ruggiti e ringhi

Lion Charge Etosha NAtional Park Africa Namibia

Davanti allo scambio di opinioni più varie e al fiorire di post e commenti sui blog a proposito dell’aggressione subita da Silvio Berlusconi domenica a Milano, il ministro dell’Interno Maroni avrebbe già pronta la ricetta: oscurare i siti che “inneggiano alla violenza” (in questo link trovate le principali dichiarazioni in merito raccolte ieri dalle agenzie di stampa). Potrebbe trattarsi soltanto di spauracchi, ma intanto oggi Maroni conferma che se ne discuterà dopodomani in Consiglio dei Ministri, insieme a misure “anti-contestazione” che riguardano le manifestazioni, per consentire al governo di operare “in tranquillità”.

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Copenaghen, fra l’ottavo e il nono giorno dei lavori del summit: in attesa dell’arrivo dei capi di stato nella capitale danese il 18, gli stimoli più interessanti continuano ad arrivare dalle comunità che con l’ambiente intrattengono ancora un rapporto fondamentale: gli ambientalisti del Bangladesh sono determinati ad agire anche a dispetto delle opinioni dei loro leader politici; uno dei capi di stato più attesi è il presidente delle piccole Maldive, l’ex prigioniero politico Mohamed Nasheed; e gli scienziati che studiano i cambiamenti climatici lavorano di concerto con gli Inuit per capire meglio cosa stia accadendo intorno all’Artico – 160 mila persone che abitano fra Groenlandia, Russia, Canada e Stati Uniti e che gli effetti del cambiamento climatico li osservano nella loro esperienza di tutti i giorni. Servaas van den Bosch, che vive e lavora in Namibia, scrive di come i giornalisti dei paesi africani stanno vivendo i lavori di Copenaghen.

“I giornalisti prosperano sulle speculazioni, e questo è particolarmente vero per quei reporter provenienti dal sud dell’Africa che raccontano i negoziati di Copenaghen sul cambiamento climatico. Il cambiamento climatico colpirà gravemente questa regione, che non ha molte possibilità di adattamento. Eppure, a parte il Sudafrica, le loro emissioni di Co2 sono trascurabili. Dopotutto, per avere delle emissioni che assomiglino a qualcosa su cui si possa contrattare, bisogna prima di tutto essere sviluppati. Purtroppo questo significa anche che i paesi africani hanno pochissima possibilità di fare leva nei negoziati, e mentre il concetto di “responsabilità storica” dell’Occidente diventa sempre più fluido, la carta migliore dell’Africa è di restare unita. Però, per via dei bisogni molto diversi dei vari paesi africani, presentare una posizione unitaria è difficile. Così, come avvoltoi, noi giornalisti osserviamo il gregge africano per vedere chi si tira fuori per primo. Corriamo da una delegazione all’altra seguendo le voci di una frattura o di una fuoriuscita. Storie di mani alzate al cielo e piedi pestati con rabbia. La stampa africana ci mette un paio di giorni a capire che non sono i delegati a opporci un muro di gomma, è proprio che, come noi, la maggior parte delle delegazioni africane non ha idea di quanto siano profonde le divisioni nel gruppo. Nel frattempo io ho pochi dubbi che a casa in Namibia, le notizie sul cambiamento climatico stiano a metà fra l’ultima sconfitta della nazionale di calcio, i Brave Warriors, e la pubblicità della birra Windhoek. A differenza di molti giornalisti che si trovano qui, alcuni reporter africani non sono liberi di raccontare il summit. Per via del costo economico di restare per due settimane alla conferenza di Copenaghen, molti giornalisti sono aggregati a un entourage presidenziale. Uno di loro mi ha detto “quando il leader va, lo si segue”. E quando parla, lo si trasmette. La questione dei costi crea anche altre restrizioni: spesso noi non facciamo telefonate non previste dal budget per seguire una storia; facciamo invece chilometri e chilometri dentro i locali della conferenza in cerca della persona o dell’informazione che stiamo cercando. Al tavolo della colazione, diversi colleghi africani confessano di essersi ritratti dalle manifestazioni di protesta fuori dal Bella Centre. Avendo raccontato gli attacchi xenofobi di Johannesburg o le rivolte di Kampala, hanno visto giornalisti picchiati o colpiti da armi da fuoco. Nemmeno gli amichevoli poliziotti di Copenaghen possono rimuovere la paura che si è instillata in loro. Inoltre, fuori fa un freddo cane. Un’altra differenza che vedo fra noi e i nostri colleghi occidentali: quando a un giornalista viene cortesemente richiesto di cancellare una fotografia scattata in una delle aree vietate, i reporter africani lo considerano sinceramente fortunato. Un amico mi dice: “a casa da noi per una mossa come quella ci si caccerebbe seriamente nei guai”. L’avanguardia della squadra della tv di stato dello Zimbabwe è stata spinta alla disperazione dalla quantità di volte in cui si è sentita chiedere quando arriverà il loro “capo”. Stiamo tutti aspettando con ansia l’arrivo di Mugabe, forse tanto quanto lui si sta godendo la rara opportunità di mettere piede su un palcoscenico internazionale. Molti di noi pensano che “Bob” dovrebbe andare in pensione e che il suo regime sia criminale. Ma il suo instancabile rintuzzare l’arroganza del nord, che a sua volta pervade questi colloqui, è largamente condivisa fra i giornalisti, e molto citata. C’è molto da migliorare nella rappresentanza africana a questi negoziati. le delegazioni dei paesi sono piccole e quindi devono sempre scegliere dove far sentire la propria voce. Ed è una vergogna andare a un seminario in cui si discute della deforestazione del Congo e vedere soltanto scienziati bianchi occidentali. Eppure, speriamo tutti che verrà concluso un accordo giusto – giusto per l’Africa, intendo. Come giornalisti, da qualunque paese veniamo, preferiremmo che venisse concluso all’ultimo momento, con la quantità appropriata di tensione per ricavarne dei bei titoli. Ma nessuno vuole che i negoziati falliscano. E se non possiamo fermare il cambiamento climatico qui o l’anno prossimo in Messico, allora sistemeremo le cose nel 2011 a Johannesburg, sul nostro terreno”.

