non posso fare a meno di te

Raramente un grande scrittore molto anziano smette di scrivere libri, ma per Philip Roth è così. Non si diverte più, e ha deciso di smettere. L’unica cosa che possiamo sperare è che esca la sua super-biografia. Confermate le dichiarazioni che il grande romanziere aveva fatto qualche settimana al magazine francese Les Inrockuptibles, via Slate.

La canzone di oggi era “Explanations” di Selah Sue

Ecco la puntata di oggi:

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Nobel dentro

Mentre Mario Vargas Llosa si frega giustamente le mani per aver vinto il Nobel per la letteratura – il primo da molti anni assegnato a un autore di lingua spagnola – il “Nobel ombra” Philip Roth (perennemente candidato e mai premiato, e chissà se accadrà prima che ci lasci) pubblica in patria il nuovo romanzo Nemesis. Da circa quindici anni, il più grande autore vivente pubblica “spesso e breve”, alternando romanzi imperniati sulle sue tipiche ossessioni senili (età, sesso) ad altri di grande respiro e ispirazione  (il surreale Complotto contro l’America, il più recente Indignation),  di solito collocati a Newark, nel New Jersey natio e all’epoca della sua infanzia, ma con un legame allegorico con i tempi nostri. Nemesis sembra appartenere proprio a questa categoria, riportandoci un Roth dalla zampata finissima. In attesa che il piccolo romanzo esca in traduzione anche in Italia, oggi vediamo insieme due reazioni molto particolari al suo nuovo lavoro comparse sulla rete : quella di Leah Hager Cohen, scrittrice che apparteneva alla categoria di coloro detestano Philip Roth – fino al momento in cui il New York Times ha deciso di provocarla affidandole la recensione di Nemesis - che ci racconta il percorso della sua rivelazione. E quella, inaspettata e monumentale, dell’unico altro autore in lingua inglese (lui, sì, un premio Nobel) in grado di rapportarsi con Roth allo stesso livello e con lo stesso tipo di preoccupazioni per il destino umano, il sudafricano J. M. Coetzee, che offre una disamina di Nemesis sulle pagine della New York Review of Books.  (Nei link trovate i testi integrali, qui sotto nel podcast la traduzione di alcuni stralci).

♫ La canzone di oggi era “Coney Island” dei Massimo Volume

Ecco la puntata di oggi:

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a chi va il premio domani?

Dovrebbe essere annunciato domani il premio Nobel per la Letteratura 2010 – almeno così sperano gli editori che si trovano riuniti alla Fiera di Francoforte, anche se l’anno scorso l’annuncio è arrivato l’8 e tecnicamente potrebbe farsi attendere fino al 14. In rete si inseguono le previsioni e il toto-nome: a chi toccherà quest’anno? Una traccia la danno le probabilità di vincita calcolate dalle grandi agenzie di scommesse come Ladbrokes e PaddyPower, che continuano a cambiare soprattutto dalla fine di settembre. Sui blog, in parte, supposizioni e calcolo delle probabilità diventano anche strumenti per pubblicizzare questo o quell’autore (penso alla funzione del gruppo di facebook per il Nobel a Roberto Saviano), ma riflettono anche auspici letterari e politici, quando non tentano addirittura di leggere nella mente (il più delle volte illeggibile) della giuria del Nobel. Invece di cadere dalle nuvole come ogni anno, magari davanti a un candidato fortissimo nella sua lingua di nascita ma semisconosciuto da noi, cogliamo l’occasione per sentire cosa si dice in rete sulla rosa dei possibili candidati al premio, e per approfondire il ritratto di uno degli autori più segnalati dai blogger, il kenyano Ngugi Wa Thiong.

