4 more years

Due reazioni dalla sinistra americana alla vittoria di Obama alle presidenziali: una è quella del regista Michael Moore, che alla vigilia del voto si era messo a telefonare personalmente ad amici e parenti dei suoi fan che gli venivano segnalati come non-votanti, e l’altra quella degli editor di The Nation – rivelatrici entrambe del fatto che la vittoria di Obama va molto oltre il “disastro evitato” di Romney, perché accompagnata da segnali politici molto chiari sui referendum, sull’elezione di governatori e senatori, e sulla composizione etnica degli elettori – non a caso, qualcuno sul canale super-conservatore Fox ha avanzato l’ipotesi che “non ci siano più abbastanza elettori bianchi e benestanti in America da permettere una vittoria dei Repubblicani”.

PS Ah… Nate Silver aveva azzeccato tutte le previsioni.

La canzone di oggi era “Wade in the Water” di Michelle Shocked

Ecco la puntata di oggi:

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sweet home Chicago

(fotografia di Terry Moon)

Arrivano con gli autobus (e su uno di questi c’è @tigella che potete seguire su Twitter) per portare a Chicago, la città di Obama, lo spirito di Occupy Wall Street in occasione del vertice Nato a McCormick Place (mentre il G8 previsto è stato spostato a Camp David). La città è blindata nonostante lo spirito fortemente pacifista, creativo e ironico dei flashmob e delle manifestazioni, che porteranno il messaggio di OWS contro capitalismo, banche, debito, austerità e militarizzazione fin sulla porta di casa del sindaco Rahm Emmanuel, ex consigliere di Obama. La blogger Allison Kilkenny, che di solito segue OWS a New York, racconta nel podcast di The Nation e nel suo blog l’atmosfera di queste ore, mentre Kim Janssen narra il viaggio a bordo di uno degli autobus che hanno attraversato gli Stati Uniti.

♫ La canzone di oggi era “Which side are you on?” di Ani di Franco

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rimetti a noi i nostri debiti

(uno dei magnifici manifesti creati dai culture-jammer canadesi di Adbusters per OccupyWallStreet)

Ben ritrovati a tutti!
Sono moltissimi gli spunti e le riflessioni che hanno continuato ad arrivarci dalla blogosfera e dai social media durante la pausa estiva, così in questa prima settimana cercherò di fare un punto di alcune novità che potrebbero restare importanti durante la nuova stagione, nella quale credo che assisteremo a ulteriori riflessioni sul rapporto fra citizen journalism e giornalismo tradizionale, fra attivismo e social media e al surriscaldarsi di alcune situazioni di protesta. Nei prossimi giorni riprenderemo anche il filo delle rivolte arabe, mentre oggi (a maggior ragione perché non ha praticamente copertura sui media tradizionali, men che meno in Italia) voglio cominciare la nuova stagione raccontandovi di #OccupyWallStreet, la catena di sit-in permanenti partita il 17 settembre, che sta entrando nella sua seconda settimana in diverse città americane – 41 (potete vedere la lista qui) – in testa naturalmente l’occupazione di Zuccotti Park (o Liberty Plaza) a New York (col progetto di un’occupazione per l’appuntamento internazionale del 15 ottobre, che toccherà anche l’Italia) e la danza intorno al Toro della Borsa Americana, a due passi da dove avvenne la scena degli impiegati Lehmann Brothers che lasciavano per sempre il loro posto di lavoro con gli scatoloni. La campagna di immagine dei sit-in è stata studiata con grande cura da Adbusters, che è fra i motori della prima chiamata al sit-in, già dallo scorso luglio. La richiesta dei sit-in americani, senza leader, è principalmente di testimonianza – riassumibile a grandi linee in un “noi non paghiamo il debito”, e “siamo il 99% e non staremo più zitti”. La comunicazione via Twitter, nonostante l’ispirazione ricalchi quella dei sit-in delle rivolte arabe e degli indignados spagnoli, è ancora molto grezza e confusa: troppi hashtag diversi (all’inseguimento di un hashtag generale che possa scavalcare nei trending topics la presunta censura di Twitter, e anche perché ogni città ha il suo hashtag), molti slogan, poche foto e poca cronaca; ma il dominio occupywallstreet.org ha 50mila contatti al giorno, 250mila nella prima settimana;  esiste uno streaming video del sit-in di New York, (gestito da un “gruppo media” di tre persone che ammette di non essere ancora abbastanza organizzato), ed è possibile ricostruire la quotidianità dei sit-in dalle richieste di tende per dormire, pizze, medicinali di base e altre necessità. Nelle foto si puà individuare il furgone di Wikileaks. Stanotte il regista Michael Moore, a cui era stato chiesto di partecipare, è comparso al sit-in di New York. Chi si trova a New York può fare una chiamata skype di solidarietà al sit-in contattando Globalrevolution1. Assemblee si tengono su vari temi durante la giornata. Le azioni della polizia vengono fotografate e filmate. Prima del sit-in, OccupyWallStreet ha stabilito un comportamento rigorosamente non violento e ha studiato la normativa sull’occupazione del suolo pubblico, decidendo di limitare l’occupazione ai marciapiedi, anche se l’occupazione notturna non sarebbe consentita e il fatto che quando i numeri crescono, i manifestanti finiscono inevitabilmente per intralciare il traffico. Tre giorni fa, questo ha provocato l’intervento del New York Police Department con spray al pepe e una retata con 80 arrestati, rilasciati nelle ore successive, che ha attirato l’attenzione altrimenti molto debole dei media tradizionali (l’ironia è che il sit-in è anche in solidarietà con gli agenti di polizia che si sono appena visti tagliare i fondi-pensione). Oggi provo a darvi qualche suggestione su #OccupyWallStreet: l’unico quotidiano di grande profilo che si è occupato da subito del sit-in è il Guardian, sia con articoli che con il suo blog; qui un pezzo di David Graeber, qui un un ritratto dei manifestanti,  che come vedrete traccia un identikit molto simile a quello degli attivisti del 2011 in tutto il mondo, a prescindere dalla situazione politica da cui partono: giovani, istruiti,  senza lavoro; qui invece il racconto di Ayesha Kazmi su come alla protesta si sia unito anche Anonymous e come venga usato Twitter in questi giorni. Qualcosa di più dai blog d’opinione del Washington Post, in particolare da James Downie. L’altro grande quotidiano che ha scritto di OccupyWallStreet è il NYTimes, subito sbugiardato da Allison Kilkenny su The Nation, che si fa qualche domanda molto opportuna sul vuoto di rappresentanza. Il NYTimes si rende allora più decoroso con una piccola inchiesta di Joseph Goldstein su cosa si discute negli ambienti della polizia metropolitana a proposito di sit-in, mentre al sit-in di Chicago, la notte scorsa, i manifestanti hanno avviato un’opera metodica di fraternizzazione con la polizia offrendo caffè e donut.

