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rivoluzione digitale #1

(Sultan al Qassemi, foto di Richard Adams)

Come promesso, comincio a proporvi alcuni materiali di riflessione sull’utilizzo dei social media nel giornalismo e nell’attivismo online, un argomento in continua evoluzione che continueremo a seguire durante la stagione – un po’ il dietro le quinte del lavoro che faccio per voi qui e su Twitter. Liz Heron, social media editor del New York Times, spiega alla conferenza di Boston ONA11 di fine settembre a cosa servono i social media secondo lei. Il corrispondente del Guardian Richard Adams traccia un profilo di Sultan al Qassemi, il blogger degli Emirati fra i primi a twittare le insurrezioni in Tunisia ed Egitto. IdeaLab comunica i risultati di uno studio dell’Università di Washington sull’impatto di Twitter nella cosiddetta “primavera araba”. Steve Myers posta per Poynter su come il ruolo del social media editor sia diventato anche quello di smontare notizie false. Jessica Ann Mitchell racconta la sua esperienza in rete con la campagna contro l’esecuzione di Troy Davis.

♫ La canzone di oggi era “Constant Now” dei dEUS

Ecco la puntata di oggi:

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un maestro del live blogging

(foto via Nomfup)

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Oggi, più ancora che a un tema, ci dedichiamo a una persona, un blogger molto speciale che si chiama Richard Adams. Dovreste conoscerlo perché qui ad Alaska seguiamo molto spesso i suoi racconti, e alcuni dei blog che leggiamo regolarmente li abbiamo scoperti grazie alle sue indicazioni. Adams è una cronista e commentatore inglese del Guardian che guarda le cose di Washington, ma soprattutto ha due grandi capacità: quella di raccontare cose molto serie senza mai rinunciare a un po’ di sarcasmo, e quella di conoscere molto bene il mezzo del blog e del microblog – sue, ve lo ricordate, le cronache minuto per minuto del vulcano islandese, dei colpi di scena al vertice di Copenaghen, nonché degli scontri in Iran di qualche mese fa, dell’attacco alla Flotilla, e di vari eventi elettorali – per alcune di queste giornate, Richard ha fatto avanti e indietro dalla tastiera anche per 20 ore filate. Ieri per lui è stata una giornata di attività molto intensa. Ha seguito direttamente minuto per minuto la conferenza stampa congiunta che ha coronato la visita di stato di Hu Jintao a Washington, con alcuni esilaranti problemi di traduzione, e sempre minuto per minuto, con alcuni collaboratori, ha ricostruito l’annuncio della ripresa di bonus e premi da Goldmann Sachs che ieri teneva la sua conferenza pubblica di fine anno, alla quale si poteva accedere chiamando in anticipo due numeri verdi – un po’ troppo tecnico da tradurre ma pieno di piccole rivelazioni in tempo reale sul linguaggio dei dirigenti Goldman Sachs, sull’attuale numero di impiegati solo rispetto a un anno fa, e sulla bufala dell’investimento di GS in facebook, con tanto di commenti tecnici in tempo reale dalla collega di Richard, Jill Treanor.  Il primo thread, quello di Hu Jintao, si legge dal basso verso l’alto, quello di Goldman Sachs dall’alto verso il basso.

♫ Le musiche di oggi erano “Half Light I” degli Arcade Fire e “Razzi arpia inferno e fiamme” dei Verdena

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il colore dei soldi

Manca una settimana alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti: possibile ribaltamento degli equilibri al Congresso, forti timori per la performance democratica, la guerra dei finanziamenti, il lavorìo del Tea Party e il ritorno di Sarah Palin, le pressioni repubblicane per rimuovere Nancy Pelosi dal ruolo di speaker della Camera, referendum importanti in California, e ovviamente banco di prova per il presidente Obama, che deve sfoderare tutte le capacità di persuasione che lo avevano fatto vincere nel 2008 mentre dietro le quinte briga con i finanziatori della campagna. Questa settimana ad Alaska ogni giorno qualche storia dai dintorni della selvaggia campagna elettorale.

Prima, alcune fra le risorse che useremo, e che possono essere utili anche a voi: i 50 account di Twitter, da destra a sinistra, da seguire secondo il superblogger del Guardian Richard Adams per capire cosa si muove intorno alle elezioni di mid-term. Lo stesso Richard tiene un blog ora per ora su quello che succede nella campagna elettorale. Un blog in italiano da consigliarvi e da esplorare, quello di Nonmfup, che si occupa con grande perizia della comunicazione politica in Usa e Inghilterra. L’Economist ha creato una bellissima mappa interattiva degli Stati Uniti per la distribuzione dei posti al Congresso. MoJo invece vi propone una mappa dei seggi al Congresso distribuiti non per partito, ma per settori che li finanziano.