Alcuni dati di partenza sono che 1) l’attuale presidente della giuria del Nobel per la Letteratura ha ammesso che negli ultimi dieci anni il premio è stato troppo eurocentrico, 2) c’è un fortissimo interesse per la letteratura dei paesi africani, sia residenti che oriundi, 3) si fanno spesso i nomi del ceceno Kant Ibragimov e dello scrittore cinese Liu Xiaobo attualmente in carcere, 4) il Nobel non viene conferito a un nordamericano da molti anni, e restano in lizza alcuni candidati di sempre, come Philip Roth e Alice Munro, insieme alle meno probabili Joyce Carol Oates e Margaret Atwood, a El Doctorow,  e all’outsider Bob Dylan, mentre sale ogni giorno nelle quotazioni il nome di Cormac MCcarthy. Ricorrono, come ogni anno, i nomi di Murakami, Adonis, Elias Khouri, John Berger, Thomas Pynchon, Umberto Eco, Edward Albee per il teatro, e prende sempre più quota l’ipotesi di Amos Oz. Gli italiani non sono esclusi, con i nomi di Antonio Tabucchi e di Claudio Magris, e ricorre la sottolineatura che non vinca un poeta dal 96, quando venne premiata Wyslawa Szymborska. Oggi c’è chi auspica una vittoria in questo senso per la peruviana Carmen Ollé, o l’americana Rita Dove, o il coreano Ko Un, o, assai più quotati, la poetessa algerina Assja Djebar (anche se di lingua francese come il recente premio nobel LeClezio) o lo svedese Tomas Transtromer.

In rete, naturalmente, il dibattito più appassionante nel toto-Nobel per la Letteratura è quello fra i lettori, appassionati, onnivori e informatissimi sugli autori di tutto il mondo, che soppesano nei forum meriti e controindicazioni di ogni candidato. Tenendo presente che il contributo degli scommettitori  è molto relativo, visto che gli ultimi due vincitori erano dati 50/1, diamo un’occhiata, visto che l’anno scorso ci hanno azzeccato con Herta Muller, a quel che si racconta su Literary Saloon negli ultimi due giorni.

Ecco le previsioni di A Commonplace. E quelle del sito svedese Swedish Wire.

Isak, soprannome della blogger scrittrice Anneleigh Clark, fan di Karen Blixen e attentissima a quel che si muove in narrativa e poesia, esprime il suo auspicio che vinca James Ngugi – Ngugi wa Thiong, Kenya, autore di Chicco di grano e di Spostare il centro del mondo – La lotta per le libertà culturali - e gli dedica un profilo che vi propongo.

♫ Le canzoni di oggi erano “The sellout” di Macy Gray e “Stella d’argento” di Brunori Sas

Ecco la puntata di oggi:

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giallo inglese risolto + legal thriller #5

(foto Amelia Troubridge)

Aiutaci ad arrivare a 100 follower di Alaska su Twitter nella prima settimana! Clicca sul T-Rex qui a destra per seguirci! Ogni giorno saluti, anticipazioni sul lavoro per la nuova puntata e piccoli aggiornamenti a tema sulle questioni della settimana con i retweet dai media del mondo… Puoi anche twittare direttamente: @alaskaRP

Bye bye Gordon Brown, bye bye New Labour dopo 13 anni al potere.

Ieri sera poco dopo le 20 ora italiana Gordon Brown ha rassegnato le dimissioni; il tiro alla fune fra LibDem e Tories sulla riforma elettorale e altri punti si è concluso con successo, e il conservatore David Cameron guiderà la nuova coalizione (il più giovane Primo Ministro da 200 anni a questa parte), con Nick Clegg come “deputy prime minister“, figura onorifica di vice temporaneo indicata a piacere dal Primo Ministro. Il Guardian fa un bigino degli scambi avvenuti per arrivare all’accordo (solo il secondo del dopoguerra fra LibDem e Tories) e Andrew Sparrow (che sta scrivendo a ogni ora del giorno da tre settimane consecutive) tiene un diario/blog in diretta sulla prima giornata del nuovo governo (vi traduco il bigino nel podcast qui sotto)

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Mentre anche Paul Auster si aggiunge alla lista degli autori che giurano di non aver mai parlato con lui, Tommaso Debenedetti, falsario di interviste con grandi scrittori smascherato da Philip Roth e dal New Yorker, non ha nessuna intenzione di demordere, anche se è molto vicino ad ammettere di aver inventato tutto. Il Fatto lo ha intervistato, Il Post ha ripreso l’intervista.

