevitabilmente per intralciare il traffico. Tre giorni fa, questo ha provocato l’intervento del New York Police Department con spray al pepe e una retata con 80 arrestati, rilasciati nelle ore successive, che ha attirato l’attenzione altrimenti molto debole dei media tradizionali (l’ironia è che il sit-in è anche in solidarietà con gli agenti di polizia che si sono appena visti tagliare i fondi-pensione). Oggi provo a darvi qualche suggestione su #OccupyWallStreet: l’unico quotidiano di grande profilo che si è occupato da subito del sit-in è il Guardian, sia con articoli che con il suo blog; qui un pezzo di David Graeber, qui un un ritratto dei manifestanti,  che come vedrete traccia un identikit molto simile a quello degli attivisti del 2011 in tutto il mondo, a prescindere dalla situazione politica da cui partono: giovani, istruiti,  senza lavoro; qui invece il racconto di Ayesha Kazmi su come alla protesta si sia unito anche Anonymous e come venga usato Twitter in questi giorni. Qualcosa di più dai blog d’opinione del Washington Post, in particolare da James Downie. L’altro grande quotidiano che ha scritto di OccupyWallStreet è il NYTimes, subito sbugiardato da Allison Kilkenny su The Nation, che si fa qualche domanda molto opportuna sul vuoto di rappresentanza. Il NYTimes si rende allora più decoroso con una piccola inchiesta di Joseph Goldstein su cosa si discute negli ambienti della polizia metropolitana a proposito di sit-in, mentre al sit-in di Chicago, la notte scorsa, i manifestanti hanno avviato un’opera metodica di fraternizzazione con la polizia offrendo caffè e donut.

♫ Le musiche di oggi erano “Constant now” dei dEUS e “East Harlem” dei Beirut

Ecco la puntata di oggi:

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