Per cominciare diamo un’occhiata all’utilizzo degli spot elettorali, Il Post riprende l’edizione online del Christian Science Monitor con i dieci spot più bizzarri della campagna per il mid-term (ci sono tutti i video). Ve li raccomando perché ho visto coi miei occhi una pecora scontornata ergersi sopra un prato in cima a una colonna dorica.

Intanto Nonmfup posta i video che Spike Lee ha creato per la campagna Lean Forward della MSNBC. Non sono spot elettorali, ma tagline per il canale online; ma una zampatina la danno, quando fra le immagini di gioia quotidiana, di sopravvivenza e di progresso ci infilano Martin Luther King, una cabina elettorale e l’immagine di Barack Obama che sale sul palco a Chicago dopo l’annuncio della vittoria…

Suzy Khimm dà un’occhiata atterrita alla cifra raccolta per la campagna da Karl Rove – viene in gran parte da pochi grandi donatori di destra che potrebbero decidere da soli la fisionomia del Senato.

♫ Le canzoni di oggi erano “These are my hands” di Jimmy Gnecco e “Paralyzed” dei Crash Test Dummies

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Se non è BP è Shell, se non è Shell è Exxon

(Hannah Baage cammina nel corso inquinato del Gio Creek, nel Kegbara Dere – via New York Times)

Alaska vive anche su Twitter – diventa follower cliccando sul T-Rex qui a destra!

Il disastro del greggio nel Golfo del Messico sta risvegliando i ricordi di altri paesi che hanno subito disastri analoghi. Antonella Grati per Global Voices, traducendo dai post in coreano, riporta le riflessioni dei blogger sudcoreani del loro riversamento di greggio del dicembre 2007.

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Un’ascoltatrice nel microfono aperto di stamattina ci ha invitato ad approfondire la questione del greggio in Nigeria, che è il primo paese produttore di petrolio in Africa e tormentato da riversamenti continui che stanno facendo morire la costa e le paludi di mangrovie. Purtroppo le fonti in rete sulla situazione là sono molto poche, ma proprio oggi  se ne occupa in rete il New York Times, così vi traduco cosa dice Adam Bossiter che scrive direttamente da Bodo.

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In queste ore il repubblicano Barton viene ridicolizzato in rete per la sua gaffe di stanotte (ha chiesto lui scusa alla BP durante l’udienza di Tony Hayward…) – perfino Robert Gibbs, capo ufficio stampa della Casa Bianca, si è messo a twittare su Barton, chiedendosi se – nel caso che fossero i Repubblicani ad avere la maggioranza – il posto di supervisore della grande industria petrolifera non verrebbe dato proprio al così disponibile Barton.  Qui il commento del blog di Richard Adams.

♫ Le musiche di oggi erano “Free to walk” di Jeffrey Lee Pearce nella versione di Nick Cave e Debbie Harry e “Breathe” dei Pearl Jam

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è dura

Chi segue AlaskaRP su Twitter ieri ha ricevuto eccezionalmente una valanga di tweet con una cronologia in tempo reale di quello che stava accadendo con l’operazione cosiddetta Top Kill della BP per tentare di bloccare col fango la perdita di petrolio nel Golfo del Messico, fino alla conferenza stampa di Obama (che oggi torna in Louisiana) che si è conclusa intorno alle 20. Nel link qua sopra potete vedere la cronologia su Twitter, e se ancora non lo siete, diventate follower di Alaska (cliccate sul T-Rex qui a destra). Oggi in diretta ci dedichiamo a qualche approfondimento.

Come si vede dalla webcam anche stamattina, il petrolio continua a fuoriuscire. “Piume” di petrolio di dimensioni gigantesche vengono avvistate in profondità nelle acque del Golfo. Proseguono le udienze con i lavoratori della BP, i dirigenti delle tre aziende coinvolte, i familiari degli operai morti nell’esplosione della piattaforma.