♫ Le musiche di oggi erano “Constant now” dei dEUS e “East Harlem” dei Beirut

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non ancora liberi

Gigi Ibrahim (@GSquare86 su Twitter) sopra piazza Tahrir, foto Vanity Fair via Nomfup QUI.

Nella foto qui sopra, Gigi trionfa sulla piazza che ha liberato insieme a centinaia di migliaia di egiziani. La stessa piazza dove venerdì notte due ragazzi sono stati ammazzati dall’esercito perché proteggevano i soldati andati a manifestare in divisa insieme ai civili. Da quella sera Tahrir è circondata dal filo spinato e presidiata da un piccolo gruppo notturno in attesa di decidere il da farsi. Intanto, altri attivisti egiziani vengono sottoposti a processi per corte marziale. In Bahrain, la stretta del governo sui civili è costante. Uno dei tweep che seguiamo su Twitter, @angryarabiya, parente di @Nadeelrajab e moglie e nipote di altri due arrestati delle notti scorse, ha deciso di fare lo sciopero della fame e pubblica una lettera di David Ferreira a Obama sui diritti umani in Bahrain. @NadeelRajab, presidente dell’associazione per Diritti Umani del Bahrain, è già stato arrestato due volte e ha passato le ultime due notti sveglio con la valigia pronta, di nuovo in attesa della polizia, che lo accusa di aver ritoccato la foto di una vittima della repressione militare (foto la cui autenticità è stata testimoniata anche dalla Associated Press – se anche fosse ammissibile incarcerare qualcuno per quello che ha postato su Twitter…). In galera ci sono anche quattro calciatori della nazionale del Bahrain, qui cosa scrive The Nation su di loro facendo appello alla solidarietà dei giornalisti sportivi e degli atleti americani. Intanto fermata e  interrogata in Bahrain anche una troupe della Cnn. E la tattica di perseguire i blogger sta prendendo piede anche negli Emirati Arabi: dopo aver segnalato di aver subito minacce dalle autorità per aver firmato una petizione che chiedeva maggiori libertà civili nel suo paese, @Ahmed_Mansour è stato arrestato di notte da agenti in borghese, e nelle stesse ore sono spariti con le stesse modalità anche l’attivista Fahaqd Al-Shehhy e il professor Nasser Ghait.