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Con oggi facciamo un bilancio delle vostre divertenti votazioni per il film più pauroso che avete mai visto; avete votato una quantità di film e raccontato le più belle storie possibili di quello che ricordate del momento in cui li avete visti. A dimostrazione della soggettività della paura, molti film sono stati citati soltanto una volta. Piuttosto votati invece La Cosa di Carpenter, La notte dei morti viventi di Romero, Suspiria di Dario Argento, l’Esorcista di Friedkin e Carrie – lo sguardo di Satana di Brian De Palma (che avrei preferito continuare a non ricordarmi e invece… brrr….); tallonano il vincitore due classici assoluti come  Profondo Rosso di Dario Argento e Shining di Stanley Kubrick e il recente The Ring di Gore Verbinski. Ma stravince per voi La casa delle finestre che ridono di Pupi Avati, che io non ho mai visto e a questo punto non so se oserò mai… Grazie a tutti quelli che sono stati al gioco e hanno raccontato le loro scene di terrore.

le musiche di oggi erano “Bachelorette” di Bjork & Brodski Quartet e “Click Song” di Miriam Makeba

Ecco la puntata di oggi:

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vincere paure

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Fate conto che oggi vi canti, come Tiziano Ferro, “perdono!” Perdono per aver pubblicato per errore il post di ieri (lo trovate qui sotto) soltanto ieri nel pomeriggio; è stata una svista, e mi scuso con tutti coloro che sono puntualmente arrivati a visitare il blog e non hanno trovato quello che stavano cercando. Perdono anche per aver realmente aperto la cartella di posta elettronica di Alaska soltanto oggi (altra svista) trovando così un meraviglioso cofanetto di vostri messaggi a cui non avevo risposto. Grazie a tutti quelli che hanno scritto, oggi in onda si dà conto di alcuni dei vostri messaggi, prenderò nota dei link consigliati da voi e cercherò di soddisfare le richieste più strane nei prossimi giorni. Ma veniamo agli argomenti di oggi.

Il primo di novembre è partita la nuova edizione di NaNoWriMo. Anche quest’anno, il decimo dalla fondazione a Oakland nel ’99, migliaia di persone hanno accettato la sfida di scrivere un intero romanzo in un mese. Solo la prima stesura, s’intende, senza revisioni, ma in ogni caso sono 175 pagine, 50 mila parole, circa 1667 parole al giorno, con tanto di trama da inventare. Va da sé che si tratta dell’evoluzione estrema del furioso marketing della scrittura creativa, ma l’impresa, e il relativo blog, sono molto gustosi. Queste le raccomandazioni iniziali per chi partecipa quest’anno.