Per godervi come si deve tutta la saga, ecco gli antefatti della storia come li abbiamo raccontati ad Alaska:

- venerdi 2 aprile

- venerdì 6 aprile

- giovedì 15 aprile

- giovedì 29 aprile

♫ Le musiche di oggi erano “Can’t help but smiling” di Devendra Banhart e  “Bleezer’s ice cream” di Nathalie Merchant

Ecco la puntata di oggi:

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legal thriller 3/4

Legal thriller # 3! Visto che vi aveva tanto impressionato la vicenda del giornalista freelance Tommaso Debenedetti, che avrebbe contraffatto un buon numero di interviste per il Piccolo di Trieste e per Libero con scrittori di fama e premi Nobel, non posso esimermi dal dare risalto all’ultima novità nella vicenda in ordine di tempo. Per il lungo e complesso intreccio completo vi rimando alle due puntate di Alaska in cui ce ne siamo occupati, prima questapoi questa,  con una ripresa in questa puntata. Adesso – tenetevi forte – Tommaso Debenedetti, benché sbugiardato con parecchi scrittori dall’indagine a tappeto di Judith Thurman del New Yorker,  ha deciso di rilanciare e querela Philip Roth, da cui tutta la vicenda era partita. Lo racconta qui Il Post. In coda al loro post trovate anche una piccola ma indicativa rassegna stampa europea di come la vicenda Debenedetti fosse rimbalzata sui quotidiani esteri.

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Ma non tutti danno addosso a Tommaso Debenedetti: se a noi interessava il merito delle interviste contraffatte in quanto tali, è anche vero che Judith Thurman, e prima di lei Philip Roth e John Grisham, avevano individuato nei falsi di Debenedetti una tendenza a mettere in bocca agli scrittori dichiarazioni politiche sorprendentemente conservatrici o di destra (che poi gli autori, ognuno per conto suo, hanno disconosciuto). Anzi, era proprio per via della difficoltà di riconoscere in bocca a quegli autori certe dichiarazioni che il falso è venuto a galla. Così adesso c’è qualcuno che vede il giornalista come una vittima delle calunnie della sinistra: oggi Liquida fa una rassegna di interventi sui blog, e fra questi ce ne sono alcuni che citano dalle interviste di Debenedetti come fossero vere, riazzerando la questione in modo giusto un tantino manipolatorio, alcuni senza nemmeno il riassunto della vicenda con tutta l’indagine del New Yorker.  Come si può vedere dalla strana coda di commenti di uno degli ultimi frammenti dell’inchiesta di Judith Thurman, quando ha aggiornato a fine marzo con la verifica fatta con Gore Vidal, gli italiani citano e commentano secondo la loro logica interna anche sui media americani. E la gravità del falso giornalistico in sè va in fanteria?

Siccome a volte questi dettagli sfuggono o non c’è tempo per leggere proprio tutto, vi segnalo che nei commenti a uno dei post segnalati da Liquida c’è anche menzione di un falso di Debenedetti già scoperto dal Guardian nel 2006, un’intervista con John le Carrè ricordata qui: “Nel 2006, John Le Carré disse a De Benedetti che non avrebbe esitato un momento prima di votare Berlusconi. Eppure quando il Guardian gli ha telefonato, Le Carré ha detto che una simile intervista non aveva mai avuto luogo e che se lo fosse stata lui avrebbe detto che “Berlusconi è pazzo e pericoloso”.

(in centro alla pagina di Liquida che vi ho linkato, dove ci sono le foto, trovate anche i due post Legal Thriller di Alaska!)

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Due giorni fa vi proponevo una riflessione sui sondaggi, sulla sorpresa Clegg e sulle posizioni dei quotidiani inglesi alla vigilia delle elezioni nazionali del 6 maggio. Per chi non avesse visitato il blog, vi raccomando un commento che ci ha lasciato il nostro blogger londinese per eccellenza, Fabio Barbieri, perché può essere utile a illuminare alcuni stati d’animo legati alle elezioni. Il 6 maggio, naturalmente, Fabio ci racconterà la giornata elettorale in diretta da Londra ad Alaska.

Le musiche di oggi erano “Equestrienne” di Nathalie Merchant e “Lungo il fiume” del Club dei Vedovi Neri

Ecco la puntata di oggi:

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invenzioni

Judith Thurman del New Yorker ha fatto un’altra piccola verifica sulla storia del giornalista Tommaso Debenedetti che avrebbe inventato e pubblicato decine di interviste con grandi della letteratura. Dopo la prima puntata qui, e la seconda puntata qui, ha aggiunto una postilla sul suo blog del New Yorker che riguarda la verifica fatta con José Saramago: la trovate in coda al suo vecchio post qui (ve la traduco qui sotto nel podcast)

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Non contenti di inscenare le battaglie della Guerra Civile come gioco di ruolo in costume, i fan dei Confederati hanno anche qualche ambizione di ricreare il loro mondo, e lo fanno – di tutti i posti – in Brasile. Riogringa racconta come ci sono finiti, e riporta delle loro feste tradizionali e dell’imbarazzante tentativo di dare una patina romantica alle storie della schiavitù. Vi traduco il suo post nel podcast qui sotto, e al suo link originale potete vedere anche alcuni video