Durante la conferenza stampa, rispondendo punto per punto ai giornalisti che giustamente non mollavano l’osso, fra le mille cose che ha comunicato Obama ce ne sono state due sostanzialmente nuove: 1) oltre alla moratoria di 6 mesi su tutte le trivellazioni e all’espansione delle ispezioni sulle piattaforme, il governo ha deciso di separare l’agenzia governativa che effettua le ispezioni da quella che accorda i permessi (ha definito “scandalosa corruzione” il rapporto fra agenzie del governo e compagnie petrolifere); 2) sull’esito di Top Kill ci sono molti dubbi. E infatti, poco dopo (nonostante un parere timidamente ottimista ad alcune ore dall’inizio dell’operazione) la BP ha dovuto interrompere Top Kill nel tardo pomeriggio della Louisiana per riprendere di notte. La ragione – e non fa ben sperare – è che il fluido fangoso che veniva pompato stava traboccando dal condotto invece di andare a sostituirsi al petrolio. Andrew Clark si chiede se anche in caso di successo la procedura sarà stabile (tradotto qui sotto nel podcast). Richard Adams, che ieri ha bloggato tutto il giorno per il Guardian, ha trovato un bel reportage di Mother Jones su quelli che stanno lavorando per pulire le spiagge.

Two Way posta sull’effetto psicologico di guardare in continuazione la “spillcam” (le lo traduco nel podcast qui sotto)

Qualcuno pensa che l’unico lato positivo di un disastro ambientale senza precedenti è che da nuovi sondaggi gli americani oggi sono più disponibili a risparmiare carburante piuttosto che mantenere gli attuali consumi, che potrebbe nascere (come già fu con la Exxon Valdez) una nuova generazione di ambientalisti, e che i Repubblicani adesso potrebbero fare meno storie sull’energia pulita. Ma fino all’implementazione delle fonti rinnovabili, gli Stati Uniti rischiano di restare senza carburante, le nuove trivellazioni erano solo un piano di transizione.

Peter Baker del New York Times commenta la conferenza stampa di Obama (ve lo traduco nel podcast qui sotto).

♫ La canzone di oggi era “Bleezer’s ice cream” di Nathalie Merchant

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uno schifo

Grazie a tutti quelli che seguono Alaska su Twitter, abbiamo superato i 100 follower in meno di una settimana! Continuate a iscrivervi cliccando sull’icona del T-Rex qui a destra: riceverete salutini, anticipazioni e retweet a tema con gli argomenti di Alaska!

Mentre Obama decide di tassare di un centesimo al barile le compagnie petrolifere (perché la BP pagherà le “pulizie” fino a un certo tetto stabilito dalla legge) per finanziare le ancora lontanissime soluzioni del disastro ambientale nel Golfo del Messico, oltre a 5000 barili di greggio in mare ogni giorno da 23 giorni in qua la piattaforma Deepwater Horizon sta sputando un po’ alla volta anche i suoi segreti.

La Nasa ha già fotografato la macchia di petrolio dallo spazio, mentre i volontari della Louisiana Bucket Brigade hanno aggiornato la loro mappa dell’avvicinamento della macchia alle coste. Adesso, dopo aver subito innumerevoli pressioni dai media e dal governo, la BP cerca di fare un’operazione di “trasparenza” pubblicando per la prima volta una ripresa video del getto di petrolio emesso dal pozzo in profondità, la più grossa delle due perdite.

Ma nel frattempo salta fuori che i segnali d’allarme c’erano stati tutti. Oltre alla questione delle due valvole di sicurezza mai installate, e delle trivellazioni 7000 piedi più in profondità del consentito, il giorno stesso dell’esplosione la piattaforma non aveva passato un test di sicurezza: era stata rilevata la presenza di una formazione gassosa all’interno del tubo principale, quella che poi avrebbe portato all’esplosione. Invece di chiudere immediatamente le trivellazioni, la Deepwater ha continuato a pompare petrolio fino al disastro. La Associated Press racconta come tutte le scorciatoie della BP (le valvole di sicurezza mai montate, le crepe nel fondo di cemento, le tubature allentate, una batteria esaurita e mai sostituita) rivelino una pericolosa carenza di regolamentazione generale. Il blog di un indignato Richard Adams racconta l’udienza della BP presso la commissione di controllo del Senato – che ha preso tutta l’aria di uno “scaricabarile” (perdonate il gioco di parole) fra la BP (che gestisce la piattaforma), la Hallyburton (che l’ha installata) e la Transocean (che la possiede). Il Daily Beast fa un sunto delle proposte più estreme di soluzione del disastro arrivate da tutto il mondo.