La nostra timeline di Twitter in tempo reale sulle rivolte arabe.

Kudablog ha scritto una bella storia di come è cambiata Alaska nelle sue due stagioni di vita.

♫ La canzone di oggi era “Riverside” di Agnes Obel

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Yemen yield

(foto scattata a Shibam da Evelyn Hockstein per il New York Times)

Soltanto domenica il regime di Saleh in Yemen ha ucciso un manifestante e ne ha feriti più di 400 a Taiz, dove gli scontri proseguono anche oggi. E come avevamo già avuto occasione di raccontare, la situazione nel paese è talmente delicata – fra storici movimenti indipendentisti, passate repressioni nel sangue e sacche di reclutamento di Al Qaeda – che il movimento per la democrazia originato dagli studenti che hanno dato il via alle proteste di questi due mesi sembrava non avere alcun respiro. L’ostacolo più forte erano gli Stati Uniti, stretti alleati di Saleh nella politica anti-terrorismo e apparentemente non disponibili a facilitare il movimento di riforma come già fatto invece in Tunisia e in Egitto. Qui vi davo un quadro della situazione, e qui trovate un quadro ancora più dettagliato della cronologia dell’anti-terrorismo in Yemen postato da The Nation pochi giorni fa. Ma negli ultimi due giorni è emersa qualche novità. I segugi del New York Times sono riusciti a farsi raccontare da rappresentanti del governo americano e di quello yemenita sotto anonimato le trattative segrete di queste settimane per la rimozione di Saleh. Lo Yemen Observer posta i cinque punti della richiesta della coalizione dei partiti di opposizione per l’uscita di scena di Saleh. Intanto, per il movimento studentesco una transizione guidata da un ex rappresentante del governo di Saleh sarebbe comunque inaccettabile.

Il Twitter di Alaska per seguire i tweep (attivisti e reporter) sulle rivolte arabe.

♫ La canzone di oggi era “Hard sun” di Eddie Vedder

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femmine

Mona Seif, alias @monasosh su Twitter, il 12 febbraio – the Day After – al cellulare in pza Tahrir (foto Matthew Cassel via Electronic Intifada)

In Italia le femmine valgono poco (7mila euro e una compilation di Apicella), ma sono proprio le donne, adesso, a smuovere con la loro protesta trasversale la montagna della politica che era sembrata inamovibile per quindici anni. Stamattina si auspica che a guidare la coalizione per le riforme fino a nuove elezioni sia un gruppo di donne. Saranno tre donne a giudicare Berlusconi in tribunale il 6 di aprile. In Egitto, ieri, le ragazze del movimento di piazza Tahrir hanno steso un documento di protesta perché nel comitato di civili che guiderà la transizione – formato da molte delle guide del movimento – non c’è nemmeno una donna.

Intanto, negli Stati Uniti esplode una polemica non senza conseguenze su quello che è capitato a Lara Logan della Cbs, una delle ultime reporter arrestate nella giornata nera dei pestaggi del 28 gennaio al Cairo. Solo nelle ultime ore, e con pochi dettagli, è emerso che Lara non è sopravvissuta soltanto alle botte e all’arresto da parte della polizia militare, ma anche a un’aggressione sessuale da parte delle gang pro-Mubarak, dalla quale è stata salvata da un gruppo di donne e da una ventina di soldati. Il fatto che si sia parlato prima di stupro per poi ritrattare con termini solo leggermente meno gravi non ha contribuito alla chiarezza del suo caso e alla solidarietà nei suoi confronti. Laila Lalami di The Nation posta una panoramica di reazioni al suo caso, mettendo in luce alcune sfumature razziste e reazionarie. Nir Rosen, ricercatore al Centro studi sulla Legge e la Sicurezza della New York University, è cascato malamente nella trappola, facendo su Twitter dello humor nero su Lara Logan e in pratica sostenendo che il caso della reporter non sia più notevole di quello di chissà quante decine di donne molestate o aggredite sessualmente nei disordini di Tahrir. In poche ore Twitter si è rivoltato contro di lui. Nir Rosen ha cercato di difendersi, per poi scusarsi e dirsi così imbarazzato dalla falsa immagine di sé che ha dato con questo episodio da chiudere il proprio account di Twitter (che, dice, “avevo dimenticato non fosse privato”), ma non solo, visto che ha immediatamente rassegnato le dimissioni dal suo posto all’università. Qui il riassunto della vicenda con tanto di riproduzione dei suoi tweet, da Huffington Post.