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Saudiwoman, la nostra blogger di riferimento per le questioni delle donne in Arabia Saudita, ha scritto tanto del folle divieto alle donne di guidare. Oggi posta sul fatto che dopo tanti anni di attese vane potrebbe intravedersi unaluce in fondo al tunnel (vi traduco il suo post nel podcast qui sotto); nel frattempo ci ripropone la storia della sua amica Lupa Mannara, una madre di trent’anni che una bella notte ha cominciato a travestirsi da uomo per guidare la macchina sulle strade di Riyadh sfidando il divieto, e ci ha preso gusto.

Le musiche di oggi erano “Good way” dei Monsters of folk e “In the end” di Charlotte Gainsbourg

Ecco la puntata di oggi:

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legal thriller 2

Non è finita! Ricapitolando, il Venerdì di Repubblica intervista Philip Roth e gli chiede conto di una dichiarazione su Obama che avrebbe rilasciato a Libero. Lui nega di averla mai rilasciata e vuole vederci chiaro. Chiama il suo agente e scopre di non aver mai parlato con il freelance che lo avrebbe intervistato per Libero, tal Tommaso Debenedetti.

Philip Roth fa qualche ricerca in rete, e tutta la faccenda finisce nella rubricaTalk of the town sul New Yorker di questa settimana, che ne parla con lo scrittore. Roth ha scoperto che Debenedetti avrebbe messo le stesse dichiarazioni in bocca a John Grisham. Il suo agente ha chiamato l’agente di John Grisham. Mai parlato con questo Debenedetti neanche lui. Roth lascia perdere ma Grisham pensa di fare causa. E questo ve lo raccontavo venerdì scorso.

Ma dopo che siamo andati in onda, il New Yorker si è scatenato. L’autrice del primo articolo, Judith Thurman, ha fatto un giro di telefonate da paura, e ne ha riferito l’esito nella pagina dei blog. Prima ha fatto una piccola ricerca per continuare quella di Philip Roth, scoprendo che dopo quelle con lui e Grisham, esisteva anche un’intervista falsa con Gore Vidal. E poi ha scoperto, in poche parole, che questo Debenedetti si è lasciato dietro una scia di interviste false, più di venti, tutte con personalità di spicco del mondo della letteratura internazionale fra cui alcuni premi Nobel. Quasi tutte riportano opinioni politiche nelle quali gli scrittori “intervistati” non si riconoscono. Judith Freeman racconta le sue venti telefonate e anche quella che ha fatto al direttore del Piccolo di Trieste che le ha pubblicate, e – tenetevi forte – all’ineffabile Debenedetti, che finalmente ha trovato al cellulare. Qui sotto nel podcast potete riascoltare la traduzione integrale del suo articolo, con tanto di aggiornamento di ieri.

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Ma noi alle invenzioni di stampa ci siamo abituati, ce lo racconta un po’ Wittgenstein.

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Già che parliamo di gialli, dopo i concerti d’addio di Bruce Springsteen al Giants Stadium nell’ottobre scorso, per il vecchio stadio dei Giants nel New Jersey è arrivato davvero il momento della fatidica demolizione (quello nuovo è già pronto poco lontano). Ma questo ha fatto tornare “a galla” (ehm) una brutta vecchia storia. Per chi è appassionato di James Ellroy non sarà una sorpresa, ma di Jimmy Hoffa, il capo del sindacato dei Teamsters colluso con la mafia, si sa soltanto che fece una brutta fine, forse assassinato dal clan dei Genovese. La teoria più pittoresca è che dopo la sua sparizione, il 30 luglio del ’75, il suo cadavere venne gettato proprio nelle fondamenta del Giants Stadium in costruzione. Ci posta tutta la storia David Porter della Associated Press (la traduzione qui sotto da riascoltare nel podcast)

Le musiche di oggi erano “Skillz” dei Super 8 Bit Brothers e “Wrecking ball” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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legal thriller

Non si può dire che come italiani non facciamo notizia. Dunque, qualche settimana fa leggo un’intervista con lo scrittore Philip Roth sul Venerdì di Repubblica. Parla con Paola Zanuttini del suo nuovo libro, L’umiliazione, e a un certo punto lei gli dice (riassumo): ma è vero che a lei Obama non piace per niente? Lui si risente, dice che non è affatto vero e le chiede dove l’ha sentito dire. Lei gli dice che l’ha letto a novembre in un articolo di Libero scritto da Tommaso Debenedetti. Lui si attacca al telefono e chiama il suo agente. Questi controlla la lista delle interviste che ha fatto e, come pensava Philip Roth, con questo Debenedetti lui non ha mai parlato in vita sua. Philip Roth chiede alla Zanuttini cosa vuol dire “Libero”. Lei gli glielo dice e lui ribatte: allora… liberi di dire quello che gli pare?