L’idea di NaNoWriMO è che l’approccio da kamikaze, nonché il divertimento di sapere che non sei solo, aiutano a vincere la paura di buttarsi, di sbagliare, e di creare qualcosa di men che perfetto. A mezzanotte del 30 novembre, tutti i partecipanti che saranno arrivati fino in fondo avranno se non altro per le mani qualcosa da correggere, da mettere a posto. L’anno scorso, dei 120 mila partecipanti iniziali, 20 mila sono arrivati alla fine. Chi partecipa si iscrive al blog e da quel momento può anche postare il numero di parole che ha raggiunto giorno per giorno e qualche estratto del proprio romanzo. Al buon cuore di chi partecipa fare una piccola donazione per aiutare la gestione del sito, predisposto in quattro lingue. Le regole sono poche, innanzitutto non usare testi altrui o propri testi già pubblicati, e soprattutto non ripetere la stessa parola 50 mila volte! A volte partecipano anche scrittori professionisti, e alcuni di questi romanzi riescono poi a raggiungere la pubblicazione, e fra questi c’è anche un bestseller del New York Times. NaNoWriMo celebra “il magico potere delle scadenze”. Immaginando la fase universale di procrastinazione in attesa di cominciare a scrivere, il sito di NaNoWriMo offre una serie di sciocchezzuole da spulciare, come la FAQ, il forum, il blog, la Notte a Scrivere Pericolosamente a San Francisco, o il servizio di NaNoMail, che consente di corrispondere con gli altri partecipanti senza bisogno di conoscere i loro indirizzi e-mail.

Giulia di Wakarimasen ha deciso di iscriversi. Nelle prime 36 ore ha scritto zero parole:

Roman Krznaric ha lanciato un nuovo blog, Outrospection – esperienza profonda o frontiera allucinata del turismo? Giudicate voi:

“Questa settimana ho lanciato OUTROSPECTION, il mio nuovo blog sull’empatia. L’arte di mettersi nei panni degli altri e di vedere il mondo dal loro punto di vista. Il concetto di empatia di solito viene associato alla cura e alla compassione, ma io preferisco accostarmi all’empatia come sport estremo dell’arte di vivere. Lasciate che vi dica perché. Oggi viaggiare non è più quello che era una volta. le persone sono stanche di trascinarsi per il Louvre in mezzo alla folla o di stare sedute per ore in aeroporto per andare in vacanza su una spiaggia dei caraibi che diventa noiosa dopo due giorni passati a prendere il sole. Sempre più persone scelgono viaggi che allarghino i loro orizzonti personali e forniscano loro delle esperienze. Una delle opzioni migliori per trasformare questo in realtà è diventare un empatico, viaggiando nella vita degli estranei.

Qual è il segreto di questa forma di viaggio d’avanguardia? Come si fa? Si può prendere il via dallo scrittore inglese George Orwell, che trasformò l’empatia in uno sport estremo. Alla fine degli anni Venti, dopo cinque anni come ufficiale della polizia coloniale in Birmania, Orwell decise di vivere come un vagabondo sulle strade di Londra est, un periodo della sua vita che ha descritto nel suo libro Senza un soldo a Parigi e a Londra. Indossava regolarmente abiti e scarpe logori, e si mise, praticamente senza soldi, a dormire nei rifugi per senzatetto, girando per le strade con mendicanti e vagabondi per settimane. Un anno tentò di farsi arrestare per poter passare il Natale in cella, ma non gli riuscì mai di fare qualcosa di abbastanza grave da farsi notare dalla polizia. Non è sempre facile essere un empatico.

Che cosa lo spinse ad avventurarsi in queste fughe eccentriche? In parte si sentiva in colpa per essere stato complice dell’imperialismo britannico che aveva imparato a disprezzare e voleva capire le vite di coloro che si trovavano ai gradini più bassi della scala sociale. Ma altrettanto importante era il suo desiderio di allargare la sua esperienza di vita per diventare uno scrittore; i suoi viaggi gli avrebbero fornito il materiale di cui aveva bisogno per scrivere dei bestseller.

Non si confonda l’approccio di Orwell con l’attuale tendenza al turismo della povertà, in cui ci si ritrova a girare per Soweto e per Rio a dare una breve occhiata ai quartieri poveri dal finestrino di un SUV con l’aria condizionata prima di andare a godersi un buon pranzo. Orwell sapeva che il vero modo per cambiare la sua vita era di scolpirsi sulla pelle delle esperienze autentiche, standoci dentro invece di osservare quelle degli altri.