Intanto, la ragazza coraggiosa che i follower di Alaska su Twitter conoscono come Monasosh, vero nome Mona Seif, è stata intervistata da Matthew Cassel di ElectronicIntifada e racconta la sua rivoluzione egiziana.

♫ La canzone di oggi era “People have the power” di Patti Smith

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“molto da imparare ancora tu hai”

Loro non lasciano la piazza, quindi noi non lasciamo l’Egitto. ieri di nuovo un milione di persone in piazza, di cui decine di migliaia che manifestavano per la prima volta, forse galvanizzate dalla liberazione di Wael Ghonim di cui raccontavamo nella puntata di ieri. Oggi su Twitter (e la comunità che state seguendo con il Twitter di Alaska si allarga ogni giorno) i manifestanti e i reporter che seguiamo ci dicono che stanno nascendo le prime proteste di gruppi di lavoratori in vista di un auspicato sciopero generale – operai, lavoratori dei ministeri, dipendenti delle aziende private di telecomunicazioni, operatori della rete del gas, al Cairo, Suez, Alessandria e in diverse città più piccole – intanto ai bordi di Tahrir qualche movimento sospetto di militari e polizia; anche nei giorni più tranquilli, ci sono arresti e morti da fuoco dei cecchini; in piazza oggi un appuntamento con un gruppo di architetti che pensa di organizzare le zone della piazza in vista di una protesta che durerà ancora parecchio, e un altro per una cerimonia di commemorazione per un giornalista egiziano ucciso la settimana scorsa. Sherine T di AlJazeera sta ricostruendo la lista di tutti gli scomparsi, un compito non facile perché ieri è circolata l’ipotesi che gli arrestati di questi giorni ammontino a più di 10mila). Questa è la lista degli scomparsi con notizie, indizi e orari preparata dal twitterer Samer Karam (ne ha contati 15, di cui solo 3 ritrovati – quando ho aperto questo file, ero la 4220esima persona). Anche oggi si pensa a cortei dalla piazza verso i palazzi del governo. Intanto Nicholas Kristof posta da piazza Tahrir per il New York Times su quello che pensa la gente del pericolo di una “deriva musulmana”; il grandissimo reporter Robert Fisk, che sta seguendo il Cairo per The Nation, posta qualcosa di finalmente concreto sulla leadership dal basso che si sta cercando di costruire in piazza. E fra le molte lezioni che possiamo trarre anche per casa nostra dal tumulto politico del Cairo, anche una piccola lezione (americana) che Americanablogtv (in italiano) ha scovato nell’intervista domenicale di Barack Obama due giorni fa con i giornalisti nemici della Fox, dove il suo intervistatore lo ha interrotto 48 volte.

♫ Le musiche di oggi erano “Rebel” di Arabyan Nights feat Lauryn Hill e “Sort of revolution” di Fink

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Alaska nera, è di nuovo la BP

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Per vedere tutte le puntate in cui abbiamo parlato della macchia di petrolio, digita “BP” nella casella di ricerca qui a destra.

Per ora la notizia, oltre che su Radio Popolare, si trova soprattutto nei blog: nuova perdita di petrolio, stavolta in Alaska; l’ultima, gravissima, era del settembre 2009 (vedi il post di Treehugger), e l’Alaska è tristemente nota per il disastro della Exxon Valdez nel 1989, da cui le orche marine e alcune specie di uccelli non si sono mai riprese a distanza di vent’anni. E’ un territorio vastissimo dove spesso si giocano partite ambientali e politiche decisive, una apparente “wilderness” di immensa ricchezza che non sfugge però ai conflitti della politica (ed è una delle ragioni per cui questa trasmissione ne ha preso il nome).

L’agenzia che riporta la notizia è Associated Press, che ha postato stanotte (via NPR). 100 miglia a sud di Fairbanks, nel corso di un’operazione di routine, diverse migliaia di barili di greggio sono fuoriusciti dal percorso di condutture della trans-Alaska (lunga 500 chilometri) in un serbatoio che ha fatto traboccare una seconda area di contenimento, facendo chiudere la linea. Alcuni lavoratori sono stati evacuati e il Dipartimento di Stato per la Conservazione Ambientale dice che il danno sarà limitato alla ghiaia di superficie che copre l’area di contenimento. Alle compagnie petrolifere che operano nella zona è stato ingiunto di abbassare la produzione al 16% del normale finché le condutture non saranno state riattivate. E indovinate un po’? Il sistema di condutture è in parte di proprietà della BP. Racconta i dettagli Consumerenergyreport con una mappa della trans-Alaska.

