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l’anno dell’arrestato

(Zainab Alkhawaja davanti alla poliziotta che l’avrebbe poi arrestata, ieri in Bahrain)

La rivista Time ha deciso che il 2011 è stato l’anno del Manifestante Ignoto. Ieri sera tre ragazze della resistenza del Bahrain, fra le quali @angryarabiya, sono state arrestate a un sit-in di protesta a Boudiya Street a Manama. Zeinab alKhawaja, @angryarabiya, è stata picchiata in commissariato durante la notte per essersi rifiutata di firmare un documento propostole dalla polizia. Mentre vi parlo in diretta, è in corso dall’alba al Cairo lo sgombero violentissimo di OccupyCabinet, il sit-in di protesta davanti all’ufficio del PM che procedeva in modo ordinato dopo l’uccisione del giovane Ahmed Soroor il 26 novembre, e che aveva registrato più di 80 avvelenamenti da cibo due giorni da dopo una distribuzione gratuita di cibo. Secondo i primi tweet dell’alba, i manifestanti hanno individuato dentro al sit-in un poliziotto militare in borghese e hanno tentato di allontanarlo. Questi avrebbe reagito violentemente, provocando il caos fra le poche centinaia di manifestanti. Nel giro di pochi minuti, dai tetti degli edifici intorno all’ufficio del PM soldati prima in uniforme, poi in borghese, hanno cominciato a lanciare grosse pietre, suppellettili, addirittura mobili da ufficio sui manifestanti (un video qui), per poi sparare proiettili di gomma. I manifestanti hanno spento un principio d’incendio in uno degli edifici adiacenti la residenza del PM per poi essere attaccati in strada con proiettili di gomma e proiettili veri. Diversi feriti gravi e alcuni arresti eccellenti – fra questi @monasasoh, poi subito liberata, e @sana2, le due sorelle di Alaa Abdel Fattah, e Noor Noor, figlio dell’ex candidato alle presidenziali Ayman Nour. Mentre vado in onda non si trova più neanche Evan Hill, uno dei giornalisti più importanti a seguire il Cairo fin da gennaio. Intanto l’esercito fa lo stesso gioco della battaglia di Mohammed Mahmoud a novembre, scaricando la responsabilità sull’”ingovernabile” polizia militare.
Dove c’è sit-in c’è sgombero e arresto, parrebbe, un po’ ovunque. Nick Kristof del New York Times racconta le sue giornate in Bahrain fra lacrimogeni e fermi di polizia (è la seconda volta che viene arrestato lì, stavolta è stato arrestato anche un fotografo della Reuters), mentre l’attore e speaker radiofonico John Knefel racconta le sue 37 ore di arresto per mano dell’NYPD a OccupyWallStreet.

♫ Le musiche di oggi erano

Ecco la puntata di oggi:

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guardaci, Mohamed Bouazizi

Mohamed Bouazizi si è dato fuoco il 17 dicembre del 2010, innescando la catena di proteste che avrebbero portato alla caduta di Ben Ali. Questo è un graffito nella sua città, Sidi Bouzid. (foto di Zohra Bensemra/Reuters, scattata il 19 gennaio 2011, pochi giorni dopo la sua morte in ospedale, e ai primi segni della rivoluzione egiziana)

Il 23 ottobre, domenica prossima, la Tunisia va a votare, per la prima volta dal rovesciamento di Ben Ali.

La grande scrittrice e attivista Rebecca Solnit scrive una lunga lettera da San Francisco a un ragazzo che è morto molti mesi fa e che pure continua a cambiare il mondo: Mohamed Bouazizi.

♫ La canzone di oggi era “Foot in the door” di Fink

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prendere il toro per le corna

(La regina dei tweep di piazza Tahrir, Gigi Ibrahim, e il toro di Wall Street).

Critical mass negli spazi pubblici più che manifestazioni politiche tradizionali, tutte le iniziative cittadine e nazionali che confluiscono domani nella giornata del 15 ottobre hanno un filo comune – fallimento delle regole di un sistema economico, eliminazione del futuro perché strangolati dal debito a favore di un elite finanziaria, riconquista degli spazi pubblici, spaccatura di rappresentanza fra classe politica e maggioranza dei lavoratori, dei disoccupati, degli studenti, spaccatura fra livello di istruzione e accesso tecnologico delle persone da una parte e la loro possibilità di far parte della società – e anche, si direbbe, un ritorno piuttosto cospicuo alla lettura di Marx, esattamente come in Egitto. In Italia c’è ancora disorientamento sia nella lettura di quello che accade (fin dalle prime acampadas spagnole accese da pza Tahrir) che nell’attuazione della versione italiana del #15O. Radio Popolare e Popolare Network seguiranno tutta la giornata con diretta da Roma e corrispondenze da tutto il mondo dal mattino alla notte, e sperimenteremo per la prima volta una diretta Twitter in streaming anche sulla homepage del sito di Radio Popolare – www.radiopopolare.it. Mentre andiamo in onda, la rivista Time dedica la copertina al 99% evocato dalla protesta di OccupyWallStreet e titola “il ritorno della maggioranza silenziosa”, mentre Zuccotti Park a New York, il sit-in di Denver e quello di Seattle sono a rischio sgombero nonostante il sostegno di molte personalità di spicco. Molti di questi sit-in diventano luoghi di confronto e di studio, su questioni sociali ed economiche, di cui si sente evidentemente una forte necessità. Perché possiate incrociare i fili comuni del #15O, vi propongo tre manifesti: quello di MilanoX e Reteeuromayday in rappresentanza dell’Italia, la convocazione spagnola raccolta da Dundun e Claudia Vago, che stanno facendo un lavoro di informazione sull’identità di queste piazze (qui lo Scoop.it di Claudia), e il manifesto dell’assemblea generale di #OccupyWallStreet a New York.