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La cosa sembra finire qui, colore di provincia. Ma ieri, attraverso un filo di blog che da Massimo Mantellini arriva a m.fisk, salta fuori che la notiziola si è meritata un articolone sul nuovo numero del New Yorker attualmente in edicola. Judith Thurman ricostruisce la vicenda e scopre che nel frattempo è andata avanti. Perché Philip Roth ha fatto qualche ricerca e ha scoperto che questo Debenedetti aveva fatto la stessa cosa con John Grisham, sempre tentando di “scroccare” qualche parere negativo su Obama, pro domo sua. Peccato che la moglie di Grisham sia una superdelegata di Hillary Clinton e che dopo la scelta della nomination di Obama abbia fatto campagna militante per lui, e che Grisham di cause legali ne sappia qualcosina…  Qui sotto nel podcast potete riascoltare la traduzione di tutto l’articolo del New Yorker.

M.fisk commenta dicendo che secondo lui, come al solito, in Italia non ci saranno affatto conseguenze.

Aggiunta delle 19.00 di oggi: il legal thriller prosegue. Il New Yorker indaga e scopre che questo Debenedetti ha inventato altre 20 interviste con scrittori celebri (metà dei quali premi Nobel), controlla la vicenda con ciascuno di loro, chiama il direttore del Piccolo del Trieste e riesce a parlare al telefono con lo stesso Debenedetti. Via Mantellini, ecco il post di aggiornamento del New Yorker (ve lo traduco quando ci risentiamo martedì!)

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Qualche giorno fa vi raccontavo dal blog di Betsy Lerner delle carte di David Foster Wallace acquisite dall’archivio dell’università del Texas. Adesso c’è la questione di chi prenderà il posto dello scrittore all’università di Pomona, dove la sua cattedra di scrittura creativa è rimasta vacante per due anni.  In gran segreto, raccontata soltanto dal giornale studentesco, corsa dell’università ai colloqui per sostituirlo e corsa degli autori ad accaparrarsi il posto, che ha un certo peso simbolico. Ma lo splendido Junot Diaz, per esempio, ha detto di no. Lisa Paravisini raccoglie i fili della vicenda (il suo post lo sentite tradotto nel podcast qui sotto).

Le musiche di oggi erano “Free to walk” di JL Pearce nella versione di Nick Cave & Debbie Harry e “La canzone della gioia” di Luca Gemma

Buona Pasqua a tutti quanti, ci risentiamo martedì prossimo!

Ecco la puntata di oggi:

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carta

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Apriamo oggi con gli auguri di buon decimo compleanno a una libreria – sì, perché la magnifica Spoonbill & Sugartown, nel cuore di Williansburg a Brooklyn, compie gli anni oggi e festeggia in un modo particolare. Da qualche settimana, fra i tascabili usati, i tappeti persiani, i volumi di illustrazione, grafica e fotografia, il gatto nero e il gatto tigrato, le scatole di legno, i quaderni e gli artists book in copia unica, i giovani librai chiedono a ogni cliente di farsi fotografare con il proprio acquisto e di compilare un modulo nel quale descrive com’è avvenuto il suo incontro con la libreria, e cosa ci trova di speciale. In vetrina campeggiano le faccione dei primi clienti fotografati, che esibiscono orgogliosamente l’ultimo libro scovato da Spoonbill. In seguito, le fotografie e le schede compilate andranno a formare a loro volta un libro. Nel frattempo, tutti i clienti sono invitati oggi a partire dalle 10 del mattino ora locale – ancora il 10! – a vedersi un concerto, ma soprattutto a “prendersi 10 momenti di riflessione, silenziosa o meno, su un libro che hanno letto negli ultimi 10 anni”. Un bel gioco che possiamo fare anche noi a distanza, per celebrare la gratitudine per i libri e per una libreria che ci fa scoprire cose di cui non sospettavamo neanche l’esistenza. Anche se non ci sfugge la dolorosa carenza dalle nostre parti di librerie di quartiere calde e affettuose, alle quali sentirsi legati, che rifuggano dalla vetrina preconfezionata con le ultime novità e si facciano paladine della scoperta. E qualcosa ne sanno i librai, sommersi dagli scatoloni di volumi, dai conti da pagare e dagli affitti stellari. Già che ci siamo, voglio proporvi di dare  un’occhiata anche alla libreria virtuale di Mark Sarvas, lo scrittore che oltre che a scrivere riesce anche a tener il miglior blog letterario del mondo secondo il Guardian, spaziando fra recensioni di libri, resoconti di quello che sta scrivendo, eventi letterari, e altri blog a tema. Fra gli ultimi post il richiamo a un articolo di Alexandra Alder sul Wall Street Journal nel quale alcuni autori di nome raccontano le loro fissazioni quando stanno scrivendo un romanzo; oppure un’anticipazione critica del nuovo romanzo di Philip Roth appena uscito negli Stati Uniti, oppure il lancio di una serie di racconti su commissione che verranno venduti su e-bay.