Nel frattempo…

A Jackson, in Missisippi, si è svolta una cerimonia di commemorazione degli undici lavoratori morti nell’esplosione della Deepwater Horizon il 20 aprile. Di loro si parla troppo poco, e Frank James nel blog Two-way ricorda almeno i loro nomi. Lavoravano per la Transocean, una comunità – come ha detto alla cerimonia il presidente della compagnia – “di cui ora nessuno vuole più far parte”. La Transocean ha impedito ai giornalisti di intervistare i presenti.

Il sito irlandese di bookmaker PaddyPower invita a scommettere su quali saranno le prime specie a estinguersi nel Golfo del Messico, e su chi sarà il nuovo CEO della BP quando l’attuale verrà detronizzato.

Il sito federale Deepwater Horizon Response è tornato alla vita, in compenso nessuna traccia della promessa webcam in diretta sulla fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico. Ci trovate però in homepage il video del Top Kill Test, la prova attualmente in corso per capire se il sistema Top Kill della BP per bloccare il flusso (pompando fluidi in direzione contraria attraverso i condotti del pozzo) potrebbe avere effetti collaterali.

aggiornamento ore 14.50: TROVATA LA WEBCAM! L’hanno messa sul sito della Commissione per il Riscaldamento Globale e fa veramente impressione (ps: ogni tanto bisogna fare un refresh)

giov 27 maggio: la Spillcam è temporaneamente inattiva di nuovo attiva, mentre da stanotte si svolge l’Operazione Top Kill: pompaggio di fanghi densi in direzione contraria al getto di petrolio, per creare spazio per una colata di cemento che dovrebbe sigillare il pozzo. 60% di probabilità che funzioni, 40% di probabilità che non cambi nulla o che peggiori la situazione. La Spillcam potrebbe essere riattivata per mostrare l’esito dell’operazione.

La BP cerca di far trasferire il processo a suo carico per la Deepwater Horizon a Houston, in Texas, dove ha il suo quartier generale. Rick Outzen lo racconta riassumendo la questione del conflitto di interessi. Il Post riassume il New York Times su come la BP si fosse comprata i controllori. Roba da far accapponare la pelle.

ABC News ha mandato una squadra di reporter e sub opportunamente equipaggiati – guidata dall’anchorman del meteo di “Good morning America” e da Philippe Cousteau – a indagare sui danni della macchia di petrolio nelle acque profonde. Il documentario non è ancora stato trasmesso ma si sa che hanno scoperto che le sostanze chimiche disciolte in acqua dalla BP nel tentativo di disgregare il petrolio stanno provocando una “zuppa tossica” (via Huffington Post). Allora il governo federale ha ordinato alla BP di ridurre del 70% le sostanze chimiche. Intanto però, nonostante il segretario agli Interni Salazar avesse affermato che l’ordine di Obama di bloccare tutti i nuovi permessi di trivellazione era stato subito implementato dopo il 14 maggio, salta fuori che 17 nuovi pozzi sono entrati in attività nel Golfo dopo quella data. Si tratta di modifiche di pozzi già autorizzati, sostiene il governo. No, dice Two Way, è che quell’ordine di Obama non è mai stato messo nero su bianco.

Il pellicano bruno – simbolo della Lousiana – si presenta sempre più spesso coperto di petrolio, e mentre il governo e la BP litigano su chi controlla cosa, lo stato della Lousiana minaccia la sedizione per prendere in mano da solo l’emergenza. Intanto il presidente si è fatto notare per un’uscita molto irascibile a porte chiuse mentre parlava con la neonata commissione di controllo: “non m’interessa! Trovate un maledettissimo tappo!”

Ieri sono state rese note le conclusioni della commissione che sta ascoltando il personale BP: nelle ore precedenti al disastro era chiaro che nel pozzo ci fosse “qualcosa che stava andando terribilmente storto”. Il report del New York Times qui.

Da quando la macchia ha raggiunto la costa (in Louisiana e Alabama è stato dichiarata l’emergenza-disastro per la pesca) abitanti e ambientalisti continuano a fare manifestazioni di protesta. Tre reporter scrivono da Port Fourchon, in Louisiana, su come il disastro in astratto sia diventato concreto per la gente che abita lì.  Il NY Times ha preparato anche  una pagina sempre aggiornata con il tracking della macchia.

E infine, Katrina vanden Heuvel posta per The Nation: in che senso la BP sta facendo gli interessi degli americani? Che rapporto dovrebbero avere le corporation con lo stato?

♫ La canzone di oggi era “Anchorage” di Michelle Shocked

Ecco la puntata di oggi:

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