(la mappa dell’accampamento di Zuccotti Park creata dal New York Times)

Jeff Madrick, dopo aver tenuto una conferenza per gli occupanti di Zuccotti Park insieme al premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, ha scritto un post sulla sua esperienza nella piazza per il blog della New York Review of Books.

♫ La canzone di oggi era “Working Class Hero” di John Lennon

Ecco la puntata di oggi:

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rimetti a noi i nostri debiti

(uno dei magnifici manifesti creati dai culture-jammer canadesi di Adbusters per OccupyWallStreet)

Ben ritrovati a tutti!
Sono moltissimi gli spunti e le riflessioni che hanno continuato ad arrivarci dalla blogosfera e dai social media durante la pausa estiva, così in questa prima settimana cercherò di fare un punto di alcune novità che potrebbero restare importanti durante la nuova stagione, nella quale credo che assisteremo a ulteriori riflessioni sul rapporto fra citizen journalism e giornalismo tradizionale, fra attivismo e social media e al surriscaldarsi di alcune situazioni di protesta. Nei prossimi giorni riprenderemo anche il filo delle rivolte arabe, mentre oggi (a maggior ragione perché non ha praticamente copertura sui media tradizionali, men che meno in Italia) voglio cominciare la nuova stagione raccontandovi di #OccupyWallStreet, la catena di sit-in permanenti partita il 17 settembre, che sta entrando nella sua seconda settimana in diverse città americane – 41 (potete vedere la lista qui) – in testa naturalmente l’occupazione di Zuccotti Park (o Liberty Plaza) a New York (col progetto di un’occupazione per l’appuntamento internazionale del 15 ottobre, che toccherà anche l’Italia) e la danza intorno al Toro della Borsa Americana, a due passi da dove avvenne la scena degli impiegati Lehmann Brothers che lasciavano per sempre il loro posto di lavoro con gli scatoloni. La campagna di immagine dei sit-in è stata studiata con grande cura da Adbusters, che è fra i motori della prima chiamata al sit-in, già dallo scorso luglio. La richiesta dei sit-in americani, senza leader, è principalmente di testimonianza – riassumibile a grandi linee in un “noi non paghiamo il debito”, e “siamo il 99% e non staremo più zitti”. La comunicazione via Twitter, nonostante l’ispirazione ricalchi quella dei sit-in delle rivolte arabe e degli indignados spagnoli, è ancora molto grezza e confusa: troppi hashtag diversi (all’inseguimento di un hashtag generale che possa scavalcare nei trending topics la presunta censura di Twitter, e anche perché ogni città ha il suo hashtag), molti slogan, poche foto e poca cronaca; ma il dominio occupywallstreet.org ha 50mila contatti al giorno, 250mila nella prima settimana;  esiste uno streaming video del sit-in di New York, (gestito da un “gruppo media” di tre persone che ammette di non essere ancora abbastanza organizzato), ed è possibile ricostruire la quotidianità dei sit-in dalle richieste di tende per dormire, pizze, medicinali di base e altre necessità. Nelle foto si puà individuare il furgone di Wikileaks. Stanotte il regista Michael Moore, a cui era stato chiesto di partecipare, è comparso al sit-in di New York. Chi si trova a New York può fare una chiamata skype di solidarietà al sit-in contattando Globalrevolution1. Assemblee si tengono su vari temi durante la giornata. Le azioni della polizia vengono fotografate e filmate. Prima del sit-in, OccupyWallStreet ha stabilito un comportamento rigorosamente non violento e ha studiato la normativa sull’occupazione del suolo pubblico, decidendo di limitare l’occupazione ai marciapiedi, anche se l’occupazione notturna non sarebbe consentita e il fatto che quando i numeri crescono, i manifestanti finiscono inevitabilmente per intralciare il traffico. Tre giorni fa, questo ha provocato l’intervento del New York Police Department con spray al pepe e una retata con 80 arrestati, rilasciati nelle ore successive, che ha attirato l’attenzione altrimenti molto debole dei media tradizionali (l’ironia è che il sit-in è anche in solidarietà con gli agenti di polizia che si sono appena visti tagliare i fondi-pensione). Oggi provo a darvi qualche suggestione su #OccupyWallStreet: l’unico quotidiano di grande profilo che si è occupato da subito del sit-in è il Guardian, sia con articoli che con il suo blog; qui un pezzo di David Graeber, qui un un ritratto dei manifestanti,  che come vedrete traccia un identikit molto simile a quello degli attivisti del 2011 in tutto il mondo, a prescindere dalla situazione politica da cui partono: giovani, istruiti,  senza lavoro; qui invece il racconto di Ayesha Kazmi su come alla protesta si sia unito anche Anonymous e come venga usato Twitter in questi giorni. Qualcosa di più dai blog d’opinione del Washington Post, in particolare da James Downie. L’altro grande quotidiano che ha scritto di OccupyWallStreet è il NYTimes, subito sbugiardato da Allison Kilkenny su The Nation, che si fa qualche domanda molto opportuna sul vuoto di rappresentanza. Il NYTimes si rende allora più decoroso con una piccola inchiesta di Joseph Goldstein su cosa si discute negli ambienti della polizia metropolitana a proposito di sit-in, mentre al sit-in di Chicago, la notte scorsa, i manifestanti hanno avviato un’opera metodica di fraternizzazione con la polizia offrendo caffè e donut.

♫ Le musiche di oggi erano “Constant now” dei dEUS e “East Harlem” dei Beirut

Ecco la puntata di oggi:

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