Il miliardario delle news Rupert Murdoch minaccia di ritirare il contenuto dei suoi giornali dalle ricerche di Google. Douglas Rushkoff, esperto di nuovi media, sostiene che un vero conservatore potrebbe salvare il giornalismo dalla libera rete..

Per quanto possa suonare improbabile, Rupert Murdoch potrebbe essere la nostra ultima speranza di una soluzione pacifica nella guerra di Internet al giornalismo professionale. Un uomo che molti incolpano di addomesticare, globalizzare e svalutare le notizie sta pensando di prendere posizione contro una forza più grande di lui: i link. In una intervista concessa nel fine settimana a Sky News Australia, Murdoch ha sfidato la Regola Cardinale di Internet avanzando l’ipotesi che l’informazione debba costare qualcosa: “non dovrebbero trovarla sempre gratis, e penso che fin adesso abbiamo dormito. fare un giornale ci costa un sacco di soldi”. Alludendo al fatto di essere pronto a togliere la spina alla reperibilità universale delle notizie, sta invitando altri editori nella sua stessa posizione a prendere in considerazione di fare la stessa mossa.

Murdoch sta parlando di qualcosa di più che semplicemente far pagare l’accesso alla versione online dei suoi giornali, cosa che il Wall Street Journal e qualche altro fanno già con successo da anni. Inveendo contro i “cleptomani di contenuti” come Google, Microsoft e Ask.com – che in effetti è come se si sindacassero alle sue pubblicazioni senza pagare – Murdoch ha perfino suggerito di voler erigere dei muri di protezione che impediscano agli articoli dei suoi giornali di risultare nelle ricerche su Google. Proprio così: invece di sfruttare il sistema per ottenere dei ranking più alti nei risultati delle ricerche, Murdoch sta pensando di ritirare del tutto i suoi contenuti dalle ricerche di Google – un’operazione semplicissima che Google sostiene sia a disposizione di qualunque sito lo desideri.

Naturalmente a Google sono sbalestrati dal fatto che qualcuno voglia farlo. In una dichiarazione rilasciata in risposta alla sfida di Murdoch, affermano che il pensiero di Google è ovviamente questo: “gli editori mettono i loro contenuti sul web perché vogliono che vengano trovati”. Ma come sta imparando la News Corp di Murdoch e molte altre imprese editoriali, a volte Google rende fin troppo facile agli utenti del web trovare i loro contenuti. Nel loro sforzo per allinearsi a Internet e collaborare all’idea che ci vuole un’informazione gratuita, molti giornali hanno trasformato i loro elementi di profitto in un peso. A cosa serve un pubblico globale se nessuno paga? Senza ritorno, virtualmente i giornali se ne vanno gambe all’aria. Così, mentre i giornalisti del New York Times attendono di sapere chi di loro sarà fra i prossimi 100 a restare senza stipendio fra due mesi, l’Associazione degli Scrittori tiene seminari su come guadagnarsi da vivere come autore professionista, e i forum di Mediabistro sono pieni di post di giornalisti che stanno pensando di andare a fare un altro lavoro, è arrivato il momento che qualcuno prenda in considerazione un’alternativa alla fusione fra il giornalismo professionista e la blogosfera sempre disponibile e sempre gratuita.