Perciò se volete padroneggiare l’arte dell’empatia, prendete ispirazione da Orwell e coltivate l’avventuroso empatico che c’è in voi. Guardatevi allo specchio e chiedetevi: nei panni di chi ho sempre sognato di trovarmi? Magari in quelli di chi per una settimana raccoglie l’uva per il vostro vino preferito. O forse vorreste aiutare la vostra postina a fare le consegne una mattina. Allora fate i bagagli e preparatevi a un tipo di viaggio differente. E’ arrivato il momento di fuggire nell’empatia”.

E infine, cosa c’è di meglio dell’autunno per guardarsi un vecchio film nel tepore di casa? Martin Scorsese ha preparato per Halloween la sua lista degli 11 Film Più Spaventosi della Storia, e io vorrei giocare con voi. Prima di tutto, questa è la sua lista:

n.1 Gli Invasati (The Haunting), di Robert Wise, 1963, tratto da Incubo a Hill House di Shirley Jackson
n.2 Il vampiro dell’Isola (Isle of the dead) di Val Lewton, 1945, con Boris Karloff
n.3 La casa sulla scogliera (The Uninvited) di Lewis Allen, 1944
n.4 Entity (The Entity) di Sidney J. Furey, 1981
n.5 Incubi notturni (Dead of Night) di Alberto Cavalcanti, 1945, sceneggiato da H.G.Wells
n.6 Changeling (The Changeling) di Peter Medak, 1979
n.7 Shining di Stanley Kubrick, 1980
n.8 L’Esorcista (The Exorcist) di William Friedkin, 1973
n.9 La notte del demonio (Night of the Demon) di Jack Tourneur, 1957
n.10 Suspense (The Innocents), di Jack Clayton, 1961, tratto dal Giro di vite di Henry James
n.11 Psycho (Psycho) di Alfred Hitchcock, 1960

E a voi, qual è il film che ha fatto più paura in assoluto? Scrivetelo qui sotto nei commenti. Il mio film più spaventoso è L’inquilino del terzo piano di Roman Polanski. Diteci il vostro!!

le musiche di oggi erano “Just breathe ” dei Pearl Jam e “Facile” di Mina/Afterhours

Ecco la puntata di oggi:

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dal minuscolo al gigante

simen johan until the kingdom comes

Ancora animali, ma stavolta del sogno e della psiche. Questa è una delle foto del 35enne norvegese Simen Johan, che da cinque anni sta lavorando su grandi ritratti di animali in pellicola, trasformati grazie al digitale in proiezioni del mondo onirico. Il pelo e le piume, il bufalo e il cervo albino, si possono vedere nella sua mostra Until the kingdom comes fino al 31 ottobre alla galleria Yossimilo di New York, cogliendo lo stimolo di Johan a riflettere sulla nostra prepotente antropomorfizzazione del mondo.  Qui potete vedere delle altre fotografie, e qui leggere un’intervista con Simen Johan, che si dichiara più pittore che fotografo; ecco cosa si dice del suo lavoro dalle parti del blog di Bloodmilk, artista visiva che parla delle sue ispirazioni e descrive così un precedente lavoro di Simen Johan sui bambini:

“E’ uno di quei fotografi che riesce nello stesso momento a farmi senso e a ipnotizzarmi. Mi interessa molto l’idea dell’oscurità/stranezza a contrasto con l’innocenza e la stranezza del passaggio dall’infanzia all’età adulta, e credo che lui riesca a catturare e bilanciare benissimo queste idee. Ho scritto la tesi su di lui, perché amavo le immagini della sua serie “evidence from things unseen”.

Pur con tutto l’interesse che mi suscita il lavoro di Johan, non posso fare a meno di pensare che un certo tipo di fotografia nasca puramente dalle possibilità dei mezzi con cui viene realizzata; “se posso allargarmi lo faccio”, insomma. E quanto più le stampe sono spettacolari e giganti, più aumenta il tripudio delle gallerie d’arte che hanno così qualcosa da mettere in mostra, e soprattutto pezzi da vendere. E’ un’annosa questione, che divide i fotografi già dagli anni Ottanta, sulla scorta dell’esplosione della grande fotografia di moda, ma che mi sembra rilevante in tempi di recessione.