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La questione degli accordi fra venditori di e-book, editori e piattaforme di lettura, soprattutto dopo l’ingresso sul mercato dell’iPad, è ancora talmente fluida che ne stanno capitando di tutti i colori. Se volete seguire un po’ le puntate precedenti come le abbiamo raccontate qui ad Alaska basta digitare “e-book” nella casella di ricerca qui in alto a destra. Una delle cose bizzarre è che le trattaive in corso per quello che rigurada i diritti dei libri cambiano ogni giorno, e può capitare di vedersi “requisire” un e-book già pagato. E’ da qualche settimana che Inkygirl, fumettista e blogger americana, sta cercando di risolvere (invano) una bella sorpresina che si è ritrovata come utente di e-book. In buona sostanza ha fatto uno dei suoi soliti acquisti digitali di un libro elettronico, ha cominciato a leggerlo, l’ha lasciato da parte per un po’, e quando è tornata ad aprirlo si è vista negare l’accesso: il suo libro, regolarmente pagato, non era più accessibile per “restrizioni geografiche”. Inkygirl ha contattato più volte il servizio di assistenza di Fictionwise/Barnes & Noble e si è sentita dire che la responsabilità non è loro e che la ricontatteranno quando avranno trovato una soluzione. Intanto, per ora, niente rimborso e niente libro. Alla sua maniera, Inkygirl ha raccontato la storia con una vignetta, fingendo che la stessa cosa accaduta con l’e-book fosse successa con un libro tradizionale:

Fictionwise

(clicca per ingrandire)

♫ Le musiche di oggi erano “Gli spietati” dei Baustelle e “Tornare a casa” di Marco Iacampo

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sweet home Arizona

Ombre scure si intrecciano alle riforme negli Stati Uniti. La marea nera della piattaforma BP si avvicina alle coste della Louisiana, un monito alla recente autorizzazione di nuove trivellazioni petrolifere che non potrebbe essere più esplicito; il Senato americano boccia la prima bozza della riforma di Wall Street, e un altro ragazzino con fantasie miliziane viene beccato armato in un parcheggio a pochi metri dall’Air Force One. Nel frattempo, i blog e gli aggregatori americani sono scatenati sulla nuova legislazione anti-immigrati clandestini implementata in Arizona. Il Daily Beast la chiama senza mezzi termini “quasi-fascista”. Secondo la nuova norma, già attiva in attesa che venga probabilmente dichiarata inconstituzionale, ogni cittadino dell’Arizona sarà passibile di controlli sulla cittadinanza e dovrà uscire di casa sempre provvisto dei documenti che la dimostrano – se trovato sprovvisto dei documenti verrà arrestato. Decine di migliaia di immigrati di origine ispanica in attesa di legalizzazione pagano già le tasse, lavorano e crescono le loro famiglie, e adesso potrebbero essere espulsi in qualunque momento. Nella nuova legislazione dell’Arizona, che supera quella di competenza federale, si incanalano paure, mitologizzazioni dei controlli di polizia e nostalgie di un presunto nativismo (dove potrebbe essere più assurdo che negli Stati Uniti?) che assomigliano alle pressioni di casa nostra.

Tunku Varadarajan posta su come la legge dell’Arizona si regga su una spinta razzista e su un’incapacità della politica di gestire le paure suscitate dall’ondata di immigrazione dal Messico (in particolare in un momento in cui il paese confinante è investito da una spaventosa ondata di violenza legata ai cartelli della droga) in modi diversi e più ampi dai semplici controlli di polizia, che fra l’altro, sigillando altre zone del confine fin dai tempi dell’Operazione Gatekeeper, non hanno fatto che spingere il flusso migratorio verso il “buco” aperto del deserto dell’Arizona.

Randal C. Archibold del New York Times posta su un giro di opinioni che ha fatto a Mesa, vicino Phoenix, dove gli immigrati ispanici non escono più di casa, i locali da loro frequentati vedono crollare i profitti e i bianchi danno voce a paure ancestrali.

Il blog di Richard Adams, giornalista inglese che posta sulle ultimissime dagli Stati Uniti, racconta del primo, inevitabile arresto seguito all’entrata in vigore della legge, quello di un immigrato perfettamente legale, e naturalmente di origine ispanica.

Poco dopo posta anche sull’aria che tira in un altro stato, l’Alabama, dove il candidato repubblicano alla carica di governatore, Tim James, non fa mistero delle sue intenzioni sull’esame di guida, che oggi nel suo stato si può effettuare in 13 lingue.

(vi traduco tutti i post segnalati nel podcast che trovate qui sotto)

La canzone di oggi era “The ghost of Tom Joad” di Bruce Springsteen con Pete Seeger

Ecco la puntata di oggi:

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