Certamente, l’ascesa del gratuito è stata una manna del cielo per tante persone: milioni in tutto il mondo, o almeno fra quelli che hanno una connessione internet, godono di un accesso gratuito in qualunque momento a tutta l’informazione di cui hanno bisogno. Ma proprio come l’accesso libero alla musica porta al fatto che nessuno può più vivere di musica, il giornalismo gratuito non può mantenersi, soprattutto quando è un motore di ricerca a fornire tutta la pubblicità. ma quello che ha capito Murdoch è che una rivolta contro la gratuità dei contenuti vorrà dire più che erigere un login per abbonati fra il Google di link e l’articolo. Il login non fa altro che spingere l’utente a trovare una fonte alternativa di informazione. No, quello di cui si è reso conto Murdoch è che un giornale non ha un valore soltanto per i suoi singoli contenuti, articoli o notiziole che possono essere scelti da una lista generica. Un giornale fornisce un contesto. racconta una storia attraverso la sua selezione di articoli per quella determinata giornata, il loro accostamento e anche la loro continuità nel tempo. Aprendosi alla vivisezione immediata tramite ricerca, gli editori invitano alla disconnessione dei loro articoli dal loro contesto e dalla loro sorgente. E più incoraggiano questo sfruttamento dei loro contenuti, più incoraggiano i i lettori a vedere il lavoro dei loro giornalisti come meri dati, isolati da una prospettiva più ampia. Qualcosa che sta al giornalismo come le suonerie dei cellulari stanno alla musica. Quando Murdoch comprò il wall Street Journal, uno dei pochi grandi giornali ad avere un accesso a pagamento, aveva detto che avrebbe presto rimosso il pedaggio per promuovere un maggior numero di lettori e un maggior numero di pagine viste per le pubblicità. Adesso, solo due anni dopo, si sta accorgendo che il Wall Street Journal aveva ragione, che alla fine dei conti, mantenendosi intatto, ha protetto la propria integrità come pubblicazione. E non è che Google sia sul mercato soltanto per il bene pubblico. Google fa i suoi bei soldi tenendo aperti i contenuti di tutti nelle sue pagine di ricerca, ma soprattutto i loro contenuti pubblicitari. Un mondo di contenuti open è un mondo aperto a Google.

Certo, è difficile battersi contro l’apertura dell’universo di Google senza risultare buii, musoni e conservatori come, diciamo, Rupert Murdoch. E io da giornalista professionista che comunque sostiene un internet che sia della gente, sono felice di competere con migliaia di blogger amatoriali che raccontano e commentano le stesse storie che racconto io. Ma il vantaggio di cui godono i giornalisti professionisti è solo quello: di essere professionisti, pagati per avere il tempo e le risorse di cui hanno bisogno per dedicarsi al loro compito. Se non riusciamo a fare di meglio, va bene, ma se continua così non riusciremo nemmeno a dimostrarlo. E’ ovvio che per ora i commenti di Murdoch sono solo una sparata per sondare il terreno. Ha iniziato un discorso che però pochi di noi sono in grado di supportare con un impero mediatico multimiliardario. Suggerendo l’idea di togliere la spina alle notizie universalmente accessibili, sta invitando altri editori a pensare di fare lo stesso, e io spero che lo facciano.

E voi, cosa ne pensate? Commentate qui sotto.

Vi ricordate quando abbiamo parlato della chiusura della grande rivista gastronomica Gourmet? Il nostro ascoltatore Sapo ha trovato una cosa molto interessante che vi consiglio di andare a vedere, un sito fatto interamente con le fotografie dei corridoi vuoti di Gourmet scattate da un redattore che ci lavorava, Kevin DeMaria, che aiutandosi con i secchi dell’immondizia per appoggiare la sua macchina fotografica per le lunghe esposizioni, ha ritratto gli scatoloni impilati, i disegni e le foto staccati dai pannelli, i neon spogli, gli scaffali vuoti, i resti del cibo mangiato ai tavoli delle riunioni e i redattori malinconici alle scrivanie che dovranno presto abbandonare. Gourmet sarà anche stata il simbolo di una certa editoria patinata, ma vedere i segni di un luogo di lavoro che muore fa sempre impressione.

Le musiche di oggi erano “Come home to me” di Steve Earle e “Timshel” di Mumford and sons

Ecco la puntata di oggi:

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