Ma c’è ancora qualcuno che lavora sui piccoli formati e l’estetica del quotidiano, e che concepisce la fotografia soprattutto nella cornice dei libri. Gregg Evans nel suo blog ha un momento di nostalgia davanti a una foto che gli ricorda un pezzo della straordinaria Moyra Davey che ha visto qualche mese fa. Moyra Davey, una carriera piuttosto oscura di fotografa e documentarista, ha da poco pubblicato un piccolo libro-catalogo, Long life cool white, in cui propone sotto forma di annotazioni intime una sorta di collage delle sue letture sulla fotografia, da Walter Benjamin a Roland Barthes a Susan Sontag, alla ricerca della definizione di foto “vernacolare”. Incastonata nel mondo della fotografia spettacolare come un’isola di resistenza, occupata a chiedersi se non dovrebbe riciclare le proprie stesse foto invece di continuare a scattarne delle altre, Moyra Davey sembra adottare con naturalezza un’estetica della recessione. Vi propongo un frammento di recensione della sua mostra più recente dal blog Carefullyaimeddarts (freccettemirate), anonimo e ficcante:

“Long life cool white sembra il titolo di album di Miles Davis, almeno finché non capisci che si riferisce ai due tubi al neon in copertina sul catalogo. Moyra Davey riconosce di essere anacronistica. Dopotutto, fotografa la polvere, gli scaffali dei libri, le bottiglie di whisky e i centesimi di dollaro, usa ancora la pellicola e stampa di solito dei 50 x 60 centimetri. Le sue foto sono forme intime di poesia domestica, che comunicano una reverenza per il mondo materiale, e la traduzione magica in immagine. Moyra Davey redime ciò che è usato e consumato, esalta l’analogico e il malinconico. “

Questo è James Cameron che spiega che la macchina pubblicitaria per il suo nuovo film, Avatar, sta partendo solo adesso, anticipata da un interesse virtuale sulla rete con cui la produzione del film non ha niente a che fare.

Uscirà infatti a dicembre in America e in Italia a gennaio il suo nuovo kolossal. Il regista di Alien 2, TerminatorAbyss e Titanic, però, è ancora alle prese con gli effetti speciali, le sue creature azzurre altre tre metri e un set sul quale, se non altro, sta realizzando il sogno del cineasta che voleva emulare, Stanley Kubrick: quello di essere il Dio incontrasto del suo universo. A novembre il terreno verrà preparato anche in Italia dall’uscita di un libro su Avatar, la traduzione del saggio di Lisa Fitzpatrick sul dietro le quinte di quella che si annuncia come la più ambiziosa impresa digitale della storia del cinema. Se siete fan del minimalismo, farete un po’ fatica ad apprezzare, ma l’intelligenza creativa di Cameron è sempre da tenere d’occhio. E così ci immergiamo nel monumentale reportage di Dana Goodyear, che si è recato più volte sul set. Lo trovate per intero sui blog del New Yorker:

“James Cameron ha 55 anni, hai i capelli bianchi come carta e occhi di un torbido verdeazzurro../.. I suoi film, come Terminator 2 e Titanic, sono fra i più costosi mai realizzati, ma la vittoria è sempre più dolce dopo aver sfiorato la sconfitta../.. Sono passati dodici anni dal suo ultimo film, e quando sarà finito, Avatar sarà costato più di duecentotrenta milioni di dollari. Ci lavora da quattro anni e sarà il primo kolossal in 3-D. Cameron l’ha girato con telecamere che ha messo a punto lui stesso, e gli elementi digitali saranno indistinguibili dagli attori veri. ‘In questo film si integra tutto quello che so fare, è la cosa più complicata che sia mai stata fatta al cinema’, dice../.. Secondo Spielberg, nonostante la sua reputazione da nerd tecnologico, Cameron in realtà è un narratore molto emotivo../.. Qui gli umani hanno trasformato la terra in una gigantesca discarica. Jake si innamora di una principessa Na’vi, Neytiri../.. la sua lingua è mutuata in parte dal Maori, che Cameron ha ascoltato in Nuova Zelanda, dove sono girati gli esterni del film, ma come ogni dettaglio del suo lavoro, è interamente inventata da lui. Come in tanti altri suoi film, alla fine le figure femminili sono la vera forza vitale di Avatar“.

Per avere un’idea del film e delle creature azzurre, ecco il trailer!

Le musiche di oggi erano “Sea of heartbreak” di Rosanne Cash feat B.Springsteen e “Winter winds” di Mumford and sons

Ecco la puntata di oggi:

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